HERO

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Titolo Originale: Ying xiong
Paese: Cina/Hong Kong
Anno: 2003
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Zhang Yimou, Li Feng, Bin Wang
Produzione: Bill Kong
Durata: 96
Interpreti: Jet Li, Tony Leung, Meggie Cheung, Zhang Zi Yi

Dopo aver spopolato nelle sale americane a settembre, grazie anche al sostegno appassionato di Quentin Tarantino, che figura come produttore, arriva nelle nostre sale questo kolossal dell’estremo oriente che porta la firma di Zhang Yimou e raduna un cast fatto dei migliori nomi della cinematografia cinese (Jet Lee, star dei film d’arti marziali, ma anche Tony Leung e Maggie Cheung, protagonisti di In the Mood for Love).

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli eroi non si sacrificano per un'ideale di libertà ma si auto-annullano nel nome di una grande nazione unificata e pacificata in modo autoritario
Pubblico 
Adolescenti
Per gli stilizzati combattimenti di arte marziale e l'allusione a una scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Film visivamente bello ma lo strapotere visivo pone in second'ordine la storia privata dei protagonisti: prevale il riferimento collettivo alla nascita della "nostra terra" (la Cina)

Impressionanti le risorse impiegate per la ricostruzione delle scene di massa, per altro surclassate dalle architetture dei duelli individuali, coreografate fino all’esasperazione come già era accaduto ne La tigre e il dragone e rese ancora più scenografiche dall’uso dei colori, della musica e dei rallenty. I duelli, per altro, vivono in una dimensione che va oltre il possibile e il visibile: uno stile iperrealista, con gocce d’acqua pesanti come proiettili e voli attraverso il cielo, piogge di petali e veli.

La vicenda, ambientata in una Cina di duemila anni fa è preceduta da un’introduzione che spiega la situazione “politica” del tempo (grandi regni in lotta tra loro, un Re, quello di Qin, pronto a tutto per unificarli sotto il suo dominio) e tratteggia l’identità dell’Eroe che in questo mondo si muove, colui che è pronto a dare la vita per un ideale…anche se questo non significa necessariamente perderla in battaglia.

Il protagonista e narratore della storia, Senzanome, giunge al palazzo del Re portando in dono le spade di tre assassini; la loro morte dovrebbe finalmente porre termine alle minacce che incombono su un sovrano tanto potente quanto privo di sicurezza. Di qui in poi la via della conquista dei regni vicini dovrebbe risultare spianata; in dono il guerriero riceve centinaia di pezzi d’oro, il controllo di molte terre e, cosa ancor più importante, la possibilità di avvicinarsi al sovrano, che vive isolato in un ambiente monumentale per evitare gli attentati alla sua vita.

Il tempo della narrazione è di fatto tutto racchiuso in quello dell’incontro tra l’eroe e il re, fino al suo drammatico ed imprevedibile epilogo; è all’interno di esso che si dipartono digressioni e flashback che ricordano da una parte Kurosawa (Rashomon) e dall’altra la più cervellotica cinematografia contemporanea…compresa quella del solito Tarantino. La verità di ciò che ha portato all’incontro tra i due, infatti, viene approssimata con ricostruzioni successive che Re e Guerriero si offrono in una partita mai chiusa, segnalate allo spettatore dal mutamento dei colori dei costumi e degli sfondi.

Nel “viaggio dell’eroe” rivisto e corretto in chiave asiatica, d’altra parte, il percorso verso il climax finale appare molto meno lineare di quanto sia spesso nella nostra tradizione; non solo gli antagonisti tendono a conquistarsi il primo piano tanto da diventare la vera guida del racconto, ma i duelli che costellano la storia più che prove verso l’obiettivo finale, diventano momenti di “meditazione”, che non vivono solo dell’incrociarsi acrobatico delle spade, ma anche nello scambio verbale e in quello mentale ed emotivo dei contendenti.

Il percorso dell’eroe asiatico (Senzanome, ma anche e forse più Spada Spezzata, uno degli assassini) presenta, certo, alcune caratteristiche comuni a quelle dei protagonisti delle pellicole occidentali, ma è un percorso più filosofico che mitico, e uno svolgimento più cosmico che morale, che culmina con un capovolgimento di obiettivi e valori che lo spettatore occidentale potrebbe trovare alla fine un po’ indigesto.

Il Re, un po’ come l’Imperatore del ciclo di Star Wars, mira ad eliminare qualunque resistenza sconfiggendo tutti i suoi avversari con un’armata invincibile (migliaia di soldati tutti uguali dotati di un’organizzazione perfetta); è un tiranno, dunque, ma non uno stupido, e dunque cerca l’adesione dell’avversario al suo progetto: non la semplice conquista del potere, ma una ragionata “riduzione alla semplicità” della confusione e degli scontri tra i diversi domini. Tra il Re e il suo obiettivo, però, c’è di mezzo la distruzione di intere province e di raffinate scuole di calligrafia, arte che è il corrispettivo di quella della spada e diventa dunque la chiave per sciogliere il messaggio dell’intero film.

Dall’altro lato della barricata, però, non troviamo eroi capaci di portare un’alternativa a questo progetto; gli spadaccini/guerrieri, Senzanome, Cielo, Spada Spezzata e Neve che Vola, individui leggendari che con la loro arte rappresentano la perfezione dello sforzo individuale, e in parte dunque anche la complessità che il Re sembra deciso a cancellare; questi uomini (e donne) viaggiano però verso una consapevolezza che li condanna all’annullamento.

Il finale, del resto, lungi dall’affermare con forza il valore (o un valore) incarnato dal protagonista, sancisce una vittoria in negativo che segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, che è poi l’era storica, marcata dalla costruzione della Grande Muraglia.

Il problema di un film come questo non è solamente nel destino finale dell’eroe protagonista (o in quello dei suoi alleati); Il Gladiatore terminava in un’arena dove l’eroe veniva  ucciso, seppure a tradimento, ma riaffermava il valore del suo sacrificio, che diventava quindi una forma di vittoria.

In Hero, invece, a vincere è un principio di ordine superiore, quasi una necessità che è storica e filosofica insieme (la riconduzione ad unità che privilegia l’insieme, la collettività rispetto all’individuo – ma non la comunità, che perisce eroicamente nella scuola di calligrafia). È ad esso che si sacrifica l’eroe, “giustiziato come un criminale e sepolto come un eroe”; e la stessa necessità storica sancisce la condanna dell’amore tra Spada Spezzata, orami giunto alla comprensione del tutto, e Neve che Vola, ancora segnata da una terrestre incomprensione.

Il mondo per cui questi eroi si sacrificano è un mondo in cui forse non c’è più spazio per l’arte del combattimento, ma solo per efficienza persino sovradimensionata di una perfetta macchine da guerra. La “nostra terra” (il nome della patria ancora oggi usato in Cina) di cui per primo ha parlato un assassino è un mondo nuovo che nessuno degli assassini vedrà mai, un “sogno” che per un occidentale rischia di avere il sapore inquietante di un’unificazione di stampo fin troppo autoritario e che prefigura un presente in cui la memoria del passato è una poesia che nasconde una realtà ancora fatta di diritti calpestati e potenti con l’utopia di un’unica grande nazione.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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