THE BLACK DAHLIA

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Titolo Originale: THE BLACK DAHLIA
Paese: USA/Germania
Anno: 2006
Regia: Brian De Palma
Sceneggiatura: Josh Friedman
Durata: 120'
Interpreti: Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Aaron Eckhart, Hilary Swank, Mia Kirshner

Hollywood, 1947. I poliziotti Lee Blanchard e Bucky Bleichert indagano sull’assassinio dell’aspirante attrice Betty Short, barbaramente uccisa e mutilata. Mentre Blanchard matura per il caso una vera e propria ossessione, incrinando il rapporto con la fidanzata Kay, Bleichert è sempre più attratto da Madeleine Linscott, figlia di un magnate dell’edilizia, che si rivela stranamente legata alla vittima.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Difficile trovare, in tutto il film, un momento in cui questa Hollywood cupa e sanguinaria, abbia un attimo di vera pietas e giusto orrore di fronte a un delitto così bestiale
Pubblico 
Maggiorenni
Violenza, dettagli macabri, scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
Anziché puntare a una narrazione lineare e incalzante, il film si perde nella contemplazione delle sue stesse immagini, quasi sganciandole dalla storia, assemblata dentro un groviglio narrativo dove è difficile distinguere il plot principale dalle sottotrame. Belle scenografie di Dante Ferretti

Reduce da un glorioso passato remoto e da qualche recente insuccesso, Brian De Palma non sembra aver imparato dai suoi errori. Questo adattamento dell’omonimo romanzo di Ellroy punta su una ricostruzione sontuosa ed estetizzante, infarcita di suggestioni visive, quasi pittorica, ma nonostante l’enorme dispendio espressivo profuso, non riesce mai ad attirarci nelle spirali della storia e nell’intimo dei suoi personaggi. Anzi, la regia spesso sembra andare apertamente “contro” la storia, distraendo dalla narrazione l’occhio dello spettatore.

Ritroviamo dunque nella Dalia nera l’esaltazione dell’immagine fine a se stessa già vista nell’ultimo Femme Fatale, che qui non rende certamente un buon servizio al romanzo di Ellroy. Anziché puntare a una narrazione lineare e incalzante, che semplificasse e “razionalizzasse” il complesso materiale narrativo del romanzo, il film si perde nella contemplazione delle sue stesse immagini, quasi sganciandole dalla storia, assemblata dentro un groviglio narrativo dove è difficile distinguere il plot principale dalle sottotrame. La voice over del protagonista, Bucky, tenta di supplire ai buchi della trama attraverso contorti collegamenti tra passato e presente, ma finisce per caricare lo spettatore di troppe informazioni, che non restano nella memoria.

De Palma attinge a piene mani dall’immaginario del noir, immergendo il film in una luce spettrale, enfatizzando l’elemento voyeuristico e accumulando stereotipi (bionda burrosa, femme fatale, detective attratto dal lato oscuro dei suoi indagati) che però restano privi di profondità, forse anche per colpa di attori non sempre all’altezza, o comunque sprovvisti del carisma e dell’età anagrafica richiesti dai loro personaggi. Le pose da diva anni Quaranta di Scarlett Johnasson, l’amplificazione dei dettagli visivi, i virtuosismi delle riprese diventano più importanti degli snodi del racconto: gli attori sembrano in posa per la macchina da presa, prima ancora che impegnati a dare vita ai loro personaggi.

È difficile, soprattutto nella seconda metà del film, capire i rapporti che legano il brutale assassinio della Dalia Nera ai personaggi della storia e alle loro vite precedenti. Ed è anche difficile trovare, in tutto il film, un momento in cui questa Hollywood cupa e sanguinaria, costruita su legna marce, abbia un attimo di vera pietas e giusto orrore di fronte a un delitto così bestiale, e a una vita, quella della giovane Betty, stroncata nei suoi sogni di felicità, ancora prima che nel suo corpo.

L’impressione è che il delitto sia solo un pretesto per ricreare uno spettacolare palcoscenico ispirato alla Hollywood degli anni Quaranta, abitato da una galleria di statue di cera, bellissime, inquietanti, ma prive di vita; così il racconto di Ellroy, nelle mani di De Palma, diventa in fondo un pretesto per lavorare sull’immagine, dilatarla, manipolarla, in un gioco affascinante ma sterile, che suggestiona, ma non coinvolge.

Ogni cosa, nella Hollywood ricreata dalle scenografie di Dante Ferretti, sembra annegare nella corruzione: nessuno è innocente, neppure i due “eroi romantici” della storia, Bucky e Kay, che tuttavia, alla fine, sembrano ottenere la possibilità di ricominciare. Ma nessuno si commuoverà davanti al loro abbraccio, perché senza spessore, senza profondità, non ci può essere vero dolore, né vera redenzione.

Autore: Franco Olearo


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