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COME SALTANO I PESCI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/31/2016 - 10:42
Titolo Originale: Come saltano i pesci
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Alessandro Valori
Sceneggiatura: Serena De Angelis, Paula Boschi
Produzione: MULTIVIDEO IN ASSOCIAZIONE CON LINFA
Durata: 110
Interpreti: Simone Riccioni, Marianna Di Martino, Brenno Placido,Giorgio Colangeli

Sinossi: Matteo è un ragazzo che ha  26 anni e un sogno nel cassetto. Vive con i genitori, Italo e Mariella, che lo amano profondamente e sua sorella, Giulia, che vede in lui il suo eroe. Il suo mondo si sgretola quando riceve una telefonata e Matteo scopre che la sua vita era fondata su una bugia. Per comprendere meglio la sua storia parte alla ricerca della verità. La realtà che trova è molto diversa da quella che immaginava. Incontra persone che entrano a far parte della sua nuova vita e insieme al suo passato scopre anche un diverso futuro.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film si fonda su una genuina ricerca del valore dei legami affettivi, soprattutto quelli familiari e su una visione ottimistica della vita e dell’amore e propone una positiva riflessione sull’esigenza di riuscire a superare insieme errori e difficoltà
Pubblico 
Adolescenti
la storia racconta problematiche familiari complesse che potrebbero non venir comprese dai più piccoli. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
il film risente di una sceneggiatura frammentata, a tratti lenta e più complicata del necessario. Le musiche a volte, invece che accompagnare le scene, spezzano l’andamento narrativo interrompendosi improvvisamente.
Testo Breve:

Un ragazzo vive una vita tranquilla con i suoi genitori e con sua sorella, quando viene a scoprire che la sua vera famiglia è un altra.  Ul fulm sulla ricerca dei vderi valori familiari e sull’esigenza di riuscire a superare insieme errori e difficoltà

Ma come saltano i pesci? Alcuni pesci per sopravvivere saltano fuori dalle reti, altri per dare la vita vanno controcorrente, questo è anche ciò che fanno i protagonisti di questo film: Come saltano i pesci racconta una storia controcorrente di un gruppo di persone che riescono a saltare fuori dalla rete che li ha imbrigliati per anni.

Il soggetto è nato da un sogno di Simone Riccioni, giovane attore marchigiano. Il sogno è diventato prima un romanzo e poi un film, grazie al regista Alessandro Valori.

Come saltano i pesci è il racconto corale di un gruppo di persone le cui vite, dopo anni di silenzi e segreti, tornano ad incrociarsi a causa della morte di una donna per un incidente d’auto. In seguito a questa disgrazia, Matteo (Simone Riccioni), un giovane meccanico di 26 anni, dalla vita apparentemente ordinaria e serena, improvvisamente scopre che i suoi genitori, Italo (Giorgio Colangeli) e Mariella (Maria Amelia Monti), nascondono un grande segreto sull’identità della sua vera madre. Matteo comincia così un viaggio alla scoperta della verità su se stesso e sulla sua storia e in questo modo riesce a riallacciare i fili sciolti dei legami familiari andati perduti a causa di vecchi e profondi rancori.

Lungo la sua strada Matteo si lascia accompagnare dalla sua sorellina minore, Giulia (Maria Paola Rosini), una ragazza molto dolce e molto speciale; incontra poi una giovane donna molto bella e molto sola, Angela (Marianna Di Martino), e scopre di avere un fratello minore per parte di madre, Luca (Brenno Placido), che non ha mai conosciuto.

Come saltano i pesci è la storia della riscoperta dell’importanza e della forza dei legami familiari in un confronto tra generazioni. Matteo e Luca si trovano a rischiare di rivivere una situazione affettiva simile a quella che vissero i loro padri molti anni prima, che, innamorati della stessa donna, finirono per allontanarsi l’uno dall’altro. Ma l’esigenza di restare uniti per affrontare dolore e difficoltà aiuta i personaggi a superare anche la sofferenza che spesso la scoperta della verità comporta.

Come saltano i pesci -spiega il regista – è un film che segue l’andamento della vita che a momenti fa ridere, a momenti fa piangere e a momenti fa riflettere”. È un film che parla di amicizia, sentimenti e legami affettivi, che, nel bene o nel male, restano indispensabili. Angela nel corso della storia ripete un paio di volte: “La famiglia perfetta non esiste, perché la famiglia è un diritto pieno di doveri”.

Una storia molto realistica, pulita e con un valore universale. Il film racconta il valore e l’importanza di mantenere saldi i legami familiari, che restano preziosi nonostante le difficoltà e le cadute, e parla anche dell’esigenza di riscoprire un altro amore, questa volta  soprannaturale, che dia la forza di superare gli errori propri e degli altri.

Come saltano i pesci è un film realizzato con pochi mezzi e in pochissimo tempo, girato nell’arco di tre settimane, che si fonda molto sull’affiatamento del cast e sulla bellezza degli ambienti della piccola provincia in cui tutte le scene sono state realizzate.

Gli fa difetto una certa lentezza nel racconto che a tratti rischia di annoiare un po’, la fase in cui i fili dell’intreccio narrativo non sono ancora stati chiariti è infatti portata avanti un po’ troppo a lungo e molte scene sembrano troppo spesso slegate tra loro. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN FANTASTICO VIA VAI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/12/2013 - 13:34
Titolo Originale: Un fantastico via vai
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Leonardo Pieraccioni
Sceneggiatura: Leonardo Pieraccioni, Paolo Genovese
Produzione: LEVANTE FILM CON RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Leonardo Pieraccioni, Serena Autieri, Massimo Ceccherini,Chiara Mastalli, Marianna Di Martino,

Arezzo. Annoiato dalla vita familiare, Arnaldo Nardi, cinquantenne impiegato di banca, non versa neanche una lacrima quando, vittima di un equivoco, viene lasciato da sua moglie e deve allontanarsi da casa senza neanche poter salutare le figlie, due gemelle che frequentano la quarta elementare. Senza por tempo in mezzo, risponde all’annuncio di una bacheca universitaria e, superato senza problemi un colloquio con i quattro studenti inquilini (che hanno la metà dei suoi anni), occupa la stanza libera del loro appartamento. Un po’ papà, un po’ zio, un po’ fratello maggiore, Arnaldo riesce a raddrizzare le vite dei quattro ragazzi e, facendolo, riesce a raddrizzare anche la propria.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mostra come la bellezza dell’essere adulti sta nel prendersi cura di qualcun altro e nell’essere una guida per chi è più giovane. Una sortita forzata e puramente ideologica di una delle protagoniste che dichiara di essere comunque “favorevole a divorzio, aborto ed eutanasia” che sembra essere stata aggiunta solo per evitare al film di essere adottato dal popolo pro-life
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film rimesta nel già visto e gli ingranaggi della commedia non girano come dovrebbero: le svolte della trama sono forzose e l’amalgama tra il tono moraleggiante e quello ruffiano rischia di vanificare anche le buone intenzioni
Testo Breve:

Un uomo di cinquant’anni ha lasciato appassire la sua vita familiare e si rifugia  in un appartamento dove vivono quattro universitari. Gli ingranaggi della commedia non girano come dovrebbero e il tono oscilla fra il moraleggiante e il ruffiano

Anche Leonardo Pieraccioni, come Checco Zalone, è diventato papà (e la perla del film arriva solo durante i titoli di coda, con la canzone che l’autore dedica alla figlia appena nata). Se però il film sulla paternità del comico pugliese è un’esplosione di originalità e un moltiplicatore di risate, Un fantastico via vai rimesta nel già visto (addirittura un’autocitazione da I laureati, nella scena della fuga per non pagare il conto al ristorante) e al massimo strappa qualche sorriso. Complice del comico toscano, co-autore di soggetto e sceneggiatura, dopo più di quindici anni di sodalizio con Giovanni Veronesi, stavolta è Paolo Genovese, già al timone dei due Immaturi e di Una famiglia perfetta, chiamato in causa forse proprio per la dimestichezza con l’argomento immaturità. Protagonista della storia, infatti, è un uomo di cinquant’anni, sognatore a occhi aperti, riparatore di giocattoli per hobby, che ancora vive nel rimpianto dei bei tempi andati e che, per questo, ha lasciato appassire una vita familiare dalla quale si estranea a tal punto che, quando sua moglie va su tutte le furie ritenendolo (erroneamente) colpevole di un tradimento, lascia che lei lo creda per avere un pretesto per evadere dalla routine.

Il rifugio? Un appartamento di studenti (due ragazzi e due ragazze, tutti da concorso di bellezza, improbabilità che la sceneggiatura giustifica con un espediente che lascia il tempo che trova), dove poter ricominciare a respirare aria fresca di libertà. Non è di un’avventura sentimentale che l’uomo ha il desiderio (infatti respinge fermamente le avances di una delle due compagne d’appartamento, a cui piacciono gli uomini “maturi”) ma di un luogo in cui rinascere, per acquisire un ruolo da protagonista in una vita in cui si percepisce come un clandestino. Il confronto generazionale, allora, da un lato mostra tutta l’inadeguatezza dell’uomo adulto a misurarsi con le abitudini di vita dei ragazzi (ma qui le gag non vanno al di là del fiatone dopo la corsa e dell’imbranataggine come ballerino), dall’altro mette in luce come questi giovani abbiano bisogno di adulti capaci di educarli. Evaso da casa perché incapace del ruolo di marito e padre, quindi, Arnaldo scopre che la bellezza dell’essere adulti sta nel prendersi cura di qualcun altro e nell’essere una guida per chi è più giovane. Come gli angeli viaggiatori dei film di Frank Capra, allora, sistema una per una le vite dei suoi nuovi giovani amici che, fin troppo docilmente, si lasciano aiutare, a dispetto di riottosità e ribellismi giovanili.

Gli ingranaggi della commedia, in tutto ciò, non girano come dovrebbero: le svolte della trama sono forzose (in particolar modo quella che lega due degli studenti, in un doppio finale che si scioglie frettolosamente) e l’amalgama tra il tono moraleggiante e quello ruffiano rischia di vanificare anche le buone intenzioni. Il tono zuccheroso da favola a colori pastello, inoltre, sembra davvero provenire da un’altra epoca (gli anni Novanta, in cui Pieraccioni giustamente furoreggiava al botteghino). La simpatia dell’attore non si discute ma la sua capacità di raccontare mostra più di qualche crepa: da una colonna sonora che si fa così invadente da rendere incomprensibili alcuni dialoghi (nella prima parte), alle improvvise decisioni di graffiare soprattutto quando c’è di mezzo un ecclesiastico (una suora vittima di uno scherzo, un monsignore sboccato e imbecille interpretato da Enzo Iacchetti). Quanta falsità, poi, nel dialogo tra il protagonista e una delle ragazze, in cui quest’ultima, incinta, dopo aver raccontato di aver deciso di non abortire essendo capitata per sbaglio nel reparto maternità di un ospedale, precisa subito dopo di essere comunque “favorevole a divorzio, aborto ed eutanasia”. Una precisazione che viene lasciata cadere come se niente fosse (sarà mica una questione di vita o di morte?) e che sembra essere stata aggiunta solo per evitare al film di essere adottato dal popolo pro-life, come era successo ad Amore, bugie e calcetto e Juno, che mettevano in scena episodi analoghi. Come se ammettere che verità e bellezza vanno a braccetto avesse bisogno di un corollario o di una giustificazione…

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VOLTO DI UN'ALTRA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/13/2013 - 14:39
Titolo Originale: Il volto di un'altra
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Pappi Corsicato
Sceneggiatura: Monica Rametta, Gianni Romoli e Pappi Corsicato, con la collaborazione di Daniele Orlando
Produzione: R&C Produzioni, in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 84
Interpreti: : Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Lino Guanciale, Iaia Forte

Bella, la conduttrice di un reality televisivo in crisi di ascolti, ottiene il ben servito dalla rete. “La tua faccia ha stancato”, le dicono i dirigenti, mandandola su tutte le furie. Ha poco da stare allegro anche René, l’altra star dello show, un chirurgo estetico che opera in diretta pazienti vetuste o con il naso aquilino, pronte a spendere ingenti cifre per farsi rifare i connotati. Bella e René, infatti, sono sposati e l’estromissione della donna dalla trasmissione va a pesare sul ménage familiare dei due. Quasi provvidenziale, dal loro punto di vista, che un incidente in macchina ferisca la donna al viso. René, marito premuroso e bravo medico, la rimette in sesto ma si fa venire un’idea: se si facesse credere a tutti che Bella sia rimasta orribilmente sfigurata, si potrebbe truffare l’assicurazione per dieci milioni di euro. E magari organizzare una diretta televisiva sull’intervento chirurgico dell’anno. Funzionerà la mascherata?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha a forma di un apologo, in cui viene punito solo chi se lo merita ed esiste il riscatto per chi si redime
Pubblico 
Pre-adolescenti
Ccenni di turpiloquio, lieve tensione psicologica
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha talento per la confezione e, insieme agli sceneggiatori propone diverse trovate geniali. La sceneggiatura però non si preoccupa di consolidare i personaggi, lasciando che vezzi e manierismi registici e una molto buona direzione d’attori, facciano il grosso del lavoro
Testo Breve:

Cinica e grottesca commedia nera di Pappi Corsicato su Renè, un chirurgo plastico e sua moglie Bella, una presentatrice televisiva caduta in disgrazia  che imbastiscono una truffa sfruttando i tanti telespettatori creduloni

Cinica e grottesca commedia nera di Pappi Corsicato, regista cinefilo, autore di cortometraggi e documentari, che quando si è cimentato con il cinema l’ha sempre fatto rimestando nel torbido con una vena surreale di alleggerimento e un talento visivo mai passato inosservato. Qui, saccheggiando una mezza dozzina di generi cinematografici, intavola una storia di gelosie, truffe, ricatti e avidità, sullo sfondo di una scintillante clinica di chirurgia estetica sulle Dolomiti. Finiscono nel mirino, con una certa prevedibilità, gli idoli della società dell’apparenza, gli stregoni del bisturi, il “grande carnevale” dei mass media, il popolo bue pronto ad applaudire qualunque orrore o trivialità spacciati dalla televisione e – ti pareva – la Chiesa, qui interpretata da una suora teutonica pronta alle azioni più turpi per bramosia di denaro (interpretata dalla bravissima Iaia Forte e memore di tanti personaggi, dalla “Fratello diesel” di Alta tensione di Mel Brooks alla capo-infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma abbigliata come in un film di Fellini). Meno banale è la critica delle classi sociali più povere, da un operaio capopopolo bravo a riempirsi la bocca di retorica marxista, ma pronto a usare le stesse armi dei ricchi, da lui invidiati (e con cui condividerà la sorte, in un punitivo e catartico lavacro di liquami fognari), per raggiungere gli stessi fini.

Un film programmaticamente sgradevole, fatto non male, che non difetta neanche di una tensione etica (più un apologo, che una tragedia, in cui viene punito solo chi se lo merita ed esiste il riscatto per chi si redime) ma che non si saprebbe bene a chi consigliare. Un film con molti guizzi, che sembra però avere il fiato corto proprio quando ci si aspetterebbe dalla storia un colpo di coda. Il regista ha talento per la confezione e, insieme agli sceneggiatori (tra cui Gianni Romoli, che ha scritto la maggior parte dei film di Özpetek), propone diverse trovate geniali (anche se di ognuna – come per esempio la scena del coro dei ventriloqui – bisognerebbe verificare che non si tratti di una citazione da altri film). La sceneggiatura, però, si fida troppo delle (giuste) randellate contro i “nuovi mostri” della società contemporanea e non si preoccupa di consolidare i personaggi, lasciando che vezzi e manierismi registici, e una molto buona direzione d’attori, facciano il grosso del lavoro. Non ci si annoia, certo, e la durata inferiore all’ora e mezza è da applaudire per un film cui qualche intuizione non impedisce di avvitarsi su se stesso e risultare, in fin dei conti, un po’ inconcludente e tutt’altro che memorabile.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTO TUTTO NIENTE NIENTE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/15/2012 - 18:52
Titolo Originale: Tutto tutto niente niente
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Antonio Albanese e Pietro Guerrera, con la collaborazione di Andrea Salerno, Enzo Santin e Giulio Manfredonia
Produzione: Domenico Procacci per Fandango, Leo, Rai Cinema
Durata: 90
Interpreti: Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Lunetta Savino, Vito, Paolo Villaggio

Mala tempora currunt. Il politico calabrese Cetto La Qualunque (Albanese) viene arrestato insieme a tutto il consiglio comunale per corruzione e collusione mafiosa. Lo spacciatore-guru Frengo Stoppato (ancora Albanese) finisce in galera, incastrato dalla madre bigotta, che lo vuole santo e subito. Il leghista veneto Rodolfo Favaretto (sempre Albanese) prepara la “secessione morbida” addestrando truppe d’assalto ma, per sopravvivere, introduce in Italia immigrati clandestini. Finirà in prigione pure lui, denunciato da un clandestino che era stato ributtato in mare perché creduto morto. Tre balordi, insomma, che un subdolo sottosegretario (Bentivoglio) decide di “reintegrare”, proponendo loro un seggio in parlamento. Il patto è questo: privilegi di ogni tipo, benefici e vitalizi in cambio di una docile obbedienza agli ordini di scuderia del governo. I tre ex reietti, però, si rivelano tutt’altro che manipolabili e prendono iniziative, anzi, che si ritorcono contro chi credeva di usarli a proprio vantaggio. Non c’è scampo in questa povera Italia…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una volta la satira era intelligente: in questo caso si tratta solo di cattivo gusto e qualunquismo
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, scene sensuali, cenni di nudo, linguaggio volgare, scene di dubbio gusto ambientate nei palazzi vaticani.
Giudizio Artistico 
 
Antonio Albanese è fenomenale nelle sue maschere, Il regista è bravo nel non far mai calare la noia ma Il grottesco, il cattivo gusto dopo un po’ diventa stucchevole; il troppo stroppia
Testo Breve:

Un film comico che, grazie alla bravura di  Antonio Albanese vorrebbe fare satira sulla situazione desolante in cui versa la classe politica del nostro Paese ma non va oltre la macchietta stantia

È una farsa kitsch volutamente sguaiata, eccessiva nel tono e nei contenuti, questo nuovo film della coppia Albanese-Manfredonia (il primo mattatore sul set, il secondo alla regia, per la terza volta insieme dopo È già ieri e Qualunquemente). È un film comico che vorrebbe fare satira sulla situazione desolante in cui versa la classe politica del nostro Paese ma non va oltre la macchietta stantia. Il grottesco, dopo un po’ diventa stucchevole; il troppo stroppia e il cattivo gusto, che il film vorrebbe stigmatizzare, diventa preponderante. Antonio Albanese – che come attore non si discute, è fenomenale nelle sue maschere – si triplica riesumando il Cetto La Qualunque visto nel già deludente Qualunquemente e il Frengo di Mai dire Goal (che qui diventa un tossicomane incallito). Ai due si aggiunge un personaggio di nuovo conio, Rodolfo Favaretto, reduce un po’ ammaccato del miracolo economico del triveneto, riciclatosi come scafista per ovviare alla crisi. Tre “mostri”, per dirla con Dino Risi, tipici dei tempi che corrono, che vorrebbero ritrarre un’Italia allo sbando, cialtrona, corrotta, puerile, volgare, rancida e repellente. Il regista è bravo nel non far mai calare la noia, grazie anche al ritmo e alla colonna sonora. Però rimpiangiamo quando prestava il suo talento a film più originali e brillanti di questo, come Se fossi in te, È già ieri e Si può fare.

All’inizio ci si diverte, grazie alla bravura del protagonista e alla classe degli altri interpreti (Fabrizio Bentivoglio su tutti, memorabile nel ruolo del machiavellico parlamentare), ma dopo un po’ la banalità dilaga e la volgarità prende il sopravvento. Albanese e Manfredonia vorrebbero puntare il dito sui difetti di una nazione, buttando nel tritarifiuti politici intrallazzoni, scandali sessuali, incoerenze ideologiche, opportunismi vergognosi, ma non vanno al di là di un riepilogo abbastanza ovvio di luoghi comuni, tenuti a galla solo grazie alla verve dell’esagitato protagonista.

Da dimenticare l’episodio ambientato in Vaticano che vede coinvolto lo “strafumato” Frengo, in cui vengono rimescolati i più triti stereotipi sulla chiesa cattolica e sui suoi presunti privilegi economici (l’8 per mille, le tasse sugli immobili…). È la chiesa delle barzellette più becere, quelle costruite su falsità dettate ad arte dai maître-à-penser nostrani, un brutto autogoal segnato da un film che già non brillava per raffinatezza. “È un argomento da trattare con grande delicatezza – ha detto l’attore in un’intervista a proposito della satira sulla religione – sarebbe fin troppo facile entrarci dentro come un caterpillar. Anche perché ho un grande rispetto per la nostra religione, cui io stesso appartengo. Abbiamo lavorato su certe contraddizioni, sui dubbi ormai atavici che è la chiesa stessa a covare”. Affermazioni del genere si commentano da sole. E certe battutacce fuori luogo che non risparmiano neanche la Sacra Famiglia (!) sono messe in bocca a un personaggio assurdo – è un artificio retorico abbastanza scoperto – proprio perché vogliono essere prese sul serio. Sconfortante.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DITTATORE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/14/2012 - 15:35
Titolo Originale: The Dictator
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Larry Charles
Sceneggiatura: Sacha Baron Cohen, Alec Berg, David Mandel, Jeff Schaffer
Produzione: FOUR BY TWO FILMS
Durata: 83
Interpreti: Sacha Baron Cohen, Anna Faris, Ben Kingsley, Megan Fox

Wadiya è uno Stato nord africano, ricco di petrolio. A governarlo è Haffaz Aladeen, nominato Supremo Leader alla tenera età di sei anni, in seguito alla morte del padre. Purtroppo per Aladeen, le Nazioni Unite hanno ripetutamente sanzionato il Paese ed è stata anche programmata un'ispezione del consiglio di sicurezza per 'ficcare il naso' nel suo impianto segreto di armi. Il Supremo Leader accetta di andare a New York per parlare alle Nazioni Unite ma l'accoglienza è a dir poco tiepida - soprattutto perché i molti esiliati che sono in città vorrebbero vedere il proprio paese liberato dal suo dispotico dominio - e il soggiorno si rivela molto diverso dal previsto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cattivo gusto domina dalla prima all’ultima immagine. Chi non ama i sapori forti è meglio che si tenga alla larga da questo film
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti battute e scene volgari
Giudizio Artistico 
 
Sacha Baron Cohen, col suo corpo nervoso e scoppiettante, è un perfetto despota barbuto (una composizione di Saddam, Gheddafi e Bin Laden). Cercare la morale in questa cavalcata della risata è impossibile.
Testo Breve:

Dopo Borat ritorna Sacha  Baron Cohen che non si limita a fare una parodia delle dittature mediorientali ma è anche dissacratore e flagellatore dell’identità americana. Film adatto solo per chi apprezza lo stile particolarissimo di questo attore inglese.

Il cinema non ama la dittatura. Sono i dittatori ad amare il cinema. Lenin considerava la cinematografia il treno della rivoluzione bolscevica e una volta affermò: «è l’arte più forte». Mussolini, per non essergli da meno, scrisse di suo pugno: «è l’arma più forte». Il potentissimo dottor Joseph Goebbels, capo della propaganda del Terzo Reich, adorava il cinema e lo comandava con mano ferrea. I maligni dicevano a causa delle attrici. Verità parziale. Goebbels aveva capito l’importanza delle immagini di finzione a fini propagandistici. Insomma, il cinema si adatta ai dittatori. Lo vogliono controllare e, se possibile, vogliono finirci dentro, come protagonisti. Hugo Chávez, ad esempio, piccolo Bolívar dei Tropici, autoelettosi naturale successore di Fidel Castro, sarebbe un eccellente attore. Per la sua figura bisognerebbe scomodare il talento della scrittura tra reale e meraviglioso di Gabriel García Márquez. Potrebbe venirne fuori un racconto per immagini magnifico. Per il contemporaneo “Libertador” delle Americhe il racconto dovrebbe però avere i tratti della farsa (in senso buono), mancando al nuovo “Líder maximo” la statura, la sicurezza dell’eloquio e il fascino di Castro. Oppure bisognerebbe seguire la strada di Chaplin con Hitler in “Il grande dittatore”. Una caricatura dell’onnipotenza del potere. Hugo Chávez nei panni di un Borat latino-americano, non alla ricerca di Pamela Anderson, ma della più “politicamente corretta” Naomi Campbell.

Borat! Lo conoscemmo nel 2006, nell’omonimo film interpretato dallo scoppiettante comico Sacha Baron Cohen, che ritroviamo adesso nei panni del dittatore dell’immaginario Wadiya, paese nord-africano. Il titolo non lascia dubbi: “Il dittatore”, per la regia di Larry Charles. E Sacha Baron Cohen è un perfetto dittatore. Persino nei film impone la sua figura, altrimenti che dittatore sarebbe. Deve essere il supremo attore, come è il supremo sportivo, militare, amatore. In ogni attività umana immancabilmente primeggia, liberandosi - se serve col sangue - di ogni fastidioso intoppo. L’intelligenza non è prerogativa di Aladeen (questo è il nome del barbuto dittatore). Compensa la manchevolezza con disinvolta crudeltà. La comunità internazionale non ama Aladeen. Anzi lo detesta. Le Nazioni Unite spingono per fargli lasciare il potere. Così il racconto può spostarsi dall’africana Wadiya alla modernissima America.

Qui il dittatore dovrà difendersi pubblicamente davanti ai suoi accusatori. Aladeen piomba a New York, città ferita in maniera irreparabile dal terrorismo. Certo l’impatto è terribile.  L’universo gli appare estraneo, non ne capisce il funzionamento. Ma si adatta subito. Basta essere se stesso. Questa è la parte del film in cui Sacha Baron Cohen torna nella veste del giornalista kazako Borat, un alieno dissacratore, un flagellatore dell’identità americana. Aladeen serve all’attore per ironizzare su tutto e tutti. Difficilmente questa figura di dittatore sanguinario e ridicolo, potrebbe essere interpretata da altri attori. Solo Sacha Baron Cohen, col suo corpo nervoso e scoppiettante, è un perfetto despota barbuto (una composizione di Saddam, Gheddafi e Bin Laden). Cercare la morale in questa cavalcata della risata è impossibile.

Il cattivo gusto domina dalla prima all’ultima immagine. Chi non ama i sapori forti è meglio che si tenga alla larga da questo film.   

 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BAR SPORT

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/22/2011 - 16:18
 
Titolo Originale: Bar Sport
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Massimo Martelli
Sceneggiatura: Nicola Alvau, Massimo Martelli, Giannandrea Pecorelli, Michele Pellegrini
Produzione: AURORA FILM, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 93
Interpreti: Giuseppe Battiston, Antonio Catania, Angela Finocchiaro, Lunetta Savino,Aura Rolenzetti

1976. In un piccolo paese di provincia vicino Bologna viene inaugurato il Bar Sport. Fra pettegoleggi, partite a flipper e a biliardo, la vita scorre tranquilla dove ciò che conta non è quello che realmente accade ma quanto viene raccontato, con molta fantasia, dai frequentatori del locale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I frequentatori del bar hanno trovato un simpatico modo di passare i momenti vuoti della giornata,ma solo raramente si nota il formarsi di una vera amicizia.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film è divertente in modo frammentario e tanti bozzetti non riescono a costruire un'opera compiuta; inoltre non riesce ad appassionare la sua tendenza all'astrazione letteraria
Testo Breve:

Bar Sport è un'analisi antropologica sulle possibili tipologie umane che si possono incontrare in un bar di provincia. Divertente ma freddo.

Il Bar Sport inizia dalla preistoria: da quando cioè gli uomini non sapevano come passare il tempo dopo la caccia e non avevano altro da fare se non scherzi stupidi fra loro, punzecchiandosi con la clava. Per fortuna il film arriva subito ai giorni nostri (non proprio, al 1976) quando ormai possiamo disporre del bar per spettegolare e  raccontare prodezze inventate , del flipper per giocare  e della televisione per vedersi  insieme le partite.
Il film è tratto dal libro omonimo di Stefano Benni che fu scritto 35 anni fa e che inesorabilmente corrisponde alla preistoria del nostro tempo.  Il film ricostruisce fedelmente, con l'aiuto di una voce fuori campo, il microcosmo di un bar di un paese di provincia vicino a Bologna e come in  tutte le compagini chiuse, quando per dovere o per piacere ci si incontra regolarmente (fra compagni di scuola, fra colleghi di ufficio o fra appassionati dello stesso sport) in questo bar si danno dei soprannomi ai vari protagonisti   (Giuseppe Battiston è Onassis perchè molto attaccato ai soldi; Claudio Bisio è il "tennico" perché è un tuttologo un po' confuso mentre Teo Teocoli è  il playboy che cento ne racconta e nulla realizza), si bisbigliano commenti salaci sulle ragazze che passano mentre due vecchine fanno tapezzeria in un angolo della sala, memoria storica di vecchie passioni e amori mai realizzati del piccolo paese.

Il tutto è raccontato con grande garbo, realizzato con bravi attori e allietato dalle animazioni di Giuseppe Laganà incaricate di dare corpo alle leggende e alle panzane che formano i miti fondanti del gruppo.

Tutto bene dunque? Non proprio. I 35 anni di distanza si sentono tutti e non si può non percepire un senso di già visto e sentito; ma ciò che più da fastidio è quel senso di costruzione letteraria, anche se divertente,  che si percepisce. Nessun personaggio esce fuori dai  limiti caricaturali con i quali è stato costruito: tutti  esistono solo in quanto frequentatori del bar: privi di una storia pregressa, di una famiglia, di un lavoro. Non ci viene raccontata nessuna storia d'amore, non ci sono trasformazioni, crescite, tutti trasportati in un presente fuori del tempo costruito dall'autore per i estrarre riferimenti e tipologie universali. 

Il risultato è un insieme di rapidi bozzetti intorno a dei personaggi visti attraverso un filtro che ha finito per disperdere qualsiasi loro calore umano.

Sarebbe impietoso fare dei confronti con i bar bolognesi di Pupi Avati e in particolare con quel recente "Gli amici del bar Margerita" - 2011, una deille tante prove con il quale l'autore mostra di saper  raccontare  storie appassionanti.

Alla fine i compagni del bar sembrano frequentarsi  non per costruire solide amicizie, importanti nei momenti difficili o gioiosi  (unica eccezione alla fine, quando Onassis invita il Tennico, entrambi scapoli, a passare le vacanze con lui) ma per trascorrere nel modo più gradevole un tempo che sembra fuori del tempo,  per coprire il vuoto delle loro esistenze.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTI PAZZI PER ROSE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/27/2013 - 17:26
Titolo Originale: Populaire
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Régis Roinsard
Sceneggiatura: Régis Roinsard, Daniel Presley, Romain Compingt
Produzione: LES PRODUCTIONS DU TRESOR, FRANCE 3 CINEMA, FRANCE 2 CINEMA, MARS FILMS, WILD BUNCH, PANACHE PRODUCTIONS, LA COMPAGNIE CINEMATOGRAPHIQUE, RTBF
Durata: 111
Interpreti: Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo

Rose sembra destinata a una vita senza soprese nel paesino della Bassa Normandia in cui vive: fare la commessa nel negozio di suo padre e sposarsi con il figlio del meccanico, Ma Rose vuole emanciparsi e riesce ad essere assunta come segretaria. Il suo capo ufficio è alquanto ambizioso: comprende che la ragazza è particolarmente dotata nella dattilografia e decide di allenarla perché possa diventare una campionessa di questa nuova disciplina…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è una storia d’amore nel senso più completo di sacrificio di sé a favore di chi si ama, quando è necessario.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena sensuale di rapporto amoroso sbilanciata rispetto al resto del contesto
Giudizio Artistico 
 
Grande cura nella ricostruzione della vita anni ’50 con una storia romantica alquanto prevedibile ma comunque gradevole
Testo Breve:

Alla fine degli anni ’50 una ragazza caparbia conquista il successo (ma anche l’amore) con le gare di dattilografia. Una simpatica commedia secondo lo stile Doris Day.

Ai francesi piace rievocare l’epoca fra la fine degli anni ‘50 e l’inizio anni ’60. Quel momento di transizione fra un mondo ordinato, retto da solide realtà chiuse in se stesse, la famiglia autorevole, le piccole e tranquille cittadine di provincia, il futuro prevedibile dei giovani per una vita già programmata ma anche, le suggestioni che provengono dagli altri mondi che entrano in casa dai televisori, le prime spinte individualiste che vanno ad erodere l’equilibrio conquistato dopo un fine guerra ancora recente.

Come era già successo in Il piccolo Nicholas e i suoi genitori anche in questo Tutti pazzi per Rose, è la vivacità dei colori ciò che caratterizza quel tempo felice e se il primo si compiaceva di mostrarci le aiuole ben curate delle casette a schiera con i primi frigoriferi e i primi televisori, in questo film dell’esordiente Régis Roinsard con esperienza in video clip pubblicitari, ciò che prevale è l’estrema cura nei vestiti e nelle acconciature femminili dell’epoca, a cui fanno eco le copertine delle riviste alla moda, ancora realizzate con foto in bianco e nero ricolorate.

Non sappiamo se la giovane Rose, figlia di un droghiere di un paesino della Bassa Normandia, a cui è stato già prospettato come marito il figlo del meccanico,  abbia maturato il suo desiderio di emancipazione dalle riviste o dalla televisione: è certo che per lei l’unico mestiere che le consentiva all’epoca di sottrarsi a una vita di provincia era quello di segretaria.

Rose riesce a farsi accettare dal signor Louis, titolare di una società di assicurazioni, che intravede in lei una potenziale campionessa per le gare di dattilografia.
Inizia così a delinearsi, in parallelo con il suo rigoroso allenamento pseudo-sportivo per classificarsi alle gare prima regionali e poi nazionali,  la storia romantica fra i due protagonisti ma in questo caso il film cambia i suoi riferimenti: ora rimanda alle commedie americane alla Doris Day (richiamate da subito con lo stile vintage dei titoli di testa), archetipo insuperato di donna indipendente che riesce a preservare un angolo del suo cuore per una bella storia d’amore.

La cosa più stabiliante di questo film è che nonostante l’autore si sia comportato come quei ragazzi di liceo che per scrivere un tema iniziano a prendere brani ricavati da composizioni già fatte (la storia dell’ uomo ricco che prepara una ragazza a raggiungere il successo è imprestato di sana pianta da My Fair Lady) mantiene una sua innegabile originalità.

Merito sopratutto della protagonista, Déborah François, del suo sorriso radioso ma anche delle sue impennate di orgoglio e mentre attende pazientemente che il suo pigmalione le presti attenzione, combatte con decisione le sue gare di velocità fino all’ultimo tasto. 

La figura di Louis (Romain Duris) è più complessa: sopravvissuto alla guerra in un modo non troppo onorevole, incapace di decidersi a dichiararsi a Marye (Bérénice Bejo), la donna che a quel tempo amava, pensa che il suo destino sia sempre quello di farsi da parte, ora che anche Rose ha trovato il successo. Il film, com’è prevedibile, saprà portare Louis a scoprire quali sono i veri valori su cui costruire la propria felicità e quella degli altri.

Il titolo originale del film è Populaire, il nome di una delle prime macchine per scrivere portatili  della marca Japy, in concorrenza con la famosa Valentine Olivetti. Il film riesce a ricostruire sullo sfondo una squarcio della nostra recente storia industriale: nella sequenza finale si accenna all’arrivo della pallina, il brevetto IBM che avrebbe soppiantato i tradizionali martelletti, in concorrenza con la margherita di caratteri della Olivetti. Ma anche questa è storia passaata: nel 1981 arrivò il Personal Computer.

Il film presenta una scena sensuale alquanto sbilanciata rispetto al resto del racconto. Diversamente il film sarebbe stato adatto per tutti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Mercoledì, 28. Maggio 2014 - 22:45


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NIENTE DA DICHIARARE?

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/21/2011 - 22:25
 
Titolo Originale: Rien à déclarer
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2010
Regia: Dany Boon
Sceneggiatura: Dany Boon
Produzione: LES PRODUCTIONS DU CH'TIMI, PATHÉ, TF1 FILMS PRODUCTION, SCOPE PICTURES
Durata: 105
Interpreti: Benoît Poelvoorde, Christel Pedrinelli, François Damiens

Fine 1992. Con il nuovo anno, all'interno degli stati della Comunità Europea verranno abolite le frontiere. I due agenti della dogana Ruben (belga) e Mathias (francese) anche se non si sopportano, dovranno lavorare insieme per formare la prima dogana mobile franco-belga (anzi no, belgo-francese). Come se non bastasse Ruben è innamorato della sorella del collega ma non ha ancora avuto il coraggio di dirglielo....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sia Ruben che che Mathias hanno i loro brutti difetti ma entrambi sapranno superali, il primo con la fede, il secondo con l'amore verso la sua futura moglie
Pubblico 
Pre-adolescenti
Film di buoni sentimenti con qualche breve volgarità e qualche accenno di violenza
Giudizio Artistico 
 
Tecnicamente inferiore nel modo con cui è stato costruito il racconto rispetto al precedente Giù al Nord, il film di Dany Boon beneficia di ottimi attori ed in particolare del comico belga Benoit Poelvoorde
Testo Breve:

Dopo il successo di Giù al Nord, il regista-attone Dany Boon ci riprova a raccontraci una  storia di pregiudizi da superare. Tecnicamente inferiore al precedente, riesce di nuovo ad allietarci con un film comico pulitò e pieno di buoni sentimenti

Messaggio per chi ha già visto Giù al Nord oppure la sua versione italiana, Benvenuti al Sud (copia geograficamente ribaltata del film francese): in Niente da dichiarare dello stresso regista/sceneggiatore/attore Dany Boon si ride ugualmente di gusto,  il racconto è pulito, l’amore trionfa e gli uomini imparano a rispettarsi  anche se è  narrativamente inferiore a quello che è stato un successo ineguagliato in madre patria così come in Italia e negli altri paesi europei.

Non si può far a meno di notare come ancora una volta gli spunti comici si basano su pregiudizi ridotti a barzellette  (i francesi verso i belgi e viceversa) e si gioca sulle differenze di accento fra le due nazioni limitrofe, che vengono completamente perse nel doppiaggio.

Il nuovo film manca di quella armonica orchestrazione  che aveva caratterizzato la prima opera la (creazione del contrasto nord-sud, il formarsi dell’amicizia fra i due protagonisti, il baricentro emotivo e comico all’arrivo della moglie di Philippe al Nord, la conclusione positiva per entrambe le coppie); ora il racconto si complica e progredisce  con un ritmo  oscillante (scontro- riappacificazione-scontro fra i due protagonisti, unione-separazione-riappacificazione fra i due fidanzati).  Il baricentro emotivo viene infine realizzato altrove, alla conclusione di una sotto-trama  poliziesca che poco ha a che fare con il filone principale.

Il film mostra comunque altri pregi, per nulla secondari: l’autore, come già nel film precedente , conferma la tematica etica che è al centro del suo interesse: gli esseri umani mostrano tante debolezze e difficoltà a comprendersi, motivate spesso  dai loro semplicistici pregiudizi ma al contempo trovano in se stessi alcuni valori profondi a cui non vogliono rinunciare e questo stato di tensione interna finisce per  trasformarli e  consente loro superare le loro fragilità.  Se in Benvenuti al Sud i pregiudizi di Philippe si  sfaldano di fronte alla generosità e sincera offerta di amicizia di Antoine e sua moglie supera qualunque ostacolo pur di salvare il matrimonio, qui il conflitto è risolto in  modo originale.

Il personaggio di Ruben, interpretato dal comico belga Benoit Poelvoorde, che questa volta surclassa Dany Boon è, cattivissimo, razzista, indisponente ma ha un riferimento preciso: la sua fede. Irruento e livoroso, sa accettare ciò che il sacerdote gli suggerisce nel confessionale e ritrovare un po’ di  equilibrio, pur nel tumulto del suo animo, ogni volta che si reca in chiesa a pregare.

Anche Mathias, che considera Ruben veramente insopportabile, ha la forza di costruire con lui una salda amicizia, spinto dall’amore per  la sorella di lui,  

L’ironia di Dany Boon è inoltre diventata più sofisticata: nella sequenza iniziale, quando  arriva il primo PC nell’ufficio della dogana gettando nel panico il direttore o più tardi, quando i  doganieri provano a usare il primo cellulare (che funziona malissimo) l’autore sembra voler marcare il tempo che è passato ma non stiamo parlando  di un secolo fa: il racconto è ambientato “solo” nel gennaio del '93.

Certo i contesti in cui viviamo mutano velocemente ma si percepisce nel lavoro di Boon un invito a riflettere sulle trasformazioni che subiamo, in modo da dominarle invece di accettarle acriticamente.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Sabato, 11. Luglio 2020 - 14:30


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THE GREEN HORNET

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/31/2011 - 22:36
Titolo Originale: THE GREEN HORNET
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Michel Gondry
Sceneggiatura: Seth Rogen, Evan Goldberg
Produzione: Original Film Feature Films/ Sony Pictures International
Durata: 120
Interpreti: Seth Rogen, Cameron Diaz, Christoph Waltz, Jay Chou

Britt Reid, rampollo di un magnate delle comunicazioni, spende il suo tempo tra donne, feste e bevute, finché la morte improvvisa (e sospetta) del severo padre lo costringe a prendere le redini del suo impero editoriale. Britt, oltre ad un giornale noto per la sua indipendenza, eredita anche Kato, autista del genitore nonché geniale inventore. È con il suo aiuto che Britt si inventa il Calabrone Verde, per la polizia un delinquente, nella realtà un eroe che lotta contro il crimine

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutto il film si riduce più che a una crociata del bene contro il male ad un conflitto adolescenziale tra bande, che nessuno spettatore adulto potrà prendere sul serio, come pure è assai difficile per il pubblico affezionarsi davvero a questi eroi non solo pasticcioni, ma anche velleitari e privi di motivazioni.
Pubblico 
Adulti
Linguaggio spesso scurrile, una scena di nudo, diverse scene sensuali, alcune scene violente
Giudizio Artistico 
 
Se era probabilmente eccessivo aspettarsi un capolavoro di regia e invenzione è certo però che alla fine della visione, a parte qualche azzeccato lazzo a coloro che credono di salvare il mondo e vogliono pure farlo con un certo stile, resta davvero poco

Ultimo di molti talenti europei rubati a Hollywood, anche il regista francese Michel Gondry, che in molti hanno amato per il suggestivo Se mi lasci ti cancello ma anche per il più singolare L’arte del sogno, e che gli americani conoscono anche per i bizzarri e geniali minifilm che sono i suoi spot pubblicitari, si converte al blockbuster e lo fa in un genere, quello del comic, che negli ultimi anni ha visto una esponenziale moltiplicazione di pellicole.

Tra queste, molti film dimenticabili o francamente brutti (Daredevil), altri di onesto intrattenimento (I fantastici quattro), altri ancora capaci di parlare al pubblico oltre i confini del genere per offrire riflessioni di portata universale (molti della serie degli X Men, ma in misura minore anche il misconosciuto Superman returns). Da Gondry ci si poteva aspettare una rivisitazione del genere quantomeno stimolante e innovativa almeno nella forma.

In realtà questo Calabrone Verde è molto più il figlio della penna di Seth Rogen, che è cosceneggiatore oltre che protagonista, e in passato è stato collaboratore, non solo davanti alla macchina da presa (Molto incinta, Funny People) ma anche di penna, di molti film di Judd APatow.

La scuola del geniale comico americano appartiene in pieno la caratterizzazione dell’eroe (sempre che lo si possa chiamare così) Britt Reid, viziato e capriccioso erede di un impero editoriale che inizia a fare il supereroe un po’ per capriccio (la sua prima impresa è la segatura della testa della statua commemorativa del padre, un uomo onesto, ma anche severo e anaffettivo) un po’ perché attirato dalla possibilità di utilizzare i molti gadget che il suo autista-tuttofare, Kato, inventa e sperimenta nell’immenso garage della sua magione.

La sceneggiatura è piena delle battute (alcune, bisogna ammetterlo, anche molto divertenti) e del linguaggio da caserma tipico di Apatow e alla stessa ispirazione si deve l’ironia sul bisogno di “immagine” cui sono vittime sia gli eroi che i loro antagonisti, qui un cattivissimo mafioso russo dal nome impronunciabile che decide di darsi una rispolverata per continuare a spargere il necessario timore (inutile dire che il soprannome prescelto ha più del ridicolo che del serio).

Se bisogna proprio trovare un eroe positivo di questa storia, in effetti, è al povero Kato (non a caso interpretato da Bruce Lee nella serie televisiva a suo tempo tratta dal fumetto) che bisogna guardare. Spesso insultato, maltrattato e messo ingiustamente da parte dal suo sciocco e capriccioso principale, con cui entra in competizione anche per le grazie della bella segretaria, il cinese resiste finché può, poi si ribella rischiando pure di passare dalla parte del nemico.

Il problema è che alla fine tutto quanto si riduce più che a una crociata del bene contro il male ad un conflitto adolescenziale tra bande, che nessuno spettatore adulto potrà prendere sul serio, come pure è assai difficile per il pubblico affezionarsi davvero a questi eroi non solo pasticcioni, ma anche velleitari e privi di motivazioni.

Se era probabilmente eccessivo aspettarsi un capolavoro di regia e invenzione è certo però che alla fine della visione, a parte qualche azzeccato lazzo a coloro che credono di salvare il mondo e vogliono pure farlo con un certo stile, resta davvero poco. Il pungiglione del calabrone, insomma, è assai spuntato.

  

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MORDIMI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/31/2010 - 22:04
Titolo Originale: Vampires Suck
Paese:  USA
Anno: 2010
Regia: ason Friedberg, Aaron Seltzerg
Sceneggiatura: Jason Friedberg e Aaron Seltzerg
Produzione: Regency Enterprises/Road Rebel
Durata: 80
Interpreti: Jenn Proske, Matt Lanter, Chris Riggi

Becca si trasferisce in una brumosa cittadina del nord degli Stati uniti. Lì consce il misterioso Edward, che si rivela essere un vampiro, ma anche il muscoloso Jacob, che è un licantropo… con conseguenze esilaranti più che spaventose.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Comicità basata prevalentemente su allusioni sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloqui e numerosi riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
L’operazione, che come tutte quelle di questo tipo ha un che di parassitario e sterilmente postmoderno, è ben poco riuscita.
Testo Breve:

Partendo dal fenomeno adolescenziale degli ultimi anni, la saga di Twilight,  si volge in farsa mettendone in luce gli aspetti più paradossali. Operazione mal riuscita e di scarso successo

La formula è semplice: si prende uno (o più) film di successo e lo si volge in farsa mettendone in luce gli aspetti più paradossali. È l’operazione su cui si basano i vari Scary Movie e i loro epigoni (ma a suo tempo anche L’aereo più pazzo del mondo).

Questa pellicola la applica al fenomeno adolescenziale degli ultimi anni, la saga di Twilight, che ha  fatto la fortuna della sua autrice, la mormona Stephanie Meyers (citata esplicitamente nel film), e ha fatto sospirare milioni di ragazzine in tutto il mondo.

Per la verità in questo caso l’ingenuità e la spesso scarsa credibilità della trama dei libri della Meyers (che le pellicola cinematografiche a lei ispirate non hanno mitigato) rendono assai facile la presa in giro e una fruizione “ironica” della storia era già l’unico modo in cui un adulto senziente potesse sopravvivere alla visione dei diversi film.

Sembrerebbe quindi un lavoretto facile quello di mettere insieme le gag necessarie per un lungometraggio: il licantropo costantemente senza maglietta per contratto, il vampiro sospiroso, casto e alla moda (che qui viene scambiato per uno dei Jonas Brothers), la ragazzina apparentemente “sfigata” che però inspiegabilmente piace a tutti, figure che non si devono poi allontanare così tanto dai loro modelli per provocare lo sghignazzo.

Tra i critici c’è chi ha scomodato il confronto con Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski, indimenticato divertissement su argomenti affini. Lì però il regista polacco ha saputo mescolare con ben altro stile il romanticismo vero e assoluto con lo sberleffo irridente, la fascinazione della morte e la noia dell’immortalità in un pastiche le cui coordinate culturali sono estranee al cinema di oggi, sia esso rivolto agli adolescenti o agli adulti.

Eppure l’operazione, che come tutte quelle di questo tipo ha un che di parassitario e sterilmente postmoderno, è ben poco riuscita.

Per quanto possa apparire sciocco e semplicistico a chi teenager non è più, il mondo affettivo della Meyers è per le sue fan adolescenti una sorta di Bibbia del sentimento, e a toccarla si corre il rischio di incorrere negli strali furibondi di una schiera di fondamentalisti di questo culto dell’ossessione amorosa frustrata e rimandata.

Sarà questa la ragione (oltre all’umorismo un po’ greve e non sempre originalissimo) del modesto successo di Mordimi al botteghino sia americano che nostrano. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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