HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE

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Titolo Originale: Harry Potter and the sorcerer's stone
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Chris Columbus
Sceneggiatura: Steven Kloves
Produzione: Warner Brothers
Durata: 152'
Interpreti: Daniel Redcliff, Emma Watson, Richard Harris, Ian Hart, Alan Rickman, Maggie Smith, Fiona Show, John Cleese

Non si può considerare “Harry Potter e la pietra filosofale” semplicemente un film né limitarsi ad ampliare la considerazione fino al libro da cui è tratto molto fedelmente (il primo di una serie di sette previsti dall’autrice ormai miliardaria; nel frattempo è in lavorazione la seconda pellicola).

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo "predestinato" trasmette amicizia, coraggio, generosità in un mondo statico, dove nessuno si evolve: i buoni restano buoni ed i cattivi restano cattivi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene impressionabili
Giudizio Artistico 
 
Film rigorosamente fedele al libro, ricco di effetti in computer grafica, mostra una narrazione un po' meccanica ed i personaggi risultano poco approfonditi

Herry Potter, infatti, è ormai un intero mondo, un fenomeno che, grazie anche ad accortissime operazioni di marketing, nel giro di pochi anni ha invaso l’immaginario di milioni di bambini (e svuotato i portafogli dei loro genitori) attraverso i suddetti volumi, ma anche tramite gli album di figurine, gli oggetti, le carte per giocare, i videogiochi e, alla fine, anche attraverso le immagini potentemente evocative della pellicola.

Istintivamente verrebbe da ringraziare davanti ad un così inatteso e insperato ritorno dei ragazzi alla carta stampata (si pensa ora addirittura di pubblicare una versione in latino e greco antico come supporto di studio!), ma prima di unirsi al coro dei fan del giovane apprendista mago vale la pena cercare di cogliere almeno qualche elemento interessante dell’evento “Harry Potter”, almeno in parte connesso ad un più generale momento di rilancio del genere fantastico.

Non si può dimenticare, infatti, che a breve è prevista l’uscita del primo film ispirato alla celeberrima saga di Tolkien, Il Signore degli Anelli, un classico di questo genere (ma anche, a detta di autorevoli critici, un pezzo importante della letteratura inglese di questo secolo) a cui i lavori della Rowling sono stati spesso (impropriamente a mio avviso) accostati, più in virtù del successo ottenuto che per una reale similarità dei contenuti.

Un altro particolare interessante è che la saga di J.K. Rowling ha coinvolto anche gli adulti in un primo tempo in veste di finanziatori dei piccoli appassionati, poi anche come lettori, al punto che l’editore inglese ha pubblicato una versione con copertina grigia destinata agli adulti timorosi di tradire la loro curiosità. Un fatto che di nuovo richiama alla memoria quanto accadde più di cinquant’anni fa alla pubblicazione de Lo Hobbit, la fiaba per bambini di J.R.R. Tolkien presto diventata un culto per intere generazioni di giovani e adulti.

Certo non può essere un caso che un così massiccio ritorno alla lettura si verifichi a partire dal recupero della dimensione della fiaba, da racconti magici, ma al contempo per certi versi realistici e serissimi, capaci dunque di veicolare temi forti e significativi per la crescita dell’individuo e la sua formazione.

In effetti autorevoli esperti hanno speso fiumi di parole per spiegare il fenomeno Harry Potter. Si dice da un lato che i bambini trovano in esso il modo di esorcizzare le paure molte di questi tempi (più di recente la guerra, ma  anche più in generale le tensioni del mondo contemporaneo) attraverso la lotta vittoriosa di un bambino un po’ speciale contro il malvagio Voldemort; va notato, però, che i romanzi della Rowling (divenuta così potente da aver potuto dire la sua anche sulla sceneggiatura del film, la scelta del cast, rigorosamente made in England, e molti particolari della scenografia) hanno costruito il loro successo in questi anni a prescindere dalla contingenza degli eventi e puntando invece a rinnovare generi e contenuti che da sempre fanno parte della letteratura per ragazzi, ottenendo una miscela di straordinario successo.

In Italia non sono poi moltissimi a conoscere Le Cronache di Narnia di C.S.Lewis (amico e collega di Tolkien) che in un certo senso, con le loro avventure di ragazzini all’interno di un mondo di magia (anche se dai significati fortemente simbolici o addirittura allegorici) fanno da ponte tra il fantasy vero e proprio e le storie di Harry Potter; nei romanzi fin qui pubblicati dall’autrice inglese, inoltre, si sfrutta il patrimonio dei racconti di formazione ad ambientazione scolastica tanto familiari al pubblico britannico (Hogwarts è modellata sulle boarding school anglosassoni, con tanto di case, prefetti, competizioni, inimicizia tra ragazzi e così via: cambiano solo le materie di insegnamento), rielaborati in modo da offrire una visione dell’apprendimento tendenzialmente più positiva e stimolante: è la scuola, certo, con la fatica dello studio e gli screzi con i compagni, ma in un contesto che rende il tutto molto più entusiasmante.

Il compito del primo volume/film di Harry Potter è ovviamente quello di presentare l’eroe e introdurre lo lettore/spettatore in un contesto nuovo destinato a divenire presto familiare, finché, cioè, scope volanti, pozioni, incantesimi, ma anche dolciumi come le cioccorane e le gelatine “mille gusti più uno” gli parranno naturali quanto il mondo in cui si muove ogni giorno. In questa prima storia il passaggio è facilitato (ma anche banalizzato) dall’essere abbastanza netto e privo di ripensamenti: una volta introdotto nella sua nuova vita di mago Harry non ha più nulla a che fare con il mondo dei Babbani (cioè privi del dono della magia – e, quindi, anche di quello della fantasia?!?), non si interroga sul rapporto tra mondo dei maghi e vita “normale”: semplicemente accetta la sua nuova (ritrovata) identità e comincia la sua avventura.

La storia è semplice ed esemplare: dopo un’infanzia di soprusi e umiliazioni ad opera dei perfidi zii gabbani, infatti, al compimento degli 11 anni Harry riceve la lettera di ammissione alla prestigiosa scuola di magia di Hogwarts; da questo momento in poi gli elementi magici, a partire dalle lettere che si moltiplicano e lo raggiungono ovunque gli zii cerchino di nasconderlo, finiscono per invadere la scena fino a mettere all’angolo il mondo che conosciamo. Dopo un giro di compere in negozi che forniscono bacchette magiche e pentole per pozioni, Harry parte dal binario 9 e ¾  per la sua nuova scuola. Qui si fa degli amici (in particolare l’impacciato Ron e la studiosissima Hermione), ma anche dei nemici, come è giusto che sia per un piccolo eroe che porta sulla fronte il segno della sua elezione. Harry, infatti, ancora in fasce, è sopravvissuto all’attacco del malvagio mago rinnegato Voldemort e ciò fa di lui l’oggetto di grandi speranze, timori ed invidie. All’interno del magico castello Harry, sotto l’occhio vigile del saggio Albus Silente, avrà modo di conoscere una parte della verità sulla sua storia e il suo destino e dovrà cominciare quel percorso di crescita e maturazione che, pur con certi limiti e perplessità, costituisce la forza e il fascino di questa saga.

La realizzazione di questo film, resa possibile solo grazie alle nuove tecnologie digitali (come restituire in modo credibile, altrimenti, le eccitanti partite di Quiddich, una sorta di calcio/rugby giocato sulle scope volanti?) segna una svolta importante nelle tendenze del cinema dei prossimi anni (anche perché sono previsti almeno tre seguiti, compatibilmente con la crescita dei giovani attori protagonisti).

Da sempre la trascrizione visiva dei romanzi fantasy ha costituito una sfida (quasi sempre perduta) per il cinema. La ricchezza di immagini e invenzioni che le parole di autori più o meno pregevoli era in grado di raggiungere mal si conciliava con i limiti della macchina filmica. In questo caso poi la fama internazionale ottenuta dai romanzi della Rowling imponeva uno sforzo di verosimiglianza davvero eccezionale per non deludere i piccoli fan.

Da questo punto di vista si può dire con tranquillità che il film ha mantenuto le sue promesse: salvo alcuni contenutissimi tagli lo svolgimento del romanzo è praticamente integro e, stando ai commenti degli giovani spettatori, le scelte di cast (quello degli adulti talmente ambizioso da risultare quasi sprecato) e la scenografia rasentano la perfezione. Una correttezza e un’ortodossia (garantite dal ferreo controllo dell’autrice) che forse, è la sensazione di scrive, rischiano di essere un difetto più che un pregio testimoniando la rinuncia a cercare nella trasposizione cinematografica un approfondimento ulteriore rispetto alla pagina scritta.

Mentre non si può fare a meno di registrare l’entusiasmo quasi senza riserve dei bambini che hanno visto il film, un dato che non può essere ignorato nel valutare una pellicola di questo genere, chi scrive non può non dare conto anche di un senso di fatica e talvolta persino di noia nell’assistere a questo grande spettacolo pieno di bellissimi effetti e trovate sorprendenti. Non sono tanto le due ore e mezzo della pellicola (negli ultimi anni molti ottimi film ci hanno abituato a spettacoli lunghi), quanto la meccanicità della narrazione, che troppo spesso finisce per assomigliare ad un gioco di ruolo o ad un videogame nel suo accumulare elementi magici (cappelli parlanti, scale che si muovono, specchi magici, mantelli che rendono invisibili, scacchi stregati) uno dopo l’altro, che lascia in ombra lo spessore psicologico delle scelte personali e disperde l’aura di mistero e incantamento, ma  anche di ironia, presente almeno in parte nel romanzo.

Da rilevare che il protagonista, eletto e predestinato tanto che il suo solo nome pare funzionare come una parola magica, in definitiva nel corso della storia non va incontro ad un vero cambiamento e che la sua maturazione interiore risulta poco significativa. Tutto quello che Harry Potter fa, infatti, dipende quasi deduttivamente da ciò che è: è Harry Potter quindi è un mago dal talento naturale eccezionale, un ottimo giocatore di Quiddich e così via; di fatto non ha e non compie alcuna scelta importante (nemmeno nel finale a ben vedere, dove la soluzione del conflitto viene ancora una volta da una qualità che si trova a possedere senza saperlo) tanto è vero che tutto ciò che Harry impara in termini affettivi e non solo viene comunicato verbalmente (spesso dal voce del saggio Albus Silente) più che emergere da azioni e situazioni.

Pur apprezzando lo sforzo creativo e le trovate del film, quindi, a mio avviso è doveroso rilevare le mancanze di questa storia (che, ricordiamolo, in definitiva è la stessa del romanzo della Rowling) presenta sia a livello di costruzione che a livello di contenuti.

La figura del protagonista, infatti, “il bambino che è sopravvissuto” (un nuovo Mosè? Una figura cristologica?), pur veicolando una serie di valori altamente positivi (l’amicizia, il coraggio, la generosità), lo fa in modo piuttosto esplicito, si potrebbe dire quasi superficiale, una sorta di lezione più che il prodotto di una immedesimazione con gli eventi. Harry Potter, tra l’altro, gode come si è detto di uno status particolare e privilegiato che, se in un primo tempo lo allontana dal mondo di frustrazione in cui è ingiustamente cresciuto, in un secondo tempo lo proietta in una nuova realtà già dotato di quanto gli occorre per riuscire. Si tratta di un impoverimento dell’identità del personaggio, un impoverimento che di fatto colpisce anche le altre figure della storia : i buoni, infatti, lo sono senza riserve e i cattivi senza speranze (fatto comprensibile per quanto riguarda il malvagio Voldemort, ma meno accettabile per i ragazzini coetanei di Harry), più simili a funzioni che a personaggi a tutto tondo.

Se questo può essere ricondotto almeno in parte ad una scelta si fedeltà al modello archetipico della fiaba (con la forza modellizzante che ciò comporta), è più discutibile nel caso di un romanzo contemporaneo e di una pellicola cinematografica in cui il mondo “ri-creato” dalla fantasia comporterebbe uno sforzo di approfondimento e di analisi psicologica per non essere un semplice duplicato in cui dar libero sfogo alle proprie risorse di fantasia (nel caso della Rowling davvero ampie e persino dotte). In questo caso, però, esso risulta tanto perfetto quanto artificiale, certamente capace di stupire e affascinare, ma in misura minore di trasmettere con sottigliezza ed efficacia valori e modelli di comportamento forti e positivi, di rappresentare con semplicità e autorevolezza le grandi questioni del bene e del male, del dolore e della fatica della crescita, ma anche il valore del sacrificio e il mistero della morte.

Per gentile concessione di Studi Cattolici

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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