THE NEXT THREE DAYS

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Titolo Originale: THE NEXT THREE DAYS
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Paul Haggis
Sceneggiatura: Paul Haggis
Produzione: FIDÉLITÉ FILMS, HWY61, LIONSGATE
Durata: 122
Interpreti: Russell Crowe, Elizabeth Banks, Brian Dennehy

Pittsburgh. Un professore di lettere, una mamma che lavora, un bambino piccolo: la fotografia della felicità. Fino a quando la donna è arrestata con l’accusa di omicidio. Siccome gli avvocati non riescono a dimostrare la sua innocenza, al marito non resta che una via: farla evadere dal carcere. Di qui, la storia al cardiopalma di un padre disposto a tutto per salvare la sua famiglia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Solo nell’amore si trova la pazzia necessaria alle grandi imprese. Un amore limpido fra marito e moglie supera ogni sospetto, perchè si conoscono come nesun'altro può conoscerli. Ma il fine non giustifica mai i mezzi, certo non quello di organizzare una rapina a mano armata, sia pur a danno di alcuni spacciatori di driga
Pubblico 
Adolescenti
Due scene di violenza; una di tentato suicidio, commercio di droga
Giudizio Artistico 
 
Paul Haggis, firma prestigiosa per regia e sceneggiatura segue fedelmente l'originale francese per due terzi della storia. Commoventi le scene tra padre e figlio:quelle tra il protagonista e il suo bambino, ma soprattutto quelle tra il protagonista e suo padre

Solo nell’amore si trova la pazzia necessaria alle grandi imprese. È il messaggio del riuscito remake di un buon thriller francese (Pour elle, 2008). A chi sono piaciuti Il fuggitivo e la serie Prison Break piacerà anche questo film.

Firma prestigiosa per regia e storia: Paul Haggis, secondo tanti addetti ai lavori, il migliore sceneggiatore su piazza (Crash, Million Dollar Baby, Nella Valle di Elah). In questo caso, però, Haggis ha trovato la strada spianata da un valido originale che ha seguito molto fedelmente lungo due terzi abbondanti della trama. Fatta salva la grinta ossessiva di Russell Crowe al posto della vena introversa e vittimistica di Vincent Lindon, e fatto salvo qualche dubbio aggiuntivo sull’innocenza della donna, quello che c’è nella prima ora e mezza del film americano c’è già nella versione di partenza.

C’è già il gancio emotivo che fa stare dalla parte del protagonista: la disgrazia improvvisa. C’è la posta in palio altissima: un’intera vita, da prendersi indietro o perdere per sempre. Ci sono già l’obiettivo di eccezionale difficoltà - far scappare la propria moglie di prigione - e il brivido del lato oscuro - un uomo normale che si compromette con la malavita per studiare da fuorilegge -. Anche la ricca dose di proceduralità, tipico ingrediente americano, in Pour elle è in buona parte già presente: i dettagli del piano di fuga calcolati al millimetro. Stesso dicasi per il coinvolgimento degli affetti fondamentali: le commoventi scene tra padre e figlio (quelle tra il protagonista e il suo bambino, ma soprattutto quelle tra il protagonista e suo padre, giocate sull’implicito di un genitore che, da uomo a uomo, capisce il figlio e tacitamente lo approva). Tutto questo nell’originale francese c’è già.

Quello che non c’è, è lo spunto di Haggis sull’ultimo tratto della storia, quando il remake è scritto per spremere dalla stessa vicenda tutta la tensione possibile. Mentre il rapporto marito-moglie è portato agli estremi e conosce alti e bassi assenti nella versione europea, lo sceneggiatore comincia a giocare con le attese del pubblico come fa il gatto con il topo. L’azione crea aspettative, le frustra, le rilancia, le mantiene con sorpresa. Così, sul rettilineo finale, inanellando con maestria coincidenze positive e negative per il personaggio di Crowe, Haggis si cimenta su un interrogativo a lui caro: la questione se il destino sia più giusto o più ironico.

Sia come sia, per portare il destino dalla tua parte, serve la pazzia del sentimento. Come quella di Don Chisciotte, appositamente citato dal professore fuorilegge quando in aula incalza i suoi studenti con la fatidica domanda: “Quale parte della nostra vita è davvero sotto il nostro controllo?”.    

Autore: Paolo Braga


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