THE DEPARTED IL BENE E IL MALE

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Titolo Originale: The Departed
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: William Monahan che adatta soggetto di Siu Fai Mak e Felix Chong dal film di Wai Keung Lai e Siu Fai Mak del 2002 Internal Affairs
Produzione: Graham King, Brad Grey, Brad Pitt, Gianni Nunnari
Durata: 149'
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Vera Farmiga

A dispetto della solennità di simboli e riti pubblici, le istituzioni si fondano sul marciume di un’animalesca lotta tra uomini guidati da istinti retrivi. Dopo una trama che ha deluso alcuni, ma la maggior parte del pubblico trova emozionante, anche perché sostenuta da una notevole prova attoriale di Leonardo Di Caprio, questo potrebbe essere il messaggio –non certo incoraggiante- che arriva allo spettatore dall’ultimo gangster movie diretto da  Scorsese. Un film molto lodato dalla critica, che ne ha esaltato le qualità rispetto ai recenti passi falsi di Gangs of New York e di The Aviator.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo spettatore rischia di trovarsi con un banale quadro disfattista. La polizia è corrotta, la mafia è infiltrata. A questo si aggiungano i pochi ma veramente gratuiti e offensivi riferimenti alla corruzione del clero, dove tutti i preti sono pedofili e le suore ninfomani.
Pubblico 
Maggiorenni
Violenza accanita, turpiloquio, una scena a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
La regia barocca, gli inserti di melodramma, la violenza plateale non basta a coinvolgere davvero lo spettatore. I dialoghi sono spesso troppo veloci; la truculenza, inoltre, peccando per eccesso e ripetitività, finisce anche per avere un po’ del ridicolo.

Billy Costigan (Di Caprio) e Colin Sullivan (Matt Damon), due poliziotti di Boston freschi di addestramento, senza conoscersi, sono inghiottiti da destini pari e contrari. I superiori, cancellatagli l’identità di onesto cittadino e assegnatagliene una da pregiudicato, infiltrano Billy nella mafia locale. Il giovane deve fare la talpa, servendo il tracotante boss Frank Costello, cui l’interpretazione di Jack Nicholson, aiutata dalla voce di Giancarlo Giannini, fa sprizzare mania d’onnipotenza da tutti i pori. Sul fronte opposto, Colin, in apparenza agente dal futuro luminoso, è stato cresciuto da Costello e ne è l’informatore segreto tra le forze dell’ordine. Che la polizia lavori per sventare un traffico di microchip con i cinesi, e che la mafia si adoperi invece per la riuscita dell’affare, fa tuttavia poca differenza. I due campi sono, infatti, dominati da una logica che gli autori si compiacciono di descrivere come analoga e affine, all’insegna dell’autoaffermazione e della prepotenza. Soprattutto, è sempre meno chiaro chi da una parte è l’infiltrato dell’altra, e viceversa. Ciascuno preda di un gioco di finzione che rischia ad ogni momento di andare fuori controllo, Billy e Colin si innamorano della stessa donna, entrano in rotta di collisione con i rispettivi mandanti, alla fine si scontrano tra loro. Ma il valore della verità non ne trarrà grande profitto.

Il film sposa la convenzione del film di mafia – sul modello di Quei bravi ragazzi – per sviluppare una metafora dell’America come nazione retta dalle trame, dagli spionismi, dalle messe in scena di un potere arrivista che tiene buona la gente nascondendo le proprie malefatte sotto la retorica patriottica. La cupola dorata del palazzo del governo del Massachussetts è l’immagine di chiusura che sigilla l’idea e allude alla Casa Bianca e all’amministrazione Bush.

La regia barocca – le iridi che si chiudono in nero sui personaggi, gli inserti di melodramma, la violenza plateale con il sangue che schizza, ostentato come a voler sottolineare la finzione in cui il film stesso consiste – non basta a coinvolgere davvero lo spettatore. I dialoghi, che fanno scialo di rapidità, allusioni e spirito caustico, sono spesso troppo veloci perché uno capisca bene la ragione per cui due personaggi si stanno insultando. La truculenza, inoltre, nel suo crescendo, vorrebbe forse denunciare un intento metalinguistico, ma, peccando per eccesso e ripetitività, finisce anche per avere un po’ del ridicolo. Uno smodato sciorinamento di telefonini Samsung contribuisce a incrinare le atmosfere.

Soprattutto, però, la storia fatica ad interessare lo spettatore nel profondo. In primo luogo, l’incipit è tutto su personaggi che appaiono cattivi o fortemente problematici e al pubblico manca un chiaro termine di riferimento morale che lo guidi nell’intersecarsi delle simulazioni. Il buono è Di Caprio, ma sui motivi della sua bontà – l’essersi arruolato sull’esempio dell’umiltà del padre morto – passa solo qualche velocissimo resumé verbale che rischia di essere dimenticato.

Inoltre, al fianco del boss Costello, l’agente sotto copertura si adatta troppo facilmente ai pestaggi mafiosi e ciò va a detrimento della sua simpatia. La figura paterna del Capitano Queenan, cui Martin Sheen dà un’aura di onesta bonomia, si contraddistingue tanto per buoni sentimenti, quanto per inefficacia.

Ma soprattutto il tema morale che veniva seminato all’inizio (quanto influiscano i condizionamenti dell’educazione prima e della situazione concreta poi, sull’orientamento morale di una persona, il dramma di un’identità che per certi versi sembra fatalmente predeterminata e per altri li sfida continuamente a scegliere chi vogliano davvero essere, che fede vogliano davvero abbracciare), viene troppo spesso sopraffatta dalle intenzioni della regia e poi abbandonato in un finale grandguignolesco che letteralmente butta via il tema, per accontentarsi di sorprese e sparatorie che non danno ai nostri personaggi principali l’occasione di prendere una decisione definitiva sulla loro vita. Non c’è né decisione, né retribuzione: un finale che molti spettatori hanno giustamente avvertito come deludente perché conclude le vicende ma non “conclude” la parabola narrativa in cui consiste ogni buona storia.

Così, invece di una riflessione sui condizionamenti, le tentazioni e la forza morale di fare il bene o il male (come suggerisce il sottotitolo italiano e come si intuisce in alcuni bei passaggi della vicenda, come il breve e intenso momento in cui Billy trova rifugio a casa del suo capitano), rimane un generico gioco di specchi e di rovesciamenti fra apparenza e realtà, ma soprattutto lo spettatore rischia di trovarsi con un banale quadro disfattista. La polizia è corrotta, la mafia è infiltrata e forse l’Fbi la tollera per oscuri motivi… A questo si aggiungano i pochi ma veramente gratuiti e offensivi riferimenti alla corruzione del clero, che fanno apparire  la Chiesa cattolica come complice del vizio, dove tutti i preti sono pedofili e le suore ninfomani.

Non resta allora che aggredirsi l’un l’altro, gonfiando un bubbone sanguinolento che le cornamuse e le bandiere a stelle e strisce delle esequie di Stato nascondono al popolo bue.  

Autore: Franco Olearo


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