LA LEGGE DEL MERCATO

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Titolo Originale: La loi du marché
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Olivier Gorce
Produzione: NORD-OUEST FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 92
Interpreti: Vincent Lindon, Yves Ory, Karine de Mirbeck, Matthieu Schaller

Thierry ha 50 anni, una moglie e un figlio disabile. È disoccupato e accetta di seguire con diligenza l’umiliante iter burocratico che bisogna affrontare in queste situazioni. Viene finalmente assunto come vigilante in un supermercato. Tutto procede regolarmente fino a quando un giorno si trova davanti a un dilemma morale…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un disoccupato sa di dover dipendere dagli altri per la sua sopravvivenza ma non perde l’integrità morale, rifiutando il mestiere di inquisitore nei confronti di chi, indigente, è costretto a campiere atti che non vorrebbe commettere
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Vincent Lindon (premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes 2015); la tecnica narrativa adottata è quella del cinema-verità, che rende il film poco spettacolare, quindi non per tutti ma che risulta particolarmente efficace

Dovremmo evitare di dire cose ovvie, ma La legge del mercato è un film che usa un linguaggio cinematografico. La denuncia che esprime, la disumanizzazione, sotto forme cortesi, del lavoro; l’inflessibilità della legge del denaro che atrofizza ogni sensibilità nei confronti di tutto ciò che è umano, avrebbe potuto benissimo venir trasferita in parole all’interno di un autorevole saggio sulla situazione odierna del lavoro a bassa specializzazione.

La legge del mercato è invece un film e innanzitutto personalizza il tema, presentandoci Thierry, un uomo disoccupato da mesi, sposato e con un figlio spastico. Non si tratta propriamente della sua storia: lui funge da elemento di congiunzione fra le varie stazioni di questa specie di moderna Via Crucis, che deve percorrere chi si trova senza lavoro. Eccolo a colloquio con il personale dell’azienda da cui è stato licenziato, per lamentarsi del fatto che i corsi di riqualificazione che gli avevano chiesto di frequentare non hanno comportato una riassunzione; l’ incontro con l’impiegata della sua banca che, con fare gentile, ricorda a Thierry che potrebbe anche morire e pertanto, nella sua condizione di disoccupato,  dovrebbe dotarsi di un’assicurazione sulla vita; i colloqui di lavoro fatti sbrigativamente su Skype per non far perdere tempo al funzionario delle Risorse Umane, il quale avverte, con una frase sicuramente concordata con un avvocato, che quel colloquio non genera automaticamente una speranza di assunzione; i ridicoli corsi di preparazione ai colloqui di lavoro, dove viene minuziosamente  controllata la postura e il timbro della voce del candidato. Thierry è costretto anche a presentarsi davanti al preside della scuola speciale frequentata dal figlio, per sentirsi dire che difficilmente il ragazzo potrà aspirare ad andare all’università.

Sono stazioni dove trionfa un solo elemento: l’uso di un burocratese cortese ma inflessibile, impersonale e collaudato da una lunga pratica, che è formalmente corretto in modo che l’azienda non possa venir accusata d scortesia ma al contempo evita accuratamente di manifestare qualsiasi assunzione di responsabilità. La tecnica adottata dal regista è quella del cinema verità, con la camera a mano che oscilla fra le persone in quel momento in colloquio. Una soluzione che a volte appare poco  coinvolgente ma che risulta particolarmente efficacace nella parte finale del film, quando Thierry, assunto in un supermercato come guardiano, partecipa al fermo e poi al colloquio con la persona che ha compiuto il taccheggio. La camera resta fissa a inquadrare l’accusato, che cerca disperatamente di dire qualche frase che abbia senso di fronte all’evidenza dell’atto compito: sia esso un vecchio pensionato che si è preso due pacchi di carne perché non ha i soldi per arrivare a fine mese, sia una cassiera, da vent’anni fedele dipendente del supermercato, che si è intascata i soldi dei buoni-sconto perché ha un figlio drogato. Sono proprio i silenzi, quelli più doloramente imbarazzanti, quando all’imputato non resta che chiedere clemenza con gli occhi mentre il direttore del supermercato vuole solo applicare la procedura prevista in questi casi.

Vincent Lindon è molto bravo (ha vinto, con questo film,  il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes 2015) nel presentarci un uomo dal volto dolce ma grigio e pensieroso, di chi sa di trovarsi in fondo alla scala sociale e dipende in tutto dagli altri, a cui basta poco per determinare la perdita del suo lavoro. Un uomo che però  ha mantenuto la sua integrità e che alla fine rifiuta il ruolo di carnefice di altri suoi colleghi.

Alcuni critici hanno sottilineato come il gesto finale di rifiuto di Thierry sia troppo poco; probabilmente avrebbero preferito una fiera battaglia contro l’ingiustizia, con l’aiuto magari dei suoi colleghi di lavoro, com'era accaduto in Due giorni, una notte ma Thierry resta coerente con il suo personaggio: sente che gli è consentito muoversi solo in uno spazio ristretto e che un gesto che danneggia solo se stesso è l’unico che gli sia consentito.

Autore: Franco Olearo


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