MOONRISE KINGDOM – FUGA D’AMORE

201294 min10+  

La storia è ambientata su un isolotto del New England, nell’estate del 1965. Il dodicenne Sam (Jared Gilman), bambino problematico e orfano di entrambi i genitori, fugge dal campo scout “Ivanhoe”, eludendo la sorveglianza del timido capo Ward (Edward Norton). Sulle sue tracce, oltre ai compagni, si mette anche il solerte capitano di polizia Sharp (Bruce Willis), che rimane interdetto quando, al telefono, si sente dire dai genitori adottivi del ragazzo che non si disturbi a tornare a casa: ne hanno abbastanza dei guai che combina. Da casa Bishop, nel frattempo, è sparita anche Suzy (Kara Hayward), primogenita di Walter (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand). Frugando tra le cose della ragazzina, i genitori scoprono che Sam e Suzy si sono conosciuti un anno prima, che hanno comunicato per mesi tramite lettere e biglietti, e che hanno pianificato questa fuga sin nei minimi dettagli.

Il film tratteggia quell’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un’età particolarmente ostica, in cui la crescita comporta problemi e difficoltà che paiono assurdamente insormontabili. Un gioco intellettuale e un divertimento soprattutto per gli adulti


Valori Educativi



Una storia che vuole essere solo tenera e intraprendente, assurda eppure malinconica, come può esserlo il ricordo di un sogno fatto a dodici anni

Pubblico

10+ Elementi problematici per la visione: cenni di turpiloquio. Una rapida ma molto delicata scena sensuale fra i due ragazzi innamorati

Giudizio Artistico



Il piacere di questi film è soprattutto intellettuale: Wes Anderson ama dipingere la tela cinematografica con colori sgargianti, tinte grottesche, sfumature intimistiche ma surreali

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Moonrise Kingdom non è una commedia tradizionale, né è un film per ragazzi, nonostante i protagonisti siano due preadolescenti. Wes Anderson, che ne è regista e sceneggiatore (insieme a Roman Coppola), è autore di film bizzarri e personalissimi come I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per Darjeeling e, forse il più geniale di tutti, Fantastic Mr. Fox. Chi ha visto anche solo uno di questi titoli, sa che non abbiamo a che fare con narrazioni classiche e con personaggi in cui è facile immedesimarsi. Il piacere di questi film è soprattutto intellettuale: Anderson è un genio matto e sprecone, che ama dipingere la tela cinematografica con colori sgargianti, tinte grottesche, sfumature intimistiche ma surreali. Quello che gli riesce in questo film – che, lo ripetiamo, è rivolto agli adulti – è un ritratto di quell’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un’età particolarmente ostica, in cui la crescita comporta problemi e difficoltà che paiono assurdamente insormontabili.

Sam e Suzy hanno progettato una fuga? Per dove, non lo sanno neanche loro: l’importante è mettersi in marcia e allontanarsi da un contesto che non li accetta per come sono, e nel quale faticano a inserirsi ed esprimersi. Sam è orfano e alle spalle ha due genitori affidatari che non hanno particolare cura di lui. Suzy ha una famiglia normale, ma i genitori hanno perso da tempo la sintonia (si scoprirà che la mamma tradisce il marito con un poliziotto, amico di famiglia) e, anche per questo, crescono i figli con disattenzione. Il film celebra la “fuga” come via per affermare se stessi in un mondo che non ha tempo o voglia di ascoltare gli altri, i diversi. O, più semplicemente, è un film sull’adolescenza, sulla magia di un periodo in cui ogni cosa sembra possibile e ogni fuga nella fantasia sembra promettere un compimento di sé che la realtà impedisce. È un buffo, sofisticato omaggio a quella fase della vita, che è scelta anche come punto di vista: gli adulti sono persone tristi e i bambini più piccoli orribili egoisti. I coetanei, poi, se non sono amici, sono dichiaratamente nemici. Una fase, sembra dire il film, che poi passa: l’età dell’attesa di diventare grandi.

Il film non sembra voler dare risposte nette, non intende essere “educativo” e forse non è neanche lecito chiederglielo. Anderson affida alla sua tavolozza di colori e ai suoi personaggi suonati una storia che vuole essere solo tenera e intraprendente, assurda eppure malinconica, come può esserlo il ricordo di un sogno fatto a dodici anni. Se i ragazzi sono due “outsider”, che nelle loro solitudini si scoprono simili e poi esplorano il sentimento di amore che sta crescendo e che non riescono a controllare (“Tutto il resto l’avevamo pianificato – ammette il ragazzo – ma poi è successa una cosa che non avevamo previsto: ci siamo innamorati”), è nella descrizione del mondo adulto che il film perde un po’ di smalto.

I “grandi” sono per lo più degli inetti, anche se fanno di tutto (o quasi) per essere all’altezza della responsabilità loro richiesta. I genitori di Suzy, quando la ragazza scappa di casa, riconoscono le loro mancanze, però sembrano disarmati di fronte a un compito che sembra più gravoso di quello consentito dai loro limiti. Il poliziotto sa di aver fatto tanti sbagli e vive con il rimpianto di una vita che sarebbe potuta essere (e che non è migliorata neanche con la tresca con la moglie del suo amico). Troverà forse il coraggio di diventare uomo, prendendosi cura delle persone che deve proteggere, scoprendo anche la gioia e il significato della paternità. Il fragile capo scout, incapace di tenere a bada dei ragazzini, si renderà protagonista di un gesto eroico, che gli restituirà la dignità, innanzitutto agli occhi di se stesso.

Sono, queste, possibili tracce tematiche, che abbiamo desunto dal percorso dei personaggi del film, ma che non sono in cima alle preoccupazioni dell’autore del racconto. Il film, l’abbiamo detto, è un gioco intellettuale e un divertimento per adulti, che piacerà a qualche raffinato cultore della materia ma che ha troppe eccentricità per conquistare il grande pubblico. Per chi avrà voglia di vederlo, un consiglio: state attenti alla dimensione sonora e non andate via prima della fine dei titoli di coda. Il film, infatti, esordisce con l’ascolto di Young Person’s Guide to the Orchestra, un pezzo tradizionale di Benjamin Britten, usato per l’educazione musicale dei bambini, dove il musicista spiega il funzionamento di un’orchestra, prima creando variazioni individuali per ognuna delle famiglie degli strumenti (i fiati, gli archi, le percussioni…), poi riunendoli per una fuga (parola chiave del film), prima di riprendere il tema e concludere l’opera. Durante i titoli di coda, le voci narranti dei due giovani protagonisti spiegano come, analogamente, è stata composta la colonna sonora di Alexander Desplat. È lecito chiedersi se non sia stata composta così anche la sceneggiatura.

Autore: Raffaele Chiarulli

Altre Informazioni

Titolo Originale Moonrise Kingdom
Paese USA
Etichetta
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