STATE OF PLAY

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Titolo Originale: State of Play
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Kevin McDonald
Sceneggiatura: Peter Morgan, Tony Gilroy e Mattew Michael Carnahan dall’omonima miniserie BBC di Paul Abbott
Produzione: Andell Entertainment/Universal Pictures/Working Title Films;
Durata: 125'
Interpreti: Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams

Cal McCaffrey, giornalista vecchia maniera abituato a seguire come un segugio le piste che lo possono portare a un buon pezzo, si trova in difficoltà quando la “notizia” è il suo vecchio amico Stephen Collins, ora membro del congresso impegnato in una delicata commissione che si occupa degli affari di una compagnia di sicurezza privata. La morte di Sonia Baker, collaboratrice e amante di Collins, infatti, dà il via ad un’indagine che potrebbe rovinare per sempre la carriera dell’uomo politico...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Molte sono le questioni interessanti che la pellicola non manca di mettere a tema, anche attraverso la spregiudicatezza e l’abilità con cui la stampa si relaziona alla politica, alle forze dell’ordine e alle sue stesse fonti.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
L’abile mano di Kevin McDonald, regista de L’ultimo re di Scozia, e un cast di altissimo livello fanno rinverdire i fasti degli eroi della carta stampata in lotta per la verità

Grazie all’abile mano di Kevin McDonald, regista de L’ultimo re di Scozia, e ad un cast di altissimo livello (Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Rachel McAdams), una miniserie di successo della BBC si trasforma in un filmone hollywoodiano che tenta di rinverdire i fasti di un nobile genere, quello che celebra gli eroi della carta stampata in lotta per la verità.

A dirla tutta l’operazione di McDonald, pur cavalcando l’onda lunga degli umori ostili all’ormai ex amministrazione Usa (la Pointcorp, potentissima compagnia di sicurezza privata del film, sta per tutte le compagnie private,come la Blackwater, a cui l’esercito statunitense appalta le operazioni di security e non in Afghanistan e Iraq), non alza ingenuamente la bandiera del giornalismo senza macchia fatto solo in nome del diritto di cronaca e del servizio alla verità.

Molte sono le questioni interessanti che la pellicola non manca di mettere a tema, anche attraverso la spregiudicatezza e l’abilità con cui la stampa si relaziona alla politica, alle forze dell’ordine e alle sue stesse fonti.

Per citarne alcuni: che dare per primi la notizia sia anche e soprattutto una questione di copie da vendere, che troppo spesso il desiderio di assicurarsi uno scoop porti a ignorare la discrezione verso le persone coinvolte mettendo a rischio la loro vita, che la rapidità dei new media e delle nuove modalità di informazione (in particolare i blog, con il loro rischio di superficialità e sensazionalismo) rischi di penalizzare l’accuratezza e l’approfondimento,.

La figura di giornalista incarnata da un sempre bravo Russell Crowe (che qui sembra riprendere in versione “letterata” la fisicità e la passione del poliziotto stropicciato di American Gangster), un uomo “del passato” con il suo vecchio computer, i suoi infiniti appunti e gli agganci in ogni posto, sembra uscita di peso dai film impegnati degli anni Settanta, tanto che quasi infastidisce che in definitiva quella descritta sia una vicenda di invenzione seppur con molte pretese di parlare della realtà odierna.

Accanto a lui si affanna una novellina di belle speranze (la McAdams) mentre Helen Mirren giganteggia senza fatica nel ruolo della ferrea direttrice alle prese con nuovi azionisti/editori assetati di scoop; questa ottima architettura di personaggi è la conferma del mestiere di chi ormai è in grado di imbastire operazioni cinematografiche di livello, anche se grazie a spunti creativi di seconda mano come in questo caso (la serie in sei puntate della BBC è del 2003 e porta la firma di un grande sceneggiatore televisivo, Paul Abbot).

Eppure qualcosa sembra mancare in questo meccanismo narrativo che cerca (e a tratti anche trova) efficacia e tensione attraverso i colpi di scena e un certo approfondimento dei personaggi, lasciando trasparire per esempio una complessità e profondità di rapporti maggiore tra McCaffrey, Collins e la moglie di quest’ultimo o per altri versi differenziando le figure dell’entourage politico rappresentato.

Sarà forse che dopo una lunga serie di pellicole “complottistiche” (tra l’altro alcune recenti firmate proprio dagli stessi sceneggiatori di questo film) si finisce per condividere il commento del poliziotto che accusa i giornalisti di voler vedere scandali e congiure anche dove non ci sono.

Soprattutto quando i “cattivi” finiscono per assomigliarsi tutti; e poi c’è il fatto che l’antagonista di McCaffrey, il deputato Collins, nonostante gli sforzi di Ben Affleck, risulta in definitiva una figura piuttosto sfocata, di cui poco ci importa e su cui poco investiamo emotivamente.

Sia come sia, le oltre due ore della pellicola, nonostante abbondino svolte e scene d’azione girate con molto mestiere, finiscono per valere più per alcuni gustosi scambi di battute che coinvolgono McCaffrey/Crowe e i suoi colleghi/superiori, ma anche lui stesso e la moglie di Collins (la brava Robin Wright Penn), piuttosto che per la dinamica di un’indagine di cui si intuiscono in ampia parte gli esiti e che si risolve grazie ad una vera e propria “illuminazione” non poi così diversa da quelle che siamo abituati a vedere in tanti gialli televisivi italiani.

Ne esce una pellicola che si lascia vedere senza però mai davvero conquistare, un’occasione perduta per raccontare con maggiore convinzione ed efficacia quell’intreccio di tensione ideale, manipolazione e interessi che lega oggi più che mai l’informazione con le stanze del potere.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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