GANGSTER SQUAD

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Titolo Originale: Gangster Squad
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Ruben Fleischer
Sceneggiatura: Will Beall
Produzione: Lin Pictures, Kevin McCormick Production
Durata: 113
Interpreti: Sean Penn, Josh Brolin, Ryan Gosling, Emma Stone, Giovanni Ribisi, Robert Patrick, Nick Nolte, Michael Peña.

Per porre un limite al crimine – incarnato dal potente boss malavitoso Mickey Cohen – che imperversa nella Los Angeles del 1949, il capo della polizia ordina al più onesto poliziotto della città di comporre una squadra speciale che potrà agire al di fuori delle regole, secondo le tecniche militari

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine i “buoni” vinceranno ma il film è cibo da fast food per amanti dei videogiochi violenti
Pubblico 
Maggiorenni
La violenza è brutale, non mancano le scene splatter e quelle esplosive, scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Una gangster story molro tesa che segue schemi un po’ desueti rispettati al millimetro e nessun guizzo particolare in una storia uguale a mille altre. Sean Penn è più ridicolo che inquietante

Teso e grintoso poliziesco che cerca di risollevare, senza riuscirci, le sorti del noir e del gangster movie. La Warner Brothers ha creduto molto in questo progetto, costruendovi attorno una martellante campagna di marketing, reclutando nel cast due tra i divi giovani più emergenti del momento (Ryan Gosling ed Emma Stone), con la promessa che avrebbe dato agli spettatori una versione moderna de Gli intoccabili. In comune con il famoso film di Brian De Palma, Gangster Squad ha l’assunto: dei poliziotti scelti, che su mandato della polizia hanno la licenza di agire “oltre la legge”, riescono a incastrare l’apparentemente intoccabile boss di turno. Lì era Al Capone; qui è Mickey Cohen, figura sinistra che era già stato citato nel romanzo (e poi nel film) L.A. Confidential e nel videogame L.A. Noir delle cui atmosfere – a parere di chi ci ha giocato – questo film è fortemente debitore.

La violenza è brutale, non mancano le scene splatter e quelle esplosive; i dialoghi scoppiettanti, il ritmo e il montaggio fanno il resto, nel rendere la storia accattivante e nel tenere alta la tensione. La sceneggiatura di Will Beal trae spunto dai racconti L.A. Noir: Tales from a Gangster Squad che Paul Liberman ha pubblicato nel 2008 sul Los Angeles Times. Cohen è realmente esistito ma la trama del film costruisce una realtà fittizia a buon uso della drammaturgia hollywoodiana. A impersonare il gangster, un Sean Penn più ridicolo che inquietante, truccato in modo talmente pesante (non tanto per somigliare al vero Cohen quanto al James Cagney di Nemico pubblico e La furia umana) da creare un certo effetto di straniamento.

La storia è quanto di più classico ci possa essere: da una parte gli sbirri incorruttibili, dall’altra i gangster, in una lotta senza quartiere sempre più violenta che terminerà in un climax in cui i nostri avranno la meglio, non prima di aver pagato a caro prezzo le loro scelte. C’è il caposquadra, in attesa che la moglie partorisca il primogenito, più attento a salvaguardare il proprio codice morale che a tornare a casa vivo; c’è il cinico che ha imparato a stare al mondo, che non si tira indietro quando vede versare il sangue del più innocente di tutti; c’è il vecchio sceriffo infallibile con il grilletto e l’esperto di tecnologia (che negli anni Quaranta sono il telefono, il telegrafo, la radio), padre di famiglia dal destino segnato, e i giovani poliziotti, uno messicano e l’altro afroamericano, che con la loro presenza portano acqua al mulino dell’integrazione razziale. Insomma, schemi un po’ desueti rispettati al millimetro e nessun guizzo particolare in una storia uguale a mille altre.

Il film vorrebbe essere un inno alla legalità: la “Gangster Squad” opera con metodi non convenzionali ma non contro la legge (benché il film potrebbe inserirsi nel dibattito sulla legittimità della tortura innescato da Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow); l’operazione che porterà Cohen alla cattura verrà conclusa un giorno prima che al leader del team sia revocato il distintivo (l’ultima occasione per sconfiggerlo in un’operazione di polizia). Non è una vendetta privata, dunque, quella che guida gli eroi a tutto tondo di questo sestetto (benché gli interessi personali a un certo punto entrino in gioco, come pure avveniva – secondo cliché – ne Gli Intoccabili) ma per amore della giustizia. La cattura di Cohen, secondo il film (che però nella realtà avvenne in modo diverso e dodici anni più tardi), ha impedito al crimine organizzato di affermarsi a Los Angeles, com’è successo in altre città americane. È una conclusione che può far sorridere amaro (la mancanza di una “mafia” non ha certo reso Los Angeles una città tranquilla e immune al crimine) e che incita a prendere il film per quello che è: cibo da fast food per amanti 

Autore: Raffaele Chiarulli


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