L'ultimo samurai

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Titolo Originale: The last samurai
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: John Logan,Marshall Herskovitz, Edward Zwick
Durata: 144'
Interpreti: Tom Cruise (Nathan Algren), Ken Watanabe (Katsumoto), Timoty Spall (Simon Graham), Connolly (sergente Grant)

È difficile che la storia del capitano Algren – che richiama quella del sergente John Dunbar (Kevin Costner) in Balla coi lupi – non susciti la nostra empatia. È sempre emozionante vedere un eroe disilluso riscoprire il proprio senso dell’onore. E non è facile sottrarsi alla retorica epica ben applicata dalla convincente interpretazione di Tom Cruise e fedelmente rispettata dalla regia limpida e precisa di Edward Zwick.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'ideale del samurai visto come glorificazione di una forma rituale che implica fare tutto bene (sopratutto combattere) ma non necessariamente battersi per il bene.
Pubblico 
Adulti
A causa delle numerose scene di scontri violenti e atroci (in particolare i suicidi)
Giudizio Artistico 
 
Regia limpida e precisa. Convincente interpretazione di Tom Cruise e Ken Watabe (candidato all'Oscar 2004 come miglior attore non protagonista)

Ma, a ben riflettere, c’è qualcosa che non torna. In cosa consiste l’onore dei samurai, nel quale, ci dice il film, il capitano Algren ritrova la propria dignità? Il modello perfetto di samurai presentatoci è Matsumoto (Ken Watanabe), un signore feudale e alla testa di un piccolo esercito. A dispetto dello scenario arcadico in cui ci viene presentata la vita del suo villaggio, Matsumoto – secondo la tradizione dei suoi antenati – considera onorevoli due cose: la morte in battaglia e l’obbedienza cieca al proprio signore, l’imperatore. Svela la propria identità soprattutto quando rifiuta di deporre la spada prima di entrare nel consiglio dell’imperatore. Dietro la nobile – in apparenza – tenacia nel rispetto della tradizione, si nasconde una rigida opposizione ad ogni cambiamento, una identità marziale sclerotizzata, incapace di trovare un linguaggio diverso da quello della spada.

Alla fine della storia l’eroismo del capitano Algren consisterà nel combattere una battaglia disperata in nome della conservazione di una imprecisata “tradizione” e nell’offrire all’imperatore del Giappone un’obbedienza tale da essere pronto a suicidarsi nel caso lui glielo chieda. A questo punto sorgono i dubbi. Mentre nella cultura occidentale eroe è colui che, coraggiosamente, sa sacrificarsi per una causa buona, il samurai – come rileva una studiosa della cultura giapponese – trova la propria consacrazione nell’atto di fedeltà a prescindere dalla bontà della causa a cui è fedele. La causa non conta. Conta solo la ferma volontà di immolarsi completamente ad essa. Non conta vincere. Anzi, perdere, e perciò non ottenere nulla, confermerebbe l’altruismo dell’eroe e rendendo ancora più nobile il suo sacrificio. Tale concezione si radica nella morale feudale formalmente espressa in testi (in particolare Hagakure di T. Yamamoto) che nel secolo XVII fissarono il cosiddetto bushido, “la via del perfetto samurai”.

Nell’ideale samurai (celebrato anche da film di nicchia come Ghost Dog di Jim Jarmusch e da numerosi anime giapponesi) è possibile trovare una visione nichilistica della società combinata con un messaggio di speranza e gloria. Per quanto corrotto e ingiusto possa essere il mondo, esso non impedisce di essere eroici. Si può scegliere di resistere ai poteri costituiti o li si possono servire secondo le condizioni stabilite. Ciò che davvero importa è che lo si faccia fino in fondo. In una società priva di valori, l’unico onore sarebbe immolarsi per una causa, qualunque essa sia. È interessante notare che l’ideale del bushido, storicamente infondato perché inventato a posteriori da samurai nostalgici di un mondo ormai morto, fu poi sfruttato negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso per indurre i giovani giapponesi ad immolarsi come kamikaze per l’imperialismo giapponese. Dunque il capitano Algren ritrova il senso per cui combattere nel combattere stesso. Se non c’è più un bene per cui battersi (il film non spiega mai quali sia il mondo che i samurai vogliono difendere), allora l’unica possibilità è battersi bene (di qui la glorificazione della forma rituale che darebbe dignità e senso ad ogni gesto). Non è un caso che la prima frase dell’Hagakure è “La via del samurai è la morte”. Ed è difficile sostenere – come ha fatto Tom Cruise nelle interviste che hanno accompagnato l’uscita del film – che questo sia un film pacifista.

Autore: Francesco Arlanch.


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