RKO 281 LA VERA STORIA DI QUARTO POTERE

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Titolo Originale: RKO 281
Paese: USA
Anno: 2000
Regia: Benjamin Ross
Sceneggiatura: John Logan
Durata: 83'
Interpreti: Leiv Schreiber, John Malkovich, James Cromwell, Melanie Griffith, Roy Scheider, Brenda Blethyn

Dietro la sigla del titolo si nasconde quello che da molti è ritenuto il più grande film della storia del cinema, Quarto Potere (Citizen Kane). Negli anni in cui si svolge la storia, infatti, ogni casa di produzione assegnava ad ogni film in corso di realizzazione (e come si vede durante il film, ce n’erano molti contemporaneamente) un numero d’identificazione, che seguiva il nome della stessa casa di produzione, la RKO, per l’appunto. Questo, tuttavia, non era un progetto come gli altri, ma il progetto, dal momento che si trattava del tanto atteso debutto hollywoodiano di quell’Orson Welles che aveva già incantato gli americani sui palcoscenici di tutto il paese, per poi terrorizzarli alla radio con la sua Guerra dei mondi, come ci ricordano le scene d’apertura, in uno stile da cinegiornale che richiama proprio quello di Quarto Potere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L' "Amare a proprio modo" proclamato da Welles vuol dire "possedere" per il protagonista di Quarto Potere e forse "usare" per lo stesso Welles. Appassionata difesa della libertà di espressione
Pubblico 
Adulti
Per alcune scene sessuali e per il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Piacevole ma troppo semplice ricostruzione storica del film più famoso della storia del cinema. Si sarebbe potuto fare di più ma i cinefili perdoneranno

RKO 281, prodotto dalla TV via cavo statunitense HBO (la stessa de La seconda guerra civile americana), ripercorre, infatti, la tormentata genesi di questa famosa pellicola, dalle iniziali difficoltà a “trovare l’idea” (e se il ragazzo prodigio, che non voleva limitarsi a riprodurre il suo successo radiofonico al cinema, si fosse alla fine rivelato tutto un bluff ?) fino alla battaglia contro l’editore Hearst alla cui vita era non troppo liberamente ispirato il lavoro di Welles.

Il cast proposto è promettente: nel ruolo di Welles troviamo Leiv Schreiber, un volto non molto noto (ha al suo attivo ruoli per lo più secondari nei 3 Scream, in Sfera, Hurricane, Hamlet 2000 e Big Night), ma discretamente somigliante all’originale, in quello del fido sceneggiatore alcolista un ottimo John Malkovich (già visto in un'altra ottima ricostruzione: interpretava Murnau ne L’ombra del vampiro); Roy Scheider è il produttore Schafer, James Cromwell l’editore W.R.Hearst e Melanie Griffith la sua amante Marion Davis, mentre Brenda Blethyn interpreta la giornalista Luella Parsons, al soldo di Hearst.

Anche il ritratto del mondo produttivo a cavallo tra anni ’30 e ’40 è affascinante: le feste nel maniero fintogotico di Hearst (fedelmente ripreso da Welles nel suo mostruoso Xanadu), lo star system, gli studi di produzione, per quanto la matrice televisiva dell’operazione sia talvolta percepibile in una relativa povertà a livello di scenografia e costumi.

La personalità affascinante, talvolta irritante e crudele di Welles è tratteggiata con abilità, come pure quella del suo avversario Hearst, tanto più che tra i due, accomunati da un ego piuttosto ingombrante, vengono stabiliti alcuni paralleli (entrambi, per esempio, hanno un “compagno” alcolizzato, lo sceneggiatore Mankiewicz e l’amante Marion, verso i quali hanno un atteggiamento di superiorità talvolta anche sprezzante). La scena risulta divisa equamente tra i due personaggi per tutta la durata del film, forse fin troppo equamente, tanto più che all’editore, nonostante i tratti chiaramente negativi (le simpatie filonaziste, l’antisemitismo, i ricatti e un’indubbia megalomania), è affidata una delle battute più belle del film: “Non c’è nulla da capire. Solo questo: sono un uomo che avrebbe potuto essere grande ma non lo è stato”, pronunciata quando non è stato ancora travolto dalla bancarotta (il che, tra l’altro, fu probabilmente una delle ragioni per cui, alla fine, Quarto Potere poté uscire). In fondo non valgono per entrambi le parole che Welles mette in bocca al suo Kane circa “l’amare a proprio modo”, cioè possedendo, ne caso di Hearst, e, forse, usando nel caso di Welles?

Nella prima parte del film, inoltre, vengono “seminati” tutti quegli elementi (battute, suggerimenti, parole) che diventeranno i “colpi di genio” di Citizen Kane: dal mistero di Rosabella alla passione della giovane amante per i giochi di pazienza.

Segue poi la fase della “creazione”, con la scrittura della sceneggiatura e le riprese del film. Sono momenti che, attingendo alla ricca aneddotica circa il capolavoro di Welles, avrebbero potuto essere sfruttati maggiormente per raccontare il lavoro dentro e fuori dal set. È ricordato ovviamente l’episodio del giovane regista che decide di far scavare nel pavimento dello studio per poter ottenere l’inquadratura dal basso che desiderava, facendo stagliare le figure dei personaggi contro lo sfondo e mostrando, per chiarire la differenza con il teatro, il soffitto dell’ambiente; vi è un rapido accenno ai rapporti con i produttori (la preoccupazione per le inquadrature ripetute anche 50 volte, come pure la rapidità nel girare certi passaggi), ma in definitiva allo spettatore rimangono ancora molte curiosità da soddisfare.

Tra l’altro, è proprio in questa parte che il personaggio di Welles risulta più ambiguo: emergono la superbia e l’egoismo che lo portano a rompere con Mankiewicz, due elementi utili a definire la figura del regista, ma che finiscono per perdersi nei momenti successivi.

A questo punto, infatti, il nodo centrale del film diventa invece la battaglia per Citizen Kane (The Battle over Citizen Kane è anche il titolo del documentario della PBS a cui si è ispirato lo sceneggiatore John Logan, lo stesso di Ogni maledetta domenica e Il Gladiatore). Entrano in gioco i ricatti (che Hearst fa ai produttori ebrei per riuscire ad impedire l’uscita del film), le minacce (la prospettiva è che tutte le copie del film vengano distrutte); in parallelo, tuttavia, vediamo anche la crisi a cui va incontro l’amante di Hearst, nonché il principio del fallimento economico dell’editore (certamente non causato da Welles, ma significativamente contemporaneo alla nostra vicenda), il che, se certamente contribuisce a sfumare l’opposizione dei due personaggi principali, crea però anche una certa debolezza nella linea narrativa del film.

A questo punto Welles (che, in totale incoscienza, già sta progettando un mai realizzato film su Gesù da girare nel Gran Canyon) deve trovare il modo di salvare il suo film e, probabilmente, la sua intera carriera cinematografica; per farlo pronuncia di fronte agli azionisti della RKO un’appassionata difesa della libertà di parola e di pensiero, che contiene anche un toccante riferimento alle vicende, sempre più minacciose, dell’Europa: “Io sono una voce, dice, il mio film è una voce” una voce a cui deve essere permesso si farsi sentire, a dispetto dei voleri di un tiranno; ma aggiunge anche: “Il mio film non è altro che un sogno, un’illusione. Oggi avete la possibilità di far trionfare il sogno.

Con questo discorso Orson Welles salva il suo film, che viene così consegnato alla storia del cinema, osannato dalla critica, ma per lo più ignorato dal pubblico, probabilmente a causa della sua grande raffinatezza, di quel tocco intellettuale da cui il giovane regista era stato messo in guardia fin da principio.

Forse si sarebbe potuto approfondire maggiormente lo spunto contenuto in queste parole, che in qualche modo racchiudono anche il senso e il valore dell’opera cinematografica in generale e di quella di Welles in particolare, mentre questo RKO 281 si ferma a al livello della semplice ricostruzione storica, in ogni caso piacevole ed interessante. Per la stessa ragione, forse, mentre le caratterizzazioni di alcuni personaggi, come quelle dello sceneggiatore Mankiewicz e dell’editore Hearst risultano davvero riuscite, altre sono meno definite (i produttori ebrei, le due giornaliste pettegole).

Nell’insieme, tuttavia, il film merita di essere apprezzato soprattutto da chi è interessato alla storia del cinema e dei suoi protagonisti, a cogliere gli intrecci tra potere e creazione artistica, tra genialità e vincoli produttivi, ma forse anche tra libertà d’espressione e rispetto della privacy e della dignità dei propri soggetti ispiratori (come forse vuole suggerire il peso dato alla vicenda di Marion).

Per gentileconcessione di: Studi Cattolici

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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