ALLACCIATE LE CINTURE

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Titolo Originale: Allacciate le cinture
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Özpetek
Produzione: TILDE CORSI E GIANNI ROMOLI PER R&C PRODUZIONI E FAROS FILM CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini

Elena, Silvia e Fabio sono amici per la pelle e tutti servono come camerieri allo stesso bar. Le ragazze e Fabio (che è omosessuale) hanno le loro avventure sentimentali ma un giorno la situazione si complica: Elena si innamora di Antonio, il prestante e rozzo amante dell’amica Silvia. 13 anni dopo vediamo Elena ormai sposata con Antonio con due figli. Il loro rapporto non è felice: Antonio la tradisce spesso ma interviene un evento imprevisto: Elena ha un cancro al seno e il dolore sembra poterli riavvicinare..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ferzan Özpetek crede nella forza degli affetti familiari e dell’amicizia ma in amore vale solo la regola del libero istinto, senza vincoli di sorta
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti nudità e scene di sesso esplicito
Giudizio Artistico 
 
Questa volta il film di Ferzan Özpetek non è equilibrato come nei lavori precedenti: si eccede con lunghe sequenze melodrammatiche, alcuni passaggi del racconto non sono stati ben sviluppati. Buona interpretazione di Kasia Smutniak e Filippo Scicchitano

Se non ci fosse stata Kasia Smutniak a reggere tutto il racconto, quest’ultimo lavoro di Ferzan Özpetek sarebbe stato ben altra cosa. Kasia ha la capacità di recitare con gli occhi: passa rapidamente dall’allegria più contagiosa, a un momento di turbamento fino al pianto accorato. Anche Filippo Scicchitano, bravo e sensibile, si conferma quella promessa che si era già rivelata in Scialla! e in Bianca come il latte e rossa come il sangue.

Detto questo, temo che abbiamo esaurito gli aspetti positivi del film. Aggrava la situazione la performance del prestante Francesco Arca, danneggiata da alcuni vuoti di sceneggiatura. L’incontro iniziale fra lui, in arte Antonio, ed Elena (Kasia) promette bene: i due manifestano subito una immediata, reciproca antipatia (lui è violento, razzista ed omofobo): si intravedono quindi tutte le opportunità narrative per sviluppare un intenso incontro/scontro fra due personalità così diverse fino alla conversione di lui, sedotto dalla dolcezza e l’amore di lei. Tutto questo non si vede nel film (si vedono invece molto bene e frequentemente i possenti bicipiti di Antonio) ma solo i loro appassionati amplessi, tanto da costringere lo spettatore ad immaginare quello che il regista voleva esprimere, cioè un vero amore fra personaggi così complementari, mentre si assiste solo a una grande intesa fisica.

Per gli appassionati di Ferzan Özpetek i tratti caratteristici del suo film ci sono quasi tutti: il caldo affetto che tiene unita una comunità di amici e parenti, etero ed omosessuali (manca questa volta il suo simbolo per eccellenza dello stare tutti riuniti: una ricca una tavola imbandita), un affetto tanto duraturo quanto caduchi sono le relazioni sentimentali, dove l’attrazione sessuale costituisce la componente prevalente. Ferzan ritorna quindi sul un tema a lui caro: il coinvolgimento del corpo è fonte inevitabile di provvisorietà dei rapporti, mentre in altri film come La finestra di Fronte e Mine vaganti, sono proprio “i fiori non colti” quelli più duraturi, anche se venati di languida malinconia. .

La vita è uno scorrere di amore, malattia e morte; sempre imperfetto il primo, inevitabile la seconda, spesso cercata la terza, come era accaduto alla nonna diabetica di Mine vaganti che aveva deciso di suicidarsi mangiando pasticcini, perché incapace di attendere la sua fine naturale.

Ferzan Özpetek e Woody Allen sono artisti molto diversi ma sembrano avere una filosofia di vita simile, che non mancano di riproporre nei loro film. Più celebrale il secondo, spesso si intrattiene a filosofeggiare con lo spettatore sul non senso della nostra vita, nelle mani di un fato né benevolo né malvagio ma puramente casuale; il primo si concentra invece più sull’uomo, soggetto ma anche oggetto di pulsioni che gli forniscono la necessaria forza vitale ma che lo condannano a un eterna instabilità.

Entrambi propongono lo stesso rimedio: quello del carpe diem. Se per Woody, soprattutto in Basta che funzioni viene sviluppata una apologia dell’amore libero come unico rimedio per raggiungere una parvenza di felicità, Özpetek fa ripetere più volte anche in questo film ai suoi protagonisti (la zia di Elena, la vicina di letto all’ospedale) che il tempo che ci resta è breve e che dobbiamo concederci tutto ciò a cui ci spinge il nostro istinto.

Se Ferzan non è nuovo a questa visione della vita, questa volta il tasso di melodramma impiegato è veramente alto (centrale al film è la lunga degenza in ospedale di Elena, affetta da cancro) e mostra questa volta la sua non capacità, diversamente dai precedenti lavori, di contenere le sequenze più strappalacrime. 

Autore: Franco Olearo


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