THE LAST STATION

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Titolo Originale: The Last Station
Paese: Germania, Russia
Anno: 2009
Regia: Michael Hoffman
Sceneggiatura: Michael Hoffman da un romanzo di Jay Parini
Produzione: Zephyr Films/ Egoli Tossel Film/ Samfilm Produktion/ Andrei Konchalovskij Production Centre
Durata: 112'
Interpreti: Christopher Plummer, Helen Mirren, James MacAvoy, Paul Giamatti, Ann-Marie Duff

Il giovane e idealista Valentin Bulgakov, convinto degli ideali del movimento pacifista ispirato dallo scrittore Tolstoj, viene incaricato da Vladimir Chertkov, che il movimento dirige, di fare da segretario al grande scrittore e nello stesso tempo di tener d’occhio la contessa Sofija, sua moglie. La donna, infatti, si oppone al desiderio del marito di lasciare tutti i suoi averi e i diritti dei suoi libri al popolo russo. Valentin parte convinto di svolgere una missione, ma l’appassionato per quanto contrastato rapporto tra Tolstoj e Sofija, e l’incontro con l’amore metteranno alla prova le sue convinzioni…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Contrasto tra amore umano e spinta ideale, tra passione fisica e spirituale, dove però la confusione nella messa in scena non aiuta il pubblico a comprendere chiaramente quale sia la tesi dell’autore
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali e nudità
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra un quadro confuso di Tolstoj e famiglia, un difetto forse poco perdonabile in una pièce come questa, volutamente a tesi. Ottima recitazione di tutti i protagonisti

Lo scrittore Lev Tolstoj, l’autore di romanzi immortali come Guerra e Pace e Anna Karenina morì nel 1910 nella stazioncina ferroviaria di Astopovo (quella del titolo) dispersa nella steppa russa, in fuga dalle tensioni familiari, confuso e delirante, l’ombra dell’intellettuale geniale e autorevole che era stato, ispiratore di milioni di persone oltre che interprete profondo dell’animo russo.

Da questo ambiguo epilogo trae spunto la pellicola di Michael Hoffman per costruire un affresco sul contrasto tra amore umano e spinta ideale, tra la passione terrena e fisica e quella ascetica e spirituale, dove però la confusione nella messa in scena non aiuta il pubblico a comprendere chiaramente quale sia la tesi dell’autore.

Al centro della vicenda c’è l’anziano Tolstoj, il cui cuore, ma anche i beni terreni, sono contesi da un discepolo dall’aria un po’ ambigua (l’infido Paul Giamatti), ma dai motivi apparentemente specchiati, e dall’amore esigente, appassionato e talora soffocante di una moglie che reclama rumorosamente i diritti di un matrimonio cinquantennale.

A fare da spettatore inevitabilmente partecipe un giovane dall’animo puro, che condivide gli ideali di Chertcov ma viene inevitabilmente commosso dal romanticismo inerme e dai ricatti ingenui di Sofija. Che la passione terrena abbia dalla sua carte potenti lo dimostra la facile resa di Valentin (fino a quel momento, coerentemente con il suo credo, vergine) alle profferte della bella Masha, ospite della “comune” fondata dai “tolstojani” di cui ha una personale idea un poco sessantottina.

A questa resa di fatto, però, non corrisponde in Valentin una presa di posizione chiara, tanto che il giovane, al momento della scelta suprema, con la fuga del maestro, si schiera dalla parte di Chertkov, salvo poi pentirsi solo all’ultima ora.

In mezzo ai contendenti un Tolstoj eccessivamente ascetico e spirituale per i bisogni di Sofija (che rivendica il proprio ruolo anche nel processo di creazione artistica dello scrittore), ma anche troppo umano per coloro che ne vorrebbero fare un santo, un simbolo e un martire. Un conflitto questo, che assume un valore simbolico anche in rapporto alla “proprietà” ideale dell’opera di Tolstoj, irriducibile sia a una sublimazione del dato biografico che a una speculazione ideale slegata dalla carne che l’ha prodotta.

Il punto di vista, ingenuo ma sostanzialmente positivo, è quello di Valentin che diventa a sua volta oggetto di contesa, con la sua tensione ideale troppo facilmente messa alla prova dalla debolezza della carne, ma ancor più dall’esigente pretesa del sentimento.

Se sulla sua vicenda il pubblico non fatica a prender posizione, più confuso (e certo molto al di là della volontà degli autori) resta il quadro di Tolstoj e famiglia, un difetto forse poco perdonabile in una pièce come questa, volutamente a tesi. A salvare e nobilitare l’operazione ci pensano le ottime interpretazioni: Helen Mirren, fragile e potente aralda del romanticismo coniugale, Paul Giamatti, sacerdote spietato della santificazione in vita del maestro, Christopher Plummer, testardo, ma decadente Tolstoj, ma anche James MacAvoy, che ritrova qui l’idealismo innocente e pieno di fascino del suo personaggio di Espiazione.

Autore: Franco Olearo


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