LO SPAZIO BIANCO

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Titolo Originale: LO SPAZIO BIANCO
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Francesca Comencini
Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Produzione: Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 98'
Interpreti: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Maria Pajato

Maria, ormai sulla quarantina, è una donna sola, vive a Napoli e fa l'insegnante nelle scuole serali.  Una sera a cinema incontra un giovane (un ragazzo-padre) con il quale inizia una relazione.  Rimasta incinta e abbandonata dall'uomo, ha una gravidanza difficile e partorisce al sesto mese. La bimba vive ora in un'incubatrice per completare i tre mesi di gestazione che le mancano. La prognosi è incerta e a Maria non resta che aspettare accanto alla sua piccola...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autrice ci regala un inno alla vita che però resta incompiuto nella caparbia visione di una filiazione di esclusiva competenza femminile
Pubblico 
Adolescenti
Il tema trattato potrebbe destare apprensione nei più giovani
Giudizio Artistico 
 
Francesca Comencini riesce a scavare nell'animo della donna e la segue nel suo alternarsi di speranza e di distaccata rassegnazione

Maria torna a casa con le immagini dell'ecografia che rivelano inconfutabilmente il suo stato di gravidanza. Le mostra ad un amico che dice: "E' un bel bimbo" "Che stupido - replica lei- è solo un'ombra"; " E' una bella ombra" insiste lui. Inizia in questo modo per Maria questo progressivo, molto lento, accorgersi della presenza dell'altra, di sua figlia.

Appena  nata viene collocata all'interno di un'incubatrice;  c'è ma non c'è, così separata dalla madre e dal resto del mondo da tanti tubicini, vetri, monitor a cui è affidato il responso sul suo incerto destino.
Maria mantiene ancora le distanze, per lei è solo un'ombra di vita: "aspetto che nasca o che muoia, non lo so"  confida ad un'amica .
Quando il medico le propone di mettere davanti all'incubatrice un allegro cartoncino con il nome della bimba, lei all'inizio rifiuta: in fondo è lei  la madre e lei sa bene come si chiama, non occorre che lo sappiano altri. Alla fine  accetta, e prega il dottore di scriverci sopra "Irene".  E' il primo momento in cui Maria ne riconosce l'identità di persona a se stante, non più una sua indefinita appendice.

"Lunedì le staccheremo i tubi": Maria viene informata dal medico che è arrivato il momento di scoprire se Irene è in grado di respirare da sola.  Solo allora, poche ore prima del momento fatidico, Maria diventa realmente madre e come tutti i genitori, si sente schiacciata da un evento misterioso che supera se stessa, che non può controllare, totalmente dipendente da qualcosa, da qualcun Altro che ha in mano il destino suo e di sua figlia e di fronte al quale sente il bisogno di mettersi a nudo, di confessarsi, di promettere qualsiasi cosa pur di avere sua figlia viva: "avrei voluto essere più paziente, più umile, più dolce, più buona. E lo sarò sai, io non avrò più fame né sete,  la porterò sempre con me: me la porto al cinema, alle manifestazioni, ovunque la porto! Imparerò a fare le pappe, i bagnetti, la porterò al giardino a giocare tutto il giorno. Io ce la posso fare, io ce la voglio fare".

Francesca Comencini ha raccontato con grande partecipazione una storia sulla forza primordiale della vita e sulla donna, vista come  la principale testimone di quest'evento al contempo affascinante e misterioso.

In un'intervista al Venerdì di Repubblica del 16 ottobre l'autrice ha dichiarato: "nessuna donna è pro-aborto: è un nonsense, perché le donne sono le guardiane della vita. Questo film è un inno alla vita: celebrarla è compito dell'arte".

Occorre però sottolineare che per Francesca Comencini, (ma anche per sua sorella Cristina, alleate nella stessa "battaglia")  esaltare il valore della vita non vuol dire affatto sostenere il matrimonio e la famiglia.

Maria, appena saputo di essere incinta, rimasta senza l'appoggio del padre che non gradisce la responsabilità di questa nascita, si confida a un amico: "Come faccio adesso? Lo faccio da sola?". "Da sola hai fatto sempre tutto." le risponde l'amico.

Una solitudine non per accidente ma per scelta. E' questo il tipo di donna a cui fa riferimento la nostra autrice: sensibile si, rispettosa della vita (Maria non ha voluto una figlia, ma quando è stata cosciente dell'avvenuto concepimento, non ha dubitato un attimo nel portare avanti la gravidanza) ma sessualmente libera e sciolta da ogni legame. Di Maria conosciamo tre uomini, che lei ha avuto in momenti diversi ma da quello che vediamo sono degli incontri di reciproca momentanea intesa, dove ognuno resta se stesso; manca qualsiasi progettualità per una vita in comune, per un'intesa più profonda.
Sul tema della maternità, così importante per lei, gli uomini svolgono al più la funzione di fuchi riproduttori. La filiazione è competenza esclusiva delle donne.
Cristina Comencini non ha un atteggiamento diverso: nell'ultima scena del film Il più bel giorno della mia vita (in senso ironico si tratta del giorno della prima comunione) la bambina protagonista, nel vedere tutti i tradimenti di cui sono capaci i grandi, sentenzia: "non so se avrò voglia di  sposarmi, ma voglio potermi sentire  madre per sempre".

La solitudine quindi, una solitudine anche titanica, se necessario, come viene adombrata nella figura della donna-magistrato vicina di casa, che vive da sola perennemente circondata dagli uomini della scorta. Un magistrato che ha lasciato da tre anni la famiglia ("anche un bambino di 10 anni, che avrebbe bisogno di me",sottolinea lei stessa) perché sta seguendo il caso di un suo collega che è stato ucciso.
Si comprendono in questo modo le dichiarazioni fatte da Francesca nel ritirare il premio Gianni Astrei-prolife. promosso  dal Fiuggi Family Festival e dal Movimento per la Vita: la regista ha confermato il suo sostegno alla libera scelta delle donne, sull'aborto come sulla RU486. La contraddizione presente nelle sue dichiarazioni (la donna come guardiana della vita, ma anche la donna libera di abortire) derivano dalla sua incapacità di conciliare un istintivo senso della maternità con il principio di una sessualità libera da ogni legame.

Non resta che auspicare a Francesca, che con tanta sensibilità ci ha raccontato la bellezza della vita che nasce e del suo insondabile mistero, che faccia un passo avanti sulla strada della coerenza; riconosca che è bello sperare che tutte le donne si sentano guardiane della vita e che  sia giusto che i figli abbiano non uno, ma due genitori.

Autore: Franco Olearo


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