THE FIGHTER (Luisa Cotta Ramosino)

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Titolo Originale: THE FIGHTER
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: David O.Russell
Sceneggiatura: Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson
Produzione: Mark Wahlberg, Dorothy Aufiero, David Hoberman, Ryan Kavanaugh, Todd Lieberman e Paul Tamasy per Mandeville Films/Relativity Media/Closest To The Hole Productions
Durata: 118
Interpreti: Mark Wahlberg, Christian Bale, Melissa Leo, Amy Adams

Dicky Eklund è stato una promessa della boxe, ma si è perso nella droga e nella piccola criminalità finendo più volte in prigione. Anche il suo fratellastro Micky Ward è un pugile, ma nonostante il grande talento non riesce a sfondare, anche a causa delle scelte imprudenti della madre-manager Alice e dello stesso Dicky, che gli fa da allenatore. L’incontro con la barista Charlene spinge Micky a cambiare rotta e quando Dicky si inguaia nuovamente con la polizia per Micky è l’occasione di tagliare i ponti con il passato. Ma per affrontare l’incontro più importante della sua vita, quello per il titolo mondiale, Micky avrà bisogno anche della sua famiglia…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una pellicola capace di emozionare senza trionfalismi, di mettere in scena la miseria umana, ma anche la speranza del cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e a contenuto sensuale, un accenno di nudo. Uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
The Fighter trova la sua ragion d’essere nell’equilibrio tra il racconto di un riscatto personale e l’affermazione, non priva di tormenti, della necessità di una ricomposizione familiare. Due premi oscar agli attori non protagonisti

Non è un caso se il film di David O.Russell (l’insolita pellicola di guerra Three Kings  è il pezzo forte del  suo curriculum) si è portato a casa entrambi i premi Oscar per gli attori non protagonisti (Christian Bale e Melissa Leo, tutti e due impressionanti nel ritrarre personaggi eccessivi e disfunzionali), considerato che nella stessa categoria era candidata anche Amy Adams.

L’aspetto più curioso della pellicola è infartti il rilievo che le figure “secondarie” hanno rispetto al teorico protagonista della storia, il pugile Micky Ward, che dalla depressa cittadina di Lowell, con un percorso non proprio lineare, arriva a combattere per il titolo mondiale, riscattando con la sua vittoria una vita irta di ostacoli ed errori, personali e sul ring, ma dando anche un senso all’influenza esercitata su di lui negli anni dal fratellastro, dalla madre, dalle sorelle e in una certa misura anche dalla nuova fidanzata Charlene.

La passività che è l’arma segreta di Micky sul ring (avvio lento, ma un gancio micidiale che sulla lunga distanza gli permette di arrivare al KO) più che di una strategia sembra il frutto di anni di convivenza con personalità molto più forti  e aggressive della sua, che il regista ritrae con impietosa efficacia.

Per lunga parte del film, infatti, in primo piano è la personalità ingombrante, tragica e a tratti comica, di Dicky, che non accetta il suo destino di perdente e continua a illudersi che il documentario che la HBO sta girando su di lui sia dedicato ad un suo improbabile ritorno sul ring, mentre è destinato ad esporre la sua dipendenza dalla droga.

Un film nel film che esalta l’approccio quasi documentaristico della regia di Russell, che si sofferma sugli sproloqui di Dicky così come sui silenzi pensosi di Micky, passando per le sparate ricattatorie di Alice e lo sguardo ferito, ma determinato di Charlene, componendo un affresco di periferia che sa di verità nel ritrarre una fetta di società americana sospesa tra miseria e successo, ben rappresentata dalla cittadina di Lowell, ex polo industriale in declino.

Non è un caso nemmeno se lo snodo fondamentale della pellicola arriva quando ognuno dei protagonisti è costretto a guardare, dal proprio particolare punto di vista, il documentario su Dicky, confrontandosi in modo più o meno onesto con le proprie scelte prima di poter fare il passo successivo.

Senza rinunciare ai topoi dei racconti cinematografici di boxe (allenamenti nella palestra e per le strade, pesate, confronti a distanza con l’avversario e conferenze stampa), The Fighter trova la sua ragion d’essere nell’equilibrio tra il racconto di un riscatto personale e l’affermazione, non priva di tormenti, della necessità di una ricomposizione familiare.

Micky, che fin quasi alla fine appare trascinato nelle sue decisioni da chi lo circonda, riesce infatti alla fine a costringere tutti quelli che gli vogliono bene (a prescindere dai loro errori e dai loro limiti) a stringersi intorno a lui, accettando una convivenza magari non pacifica, ma civile, contribuendo ognuno a sostenerlo nella sua “impossibile” impresa.

Ed è forse più questa la vittoria che conta (in un finale che forse qualcuno definirebbe conciliatorio, ma che invece per una volta corrisponde solo alla realtà dei fatti…), più ancora di quella sul ring, dove la violenza della “nobile arte”  è resa con implicabile crudezza.

I volti dei veri Dicky e Micky, straordinariamente corrispondenti non tanto nei tratti quanto nell’atteggiamento alla loro versione “di finzione”, sono l’appropriato sigillo a una pellicola capace di emozionare senza trionfalismi, di mettere in scena la miseria umana, ma anche la speranza del cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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