UNA VITA, UNE VIE

Titolo Originale: Une vie
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon
Produzione: TS Productions, France 3 Cinéma, Versus Production
Durata: 119
Interpreti: Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield

Jeanne è una giovane aristocratica dei primi dell’800 che sposa un nobile caduto in disgrazia meschino e traditore e riceve dalla vita una lunga serie di dolorose delusioni

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Matrimonio, famiglia, convenzioni sociali, religione e relazioni umane sono presentate come una sorta di gabbia soffocante portatrice di dolore e delusioni. Tutta la storia è priva di un percorso di crescita che porti ad una maggiore consapevolezza di sé e della gestione degli affetti
Pubblico 
Maggiorenni
A causa della pesantezza degli argomenti trattati
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile delle riprese e la fotografia si adattano in modo perfetto alle atmosfere e ai contenuti della storia, conferendo al dramma un valore fortemente poetico

Una vita, una vie di Stéphane Brizé è la nuova trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Guy de Maupassant del 1883. Il film è stato presentato in concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed ha vinto il Premio Fipresci. Al di là dell’indubbio valore letterario e dunque culturale di una delle più rappresentative opere del realismo francese, la domanda che però ci si pone di fronte al nuovo rifacimento cinematografico del primo celebre romanzo di Maupassant è se un tale lavoro sul grande schermo abbia effettivamente qualcosa di significativo da dire ai giorni nostri.

Oltre ai diversi film fatti per la televisione, la precedente trasposizione cinematografica risale al 1958 e fu realizzata dal regista francese Alexandre Astruc con il titolo Una vita – Il dramma di una sposa. Astruc, uno dei fondatori della Nouvelle Vague, con il suo stile si sforzò di trasformare il linguaggio cinematografico in una nuova forma di linguaggio letterario, un po’ come Maupassant a suo tempo si era impegnato ad introdurre nella prosa del romanzo il linguaggio poetico. Il recente sforzo del regista e sceneggiatore Stéphane Brizé in Una vita, une vie sembra andare un po’ nella medesima direzione, ma ciò che ne risulta è solo un esasperante esercizio di stile.

Brizé richiama lo stile sintetico ed evocativo dell’autore francese attraverso un racconto che procede per tagli netti, inquadrature in primo piano sullo sfondo di una scenografia ridotta quasi all’essenziale e di suggestivi e poetici paesaggi in lontananza.

La storia resta fondamentalmente fedele a quella del romanzo e ripercorre l’intero arco della vita di Jeanne, una giovane aristocratica del 1819. Figlia unica del barone Simone-Jacques Le Perthuis e di sua moglie Adelaide, dopo essere stata educata in un collegio religioso, Jeanne si trasferisce presso la residenza di famiglia in Normandia dove vive giorni felici carichi di aspettative per il futuro. I genitori decidono di darla in sposa ad un nobile decaduto di cui la fanciulla è platonicamente innamorata, il visconte Julien de Lamare. Ben presto però Julien si rivela avido ed egoista infrangendo i romantici sogni di Jeanne. La giovane sposa scopre anche che Julien la tradisce con la serva Rosalie, dalla quale questi aspetta un figlio. Rosalie viene allontanata dalla residenza e gli sposi hanno un bambino, Paul. Tuttavia Julien continua a tradire la moglie con una vicina di casa, Gilberte, finché la vicenda trova un tragico epilogo. Jeanne rimasta sola a crescere Paul riversa sul figlio tutte le sue attenzioni, ma anche questi crescendo le causerà grande dolore.

Il romanzo di Maupassant dipingeva il panorama della condizione femminile ottocentesca senza nascondere la forte ostilità dell’autore nei confronti della religione e della borghesia dell’epoca. Stéphane Brizé compone un racconto per immagini che in sostanza non si discosta dalla posizione dell’originale romanzo e realizza una sorta di epopea decadente.

Inquadrature asfittiche, un racconto minimalista e spossante che mette a dura prova lo spettatore, Una vita, une vie manifesta un pessimismo che non dà tregua fino alla fine in un susseguirsi di tragiche delusioni in cui sembra che la protagonista, frustrata in ogni sua aspettativa, non trovi la forza di reagire né in se stessa né in coloro che le stanno accanto. Le aspettative, un po’ infantili, su cui Jeanne aveva investito il senso della sua intera esistenza vanno crollando sotto i suoi occhi una dopo l’altra ed ella si lascia quasi schiacciare dagli eventi.

La debolezza della protagonista si somma a quella di tutti gli altri personaggi che sembrano paralizzati dall’incapacità di affrontare le proprie e le altrui fragilità in un soffocante circolo vizioso. L’isolamento esistenziale che tale stato genera sembra giustificato e quasi indotto dall’ingerenza di figure ecclesiastiche che, invece che liberare la persona attraverso una visione più soprannaturale della vita, la affossano in un inesorabile immobilismo allontanandola da ogni possibile ricerca di felicità, come se l’unica vera forma di pace auspicabile in questa vita fosse quella che risiede in una sorta di rassegnata e passiva atarassia.

Jeanne soffre terribilmente e disperatamente ma l’esperienza non la porta ad alcuna forma di maturazione o crescita, né interiore né emotiva. Dall’inizio alla fine ella resta la fanciulla ingenua, debole e fragile delle prime scene, solo più logorata dalla sconfortante disillusione che le relazioni umane le hanno causato. La fede non dà forza né speranza ma imprigiona in una muta rassegnazione.

 

Autore: Vania Amitrano


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