KZ

 
Titolo Originale: KZ
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Ermanno Alini, Filippo Grilli
Sceneggiatura: Filippo Grilli
Produzione: Giancarlo Grilli
Durata: 116
Interpreti: Marco Maggioni, Luca Pirola, Michele Ramondino

Dopo l’8 settembre del ’43 l’Italia centro-settentrionale passò sotto il governo della Repubblica Sociale di Salò. Tre giovani del milanese, Guido Valota, Angelo Ratti e Venanzio Gibillini,contrari al regime nazifascista, vennero deportati in diversi campi di concentramento tedeschi. Giudo Valota morì durante una marcia di trasferimento mentre Gibillini e Ratti sono sopravvissuti ed hanno deciso di raccontare, in questa docu-fiction, la loro terribile esperienza.

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il valore di una lucida e forte testimonianza di eventi dl passato recente che non debbono più ripetersi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza sui prigionieri potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Tutta la forza nel film risiede nel racconto dei testimoni sopravvissuti a quei tragici eventi. Le parti ricostruite attraverso attori non professionisti risultano deboli nella messa in scena

KZ è la sigla con cui venivano indicati i Konzentrationslager e allo spettatore sorge subito spontanea una domanda: perché ancora un altro film sui campi di concentramento tedeschi? In effetti la produzione mediatica intorno a questa triste pagina della storia recente è molto vasta ma è quasi sempre associata in modo esclusivo al campo più famoso, quello di Auschwitz e allo sterminio di massa  degli ebrei.

Ci furono in realtà tanti altri campi organizzati con meticolosità tedesca: il film cita Mauthausen, Flossenburg, Dachau ma soprattutto Gusen o Ebensee dove morirono quasi 24.000 italiani. Per ricordare al grande pubblico questa parte poco nota della nostra storia recente è stato realizzato questo film che si avvale della testimonianza diretta di chi ha vissuto quell’esperienza, di visite ai luoghi dove avvennero i fatti, di foto e filmati di repertorio e della ricostruzione, tramite attori non professionisti, dei momenti più drammatici. E’ bello inoltre segnalare che il cast tecnico è stato costituito, con la supervisione di Filippo Grilli, dagli allievi del quarto anno della Formazione Professionale Salesiana di Sesto San Giovanni

Le parti più avvincenti sono costituite dai momenti in cui i due testimoni superstiti, Angelo e Venanzio e il figlio di Giulio, che non è più tornato, raccontano le fasi della cattura, della deportazione e dei lavori forzati.  Sono passati molti anni ormai, il tempo ha filtrato le emozioni ma proprio il fatto che il loro racconto risulti lucido, dettagliato, velato di un certo pudore così umano, rende ancora più vera e drammatica la ricostruzione. Di grande impatto è lo strappo dai calori familiari, con la forza o con l’inganno, per ritrovarsi rinchiusi dentro un vagone merci per più giorni senza mangiare né bere, in mezzo ai propri escrementi. E’ l‘inizio della perdita della propria dignità di uomo, che ci consuma all’arrivo nel KZ, dove ognuno diventa solo un numero fra tanti e il vivere o il morire diventa solo un fatto statistico. Quando venne liberato, racconta Angelo, pesava 38 chili. Era questo un altro modo per far diventare i prigionieri degli esseri sub-umani, deboli e ubbidienti a qualsiasi comando. La visita fatta oggi ai campi di concentramento, le descrizioni dettagliate di come venivano preparati i corpi per il forno crematorio ci danno una vivida immagine di ciò che accadde settant’anni fa. Il film non manca di raccontarci un paio di episodi di solidarietà da parte dei soldati tedeschi, attraverso la consegna furtiva di una mela o di una bottiglia di birra. Stranamente il film non sottolinea episodi di solidarietà fra prigionieri ma si concentra sul rapporto carnefici- deportati.

“Giustizia e non vendetta” è lo spirito con cui il regista invita a guardare quegli eventi; i testimoni di allora continuano a partecipare a incontri e dibattiti che cercano di far conoscere alle nuove generazioni ciò che non deve più accadere.

Le ricostruzioni degli eventi tramite attori costituisce la parte più debole del film, non tanto nella recitazione degli attori, quanto nella messa in scena. E’ chiaro che si tratta di un lavoro non professionale ma soprattutto nelle sequenze più drammatiche si nota che gli schiaffi vengono dati con cautela o che le pietre trasportate non pesano più di tanto. Il risultato netto è che questi inserti indeboliscono la drammaticità del racconto dei veri testimoni invece di sostenerla. Si tratta comunque di passaggi di modesta entità e la struttura generale del film resta valida.

Particolarmente rivelatrice è la sequenza realizzata a Mauthausen, dove Peppino, il figlio di Guido, mostra la grande piscina dove i tedeschi si concedevano un periodo di relax, contornati di verde e prati ben curati. Peppino si domanda come poteva avvenire tutto questo: poco più in là la gente moriva mentre intorno a quella piscina altri uomini si concedevano momenti di divertimento e di riposo. E’ la banalità del male che ci lascia più sgomenti e il film ci lancia un chiaro invito a non abbassare la guardia e a mantenere una coscienza vigile

Autore: Franco Olearo


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