IL MINISTRO - L'ESERCIZIO DELLO STATO

Titolo Originale: L'exercice de l'Etat
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Pierre Schöller
Sceneggiatura: Pierre Schöller
Produzione: ARCHIPEL 35, LES FILMS DU FLEUVE, FRANCE 3 CINÉMA, RTBF, BELGACOM
Interpreti: Olivier Gourmet, Michel Blanc, Sylvain Deblé, Zabou Breitman, Stéphan Wojtowicz

Il ministro dei trasporti francese viene svegliato in piena notte perché è avvenuto un pauroso incidente su una strada statale. E’ urgente andare sul posto per dare la solidarietà del governo ma anche per costruirsi un’immagine personale di efficienza e prontezza. Un affresco realistico della gestione del potere politico e dei media

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esplora i meccanismi della politica, dove la conservazione del potere resta la preoccupazione dominante
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena con nudo integrale femminile; una sequenza raccapricciante con profonde amputazioni dopo un incidente. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un film ottimamente diretto ed interpretato. La sceneggiatura svela con realismo i meccanismi della gestione del potere dello Stato in Francia

Un Ministro del governo francese (come tutti i ministri di altri paesi) deve disporre di uno staff particolarmente coeso. Un direttore di Gabinetto, un responsabile dei rapporti con la stampa, uno scrittore per i discorsi, un pool di autisti disponibile 24h.

E’ quanto apprendiamo dalle prime sequenze del film. Bertrand Sant-Jean, ministro dei trasporti, viene svegliato in piena notte: un autobus si è rovesciato su una statale di montagna e si contano numerose  vittime fra cui dei ragazzi. Bertrand decide di intervenire subito e inizia a muoversi abilmente all’interno delle due dimensioni  della realtà: quella ufficiale di andare a mostrare la solidarietà del governo ai familiari delle vittime e quella  personale, abilmente valorizzata dalla sua responsabile per le comunicazioni, che si preoccupa  di fargli  indossare una cravatta scura prima di farlo incontrare con i giornalisti, di rileggere insieme a lui il testo della dichiarazione e di organizzare una sua intervista alla radio nei primi  notiziari del mattino successivo, badando bene che il suo intervento non vada in conflitto con notizie più rilevanti.

Prontezza di reazione agli eventi,  un flusso continuo di telefonate fatte o ricevute , lunghi spostamenti in macchina, incontri riservati e incontri ufficiali, abilità nel modificare le proprie posizioni in base ai rapporti di forza politici: Pierre Schoeller  ci fa calare con realismo nella quotidianità di un rappresentante dello Stato, con quel senso di rispettosa serietà che questo nome, ancora oggi, detiene in Francia.

Anche in Italia di recente sono usciti film su tematiche politiche ma gli ultimissimi Viva la libertà e Benvenuto Presidente, fra apologo  intellettuale e metafora qualunquista, distruggono senza costruire, né costituiscono le basi per un serio approfondimento. Anche il film di George Clooney Le idi di marzo  ha manifestato soprattutto la voglia di denunciare, senza fornire spiragli di speranza:  la lealtà non esiste, la legge per cui il fine giustifica i mezzi non conosce eccezioni.

Paradossalmente è proprio un film come La frode che mostra una certa somiglianza di approccio con questo film francese (vincitore di tre César e del premio della critica internazionale al Festival di Cannes 2011): gli ambienti di potere sono diversi (uno riguarda la  funzione pubblica, l’altro gli ambienti dell’industria privata) ma entrambi si preoccupano soprattutto di ricostruire con realismo certi meccanismi interni, in base ai quali bene e male,  ragioni personali e ragioni pubbliche finiscono per mescolarsi inestricabilmente. I due  film non rinunciano ad indicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato ma partono dalla complessità del reale,  senza semplificare né giudicare sbrigativamente.

Per entrambi i protagonisti di questi film (Richard Gere è più cinico, Olivier Gourmet mostra un certo calore umano) un elemento irrinunciabile, ancor più che la conservazione del potere, la conservazione dell’immagine:  in nessun modo deve venir screditata perché costituisce la piattaforma irrinunciabile per successive scalate.

Il Ministro non è certo un documentario e non manca di raccontarci il Betrand-uomo: comprensivo ed anche affettivo con i suoi collaboratori, con un rapporto forte e sereno con la moglie (forse l’aspetto più trascurato del film, a parte l’esternazione dei sogni erotici del protagonista), non sa rinunciare al piacere della discussione politica, come quando si auto invita alla casa del suo autista e di sua moglie. Il regista ci mostra anche il suo lato oscuro, che si incunea in tanta razionalità: incubi ricorrenti e il rifugio nell’alcool.

La regia è bella ma  impietosa nella sua tagliente precisione  e la musica è straniante e invadente, quasi a ricordarci che ciò a cui stiamo assistendo è un dramma, come è sempre la cronaca del potere.

Il film ha un altro merito: consacra definitivamente l’importanza del potere mediatico. Attraverso  la figura della responsabile della comunicazione, l’impegno per ben apparire  è più coinvolgente del fare stesso. Se i politici si muovono spesso per interesse, anche il grande  pubblico ha il suo lato debole, come quando resta intrappolato negli slogan demagogici che gli forniscono i media.

Autore: Franco Olearo


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