IL DIAVOLO VESTE PRADA

 
Titolo Originale: The Devil Wears Prada
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna
Produzione: Wendy Finerman
Durata: 110'
Interpreti: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci

Fresca di laurea e piena di ambizioni, Andy sbarca a Manhattan, dove trova lavoro come seconda assistente di Miranda Prestley, potentissima direttrice della rivista di moda più quotata. Andy non segue le regole del fashion, ma per mantenere i suoi obiettivi dovrà stravolgere il suo look e consacrarsi al servizio della esigentissima Miranda.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista riesce a salvarsi dalla “dannazione” quando smette di giustificare il comportamento del suo capo e di se stessa, di fronte a soprusi ed errori oggettivi
Pubblico 
Adolescenti
Per qualche scena sensuale e la facilità con cui la protagonista cede agli approcci di un suo corteggiatore
Giudizio Artistico 
 
Un film intelligente, complesso, che entra fino in fondo nelle contraddizioni del mondo del lavoro e le rappresenta con grande lucidità, pur in una godibile ed elegantissima confezione di commedia

A Manhattan, il risveglio di ogni donna in carriera ha la ritualità di una cerimonia di vestizione: biancheria coordinata, vestiti, rossetto, piegaciglia, accessori, un paio di tacchi vertiginosi, e solo così la giornata può cominciare. Ci vuole un’armatura per non soccombere nella città del glamorous, dove a dettare legge sono virago come Miranda Prestley, potentissima capo redattrice della rivista Runway.

L’autorità di Miranda si estende ben oltre i confini del suo feudo - la rivista - e dei territori di sua diretta influenza - il mondo luccicante dell’alta moda internazionale. Se ne accorge presto anche la giovane idealista Andy, candidata al posto di assistente di Miranda, ingenuamente convinta di essere immune alla superficialità del mondo della moda, e di poterlo usare e gettare come un semplice lasciapassare per le sue più serie ambizioni giornalistiche.  

Il diavolo veste Pradanon è solo un ritratto realistico e crudo del dietro le quinte del mondo della moda. Puntare il dito sulla glorificazione dell’effimero del fashion business, o sulle manie di onnipotenza di una donna giunta ai vertici della carriera sarebbe stato troppo facile. Il film è molto di più di una satira. È un interessante affondo nei gangli della contemporanea realtà del lavoro, regolata da logiche spietate di aut-aut, e un’arguta rappresentazione di una dinamica servo-padrone sempre più diffusa negli uffici: situazioni che viste dal di fuori appaiono assurde, ma che spesso sono provocate e alimentate da desideri, bisogni, ideali tutt’altro che futili, come la storia di Andy dimostra.

La ragazza infatti non è per niente frivola, e ne va fiera. Il suo look sciatto e poco appariscente suona quasi come una provocazione nel tempio del fashion, dove ogni donna – dalla stilista all’ultima impiegata – sa bene che superare la taglia 40 o sbagliare l’accessorio potrebbero costarle la stima di Miranda, se non lo stipendio.

Ma il Diavolo –alias Miranda - non è certo stupido, e decide di dare una chance a questa ragazza così diversa dalle ancelle adoranti che la circondano. Ben presto Andy si rende conto che, se davvero vuole fare la giornalista, non può esimersi dal scendere a patti con il diavolo, ovvero andare fino in fondo a questo ingrato ruolo di assistente. Così, complice l’aiuto di Nigel, il consulente gay di Miranda – uno Stanley Tucci sobrio e misurato, che evita elegantemente il cliché – il brutto anatroccolo si trasforma in uno splendido cigno, griffato dalla testa ai piedi.

Inizia qui un percorso di de-formazione, che porta la protagonista ad assomigliare sempre più alla sua perfida antagonista, e ad accettare implicitamente le regole del suo mondo. Ma si sbaglia il fidanzato Nate, quando crede che la sua Andy stia diventando uguale alle fashion victims da cui è attorniata; e si sbaglia ancor di più quando la accusa di buttare a mare il loro amore solo per un paio di scarpe e di borsette. La posta in gioco, per Andy, è molto più alta: è la stima di sé, la sfida della crescita, che  passano attraverso un legittimo desiderio di affermazione professionale e di autorealizzazione.

Andy non cambia solo perché comincia ad abbinare correttamente scarpe e borse, o a stirarsi i capelli: cambia perché, a poco a poco, diventa pronta a sacrificare tutto per il lavoro. Andy cambia quando le richieste del suo sadico boss, che prima sembravano assurde, diventano progressivamente legittime, dovute. Cambia quando ogni scelta professionale diventa obbligata, necessaria, ineluttabile, anche quando ingiusta. Cambia quando comincia a dimenticarsi di avere un obiettivo al di fuori di Miranda, di Runway, della sua stessa ambizione professionale. In fondo, si chiama Diavolo non tanto perché sia ripugnante, brutto, o stupido (non è proprio il caso di Miranda), ma perché cerca di convincerti che ciò che più desideri sia qualcosa di finito, un particolare (“Tutti vorrebbero essere come noi” sussurra Miranda a Andy, con la naturalezza di chi sta dicendo una assoluta verità). Si chiama Diavolo perché cerca di farti dimenticare che ci sia altro, al di fuori di quel particolare, per cui valga la pena vivere. Si chiama Diavolo perché ti ruba l’anima, privandoti della libertà e riducendoti a uno schiavo che giustifica sempre il suo padrone, anche contro l’evidenza (Nigel), oppure a un cagnolino che si accontenta delle briciole, facendone il suo motivo di esistenza (Emily, pronta a sedare la sua delusione professionale con uno stock di vestiti gratis da Parigi).

Andy si salva dalla “dannazione” quando smette di giustificare Miranda e se stessa, di fronte a soprusi ed errori oggettivi. Il prezzo pagato da Miranda per il suo potere - la solitudine, il sacrificio della vita privata (“quando arriva la promozione, allora significa che la tua vita privata è distrutta”), e soprattutto l’abdicazione dalla propria umanità e integrità - diventa infine troppo alto, anche per l’ambiziosa e tenace Andy. Ma il risvolto più interessante è che questa apparente rinuncia alla carriera si rivelerà invece un’ottima mossa per riappropriarsi dell’obiettivo di partenza, e cioè il giornalismo “serio”.

Il film si chiude su un bellissimo colpo di coda del Diavolo, che incredibilmente intercede per l’allieva che più l’ha delusa. Meryl Streep – sadica, glaciale, pungente, carismatica, e a tratti affascinante -  regala al suo personaggio una sorprendente varietà di sfumature, rendendolo sfaccettato e ambiguo come spesso è la realtà del lavoro. Un Diavolo che è sì antagonista, ma che allo stesso tempo possiede anche innegabili caratteristiche di mentore, prima tra tutte quella di riconoscere il talento, di metterlo alla prova, e di premiarlo anche quando non lo può più manipolare.

Un film intelligente, complesso, che entra fino in fondo nelle contraddizioni del mondo del lavoro e le rappresenta con grande lucidità, pur in una godibile ed elegantissima confezione di commedia. Un film comunque non neutrale né meramente descrittivo: la storia di Andy mostra come sia possibile e doveroso cercare una via alternativa allo spietato dualismo tra carriera e vita privata – o meglio, tra ambizione professionale e rispetto di se stessi - che avvelena il sistema americano, e non solo.

Autore: Chiara Toffoletto


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