AMERICAN GANGSTER

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Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Produzione: Universal Pictures/Imagine Entertainment/Scott Free Productions/Relativity Media
Durata: 157'
Interpreti: Russell Crowe, Denzel Washington, Carla Gugino, Josh Brolin;

Fine anni ’60. Mentre in Vietnam imperversa la guerra (e i soldati americani per tirare avanti si imbottiscono di droga), Frank Lucas, boss emergente della malavita nera, escogita un ingegnoso sistema per importare eroina purissima dal Sud Est asiatico nelle bare dei caduti USA. In breve, grazie anche ad un acuto spirito imprenditoriale e una spietata efficienza,  conquista il potere  ad Harlem e dintorni, entrando in collisione con la mafia italiana, ma anche con alcuni corrotti esponenti della polizia. Dall’altra parte della barricata l’integerrimo detective Richie Roberts, che ha perso il suo collega proprio a causa della droga, cerca di combattere il dilagante traffico di stupefacenti. Alla fine riuscirà a mettere le mani su Lucas e lo convincerà a collaborare per mettere fuori gioco i corrotti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film contrappone neanche troppo nascostamente la moralità a comparti stagni del cattivo che va in chiesa – secondo un cliché abbastanza diffuso nel cinema americano per cui i cattivi sono spesso “religiosi” - e i buoni, normalmente agnostici
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza e di nudo, una scena a contenuto sessuale, uso di droga
Giudizio Artistico 
 
Nel film risaltano la bravura degli interpreti e la cura del racconto e della regia grazie a una vicenda capace di autenticità e spessore

Frank Lucas (un ottimo Denzel Washington che vale tutti i 20 milioni di dollari del suo ingaggio), nato nell’America pre-Martin Luther King e cresciuto negli anni della guerra del Vietnam lavorando come autista ed esattore, eredita il business del suo capo e, con autentico spirito imprenditoriale, si trasforma in un ottimo uomo d’affari, generoso e “saggio” coinvolgendo la sua numerosa famiglia nella gestione della sua impresa…che è quella dello smercio di droga!

Il detective Richie Roberts (Russell Crowe, che esibisce con orgoglio una bella pancetta da junky food) è un pessimo marito e un genitore distratto, ma un poliziotto di prim’ordine che fa la scuola serale per diventare avvocato e rifiuta le mazzette, deciso a sgominare il traffico di droga che riempie le strade di un’umanità abbrutita e violenta.

Le loro storie corrono parallele per oltre metà di questa dura, ma brillante pellicola di Ridley Scott, che contrappone neanche troppo nascostamente la moralità a comparti stagni di Lucas (che va in chiesa – secondo un cliché abbastanza diffuso nel cinema americano per cui i cattivi sono spesso “religiosi” e i buoni normalmente agnostici- è un figlio devoto e si prende cura dei suoi, ma poi punisce con improvvisi e per questo più terribili scoppi di violenza ogni insubordinazione) al disordine interiore di Roberts, la cui testarda integrità (di cui forse sarebbe stato utile dare una più profonda ragione) è letteralmente messa sotto processo nella causa di affidamento del figlio.

Le loro personalità si confrontano a distanza, come davanti ad uno specchio, in cui la brutale violenza di Lucas e la sua spietata indifferenza nei confronti delle migliaia di individui sulla cui dipendenza prospera, si contrappongono alla pugnace volontà di Roberts di andare a fondo della sua responsabilità di tutore dell’ordine, capace di costruire intorno a sé una squadra e infine di spuntarla grazie al paziente lavoro di pedinamento e decifrazione della realtà criminale in cui si è immerso.

Tra poliziotti corrotti e lotte per la supremazia tra delinquenti, i confini tra i campi si fanno più sfumati ( ma senza creare un virtuosistico e pessimista gioco di scambi come in The Departed) man mano che la sceneggiatura intreccia sempre più strettamente le vicende di questi due uomini, ciascuno a suo modo unico, e gli autori ritagliano uno scorcio d’epoca per nulla banale.

Da una parte con la sottolineatura della specificità del talento di Lucas (un vero e proprio self made man, che intuisce meglio di altri le dinamiche del mercato degli stupefacenti, l’importanza di un brand - nel suo caso le bustine della sua miscela blue magic – e la logica della suddivisione dei profitti), che è per l’appunto davvero un american gangster, dall’altra attraverso l’affresco che coinvolge sia le gerarchie criminali che l’intera società statunitense di quegli anni.

Sugli schermi dei televisori in scena, infatti, compaiono con insistenza immagini di un’America che sembra aver perso la propria anima nei fumi della droga e nelle lusinghe di un benessere riservato a pochi, ma anche quelle delle lotte per i diritti civili, in quel misto di contraddizioni e possibilità che sono il cuore del Nuovo Mondo.

Ridley Scott firma una pellicola che sa andare oltre i limiti del genere gangster movie a cui pur orgogliosamente appartiene, per porsi come rievocazione critica di un’epoca capace di esaltare il merito individuale (persino nelle sue forme criminali), ma evidentemente preda di una crisi di valori che coinvolge persino il personaggio positivo della storia.

C’è, senza dubbio, il rischio di fermarsi alla contrapposizione tra i due protagonisti e a quella tra un privato e un pubblico talora dolorosamente in contraddizione, ma  e il merito degli autori è, pur con qualche semplificazione e senza sempre andare a fondo delle vicende individuali, anche quello di mostrare senza sconti le conseguenze di scelte e comportamenti che sarebbe altrimenti facile giustificare o mitizzare.

Autore: Franco Olearo


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