RIBELLE - THE BRAVE

Titolo Originale: Brave
Paese: Usa
Anno: 2012
Regia: Mark Andrews (II), Brenda Chapman, Steve Purcell
Sceneggiatura: Mark Andrews, Steve Purcell, Brenda Chapman, Irene Mecchi
Produzione: PIXAR ANIMATION STUDIOS
Durata: 93

In una Scozia medioevale la piccola Merida viene preparata dalla madre Elianor al suo rango di principessa. Il padre invece le regala un arco e le insegna i primi rudimenti di questa nobile arte. Ora Merida è cresciuta e secondo le usanze del tempo verrà data in sposa al giovane nobile che saprà vincere gli altri pretendenti in una gara con l'arco. Ma Merida non ha nessuna intenzione di sposarsi e dopo un acceso litigio con la madre, fugge nella foresta...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre non rinuncia a riconquistare la figlia ribelle
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La Pixar conferma le sue doti tecniche ma questa volta la sceneggiatura mostra non poche discontinuità

Ribelle – The Brave è un altro film della Pixar, ma è come se non lo fosse.

Da molti anni ormai il sodalizio  Pixar/Disney ci ha abituato a  commoventi, divertenti, incredibili successi: basterebbe ricordarsi , fra i più recenti, di: Up, Rapunzel, Toy Story 3, Wall-e, Ratatouille.

Quali sono state le ragioni di tanto successo? Difficile dirlo, ma possiamo ipotizzare  una miscela di ingredienti: l’impiego di tecniche grafiche di assoluta avanguardia, una sceneggiatura impeccabile  ma soprattutto..l’incanto.  Quella caratteristica che è sempre stata tipica dei lavori della Disney, uno spirito che la Pixar ha ereditato (John Lasseter si è formato alla Disney) e che è un modo di introdurci in un mondo incantato anche quando non si narrano favole, un mondo dove alla fine si scopre la gioia dello stare insieme, il valore dell’innamoramento, dell’amicizia, della famiglia.

Con Ribelle – The Brave ci accorgiamo subito di esser capitati in un altro universo: Merida, la ragazza ribelle,  urla davanti a sua madre tutta la sua insofferenza perché  nessuno si preoccupa di sapere ciò che lei vuole veramente e le dice in faccia che non vorrà mai diventare  come lei. La scena è di una violenza inaudita per un racconto di animazione, né si era mai visto in un film targato Disney una figlia comportarsi in questo modo nei confronti di sua madre (arriva a dirle: “you are a beast!”  nella versione originale del film).
Questa eroina dai capelli rossi è stata tratteggiata in modo insolito e non solo perché ha un carattere ribelle e le piace tirare con l’arco. Non è l’arciera Jennifer, riflessiva, responsabile ed innamorata di Hunger Games: durante il suo periodo di crescita e formazione come principessa  nel castello paterno non ha nessuna amica con cui scambiare confidenze; gli unici rapporti sono con i due genitori (e i suoi tre pestiferi fratellini, inseriti come diversivo comico) e l’unico momento di vera felicità che riesce a trovare è quando si lancia al galoppo con il suo cavallo, per ritrovarsi  tutta sola  immersa in una natura incontaminata.
Dobbiamo anche dimenticare qualsiasi riferimento a Pocahontas, Mulan, Rapunzel, perché manca la figura del principe azzurro, né lei lo cerca. Merida rifiuta i tre pretendenti che i suoi genitori le hanno proposto e non possiamo che essere d’accordo con lei, visto che si tratta di un campionario di giovani stupidi e insulsi. Ci saremmo però immaginati che Merida alla fine del film avrebbe trovato, liberamente scelto, il giovane giusto per lei  ma così non accade. Viene così a  a mancare in questo film uno degli ingredienti-base per appassionare lo spettatore: non tanto la tematica amorosa ma piuttosto un percorso interiore che porti la protagonista a trasformarsi e a diventare più disposta a porsi in relazione con gli altri.

Possiamo ancora accettare l’ipotesi di una scelta narrativa originale ma c’è dell’altro che genera un senso di una fastidiosa disarmonia. Anche il padre, affettuoso e coraggioso, nelle vesti di capo clan è solo un uomo bonaccione e rozzo, incapace di esprimere doti di governo, che lascia interamente alla  moglie. A questo punto il quadro è completo: non c’è nessun uomo che abbia un minimo di peso in questo film che è rigorosamente femminil-centrico.

Il film esalta in effetti il genio femminile nella sua capacità di comprendere e controllare le situazioni ma questa qualità non viene posta come  una forma di stimolante contrapposizione dialettica  con il mondo  maschile: è “un vincere facile” di fronte al vuoto delle alternative.

Il  lieto fine è immancabile e la famiglia reale si ritrova nuovamente riunita ma il ritrovarsi è più l’espressione di uno scampato pericolo (non vogliamo raccontare altri dettagli) che quello della riscoperta dei profondi legami che li tengono uniti.

Se c’è qualcuno da lodare è proprio la madre, che alla fine si avvicina alle posizioni di Merida rinunciando alle sue più immediate aspirazioni di regina, ma la soluzione che viene trovata appare più il completamento di una vertenza sindacale (il diritto di scegliere chi sposare) piuttosto che l’incontro fra una madre e una figlia  che hanno trovato il modo di avvicinarsi più intimamente comprendendo le ragioni l’una dell’altra. E’ proprio la tenacia della madre nel non voler perdere la figlia che alla fine farà breccia nell’atteggiamento di autosufficienza di Merida.

A questo punto voi spettatori avete una scelta di giudizio: concludere che  ci si trova di fronte a un film con alcune carenze nella sceneggiatura o piuttosto si tratta di un film, come alcuni critici hanno supposto (Adam Markovitz del Guardian) che ha voluto proporre  un’icona gay.

A voi la scelta.

Non si può negare che anche in molti film di Pedro Almodovar, che hanno come baricentro delle figure femminili, gli uomini risultano essere stupidi o violenti.

Il film è stato realizzato con ottima qualità grafica (un vero rompicapo debbono esser stati i riccioli ribelli della protagonista) ma la sceneggiatura perde qualche colpo soprattutto nella lunga fase i cui tutti sono a caccia dell’orsa-madre: è come se il filone portante del rapporto madre-figlia venisse sospeso per lasciar spazio  alla ricerca della semplice comicità che può scature da concitate  sequenze di azione.

Autore: Franco Olearo


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