AL DI LA' DELLE MONTAGNE

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Titolo Originale: Shan He Gu Ren
Paese: GIAPPONE, CINA, FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Jia Zhang-Ke
Sceneggiatura: Jia Zhang-Ke
Produzione: OFFICE KITANO INC., MK2 PRODUCTIONS, XSTREAM PICTURES, SHANGHAI FILM GROUP CORPORATION, RUNJIN INVESTMENT CO. LTD.
Durata: 131
Interpreti: Zhao Tao, Zhang Yi (IV), Liang Jing Dong, Dong Zi-Jian

E’ il 1999 e i giovani di Fenyang festeggiano il nuovo secolo cantando e ballando Go West dei Village People. Fra di loro c’è Tao, che gestisce con suo padre un negozio di cellulari e altre apparecchiature elettroniche. La ragazza è corteggiata da Zhang proprietario di una stazione di servizio che pensa solo ai migliori modi per guadagnare di più e da Lianzi, un uomo umile e gentile che lavora nelle miniere della zona. Alla fine Tao sceglie Zhang: i due si sposano e hanno un figlio mentre Lianzi decide di rifarsi una vita continuando a lavorare in miniera in una lontana regione. Nel 2014 la situazione dei tre è cambiata e lo sarà ancor di più nel 2025…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amicizia e i legami familiari restano fondamentali, anche se minati da un individualismo incipiente
Pubblico 
Maggiorenni
Una sgradevole relazione fra un giovane e una donna che potrebbe essere sua madre
Giudizio Artistico 
 
Tecnica Jia Zhang ha una capacità insolita di raccontare armonizzando le storie dei singoli con i contesti naturali e sociali in cui vivono ma la sceneggiatura sembra perdere di coerenza nel lungo tempo che è costretta a coprire

Ci sono due realtà che l’italiano medio, a meno che abbia con queste rapporti diretti, conosce poco o nulla: il mondo islamico e quello cinese. Se del mondo islamico non riesce a comprendere la rabbia e l’odio che spesso si sprigiona da quelle regioni verso l’Occidente, riguardo alla realtà cinese riesce difficile la comprensione di questo misto di socialismo ed economia di mercato adottato dalla Repubblica Popolare dal 1978.

Questo film del regista Jia Zhang-Ke (Leone d'Oro al Festival di Venezia del 2006 con "Still Life) ci apre una finestra sulla Cina del terzo millennio, non nella direzione di una maggiore chiarezza ma nella conferma di una grande complessità.  Se Zhang, con il suo pensiero esclusivamente rivolto al maggiore guadagno (non a caso chiamerà suo figlio Dollar) sembra l’espressione genuina di una mentalità “capitalista”, ci lasciano nel pieno sconcerto le vicende del minatore Lianzi che, malato ai polmoni, per farsi sottoporre a un intervento chirurgico è costretto a chiedere un prestito a familiari ed amici, come se l’assistenzialismo in questo paese socialista fosse praticamente inesistente.

Per nostro conforto non siamo solo noi a porci queste domande ma è il rapporto fra tradizione e una modernizzazione selvaggia  è il tema dominate che ha ispirato il regista in questo come in tutti i suoi film precedenti. Se in Still Life (la costruzione della gigantesca diga delle tre gole, finisce per alterare profondamente la vita di antichi villaggi) il tono era riflessivo e melanconico, ne Il tocco del peccato, storie di violenza e sfruttamento sono raccontate con un cinismo sconsolato e grottesco.

In questo Al di là delle montagne il regista conferma la sua preferenza per i tempi lunghi (il racconto si svolge in tre momenti: nel 1999, nel 2014 e nel 2025) in modo che si percepiscano meglio i movimenti lenti della storia e le mutazioni degli atteggiamenti dei protagonisti. Tao, all’inizio del nuovo millennio, balla e canta l’americanissima Go West ma quando si tratta di educare suo figlio, gli impone di inginocchiarsi davanti alla bara del nonno e di offrirgli incenso, nella migliore tradizione cinese, così come gli chiede di chiamarla “Ma”, come tutti i ragazzi cinesi, e non “Mammy”.

Se il grande maestro giapponese Yasujirô Ozu, si è trovato di fronte una simile trasformazione sociale del suo paese e mostrò, soprattutto nel film Viaggio a Tokio una chiara propensione per il calore umano contenuto nelle antiche tradizioni, la posizione di Jia  Zhang-Ke rimane ambigua: non nega i vantaggi apportati dalle novità tecniche e lo sviluppo di un’economia di mercato ma al contempo non nasconde gli effetti laceranti che queste trasformazioni esercitano sulle persone, spinte verso l’individualismo e ormai incapaci di condivisione.

Questo regista e sceneggiatore ha l’indubbia capacità di raccontare storie con una passionalità meditata: le vicende e le tensioni che agitano i protagonisti vengono filtrati attraverso momenti di contemplazione silenziosa della natura: sia essa il fiume Fen che scorre a Fenyang che il freddo  oceano australiano. Sono sequenze che si ripetono con maggiore frequenza nella parte finale, in particolare negli episodi che si svolgono in Australia nel 2025, quasi a sottolineare che il tempo trascorso ha accresciuto la propensione alla riflessione dei protagonisti.

Resta il rammarico, per lo spettatore, di un’analisi svolta come dall’esterno, raccontando i fatti che avvengono ma preservando un certo pudore per quel che riguarda i drammi intimi dei protagonisti. Non sappiamo perché Tao abbia divorziato, perché Zhang, pur avendo tanto desiderato andare in Australia, non abbia voluto imparare l’inglese e perché il figlio sia diventato così astioso nei suoi confronti.

Se il regista ci ha voluto coinvolgere nei problemi della Cina di oggi, di fronte a una modernità mal digerita che finisce per distruggere i legami umani più profondi, sarebbe stato più emozionante conoscere meglio i risvolti intimi di questa rivoluzione e non solo gli effetti esterni.

Autore: Franco Olearo


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