PERFECT STRANGER

La bella Rowena, agguerrita reporter d’assalto, si ritrova a indagare sull’omicidio di un’amica d’infanzia. L’indiziato numero uno è Harrison Hill, un potente pubblicitario, conosciuto dalla vittima in chat. Per raccogliere prove contro di lui, Rowena si infiltra nella sua azienda e parallelamente avvia una bollente corrispondenza con il di lui  alter ego virtuale.

Valori Educativi



Film commerciale che punta sull’accoppiata sexi Hale Berry – Bruce Willis. Alcune situazioni scabrose e personaggi ambigui

Pubblico

14+

Qualche scena sensuale e di tensione psicologica

Giudizio Artistico



L’intero film tradisce una costruzione a tavolino dettata probabilmente da scarsa ispirazione. Film piatto e privo di tensione

Cast & Crew

La Nostra Recensione

È ormai ufficiale, Halle Berry soffre di “maledizione da Oscar”. Dopo aver conquistato, prima donna di colore nella storia del cinema, la statuetta come miglior attrice protagonista per il film Monster’s Ball (2002), la bella attrice ha inanellato una serie di film mediocri, che spesso davano l’impressione di essere costruiti solo sulla sua avvenenza. Perfect Stranger si aggiunge a questa non memorabile lista.

Stavolta ad Halle toccano i panni di Rowena, antipatica giornalista d’assalto, impegnatissima a rovistare nei panni sporchi altrui e a spacciare il proprio sciacallaggio come giornalismo “di denuncia”.

Per aver rischiato di rovinare la reputazione al politico di turno, Rowena viene messa a tacere con due settimane di ferie obbligate. Ma non è certo il tipo da approfittarne. Lungi dal prendere un aereo per qualche località esotica, Rowena si vede piombare tra le mani, con perfetto tempismo, una nuova occasione per esibire al mondo la doppia vita di un potente. Poco importa se in ballo c’è la morte di un’amica: anzi, Rowena ottiene anche la benedizione della madre della defunta, che la implora di scovare l’assassino. La pista è gentilmente fornita dalla stessa vittima in un fugace incontro in metropolitana: il pubblicitario più famoso di New York, Harrison Hill (Bruce Willis), che si incontrava con lei in chat sotto pseudonimo. Così Rowena, e con lei Halle Barry, prova a calarsi in un triplice ruolo, con virtuosistico trasformismo (che non ha però significativi effetti sulla recitazione): la reporter a caccia di scoop, la stagista che flirta con il superboss, la frequentatrice notturna di chat erotiche.

Perché il piatto forte del film, oltre naturalmente all’accoppiata di sexy star Halle Berry-Bruce Willis, avrebbe dovuto essere il tema del virtuale, delle molteplici identità che il web consente di assumere, del fascino e del pericolo che tutto ciò rappresenta. Argomenti, per la verità, tutt’altro che nuovi nel dibattito culturale e nel cinema (già sfruttati, e ormai qualche anno fa, addirittura dal cinema italiano, con film come Nirvana e Viol@, per non parlare della lunghissima lista di film americani sul tema, tra cui basti citare Existenz di Cronenberg), qui trattati con abbondante retorica, scarsa originalità e ben poca capacità di coinvolgere. La predica finale sui rischi del virtuale, ridondante e appunto già sentita, è la degna conclusione di un film piatto e privo di tensione, a dispetto della sbandierata “morbosità” della tematica e delle artefatte atmosfere da thriller che la storia cerca di costruire.

Sarà che è proprio difficile fare il tifo per l’odiosa Rowena, che non si accorge (o non vuole accorgersi?) di schiavizzare il collega, abilissimo hacker ma bruttino e un po’ frustrato, sfruttando senza ritegno l’evidente ascendente che ha su di lui per raggiungere i suoi scopi. Sarà che Bruce Willis, imbalsamato nella sua espressione sorniona, non riesce mai a trasmettere un vero senso di pericolo, né rappresentare  una reale minaccia per Rowena, a cui paventa come massimo rischio il licenziamento. Sarà che, dopo averci fatto ipotizzare tutte le piste possibili, il finale gioca sporco con lo spettatore, ribaltando ogni regola del genere senza però avere i numeri per farlo. Sarà che i continui cambi di prospettiva alla lunga finiscono per stancare, riducendo tutto a un gioco in cui è difficile immedesimarsi in modo sufficientemente profondo. Sarà che l’intero film tradisce una costruzione a tavolino dettata probabilmente da scarsa ispirazione -e il fatto che siano stati testati sul pubblico tre finali diversi suona come una clamorosa conferma. 

Cambiare continuamente le carte in tavola, comunque, non basta a garantire tensione. Promettere argomenti forti per adescare il pubblico è un trucco che ha il fiato corto. Se poi, per snobismo o sbadataggine, si tralascia di usare gli strumenti classici del “brivido” (colonna sonora, rumori, una semina ben articolata e “in crescendo” degli indizi), allora è meglio cambiare genere. In effetti Perfect Stranger è così patinato che non sembra nemmeno un thriller.

Autore: Chiara Toffoletto

Altre Informazioni

Titolo Originale PERFECT STRANGER
Paese Usa
Etichetta
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