IL CONTE DI MONTECRISTO

 
Titolo Originale: the count of monte cristo
Paese: USA
Anno: 2002
Regia: Kevin Reynolds
Sceneggiatura: Jay Wolpert
Durata: 131'
Interpreti: James Caviezel (Edmond), Richard Harris (Faria), Guy Paerce (Mondego), Dagmara Dominczyk (Mercedes)

 Dal romanzo di Alexandre Dumas padre, un classico della letteratura d’avventura portato innumerevoli volte al cinema e in televisione, nasce un film che, mentre rispetta tutti i canoni del buon prodotto americano di intrattenimento (ricostruzione d’epoca sontuosa e accattivante, regia vivace affidata ad un professionista che può vantare nel suo curriculum titoli come Robin Hood principe dei ladri e Waterworld, interpreti di ottimo livello, tra cui spiccano Richard Harris nel ruolo dell’abate Faria e James Caviezel, già protagonista de La sottile linea rossa e futuro Gesù in Passion di Mel Gibson), si prende alcune libertà rispetto al testo di partenza e sceglie come segno distintivo una costante sottolineatura dell’elemento religioso, senza timore di parlare, oltre che del desiderio di vendetta, anche di Dio, di perdono e di Provvidenza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un senso della Provvidenza pervade il film e la vendetta non diventa più l'unico movente del protagonista
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza e riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Regia accattivante e vivace

Per Edmond Dantes, imbarcato su un mercantile insieme all’amico Fernando Mondego, sembra giunto il tanto atteso colpo di fortuna: una promozione e con essa la possibilità di sposare l’amata Mercedes costruendosi una semplice felicità. Ma l’invidia di alcuni (tra cui Fernando) e l’ambizione di altri (il magistrato corrotto Villefort) lo costringono di colpo a confrontarsi con il male, l’odio e la violenza nella terribile isola-prigione dove viene mandato a morire.

Di fronte all’accanirsi dei nemici e forse di un destino maligno, quale significato può avere per Edmond la scritta (“Dio mi renderà giustizia”) che compare nella tetra cella dove sembra destinato a trascorrere il resto della vita? Forse nessuno, forse si tratta solo della beffa di un Dio un tempo venerato e in cui sembra ormai impossibile credere; almeno fino a quando il nostro incontra l’Abate Faria, curioso miscuglio di razionalità illuminista e fede autentica. L’educazione che Edmond riceve da lui negli anni di prigionia durante i quali scavano la galleria destinata portarli alla libertà, è molto più di una preparazione al tremendo piano di vendetta che Dantes non smette mai di covare. E l’Abate, fidando che il cuore di Edmond saprà alla fine condurlo oltre la spirale della rivalsa, gli lascia tuttavia gli strumenti per attuarla. Dopo la fuga nasce dunque il Conte di Monte Cristo, un uomo diverso dall’ingenuo Edmond, un individuo freddo e spietato, il cui unico scopo sembra essere quello di punire i responsabili del suo destino miserando.

Persone che, per altro, sembrano già portare i segni della dannazione; in particolare Fernando, che in fondo ha commesso il tradimento più grave, quello dell’amicizia, spinto da un movente impressionante nella sua cruda semplicità: nobile, vizioso e avvelenato dalla gelosia verso Dantes, Mondego, vergognandosi di invidiare l’amico, povero e plebeo, ma capace di amare ed essere amato, ha ceduto agli istinti più bassi, senza esitare di fronte alla menzogna e all’omicidio. Si tratta di un personaggio che, incapace di trovare un freno ai suoi appetiti e alle sue ambizioni (ha sposato Mercedes, ma se ne è presto stancato e la tradisce; è diventato conte, ma ha dilapidato il suo patrimonio), forse scavato dal tarlo della sua miseria spirituale, non sa godere nemmeno di quanto possiede, ma solo consumare se stesso e quelli che lo circondano.

Questo, però, potrebbe essere anche il destino di Edmond, abilissimo con la spada e con il cervello, capace di escogitare trucchi e inganni per mettere in trappola i suoi nemici, ma forse non più in grado di provare sentimenti umani.

Ma è su questo punto che la pellicola prende davvero le distanze dal romanzo di Dumas, sia per porre rimedio alla prolissità di un testo pensato per la pubblicazione periodica sulle riviste del tempo, sia per adottare una chiave di lettura che, almeno a parere di chi scrive, non cerca tanto un forzato happy end, ma consapevolmente decide di piegare il destino dei personaggi tramite il riferimento alla Provvidenza; essa infatti non coincide con una facile soluzione dell’intreccio che cancelli gli anni del dolore e dell’odio, ma corrisponde ad una possibilità, una seconda chance di felicità data all’uomo Edmond, se solo egli è in grado di tornare ad essere se stesso e riesce a trovare in sè la forza di perdonare affidando l’ultimo giudizio sul bene e sul male all’Unico in grado di scrutare il cuore di ognuno.

Con grande attenzione, quindi, gli autori del film, pur senza rinunciare a mostrare la doverosa e prevedibile rovina dei “cattivi”, fanno in modo che i complicati intrighi orditi da Monte Cristo non si risolvono mai in omicidi commessi da Edmond, in cui possono lentamente tornare a fiorire la speranza e la fiducia in quel Dio solo apparentemente lontano (Faria glielo aveva detto: “Tu puoi non credere in lui, ma lui crede in te”) e di conseguenza nella donna amata un tempo e mai dimenticata. Lo stesso confronto con Fernando (lui sì incapace di accettare perfino il perdono da parte dell’odiato “amico”) ha lo spessore di un confronto tra due modi di guardare il mondo e la vita: da una parte quello di chi, memore della sofferenza patita, accoglie ogni cosa come un dono da non sciupare, dall’altra quello di chi è abituato a pretendere e a “consumare” ed è destinato a perdere ogni cosa, compresa la vita e l’anima.vv

Autore: Luisa Cotta Ramosino


Share |