NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

Titolo Originale: Qu'est-ce qu'on a encore fait au bon Dieu?
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Philippe de Chauveron
Produzione: LES FILMS DU 24
Durata: 99
Interpreti: Christian Clavier, Chantal Lauby, Ary Abittan, Medi Sadoun, Frédéric Chau, Noom Diawara,

Nel primo film della serie avevamo visto Claude e Marie, una coppia alto borghese di cultura cattolica che vive nella campagna della Touraine rassegnarsi a vedere le loro quattro figlie sposate con uomini di origini e culture molto distanti dalla loro: un musulmano di origini algerine, Chao, un cinese ateo un ebreo e un senegalese. In questo secondo film si ritrovano ad affrontare una nuova prova: le quattro famiglie hanno deciso di trasferirsi nei rispettivi paesi di origine dei mariti, ma Claude e Marie non si perdono d’animo: escogitano un piano ed invitano i quattro generi a passare un weekend con loro senza le mogli. Intanto arrivano in Francia i loro consuoceri senegalesi per il matrimonio della loro unica femmina; non hanno ancora conosciuto il futuro marito e una grande sorpresa li attende...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori della famiglia, anche in caso di coppie miste, viene confermato in questo sequel ma il film dimostra di banalizzare il valore della fede, ponendolo alla strega di retaggio di tradizioni senza valore dei vari paesi
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessaria una certa maturità critica per decifrare il messaggio del film
Giudizio Artistico 
 
I due padri, Christian Clavier e Noom Diawara tengono alto, quasi da soli, la comicità del film. La sceneggiatura riesce ad a aggiungere ben poco rispetto al precedente lavoro

Il primo film della serie è stato indubbiamente un grande successo di botteghino (12 milioni di spettatori): era stato capace di far ridere, costruendo una situazione paradossale, sul tema dei matrimoni misti che in Francia costituisce un fenomeno importante e a mettere alla berlina il pregiudizio razziale. Nel recensire il primo film avevamo già sottolineato, al di là del successo, la fragilità dell’impostazione. Niente a che vedere, con un altro grande successo che aveva affrontato ridendo un tema serio: quello dell’infermità (Quasi amici- FilmOro). Claude e Marie, ormai-nonni, hanno ben poco di cui lamentarsi: i quattro generi sono dei professionisti affermati, ben inseriti nella buona borghesia francese. Siamo lontani dai problemi delle banlieu parigine. Inoltre le frecciate contro le diverse culture erano state, nel primo film, molto bonarie, e ci si era limitati a ironizzare sull’attaccamento a certi costumi locali, dovuti per lo più alle tradizioni religiose (la circoncisione, il non mangiare maiale per ebrei e arabi, lo spirito commerciale e l’incapacità di sorridere dei cinesi).

Con queste deboli premesse, costruire un sequel diventava un’operazione delicata. Il secondo film si mantiene infatti ben attento a non deviare dalla strada maestra che ha attirato la simpatia del pubblico (nei pranzi domenicali che vedono tutta la grande famiglia riunita, si ripetono le prese in giro nei confronti dei cliché con cui sono identificati arabi, ebrei, cinesi) e non mancano alcuni comici giochi al malinteso, determinati dal timore per il terrorismo. Ma occorreva al contempo inventarsi qualche nuovo pretesto narrativo ed è qui che si manifesta la debolezza del film. I quattro generi decidono all’unisono di trasferirsi nei loro paesi di origine nell’aspettativa di nuove opportunità di lavoro, con grande sgomento da parte dei due nonni, che rischiano di trovarsi soli nella loro grande casa di campagna. L’evoluzione del racconto costituisce un’apologia della bellezza della Francia (con tanto di visita ai castelli della Loira) e un’esaltazione delle sue opportunità di lavoro, quindi un tema poco interessante al di fuori dei suoi confini ma ciò che soprattutto dispiace è la perdita della chimica all’interno delle coppie, presente nel primo film. Si può anzi dire che questo secondo sia caratterizzato da una certa misoginia: la decisione di andare all’estero viene presa dai soli mariti, con le mogli francesi che accettano acriticamente.

C’è un altro aspetto che peggiora in questo sequel ed è il valore che viene attribuito alla fede religiosa.Avevamo già visto nel precedente film che la religione non era altro che una componenente del folklore di un determinato paese, un pretesto per imbastire piacevoli feste comunitarie, come la messa di Natale o la cerimonia della circoncisione per gli ebrei. Adesso anche questo film si allinea sul tema più gettonato nel cinema contemporaneo: quello dell’omosessualità.  Se la figlia di Koffi è arrivata fino in Francia per potersi sposare con un’altra donna e se il padre è svenuto nell’apprendere la notizia, è giusto aspettarsi che il padre senta l’impegno di stare vicino a sua figlia, sempre e comunque, ma il film banalizza il problema, mostrando due ragazze vestite entrambe in bianco con tanto di velo che si presentano in municipio secondo un cerimoniale che vuole scimmiottare le tradizioni plurisecolari del matrimonio fra un uomo e una donna. A rincarare la dose, viene riproposto il personaggio del giovane parroco del luogo, che troviamo allegramente a ballare alla festa di nozze delle due sposine.

Autore: Franco Olearo


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