ALPHA DOG

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Titolo Originale: ALPHA DOG
Paese: Usa
Anno: 2006
Regia: Nick Cassavetes
Sceneggiatura: Nick Cassavetes
Produzione: Sidney Kimmel e Chuck Pacheco
Durata: 117'
Interpreti: Bruce Willis, Sharon Stone, Emile Hirsch, Justin Timberlake, Ben Foster, Anton Yelchin Produzione: Sidney Kimmel e Chuck Pacheco

Ricercato per spaccio di stupefacenti, rapimento e omicidio, Jesse Truelove on i suoi 19 anni è il più giovane criminale iscritto nella lista nera dell' FBI...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Cassavetes, formalmente impegnato in un'indagine sociologica sulle devianze della gioventù americana, dipinge il solito quadro patologico disfattista, senza vie d’uscita. lasciando trapelare una qualche fascinazione per questi comportamenti
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio costante, scene di nudo, di sesso, di violenza, di alcolismo, di droga.
Giudizio Artistico 
 
Il film è monocorde, noioso e la dinamica psicologica dei personaggi è così labile da lasciare lo spettatore poco coinvolto

a banalità del male ha travolto la gioventù americana. È il messaggio di un modesto film di indagine sociale, tanto estremo nei contenuti, quanto poco illuminante per capire lo sbandamento dei teenagers  Usa.

I ragazzi “bene” di Los Angeles crescono senza scopi, tra un festino e l’altro. L’unico modello da imitare, quello proposto dalla musica rap. Più precisamente, è il genere del “gangsta rap”, in voga negli anni Novanta, ad influenzare le menti vuote dei ragazzi: si tratta di canzoni che, sul caratteristico ritmo tribale della musica da ghetto nero di metropoli, raccontano lo stile di vita delle gang, tutto sesso e violenza.

Johnny Truelove (Hirsch), campione di questa generazione sbronza e drogata, è il capo non troppo sicuro di una piccola banda e fa soldi spacciando stupefacenti ai coetanei. Quando Jake Mazursky (Foster), un neonazista strafatto del suo giro, non gli salda un debito e per giunta lo minaccia, Johnny gli rapisce il quindicenne fratello Zack (Yelchin). Tra una partita di videogame e una fumata di marijuana, tra una gara a chi si scola più alcool e gli amplessi con diciottenni vogliosissime, l’ostaggio si trova bene con i sequestratori e loro con lui. Nonostante ciò, come se nessuno avesse la forza di sottrarsi ad una notizia di cronaca nera già scritta, Zack finirà crivellato da una mitraglietta.

Il fatto vero cui il film si ispira è avvenuto nella scuola frequentata dai figli del regista e sceneggiatore Nick Cassavetes. Spinto dai loro discorsi, impressionato dalla nascita di un sorta di leggenda giovanile intorno alla figura dell’assassino, Cassavetes si è messo sulle tracce del disagio adolescenziale, senza venire a capo.

Certo, il film dice che c’è un’enorme carenza morale negli adulti: i genitori sono drogati come i figli, vanno a puttane o cercano lo sballo con il coniuge almeno una volta all’anno e, anche quando provano a fare gli assennati, lo fanno in modo molto poco convinto – Bruce Willis che interpreta il padre del giovane boss – o inefficace – la madre della vittima, interpretata da Sharon Stone –.

Certo, il film dice che la cultura pop e i videogiochi violenti non aiutano.

Certo, il film sottolinea il contrasto tra l’atrocità della vicenda e le ambientazioni benestanti, le ville con piscina e gli arredamenti da copertina di AD. Come a dire: quando hai troppo, si genera il vuoto.

Appunto, però, approfondire questo vuoto, spiegare dalla lacuna di che cosa esso scaturisca, mostrare un barlume di possibili soluzioni, doveva essere preoccupazione dell’autore. Invece, Cassavetes dipinge il solito quadro patologico disfattista, senza vie d’uscita. Nell’accurata resa di morbosità ed eccessi, oltretutto, il regista ci dà dentro, lasciando intuire una qualche fascinazione per questi comportamenti: un po’ come Kubrick in Arancia Meccanica.

Inoltre, al di là del male che attecchisce senza la spinta di motivazioni stringenti nella mente di chi lo perpetra – e va bene, lo si è detto: è il sempre accattivante tema della banalità del male –, la storia del film non fornisce motivazioni anche quando dovrebbe darne: per esempio, il boss è una figura piuttosto insicura, certo non è la personalità “alfa” – la personalità da maschio aggressivo dominante cui il titolo allude – che possa convincere alla devozione gli sgherri che, invece, lo seguono rispettosi nelle sue tristi imprese. In altre parole, la dinamica psicologica dei personaggi è così labile da lasciarne lo spettatore poco coinvolto. Per questo, quando la voglia di uscire dal cinema si fa strada nel pubblico, non è solo, come dice Cassavetes, perché la sua opera voleva creare disagio, repulsione rispetto a comportamenti negativi: è anche perché il film è monocorde, noioso.

Autore: Franco Olearo


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