DISTRICT 9

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Titolo Originale: District 9
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Neill Bloomkamp
Sceneggiatura: Neill Bloomkamp e Terri Tatchell
Produzione: Peter Jackson e Carolynne Cunningham per Tristar/QED International/Block-Hanson/Wingnut Films
Durata: 112'
Interpreti: Sharlto Copley, Jason Cope, David James, Vanessa Haywood

Un giorno nel cielo di Johannesburg compare un’astronave aliena in panne. All’interno un milione di alieni dall’aspetto di grossi gamberi su due zampe, che vengono collocati in una sorta di campo profughi alla periferia della città, un luogo che ben presto si trasforma in uno slum. Quando vent’anni dopo il numero crescente di “gamberi” ha portato la tensione con l’opinione pubblica a livelli insopportabili, il governo decide di “ricollocarli” e incarica una corporation internazionale, la MNU,  di provvedere. L’incaricato è Wikus van  de Merwe, un burocrate inetto. L’operazione inizia ma non tutto va come dovrebbe e Wikus viene contaminato da un fluido alieno. Mentre Wikus subisce una progressiva trasformazione diventa l’obiettivo di una feroce caccia da parte della MNU, dei trafficanti d’armi e degli stessi alieni…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questa storia, quasi fino al finale, non c’è davvero nessun buono da salvare: gli uomini e gli alieni si avvicineranno solo grazie al riconoscimento reciproco dei legami familiari
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza splatter, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film mescola intelligentemente gli stereotipi visivi e narrativi del genere fanta-horror con un approccio antieroico e ironico che trasforma il racconto di fantascienza su una riflessione politically uncorrect sull’Altro e la difficoltà tutta umana a farci i conti.

Coprodotto dalla Wingnut del geniale Peter Jackson, questo film di basso costo girato come un mockumentary (un falso documentario con tanto di interviste, riprese televisive e approfondimenti) di inchiesta e interpretato da attori sconosciuti mescola intelligentemente gli stereotipi visivi e narrativi del genere fanta-horror con un approccio antieroico e ironico che trasforma il racconto di fantascienza su una riflessione politically uncorrect sull’Altro e la difficoltà tutta umana a farci i conti.

Gli alieni (da notare che in inglese il termine è lo stesso utilizzato per indicare gli immigrati clandestini…) non hanno nulla né della tenera gentilezza di ET, né della temibile pericolosità di tanti loro predecessori, e sembrano non avere neppure un piano. Sono profughi, brutti e sporchi come ci aspetteremmo che fossero e, dopo vent’anni in un campo profughi che non ci mette molto a trasformarsi in una prigione, non hanno acquisito se non minimi tratti di umanità: sembrano comprendere la lingua dei terrestri, ma si esprimono quasi a versi, mangiano cibo per gatti, si riproducono in modo indiscriminato, e sono vittime consenzienti dei traffici della gang di nigeriani che infestano il loro slum.

Di fronte a questa situazione l’operazione di ricollocamento potrebbe sembrare un gesto umanitario, ma il modo in cui ci viene presentata fin dall’inizio, la statura davvero antieroica del protagonista incaricato di eseguirlo, la presenza di interessi nascosti, sono un sicuro indizio di prossimo disastro.

In questa storia, quasi fino al finale, non c’è davvero nessun buono da salvare: Wikus è un incompetente, vigliacco, non meno “razzista” dei suoi colleghi militari nel trattare i gamberi (lo vediamo divertirsi ad eliminare le uova di alieno, offrire dolcetti ai bambini come se si trattasse di scimmie, far firmare liberatorie fasulle e sorvolare sulle molte violenze), e solo il confronto con la totale mancanza di scrupoli dei suoi superiori (tra cui il suocero, che cerca chiaramente di levarselo di torno) e le disgrazie che gli piovono addosso ci permettono di provare un po’ di simpatia nei suoi confronti.

Non che l’imprevista mutazione genetica (provocata da un ennesimo atto di incompetenza) cambi radicalmente il carattere dell’uomo, che tenta solamente di salvarsi la pelle a spese di chiunque, e ha un unico tratto di vera umanità: l’affetto incrollabile verso la moglie e il desiderio di tornare alla sua famiglia.

Sarà proprio questo sentimento ad avvicinarlo ad un alieno, Christopher Johnson (significativamente è l’unico dei gamberi ad avere un nome proprio), che sogna di riportare i suoi, ma soprattutto il figlioletto, sul suo pianeta. A permettere il dialogo con l’Altro non saranno certo le buone intenzioni del politically correct e neppure un astratto discorso etico, ma il riconoscimento reciproco dei legami affettivi (la moglie per Wikus, il figlio per Christopher).

Sarà un’insolita alleanza contro tutti (la mutazione di Wikus lo ha reso l’unico umano in grado di utilizzare la straordinaria tecnologia militare aliena e quindi una preda irresistibile per l’MNU e i trafficanti), non priva di contrasti, che ci conduce per la strada dei più tradizionali racconti di fantascienza, ma sempre con un tocco di scorrettezza che impedisce all’omaggio di diventare semplicemente un cliché.

La metafora politica è trasparente, come pure l’ironia sull’uso dei media, sulle pretese di umanità che si scontrano con la dura realtà degli immigrati che tutto possono essere tranne che figure da cinema di genere.

L’operazione potrebbe limitarsi ad essere un gioco al massacro un po’ intellettualistico se tutto si risolvesse in una messa alla berlina generale. Invece nel finale il regista e sceneggiatore ci regala una svolta poetica “umanistica” e quasi poetica, lontana anni luce dal finale psichedelico di Incontri del terzo tipo, matanto più interessante dopo un bagno liberatorio da retorica e cliché di ogni genere e provenienza.

Autore: Laura Cotta Ramosino


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