THE TREE OF LIFE (C. Siniscalchi)

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Titolo Originale: THE TREE OF LIFE
Paese: India, Gran Bretagna
Anno: 2011
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: PLAN B ENTERTAINMENT, RIVER ROAD ENTERTAINMENT
Durata: 139
Interpreti: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw

Da piccolo, Jack aveva una concezione idilliaca del mondo, conosciuto soprattutto attraverso gli occhi di sua madre, una donna che credeva nel rispetto e nell'amore verso il prossimo. Tuttavia, crescendo Jack si è trovato ad affrontare la dura realtà della vita, che di idilliaco ha ben poco, come gli ha invece sempre insegnato suo padre. Da adulto, Jack diventerà consapevole che ogni esperienza vissuta fa parte di un grande miracolo, prezioso e incomparabile, messo in atto per renderci parte di uno schema che si perpetua nel mondo da millenni...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti percepiscono che la loro vita è misteriosamente collegata a un dio creatore al quale si rivolgono pregando per trovare il senso della vita. Un dio che non è cristiano ma che risente del trascendentalismo americano
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche intensa scena di litigi familiari potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Immagini bellissime, salti temporali , lentezza della narrazione, sovrapposizione di realtà e finzione, oscurità metafisica e chiarezza fanciullesca

Il cinema classico hollywoodiano, dallo splendore degli anni Trenta fino alla caduta degli anni Sessanta, si è rivelato preziosa e moderna chiave di interpretazione del mondo, vera e propria mappa cognitiva per gli spettatori (innanzitutto americani e in seguito occidentali) che scrutando lo schermo hanno appreso validi e concreti modi di comportamento per la vita reale. Il film di finzione è stato dunque una sorta di finestra aperta sul mondo, importante non tanto per stile cinematografico, qualità e bellezza degli attori, o per il modo di produzione, ma per ravvisare il nucleo essenziale di problematiche comportamentali. Il cinema nel Novecento ha finito per prendere il posto del romanzo, come ricorda lo scrittore Gore Vidal: «dove c’era letteratura ci sono i film». Nei primi anni Quaranta l’influente critico e storico della letteratura Francis Otto Matthiessen scriveva un saggio sulla «rinascenza» della cultura americana, individuabile in alcune opere composte tra il 1850 e il 1855 da Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne, Herman Melville, Henry David Thoreau e Walt Whitman, ritenute il corpus di un pensiero valido dal punto di vista estetico e morale. Alla fine del XX secolo Harold Bloom, l’autorità più lucida degli studi letterari in attività, nel fissare i punti cardine del «canone» americano (e occidentale), riscontra nell’opera di Walt Whitman addirittura il «centro».

 Ragionando sul nuovo film del veterano, filosofico e misterioso regista americano Terrence Malick, The Tree of Life (L’albero della vita), da qui bisogna partire: dalla «rinascenza americana». Partiamo invece dalla storia. Anni Cinquanta. Nella piccola Waco (cittadina natale di Malick, nota per il massacro, avvenuto nel 1993, di settanta appartenenti alla setta dei «davidiani») Jack ha davanti a sé due modelli educativi: il padre (Brad Pitt) autoritario, religioso, onesto, scrupoloso. La dedizione al lavoro, alla famiglia, alla messa domenicale, scandiscono una vita sana, morigerata, pulita. La madre è l’esatto opposto: timida, dolce, protettiva, sognatrice. Se il padre interpreta la Bibbia protestante (intrisa di giudaismo, e non a caso il film si apre con una citazione di Giobbe) nella severità vecchio testamentaria, e considera  l’esistenza un campo di battaglia sempre pronto a prendere fuoco, la madre all’opposto crede nella immensa bontà della creazione divina. Schiacciato tra questi due «amori» (poiché entrambi i genitori a modo loro amano il figlio, anzi i tre figli), Jack si interroga incessantemente su quale sia la strada giusta. Sarà la vita, la drammatica esistenza umana, gravida di accidenti e mali (le «piaghe» piovute su Giobbe, incredulo e innocente), a fornirgli le chiavi della risposta. Sono varie le domande che il film pone. Ma una è davvero essenziale: quando la vita finisce, finisce davvero o c’è qualcosa d’altro. Siamo soggetti cioè alla misericordia di un Dio benevolo, o alle forze della Natura? A questa domanda Jack, diventato uomo (Sean Penn), trova finalmente risposta. E per capire la risposta dobbiamo tornare alla «rinascenza americana». Dobbiamo tornare a Emerson e al «trascendentalismo» americano, riformulato nelle vesti odierne del postmodernismo nichilista e neo-spiritualista (corollario del pensiero cine-filosofico di Malick). «Trascendentalismo» è equivalente di «pensiero intuitivo», monismo che lega l’idea di Dio a quella del mondo. Nell’anima di ogni essere umano si mescola l’anima del mondo e gli uomini raggiungeranno la pienezza se saranno capaci di entrare in una «nuova era» (New Age) pacificatrice. Ralph Waldo Emerson rifletteva sulla maturità dell’individuo, raggiungibile grazie a intuizione e osservazione della grandezza della natura, poiché lì si nasconde il mistero dell’esistenza. È l’«energia cosmica» la sola creatrice della vita, identificata nell’idea «panteistica» di Dio-Natura. Il giovane Nietzsche fu avido lettore di Emerson, e il «vitalismo filosofico», come la genesi dell’idea del «superuomo», deve molto al pensiero del padre del «trascendentalismo», anche se i maggiori curatori dell’opera del filosofo hanno occultato le radici americane della formazione, a vantaggio di una via prettamente europea. Terrence Malick in The Tree of Life visualizza con virtuosismo estetico questo percorso religioso. Il suo film ha un impianto «rétro», modellato sul cinema d’autore americano degli anni Settanta (l’epoca della formazione di Malick, ritenuta spesso un’epoca d’oro), quando la creazione cinematografica poteva essere considerata un’attività riflessiva (il film-saggio), modello di avanguardia artistica (il film-poetico) o uno spazio di riflessione sul mistero insito nella celluloide (il meta-cinema). Immagini bellissime, dunque, e salti temporali (appaiono anche i dinosauri, l’alba dell’umanità), lentezza della narrazione, sovrapposizione di realtà e finzione, oscurità metafisica e chiarezza fanciullesca, il viaggio psichedelico del finale di 2001: Odissea nello spazio e i grattacieli gelidi che ingabbiano la vita virtuale di Matrix. Potrà sembrare strano, dato l’ardimento visivo di Malick, ma la stessa radice filosofica e religiosa della sua meditazione è presente in due film recenti, molto diversi tra loro pur se «panteisti»: Into the Wild - Nelle terre selvagge (2007) di Sean Penn (il protagonista, prima di morire nell’immensità selvaggia dell’Alaska perdona i suoi genitori che ha rifiutato, come li rifiuta e li ritrova Jack nel film di Malick); e  Hereafter (2010) di Clint Eastwood (Jack si interroga incessantemente sulla morte del fratello più grande, come il piccolo Marcus nel film di Eastwood, che ha perso il gemello e alla fine è sicuro di averlo ritrovato, poiché la vita oltre la vita esiste e non la garantisce Dio ma la Natura). A troppi commentatori superficiali questi film appaiono risultanza dell’universo cristiano, se non addirittura cattolico. Ma è un’altra storia. Non migliore né peggiore. È soltanto diversa.      

Autore: Claudio Siniscalchi


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