10 GIORNI SENZA MAMMA

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Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo


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