MARGIN CALL (Claudio Siniscalchi)

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Titolo Originale: Margin Call
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura: J.C. Chandor
Produzione: BENAROYA PICTURES, BEFORE THE DOOR PICTURES, WASHINGTON SQUARE FILMS, SAKONNET CAPITAL PARTNERS, UNTITLED ENTERTAINMENT
Durata: 106
Interpreti: Kevin Spacey, Jeremy Irons, Paul Bettany, Stanley Tucci, Demi Moore

Agli ultimi piani di un grattacielo di New York, a contatto con le nuvole, i flussi finanziari decollano. In uno spazio limitato di una banca che specula sul credito, con brutale freddezza vengono messi alla porta un bel po’ di dirigenti. Gli vengono concessi pochi minuti per raccogliere gli effetti personali, passare in cassa a ritirare il cospicuo assegno, a tornarsene a casa. Bisogna limare i costi. Fra i licenziati, uno sta studiando lo stato di salute della banca. Ha intuito che non è più florido. Anzi, è sull’orlo del collasso. Ma deve mollare. Riesce però a passare la palla (la chiavetta con i dati) ad un giovane analista...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La lezione appresa in “Margin Call” è sin troppo istruttiva. Non c’è il Grande Fratello, né il Grande Apparato. Ci sono uomini, in carne e ossa. Fanno un lavoro sporco, che rende molto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Film con tematiche complesse, poco adatto ai piccoli. Un film molto utile per fare una analisi di certi fenomeni degenerativi dell'etica della finanza
Giudizio Artistico 
 
Racconto scritto benissimo, senza mai una parola fuori posto. Attori appropriati e misurati: una carrellata di volti, stupefacenti quanto credibili, del panorama hollywoodiano, da Demi Moore a Stanley Tucci, da Geremy Irons a Kevin Spacey.

La crisi finanziaria che devastò nel 2008 il sistema finanziario americano, non smette di attirare l’attenzione di Hollywood. La ferita è profonda, e a quattro anni di distanza non si è ancora rimarginata.
Oliver Stone ha addirittura tirato fuori di prigione il suo Gordon Gekko (protagonista di “Wall Street”, del 1987), Re della rapacità dell’era reaganiana, facendogli spiegare, con parole semplici, il significato autentico di bolla speculativa, titoli tossici, titoli spazzatura e derivati, nel recente “Wall Street. Il danaro non dorme mai” (2010). Così come lo stile di Oliver Stone era rapido e incalzante, quello dell’esordiente J.C. Chandor, scelto per “Margin Call”, è lento, riflessivo e compassato.
La storia prende avvio dall’alto. Ultimi piani di un grattacielo di New York. Lì, a contatto con le nuvole, i flussi finanziari decollano. In uno spazio limitato di una banca che specula sul credito, con brutale freddezza vengono messi alla porta un bel po’ di dirigenti. Gli vengono concessi pochi minuti per raccogliere gli effetti personali, passare in cassa a ritirare il cospicuo assegno, a tornarsene a casa. Bisogna limare i costi. Fra i licenziati, uno sta studiando lo stato di salute della banca. Ha intuito che non è più florido. Anzi, è sull’orlo del collasso. Ma deve mollare. Riesce però a passare la palla (la chiavetta con i dati) ad un giovane analista. Questi, un genio dei numeri, ingegnere spaziale prestato alla finanza, ci mette poco a disegnare il quadro da come profondo. All’apertura della giornata di lavoro ci sono stati i licenziamenti. Verso le undici di sera l’analista ha scoperto il mare di guai sul quale è seduto. Allertati i superiori, alle tre di notte i proprietari della banca sono tutti seduti, ben vestiti e pronti ad intervenire. Bisogna fare in fretta. Alle prime luci dell’alba verrà dato l’ordine. Vendere. Vendere tutto, al miglior prezzo di realizzo. Tanto ciò che si vende per l’ora di pranzo non varrà più niente. Al massimo il corrispettivo della spazzatura. La banca si salva dalla bancarotta: il resto è lacrime e sangue.
Ne escono distrutti non solo i risparmi (e i risparmiatori), ma l’intero sistema economico. È uno storia esemplare quella di “Margin Call”. Innanzitutto per come è scritta. Non rimanda ai tanti nomi concreti della cronaca. Non ci sono politici da tirare per la giacchetta. Né ministri o sottosegretari da consultare. Si deve operare, in fretta: e basta. L’azienda va salvata. Il resto va buttato a mare. E non ci sono pentiti, né titubanti, né indignati. Alla fine tutti in marcia compatti, verso il successo o la rovina. Tutti, anche i perdenti, hanno qualcosa di grosso da guadagnare: un bell’assegno di liquidazione.
Non è detto che storicamente la devastante crisi di Wall Street del 2008 sia cominciata davvero così. Ma il significato degli eventi raccontati è davvero prossimo alla realtà. L’avidità ha causato il disastro. Poi, come la storia insegna, a salvarsi nel disastro sono sempre in pochi. Racconto dunque scritto benissimo, senza mai una parola fuori posto. Attori appropriati e misurati: una carrellata di volti, stupefacenti quanto credibili, del panorama hollywoodiano, da Demi Moore a Stanley Tucci, da Geremy Irons a Kevin Spacey. “Margin Call” per budget a disposizione deve considerarsi un piccolo film, e l’ambientazione claustrofobica sta lì a dimostrarlo. È difficile persino ricordare la presenza o meno del commento musicale. Ma sullo schermo non sono mai i mezzi la questione determinante. E la credibilità di un racconto non si raggiunge certo con cast stellari, costumi e scenografie sontuose, effetti speciali. Il mondo finanziario (e Wall Street ne è il tempio, non sappiamo ancora se il più potente, visto che la globalizzazione ne ha creati altri) è retto da pochi individui. Ciò implica una riconsiderazione della democrazia, poiché le istituzioni democratiche possono poco con soggetti che operano nella legalità. La lezione appresa in “Margin Call” è sin troppo istruttiva. Non c’è il Grande Fratello, né il Grande Apparato. Ci sono uomini, in carne e ossa. Fanno un lavoro sporco, che rende molto. Se le cose vanno bene si guadagnano le copertine delle riviste.Volano a velocità troppo alta e, quando l’aereo sta per precipitare, prendono il paracadute e si lanciano. Cosa succederà dopo, non è più affare loro.

Autore: Claudio Siniscalchi


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