LATIN LOVER

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Titolo Originale: Latin lover
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Cristina Comencini
Sceneggiatura: Cristina Comencini Giulia Calenda
Produzione: LUMIÈRE & CO. CON RAI CINEMA
Durata: 104
Interpreti: Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Francesco Scianna, Neri Marcorè

A dieci anni dalla scomparsa del divo cinematografico Saverio Crispo (Francesco Scianna), in occasione di una commemorazione ufficiale nel suo paese natale, le donne della sua vita – due ex mogli e le quattro figlie avute ognuna da una donna di nazionalità diversa – si radunano nella vecchia casa delle vacanze estive. Si tratta di una famiglia allargata ovviamente sui generis: fanno gli onori di casa Rita (Virna Lisi), la prima moglie italiana, che l’ha riaccolto da vecchio e accudito fin sul letto di morte, e sua figlia Susanna (Angela Finocchiaro), curatrice della commemorazione e responsabile dell’eredità intellettuale del padre; dalla Francia arriva Stephanie (Valeria Bruni Tedeschi), che del padre ha ereditato la grande disinvoltura affettiva (infatti si presenta con uno dei tre figli avuti da tre diversi uomini) e le crisi depressive; dalla Spagna piombano Segunda (Candela Peña), il marito diplomatico Alfonso (Jordi Mollà), i loro due bambini e la di lei madre Ramona (Marisa Paredes) che, nonostante abbia dovuto dividere il proprio uomo con Rita, nutre con quest’ultima un’amicizia nutrita da complicità; la figlia più piccola, Solveig (Pihla Viitala), viene dalla Svezia e l’appartenenza a questa famiglia è per lei fondamentale perché quel genitore non l’ha quasi neanche conosciuto. Esiste, in realtà, una quinta figlia americana, che non ha mai frequentato il resto della famiglia perché Saverio (chissà come mai) non la volle mai riconoscere. Arriverà in tempo per la serata d’onore?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ex mogli e figlie di un padre che si è comportato con molta leggerezza in termini di fedeltà familiare, avvezze a comportarsi in modo altrettanto disinvolto, scoprono di potersi voler bene, e di condividere lo stesso desiderio di stare insieme e perdonarsi
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di nudo integrale, racconti di comportamenti sessuali libri
Giudizio Artistico 
 
Una regia pimpante, dialoghi scoppiettanti e un coro di attori – davvero tanti i personaggi principali – che la Comencini sa gestire con equilibrio senza trascurare nessuno e senza lasciare buchi in una sceneggiatura

Nuova tappa del cinema nostalgia. Dopo La grande bellezza in cui Paolo Sorrentino ha voluto in tutti i modi richiamarsi al modello di Federico Fellini (e gli americani, infatti, ci sono cascati tributandogli un esagerato Oscar) e Il nome del figlio, malinconico e divertito omaggio ai tempi che furono (con un occhio, più che al film francese adattato Cena tra amici, a La terrazza di Ettore Scola, almeno per la tendenza a fare bilanci intellettuali generazionali), ecco Latin Lover, undicesima regia di Cristina Comencini, autrice anche della sceneggiatura insieme alla sodale Giulia Calenda (insieme hanno scritto tutti gli ultimi film della regista, tra cui La bestia nel cuore, titolo che finì nella cinquina dell’Oscar per il miglior film straniero). Anche qui, come nei due film citati, la fa da padrone il continuo ricordo di un passato grandioso che sembra sfuggito senza lasciare tracce.

La chiave, ancora più che in altri film, è qui il cinema stesso, infallibile macchina della memoria e veicolo dell’italianità all’estero, omaggiato attraverso continue citazioni di grandi capolavori della nostra età dell’oro (gli anni Sessanta e Settanta) e la (ri)costruzione di un divo fittizio che – interpretato da un efficace Francesco Scianna nei flashback e nelle finte immagini di repertorio – vuole essere la somma di tanti giganti della recitazione che resero indimenticabile in Italia e nel mondo un’arte e i suoi generi (la commedia all’italiana, i film di impegno civile, il grande cinema d’autore, lo spaghetti western….): Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman (di cui si citano le crisi depressive), ma anche Ugo Tognazzi (come il Saverio Crispo del film, un tombeur de femmes internazionale, con figli fino in Scandinavia…) e Rodolfo Valentino (anch’egli partito dal paesino pugliese per finire a Hollywood).

L’omaggio nostalgico riesce, non è mai forzato o stucchevole: merito di una regia pimpante, dialoghi scoppiettanti e un coro di attori – davvero tanti i personaggi principali – che la Comencini sa gestire con equilibrio senza trascurare nessuno e senza lasciare buchi in una sceneggiatura che tanti interpreti così in forma avrebbero potuto anche riempire da soli con il loro carisma: da citare senz’altro Virna Lisi, qui alla sua ultima interpretazione, e un’Angela Finocchiaro bravissima, libera finalmente dai ruoli-macchietta cui spesso la relegano. La Puglia, infine (onnipresente nel cinema italiano grazie a una Film Commission che funziona a pieno regime), per una volta non è soltanto uno scenario da cartolina ma riesce a diventare vero contesto, integrato alla narrazione (la gag sul piatto preferito del divo, che cambia continuamente in base alla donna che lo ricorda, passa in rassegna tante delizie locali e allo stesso tempo fa dell’umorismo fondato sul sotto-testo).  

Un film di gran classe, che piacerà molto ai cinefili, senza essere un film cinefilo: per Cristina Comencini, figlia di Luigi Comencini, rievocare i fasti del grande cinema del passato – e la presenza molto ingombrante di un padre famoso da gestire insieme a tre sorelle – significa ripercorrere personali cronache familiari. In questo modo si può raccontare di sé, e di una memoria che è per forza di cose “condivisa”, con sincerità e autentico affetto. Il film riflette naturalmente, come tutte le opere ambientate nel mondo del cinema, sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione (ci sono segreti da rivelare, altarini da scoprire, complessi da cui liberarsi) ma senza mai diventare un gioco fine a se stesso. Ci si diverte e si ride, anche negli snodi più drammatici della vicenda, invocando una certa leggerezza sulla vita (e anche sui “costumi”) ma anche guardando con lucidità al peso dei nodi in cui vanno a finire i troppi fili che vi si intrecciano (“Non ne posso più – ammette il personaggio della Finocchiaro – fermate la proiezione!”).

Se le mogli di Saverio Crispo sembra che abbiano ricucito, quasi del tutto, la ferita di essere state tradite e abbandonate, ognuna delle figlie si sente schiacciata dall’assenza di questo padre autorevole e carismatico. In tutte e quattro il bisogno di amore prende la forma di un complesso o una nevrosi di tipo affettivo e relazionale, da cui poi ognuna è chiamata a uscire. Un percorso che passa attraverso la scoperta della verità (come garantire altrimenti i colpi di scena?), la sua accettazione e una netta presa di distanza da una visione negativa dell’esistenza.

Come gli sentiamo confidare alla primogenita in un flashback, il divo celebra la vita, riduttivamente, come se fosse un sogno o un gioco: una morale inconclusiva, come sanno bene le quattro figlie, che imparano a molto bene a conoscere la forma e i contorni del proprio dolore. Di loro, la spagnola Segunda (che è il personaggio più complesso, quello chiamato a percorrere l’arco drammatico più interessante) suole ripetere come un mantra, “solo ricordi belli”, cercando di censurare il resto, prima che la realtà si faccia incontrare anche nelle sue amarezze. Se il cinema sembra poter trasfigurare la realtà, svaporandola, ma anche rivelandone il lato più dolce, la vita di tutti i giorni si fa incontrare e richiede un giudizio. I problemi restano, gli errori non si cancellano, ma alla fine si scopre di potersi voler bene, e di condividere lo stesso desiderio di stare insieme, perdonarsi, e soprattutto di non restare schiavi delle immagini che ci si è fatti di sé. Dopo un’epoca di disincanto, in conclusione, ci sembra che nel cinema italiano ci sia un desiderio diffuso di un nuovo “incanto”. Affermare che questo non sia da cercare attraverso una fuga nella favola ma all’interno della realtà, senza minimizzarla ma facendoci i conti, è già di per sé una “bella scoperta”.

 

Autore: Raffaele Chiarulli


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