STAGE BEAUTY

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Titolo Originale: STAGE BEAUTY
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Jeffrey Hatcher dal suo romanzo
Produzione: Robert De Niro, Jane Rosenthal e Hardy Justice per Icon e Tribeca
Durata: 110'
Interpreti: Billy Crudup, Claire Danes, Tom Wilkinson, Ben Chaplin, Rupert Everett

Sotto il regno del fatuo Carlo II si consuma un passaggio epocale per la scena inglese; per la prima volta dopo decenni alle donne è consentito tornare a recitare; per Ned Kenyston, raffinato interprete di ruoli femminili, è la fine di una carriera e il momento di rimettere in discussione un’intera vita; per la sua cameriera Maria, che da sempre sogna di recitare, l’inizio di una nuova esistenza. Ma per entrambi c’è qualcosa che è rimasto in sospeso e forse solo insieme potranno scoprirlo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Positiva storia di un percorso di guarigione e rinascita attraverso l’amore
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio talvolta allusivo o volgare; alcune scene moderatamente sensuali e di nudo, qualche gioco di confusione fra i sessi
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione storica e ottime interpretazioni

Non è il solito film sul teatro e sulla sua magia, sui misteri della creazione artistica e sugli intrecci di arte e vita, anche se ritroviamo in parte le atmosfere di Shakespeare in love.

La pellicola di Richard Eyre sceglie di “inquadrare” una piccola grande rivoluzione nella storia del teatro inglese (le donne erano state allontanate dalle scene anche per reazione agli eccessi della corte di Carlo I nella creazione di scandalosi masque a cui partecipava persino la regina) e attraverso il dramma della star del tempo rimasta senza lavoro (ma anche con una bella confusione in testa circa la propria identità di uomo…) racconta con sensibilità e leggerezza una storia d’amore atipica, ma originale e interessante.

Il rapporto che lega Ned, convinto forse per necessità che ci sia arte vera solo nell’uomo che recita la donna (ma alla fine confessa una struggente nostalgia per la bellezza che la femminilità – imposta nei modi, ma negatagli come relazione normale – continua a suscitargli), e Maria, che vorrebbe recitare, ma sa solo “imitare l’imitazione” del suo padrone, diventa così l’occasione per raccontare un percorso di riappropriazione di sé, ma anche per accostare il mistero della rappresentazione stessa, sospesa tra la verità dei sentimenti raccontati e artificio delle modalità espressive.

Attraverso gli occhi innamorati di Maria lo spettatore segue le alterne vicende di Ned, prigioniero in un corpo e in un ruolo che ne hanno plasmato ogni gesto e ogni relazione (il legame con il conte di Buckingham, bisessuale e opportunista, racconta di un disperato bisogno di amore che è stato indirizzato a forza verso uno sbocco innaturale, ed è in ogni caso vissuto sotto il segno della menzogna); persino quando Ned sembra al vertice del successo avvertiamo il disagio di un’esistenza che non è come dovrebbe essere; e la differenza si misura nell’interpretazione di Desdemona, ripetuta così tante volte, un’interpretazione che è sempre sublime, ma mai davvero bella, almeno fino a quando Ned non veste i panni del Moro…

Costretto a dismettere i panni femminili per editto reale Ned è gettato nella confusione più totale (oltre che nella miseria); rifiutato da chi diceva di amarlo e lo usava, convinto di non sapere o non poter essere diverso da ciò che è sempre stato, sarebbe perduto se non ci fosse Maria, che proprio dalla sua disgrazia si è vista lanciare verso una passeggera gloria.

Ed è proprio lei che, con il suo amore tenero ed esigente (e in questo così materno e femminile), toglie Ned dal palco della taverna dove il suo travestimento da arte era diventato semplice volgarità, si prende cura di lui e lo costringe con ad interrogarsi su ciò che veramente è, ma anche su ciò che potrebbe essere se solo si prendesse sul serio.

Ma come in ogni storia d’amore che si rispetti entrambi gli innamorati hanno qualcosa da imparare e, sfiorando per un attimo la possibilità della tragedia, i due compiranno un percorso artistico e affettivo che, molto più di una donna in scena (una realtà destinata a diventare presto abitudine), è la vera “novità” domandata a gran voce per il dramma fin dall’inizio del film.

In tutto ciò a fare da curioso deus ex machina è il Carlo II impersonato con efficacia da Rupert Everett; se nelle sue dichiarazioni, misto insuperabile di fatuità e saggezza, non mancano le ormai canoniche frecciate alla Chiesa e al clero (ma ce n’é anche per i francesi, usati come comodo precedente ogni volta che c’è da fare “qualcosa di molto brutto”…), è pur sempre lui, con la sua imprevedibilità, a creare le condizioni per un’avventura umana che coinvolge e colpisce. E se a corte trionfa il gusto dell’eccesso (dalla nudità all’inversione dei costumi) e la realtà si rivela a volte piuttosto grossolana, almeno per Ned il teatro potrà tornare ad essere una vocazione e il luogo dove esprimere e purificare le passioni …per il piacere di un pubblico in visibilio!

Più della ricostruzione storica, che è comunque davvero affascinante e delizierà gli amanti del teatro in generale e del Bardo in particolare, dunque, il film, pur con qualche cautela per un pubblico più giovane, riesce a raccontare, attraverso personaggi ben disegnati e ottimamente interpretati, una storia per certi versi “rivoluzionaria” (perché ci dice, tanto per cambiare, che la condizione di Ned non è, nella sua confusione, giusta e ottimale…) e positiva nell’indicare un percorso di guarigione e rinascita attraverso l’amore.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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