BLACK OR WHITE

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Titolo Originale: Black or White
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Mike Binder
Sceneggiatura: Mike Binder
Produzione: BLACKWHITE, SUNLIGHT PRODUCTIONS, TREEHOUSE FILMS, TREEHOUSE PRODUCTIONS, VENTURE FORTH
Durata: 121
Interpreti: Kevin Costner, Octavia Spencer, Jillian Estell, Jennifer Ehle

Elliott Anderson è un maturo avvocato di Santa Monica. Alla morte della moglie, affranto dal dolore, deve occuparsi in prima persona di Eloise, la nipotina di colore di sette anni, che Elliott e sua moglie avevano avuto in affido da quando la loro figlia era morta di parto a 17 anni. La nonna paterna Rowena, decide a questo punto di far causa a Elliott per avere la bambina in affido esclusivo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film imbastisce un interessante caso di etica applicata, dove due nonni antagonisti sanno comprendere ciò che è meglio per la loro comune nipotina
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione familiare e uso di droga
Giudizio Artistico 
 
Mike Binder è bravo come regista nel dirigere due già ottimi attori come Kevin Costner e Octavia Spencer ma anche come sceneggiatore, nell’imbastire un melò impostato più sulla ragione che sul sentimento

L’antefatto che muove la storia è alquanto complessa e  pare rispecchi in parte quanto vissuto in prima persona dallo stesso regista Mike Binder.  Tutto nasce da un’ amour fou fra la figlia diciassettenne di Elliott e Reggie, uno sbandato  ragazzo di colore crak-dipendente. La figlia muore dando alla luce Eloise senza che i suoi genitori venissero avvertiti, gli unici che conoscevano i problemi di cuore della figlia. Da quel momento Eloise è rimasta in casa dei nonni materni e i rapporti con la famiglia di Reggie sono sempre stati tesi. Al momento della morte della moglie di Eliott, gli equilibri già precari si rompono. Rowena, la nonna paterna, dura e ostinata, non si fida di Eliott e intenta contro di lui una causa per ottenere un affido esclusivo. La dinamica del film ruota intorno alla contrapposizione fra le due famiglie, quella numerosa e disordinata di Rowena e Eliott, ormai solo, con l’aiuto discreto di qualche collega d’ufficio. La trama è giustamente complessa perché serve per farci coinvolgere in una situazione in fondo simile a tante che possono capitare a ognuno di noi. Sappiamo cosa desideriamo ma non troviamo all’inizio una soluzione idonea. Ogni possibile soluzione ha una parte di giusto e una parte di sbagliato e come se non bastasse le nostre debolezze e i nostri pregiudizi ci condizionano emotivamente rendendo difficile guardare la realtà per quello che è. Il film è ricco di personaggi ma i veri protagonisti, su fronti opposti, sono due: Elliott (Kevin Kostner) e Rowena (Octavia Spencer).

Elliot ha un astio di fondo verso Reggie e la sua famiglia per la morte prematura della figlia; Rowena ritiene che Elliott, oltre ad essere un alcolizzato, sia fondamentalmente un razzista che non potrà mai educare sua nipote di colore. Il confronto fra di loro non è però emotivo ma ragionevole perché entrambi sono dotati della stessa virtù: sono persone oneste, mosse da un obiettivo che li trascende: trovare la soluzione più giusta per la nipotina. Se Elliott, a tu per tu, non lesina insulti al genero Reggie, che troppe volte ha promesso di disintossicarsi senza mai riuscirci, ha sempre evitato di denunciarlo, per rispetto alla nipote, per le tante occasioni in cui ha cercato di derubarlo o l’ha percosso quando era fatto di droga. Rowena, come madre, fa di tutto per difendere il figlio ma sa anche comprendere quelli che sono i limiti invalicabili di Reggie.

E’ paradigmatico il discorso che Elliott fa in tribunale, quando, durante il suo interrogatorio, l’avvocato della parte avversa cerca di metterlo in difficoltà accusandolo di essere razzista. Elliott riconosce che è vero: “noi siamo diversi, bianchi e neri e la prima cosa che noto in una persona nera è il colore della pelle, cosi come noto – prosegue Elliott -  i seni di una bella ragazza. Non so perché succeda ma lo faccio. Per questo non sono una brutta persona, sono solo imperfetto. Ma poi, dopo il primo, arriva il secondo pensiero e terzo e il quarto. Alla fine ciò che conta è l’interazione con la persona con cui mi confronto”. Elliott ha così sviluppato, in modo cinematografico, un piccolo trattato di etica, distinguendo fra inclinazione istintiva e azione responsabile e dando rilevanza al potere della ragione,  strumento principe per giudicare ciò che va fatto e ciò che va evitato.

Ovviamente non riveliamo il finale ma in questa prospettiva le premesse ci sono tutte perché Elliott e Rowena riescano a sciogliere  l’intricata matassa che debbono fronteggiare, in difesa della loro nipotina.

Mike Binder, com’era già apparso evidente in Reign over me, è molto bravo nel dirigere gli attori e bisogna riconoscere che Kevin Costner, appesantito e con un po’ di pancetta è pienamente nella parte del nonno e del vedovo. Insolita e particolarmente valida la sceneggiatura: un film a tema familiare che non punta sul sentimento, non piazza davanti allo schermo una bimba di sette anni solo per farti commuovere ma imbastisce il trionfo della ragione e del buon senso, anche se a esclusivo beneficio di persone che sanno essere oneste con se stessi e giuste verso gli altri.

Autore: Franco Olearo


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