THIS MUST BE THE PLACE (Paolo Braga)

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Titolo Originale: This must be the place
Paese: ITALIA, FRANCIA, IRLANDA
Anno: 2011
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino e Umberto Contarello
Produzione: Nicola Giuliano, Francesca Cima, Andrea Occhipinti, Michèle Petin, Laurent Petin, Ed Guiney, Andrew Lowe per Medusa Film/Indigo Film/Lucky Red/ARP Sélection/Element Pictures
Durata: 118
Interpreti: Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Judd Hirsch

Una ex rockstar scopre che il padre, ebreo reduce da un campo di concentramento, fino alla morte aveva dato la caccia all’ufficiale nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia. Il cantante decide allora di continuare la ricerca, attraversando gli Stati Uniti. Sarà un viaggio che lo aiuterà a ritrovarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ex rockstar nasconde però una pasta buona, infantile, naïf: come Forrest Gump, guarda il mondo con occhi vergini, ascolta tutti, soffre per chi soffre, aiuta il prossimo a curare le sue ferite esistenziali. Non per nulla, nel finale, Cheyenne è colui che sa descrivere, sia pure a modo suo, il volto di Dio.
Pubblico 
Adolescenti
una scena di sesso; turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film è barocco, generoso di immagini spiazzanti e di spunti disparati Come tale, è un film adattissimo a quei cineforum in cui ci si scervella sul senso dei simbolismi reconditi e delle inquadrature.

Dublino. Cheyenne, cinquantenne, vive schiavo del passato. Il rossetto, la cipria, l’esuberante chioma corvina, lo smalto sulle unghie… anche se non ha più l’età, l’uomo continua a truccarsi, ostentando la maschera da cantante maledetto dei giorni andati. Il tempo scorre in uno stato di accidiosa, catatonica alienazione. Non paiono scalfirla la compagnia della moglie, una donna di spirito che fa il pompiere, né quella di una giovane fan il cui fratello è scappato di casa, gettando lei e la madre nella depressione.

Sembra che il malessere della ex rockstar dipenda da un tragico evento che la trama più avanti rivelerà: anni prima, il suicidio di due ragazzi, ispirati dai  brani trasgressivi del cantante. Finché un fatto improvviso – la morte del padre, con cui il protagonista aveva troncato i rapporti fin dall’adolescenza –  porta tutto in una nuova direzione. Recatosi, infatti, a New York per le esequie del genitore, Cheyenne ne scopre l’ossessione vendicativa. Per darle soddisfazione, il cantante si addentra così nell’America più profonda, si imbatte in personaggi curiosi e in casi umani imparentati con il nazista latitante, alla fine fa la pace con la memoria del padre e con se stesso.    

“Il dolore non è la destinazione finale”. In questa battuta, pronunciata dalla giovane fan di Cheyenne, è il messaggio di un road movie alla Sorrentino. Film squilibrato nella struttura, sovraccarico, sovversivo del senso comune (sia pure con qualche cautela retorica, per non condannare la costosa coproduzione internazionale ad un pubblico troppo di nicchia).

Il protagonista è grottesco, borderline, disturbante, secondo lo stile del regista di L’amico di famiglia e Il divo. Cheyenne è un personaggio annoiato, sentenzioso, un uomo con una sviluppata componente femminile (oltre al trucco, la moglie pompiere cui l’ex cantante regala sesso da favola), intollerante (buca la confezione del latte nel carrello delle casalinghe benpensanti che al supermercato manifestano sconcerto per il suo look).

La ex rockstar nasconde però una pasta buona, infantile, naïf: come Forrest Gump, guarda il mondo con occhi vergini, ascolta tutti, soffre per chi soffre, aiuta il prossimo a curare le sue ferite esistenziali. Non per nulla, nel finale, Cheyenne è colui che sa descrivere, sia pure a modo suo, il volto di Dio.

Il film sta in piedi grazie a questi elementi positivi – piuttosto tradizionali –. La pellicola, infatti, sconta, soprattutto nella prima parte, un gusto eccessivo per la stranezza gratuita (ancora, ovviamente, la moglie pompiere, che su una parete della cucina ha messo la scritta “cucina”; lei che fa il tai chi; l’amico che si vanta di esser riuscito a fare l'amore con una donna nonostante questa avesse la gamba ingessata…). Anche mettendo sul conto che le rockstar di solito hanno uno stile di vita eccentrico e si accompagnano a persone eccentriche, l’impressione è che chi ha scritto il film fosse preoccupato di fare l’originale a tutti i costi.     

Gli autori dichiarano di essersi presi la libertà di articolare la storia in due atti, cosa rara al cinema. Bene. Però la trama si accende tardi. E, quando lo fa, sembra prendere una direzione non pertinente con quanto aveva raccontato fin lì. Prima, infatti, lo spettatore si fa l’idea che la storia sia quella di una celebrità nostalgica con delle colpe. Poi, dopo quaranta minuti, il pubblico realizza che, invece, la storia aveva solo preso la questione molto alla larga, essendo l’argomento del film un altro: un rapporto difficile tra padre e figlio.

Gli autori dichiarano anche di aver voluto metter dentro la pellicola tutto quello che a loro piaceva (la musica di David Byrne, il titolo del film ripreso da quello di una sua hit, i video clip, i ricordi dell’adolescenza…). Dicono di non amare i film che dall’inizio alla fine battono su un punto solo.

In effetti, This Must Be The Place è barocco, generoso di immagini spiazzanti e di spunti disparati (l’indiano che non dice una parola, il bufalo che si affaccia alla finestra, un pupazzo a forma di pagliaccio…). Come tale, è un film adattissimo a quei cineforum in cui ci si scervella sul senso dei simbolismi reconditi e delle inquadrature.

Posto sempre che un senso ci sia davvero.  

Autore: Paolo Braga


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