CHE LA FINE ABBIA INIZIO

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Titolo Originale: Prom Night
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Nelson Mccormick
Sceneggiatura: J. S. Cardone
Durata: 90'
Interpreti: Brittany Snow, Scott Porter, Jessica Stroup, Dana Davis

Donna era in casa quando un killer aveva ucciso  i genitori e il fratello più piccolo. A meno di un anno si fa convincere, accompagnato da suo ragazzo a partecipare alla festa da ballo di fine liceo. Ma proprio quando Donna pensa di potersi liberare di  quel tragico passato, ecco che si viene a sapere che il killer è fuggito di prigione e sta  cercando proprio lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Vi è una forma di esaltazione dell'arma bianca e del potere che ne può scaturire dal suo possesso. Posizione favorevole alla pena di morte
Pubblico 
Maggiorenni
Una serie ininterrotta di accoltellamenti (senza dettagli raccapriccianti) e un senso generale di paura e tensione (compatibilmente con la qualità del film)
Giudizio Artistico 
 
Recitazione, sceneggiatura e recitazione molto modeste

Difficile contare quanti film americani sono stati ambientati in occasione della festa da ballo di fine anno del liceo. Questa volta la vicenda fa riferimento a un ambiente benestante  e la festa assume il tono di un pacchiano rituale borghese.

I ragazzi debbono arrivare all'hotel in lunghissime limousine; le ragazze con un mazzo di orchidee legato al polso ( corsage) offerto loro dal ragazzo, mentre le ragazze ricambiano con un fiore (boutonniere) da infilare nell'asola del loro black tie . I ragazzi prenotano una camera nell'albergo dove si svolge l'evento per potersi rinfrescare (e fare altre cose, come suggerisce il film) e la festa si conclude con la nomina del re e della reginetta della serata.

Messo da parte quel po' di interesse sociologico che può ispirare questo film, è difficile trovare qualcos'altro di positivo da dire.

Remake di "non entrate in quella casa - prom night" del 1980 dove almeno c'era un'attrice del calibro di Jamie Lee Curtis, questo film si contraddistingue per una sceneggiatura piatta, recitazione e regia molto modeste. Curiose certe tipizzazioni scelte dal regista: quando il cattivo deve far vedere quanto è cattivo, dilata le narici; quando la vittima (sono molte e in genere donne) assiste impotente a un omicidio, si tappa sempre la bocca con le mani, quasi fosse un mezzo infallibile per non gridare.
La definizione dei personaggi è a zero e quello che conta è il meccanismo del killer che si aggira indisturbato per l'albergo e quando può sgozza qualcuno con il suo coltello ricurvo.

Eppure si tratta di un'operazione furba e in USA ha avuto un certo successo: il film appartiene alla categoria dell' horror giovanilistico e appunto i giovani apprezzano il fatto di farsi spaventare in contesti a loro familiari. La furbizia sta anche nell'aver evitato dettagli raccapriccianti, iniziativa che ha consentito al film di prendere in USA il rating PG-13 e in Italia di venir  giudicato "per tutti", nonostante la vivace opposizione dei rappresentanti dei genitori.

In effetti, proprio perché il film è alquanto modesto, il vero protagonista della storia diventa  non un essere umano ma un oggetto: il coltello a serramanico ricurvo che brandisce l'omicida. Il coltello che lampeggia nell'oscurità, che deve periodicamente venir pulito dal sangue, che imbratta le pareti di sangue quando  taglia la gola a una ragazza o viene infilzato nel ventre della madre della protagonista. C'è una forma di "esaltazione dell'arma bianca" pericolosa per gli adolescenti più influenzabili.

Non da ultimo, il film trasmette un messaggio favorevole alla pena di morte. Il poliziotto che riuscì a catturare per la prima volta il killer si lamenta che i giudici non l'abbiano condannato a morte. La fuga dell'omicida e il suo riprendere ad uccidere son lì a confermare la sua tesi.

Autore: Franco Olearo


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