Animazione

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FROZEN - IL REGNO DI GHIACCIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2013 - 20:51
 
Titolo Originale: Frozen
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Buck Jennifer Lee (IV)
Sceneggiatura: Jennifer Lee (IV), Shane Morris
Produzione: PETER DEL VECHO, JOHN LASSETER PER WALT DISNEY ANIMATION STUDIOS, WALT DISNEY PICTURES
Durata: 100

Le principessine Elsa e la più piccola Anna giocano fra loro, approfittando degli incantesimi di neve che Elsa ha il potere di costruire. Il divertimento dura poco: Elsa finisce involontariamente per fare del male alla sorella e di fronte a un potere che diventa con l’età sempre più incontrollato, decide di vivere rinchiusa in una stanza fino al giorno della sua maggior età, quando viene incoronata regina. Il suo malefico potere finisce per portare il gelo a tutto il regno e Elsa decide di rifugiarsi tutta sola fra le montagne. Anna non desiste e con l’aiuto del tagliatore di ghiaccio Kristoff si avventura fra le montagne alla ricerca della sorella

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Fra intrighi, diffidenze reciproche, due sorelle dimostrano di sapersi sacrificare l’una per l’altra
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Impeccabile qualità grafica, piacevoli canzoni anche se nessuna indimenticabile; una sceneggiatura non pienamente scorrevole
Testo Breve:

La Walt Disney torna a ricavare un musical di una favola di  Christian Andersen liberamente reinterpretata e  molto al femminile con simpatiche spalle comiche per i più piccoli. Un ottimo film per Natale 

Rapunzel ci aveva già abituati a fiabe narrate con la magnificenza della computer grafica in 3D e Frozen se ne è una ulteriore conferma, grazie alla possibilità che hanno avuto gli scenografi di sbizzarrirsi con castelli di ghiaccio, oscuri precipizi fra le montagne  e navi bloccate in un fiordo congelato.

Il film del 2010 ci aveva anche mostrato un nuovo modo, più vivace e profondo di tratteggiare i personaggi:  un incontro/scontro alla pari fra un lui e una  lei, entrambi impegnati a crescere e lo fanno aiutandosi  a vicenda fino al sacrificio finale che costituirà il suggello del loro amore.

Frozen  è meno originale perché non punta sulla profondità psicologica dei personaggi ma gioca con le sorprese del meccanismo dell’intreccio. La trama portante non è questa volta una storia d’amore ma l’affetto e la solidarietà fra due sorelle (forse perché la sceneggiatrice, per la prima volta in casa Disney è una donna?).

La Disney, dopo il modesto successo di Planes, ha voluto puntare sul sicuro e gli ingredienti della favola classica  ci sono tutti: il castello delle due principesse dove  possiamo assistere, per la gioia dei nostalgici di Cenerentola, a un ballo con tanto di principe;  un incantresimo malefico che fa diventare di ghiaccio tutto il regno e un’intrepida principessa che ha bisogno di un muscoloso giovanotto che la aiuti a inerpicarsi sulle cime più alte. La spalla comica a beneficio dei più piccini, è assicurata da un pupazzo di neve con la voce di Enrico Brignano a cui si aggiunge la comicità muta di una renna. Le canzoni, non tutte riuscite, finiscono per spezzare il racconto (come la vacanza al mare del pupazzo di neve) ma il ritorno al classico è stato premiato: il successo al botteghino in U.S.A. ha eguagliato quello del Re Leone.

Se ci sono state delle modernizzazioni, queste vanno trovate nell’ambiguità dei personaggi che da buoni si scoprono cattivi o che sono come impediti dalla propria natura a comportarsi come vorrebbero. Una situazione che piacerà ai grandi e un po’ meno ai più piccoli, abituati a situazioni più tranquillizzanti dove si comprende bene per chi parteggiare e chi temere.

Non si può negare inoltre l’esistenza di qualche crepa nella sceneggiatura: un amore lento a partire e non pienamente sviluppato, un Kristoff fin troppo discreto che sembra adombrare qualche problema di differenza di classe; la necessità che qualche personaggio spieghi i risvolti della storia, quasi a esser sicuri che sia stata ben compresa. Infine quello strano potere  di Elsa di tramutare tutto in ghiaccio al quale non viene data nessuna spiegazione (un potere ereditario? Un maleficio?) ; Elsa canta con gioia quando si isola sulla montagna e riesce ad essere pienamente se stessa  (una orgogliosa autoaffermazione?).

Qualcosa di saggio viene comunque detto con chiarezza: non innamorarsi di un ragazzo se prima non lo si conosce a fondo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rai2
Data Trasmissione: Giovedì, 28. Novembre 2019 - 21:20


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PLANES

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/05/2013 - 20:58
 
Titolo Originale: Planes
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Klay Hall
Sceneggiatura: Jeffrey M. Howard
Produzione: Traci Balthazor, John Lasseter per DisneyToon Studios
Durata: 91

Planes racconta la storia di un piccolo aeroplano, Dusty, cresciuto in campagna, con la grande aspirazione di partecipare al giro del mondo. Una competizione rischiosa per gli aerei più veloci e abili, ma che rischia di essere letale per un velivolo di provincia con il terrore per le grandi altezze.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film privo di interessanti sviluppi umani: manca la presenza di scelte difficili e della disponibilità al sacrificio del protagonista
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film non riesce mai a prendere il volo. Il problema è da ricondurre a una sceneggiatura superficiale sia da un punto di vista contenutistico che narrativo.
Testo Breve:

L’aeroplano agricolo Dusty  ha l’aspirazione di partecipare alla  gara del giro intorno mondo. Un film della Disney senza la Pixar ed anche senza molta originalità

Tanto tempo fa, in paesi lontani, Simba rinunciava ad “Hakuna Matata” per guidare il suo popolo, Marlin attraversava l’oceano pur di salvare Nemo, e Woody si allontanava da Andy, perché comprendeva che la sua vita è servizio. Non a tutti gli eroi è chiesto di salvare il mondo, così come non ogni film deve avere respiri epici. Eppure, guardando Planes, sembra impossibile non provare un velo di nostalgia verso tutti quei personaggi capaci di andare oltre se stessi e le proprie ambizioni.

Se Brave celebrava l’affermazione di un io femminile indipendente, lo spin-off di Cars (che – non tragga in inganno il nome di John Lasseter tra gli autori del soggetto e tra i produttori – è prodotto dalla Disney senza la Pixar) sembra ripetere un simile percorso narrativo al maschile, centrato sulla celebrazione dei propri sogni e dell’individualismo.

Ad aiutare il protagonista nella sua impresa sono i suoi più cari amici, Dottie, un montacarichi, e Chug, un camioncino; a questi si unisce un aereo da combattimento, il mentore Skipper, ritiratosi dall’esercito dopo un misterioso incidente. La storia si arricchisce di nuovi personaggi al momento della gara. El-Chupacabra è un aereo mascherato messicano (utilizzato anche come diversivo comico), perdutamente innamorato della concorrente canadese. Ishani è un bellissimo aereoplano indiano, che servirà come interesse amoroso per Dusty. Infine troviamo l’inglese Bulldog, arrogante all’apparenza, che imparerà ad apprezzare e rispettare il piccolo Dusty. A ognuno di loro il protagonista insegnerà i valori dell’amicizia, solidarietà e onestà. Ovviamente non può mancare il cattivo di turno: in questo caso si tratta del campione in carica che con i suoi due scagnozzi non esiterà a compiere ogni scorrettezza pur di vincere il titolo per la quarta volta consecutiva.

Inizialmente concepito come home-video, Planes è un film che possiede gli elementi giusti per decollare, ma non riesce mai a prendere il volo. Il problema è da ricondurre a una sceneggiatura superficiale sia da un punto di vista contenutistico che narrativo. La storia si appella a un pigro buonismo disneyano e non si sforza di affrontare tematiche umane più vere e, forse in quanto tali, problematiche. L’amicizia tra Dusty e i suoi amici di sempre non è mai esplorata e/o messa alla prova. Gli sceneggiatori raccontano un rapporto idilliaco, che non conosce cedimenti o gelosie. Ci troviamo di fronte ad un mondo ricco di sorrisi, ma privo di ogni chance di crescita. 

L’unica eccezione è costituita dal binomio Dusty/Skipper. Quando il protagonista scopre che ciò che ha sempre ammirato del vecchio aereo da guerra è frutto di una bugia, l’amicizia tra i due subisce un’incrinatura. Ciò che poteva essere un’opportunità di crescita e porre domande sul senso di responsabilità e sul significato del fallimento, si risolve invece troppo velocemente e in maniera anti-cinematografica.

Altrettanto superficialmente sono costruiti gli altri momenti di conflitto tra i concorrenti. E' interessante notare come siano sempre i personaggi secondari a commettere errori e conseguentemente a dover fare ammenda e crescere. Uno sviluppo umano sarebbe stato reso possibile dalla presenza di scelte difficili e dalla disponibilità al sacrificio del protagonista. Quando – in uno dei più amati classici Disney degli anni Novanta – la Bestia salva Belle, lo fa a costo della sua stessa vita ed è proprio il suo altruismo a salvarlo dalla maledizione. Nel nostro caso, quando Dusty salva Bulldog dal precipitare in mare, non si coglie un momento di vero sacrificio, ma un più semplice “diamoci una mano”. Il nostro protagonista è imperfetto solo esteriormente, ma non ha nulla da imparare “umanamente”. Anche la sua paura di volare non è mai motivata e non viene affrontata realisticamente. Dusty la supera perchè deve vincere, perchè la storia vuole che vinca, non perché abbia acquisito una maggiore consapevolezza di sè. Emblematica è la scena della “vestizione”, in cui Dusty riceve nuovi pezzi di ricambio che lo fanno somigliare più ad uno dei concorrenti piuttosto che all’areoplanino per cui tifavamo. A questo punto è lecito chiedersi quale sia il messaggio del film. Se per raggiungere il sogno di una vita, a Dusty è stato chiesto di cambiare tutto ciò che lo rendeva diverso (speciale forse?), quale messaggio ha davvero trasmesso ai più piccoli? 

Autore: Miriam Bellomo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CATTIVISSIMO ME 2

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/10/2013 - 08:13
 
Titolo Originale: Despicable me 2
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Chris Renaud, Pierre Coffin
Sceneggiatura: Ken Daurio, Cinco Paul
Produzione: ILLUMINATION ENTERTAINMENT
Durata: 98

Nel precedente “Cattivissimo me” avevamo già capito che Gru nasconde sotto la sua ruvida scorza un cuore di burro. Nel nuovo episodio si preoccupa “solo” di essere un bravo padre per le tre bambine adottive Margo, Edith e Agnes e di produrre con la squadra dei suoi Minion e il professor Nefario nient’altro che marmellate e gelatine. La sua vita tranquilla dura poco perché l’ agente Lucy Wildee della Lega Anti-Cattivi lo assolda per rintracciare un terribile cattivo che dispone di un siero in grado di trasformare qualsiasi animale o persona in una micidiale macchina da guerra…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia innanzitutto: anche se Gru è un detective molto impegnato a salvare il mondo, sa che la sua priorità è prendersi cura delle tre orfanelle
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film avanza sulla spinta di una felicità creativa basata su una serie di gags irresistibili e sui teneri colloqui fra l’aspirante padre Gru e le tre orfanelle
Testo Breve:

Gru, al secondo, divertente film della serie Cattivissimo me, ha una doppia sfida da affrontare: quella di salvare il mondo e quella di diventare un buon padre e un buon marito.

Cattivissimo me del 2010 era stato un audace tentativo della Universal, per cercare di differenziarsi dalla Disney-Pixar, di introdurre un personaggio atipico, simpatico ma cattivo al contempo. Un cattivo che già a metà film aveva mostrato il suo vero volto di uomo ruvido a causa di alcune carenze affettive contratte in gioventù ma tenero nell’intimo. Nel complesso un film divertente e originale.

Il secondo episodio vira decisamente verso lo stesso campo d’azione della Disney: il familyfilm. Il protagonista Grù è ormai irrimediabilmente buono e il suo antagonista, il messicano Macho, è il classico cattivo di repertorio, privo di alcuna profondità psicologica.

Il film resta comunque interessante sotto un diverso punto di vista: mentre il racconto progredisce nel suo risvolto poliziesco alla ricerca del cattivissimo di turno, assistiamo ai tentativi impacciati di Gru di entrare nell’universo a lui sconosciuto della vita familiare, un approccio invertito rispetto a ciò che è tradizionale: prima cerca di essere padre per le tre orfanelle e poi trovare una madre per loro (le tre bimbe intraprendenti  lo aiutano iscrivendolo ai siti per cuori solitari).

Eccolo impegnato a travestirsi da principessa delle fate per la festa di compleanno della piccola Agnes, ascoltare le poesie che hanno preparato piene di nostalgia per una mamma che non c’è, pronto a interrompere qualsiasi impegno per salvare il mondo, per ritornare a casa  e  dare la buonanotte alle bambine. Gru si trova anche nella fastidiosa situazione di provare qualcosa di veramente nuovo: Margo, la più grande delle tre, si è invaghita di Antonio, un ragazzino fascinoso che le sta facendo una corte assidua  e ciò fa scattare in Gru uno spirito di rabbiosa protezione verso quella che è stata finora la sua piccola.

Altro elemento ben sviluppato che poco ha da invidiare con i racconti basati su attori reali, è l’incontro fra Gru e la detective Lucy (una caricatura di Gwyneth Paltrow), molto professionale ed efficiente grazie ai suoi gadget tecnologici ma anche molto sola.

Un incontro nato per motivi professionali ma poi, azione dopo azione, dialogo dopo dialogo, questo rapporto molto cameratesco fra  due persone così riservate nei loro sentimenti si sta per trasformare in qualcos’altro.

C’è molta carne al fuoco in questa seconda puntata, ma la storia fluisce rapida e molto divertente, come spinta da un’energia vitale che si fonda su una serie ininterrotta di gag irresistibili e in una ben studiata alternanza fra il dinamismo della spy-story e gli episodi di vita familiare di Gru.

Le vere spalle comiche sono i Minion, questi esserini dai grandi occhi che una sapiente animazione riesce a rendere veramente spassosi. In U.S.A. è stato attribuito il titolo di Parent Guide, proprio per l’umorismo un po’ ironico e rude presente lungo  tutto il film. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Premium Cinema
Data Trasmissione: Venerdì, 6. Marzo 2015 - 21:15


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MONSTERS UNIVERSITY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2013 - 20:59
 
Titolo Originale: Monsters University
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Dan Scanlon
Sceneggiatura: Daniel Gerson, Robert L. Baird, Dan Scanlon
Produzione: John Lasseter per Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
Durata: 104

Per quanto sia dura la vita delle matricole, il determinato Mike Wazowski non si perde d’animo. La sua lista delle cose da fare, appena arrivato nel campus della prestigiosa Monsters University, prevede soltanto di diventare il migliore in tutti i corsi, laurearsi con lode e diventare il più grande spaventatore di tutti i tempi della Monster’s Inc, dove sogna di lavorare sin da bambino. Peccato che il giovane mostro, nonostante l’abnegazione e la tenacia nello studio, debba scontrarsi con lo scetticismo della severissima rettrice Tritamarmo, che non vede in lui alcuna prospettiva come futuro spaventatore. Coinvolto suo malgrado nelle bravate dello spocchioso compagno James P. Sullivan, con cui viene espulso dal corso di spavento, Mike ha solo un modo per riscattarsi e coronare il suo sogno: rimettere in sesto una scombinata squadra di mostri disadattati e vincere con loro (e con lo stesso Sullivan, unitosi al gruppo per disperazione) le Spaventiadi, ambito trofeo che permette di essere riammessi in facoltà

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non sempre ciò che decidiamo per noi corrisponde al nostro bene. Un bene che si scopre passo per passo e la crescita avviene non a scapito di qualcun altro ma insieme e grazie all’altro
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Marchio della Pixar è il realismo dell’espressività dei personaggi: ha quasi del prodigioso che un personaggio disegnato al computer possa ricoprire per esteso lo spettro comunicativo che avrebbe un attore in carne e ossa
Testo Breve:

Mike è una matricola della prestigiosa Monsters University e vuole diventare il più grande spaventatore di tutti i tempi. Senza raggiungere l’eccezionalità di Monsters & Co. Si tratta di un’avventura piacevole e divertente che ironizza sul mito del vincente a tutti i costi

A un personaggio che, in un vecchio western di Sam Peckinpah, chiedeva: “Se il mondo è dei vincitori, cosa spetta ai perdenti?”, un altro rispondeva: “Qualcuno deve pur tenere fermo il cavallo”. La Pixar non sarà più quella di una volta (evidente il calo creativo da quando i “fondatori” sono stati promossi, chi come regista live action, chi come capo del settore animazione della Disney) ma riesce ancora a issarsi sulla media dei cartoni animati come una voce originale.

Senza raggiungere l’eccezionalità forse irripetibile del film capostipite, questa seconda incursione nell’universo coloratissimo conosciuto in Monsters & Co. è un’avventura piacevole e divertente, che contribuisce a dare una vigorosa spallata al mito, ormai non solo americano, del vincente a tutti i costi. Azzeccata è l’ambientazione nel campus universitario, una palestra della vita adulta in cui sfide morali e materiali rivelano all’uomo qual è il proprio talento da coltivare e non gli risparmiano le umiliazioni e le asprezze che certo il futuro riserverà.

A una certa cultura, che ha cristallizzato il successo come un idolo cui sacrificare l’umano, la banda Pixar propone una visione dell’esistenza che accoglie il primeggiare non come un imperativo stoico ma come un risultato possibile, meno importante della scoperta di sé e della propria strada. Evidente, nella sceneggiatura, una classica costruzione narrativa che definisce il bisogno del protagonista distinguendolo dal suo anelito: non sempre ciò che decidiamo per noi corrisponde al nostro bene. Un bene che si scopre passo per passo proprio attraverso l’avventura della vita, nel cui viaggio i sogni sono il propellente migliore.

Questa corsa, poi – come non aderire alla poetica della Pixar esplicitata anche in questo film? –, non è mai solitaria. La crescita avviene non a scapito di qualcun altro ma insieme e grazie all’altro. In una compagnia si sperimentano i propri limiti e s’impara ad accettare quelli degli altri, ci si educa ad affezionarsi al prossimo e a conoscere se stessi, si guida e si è guidati (evidente la parabola del “predestinato” Sullivan, che ha la stoffa del fuoriclasse ma ha bisogno di un bagno di umiltà – e dell’amicizia di Mike – per non dilapidare il suo tesoro con un atteggiamento presuntuoso). Non a caso, se Monsters & Co. trovava la sua geniale cifra umoristica nelle gag e nelle metafore legate all’attraversamento dei due mondi (quello degli umani e quello dei mostri), Monsters University compatta quasi tutto il film nell’al di qua, perché l’oltre, il mistero dietro la porta chiusa, rappresenta un futuro ancora in potenza. Un luogo dove inoltrarsi non senza un maestro o un amico.

Da un punto di vista tecnico, il film non delude chi ha imparato, da Toy Story in poi, a conoscere la Pixar come una casa di produzione attentissima ai dettagli. Marchio di fabbrica è il realismo dell’espressività dei personaggi: ha quasi del prodigioso che un personaggio disegnato al computer possa ricoprire per esteso lo spettro comunicativo che avrebbe un attore in carne e ossa. Un valore aggiunto che non mancherà di deliziare qualunque tipo di spettatore.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY DISNEY PIXAR
Data Trasmissione: Giovedì, 7. Aprile 2016 - 21:10


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FRANKENWEENIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/13/2013 - 22:11
 
Titolo Originale: Frankenweenie
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Tim Burton, Leonard Ripps
Produzione: Walt Disney Pictures, Tim Burton Animation Co
Durata: 87

Victor è un ragazzo intelligente e creativo ma solitario: l’unico suo vero amico è il cane Sparky. Un giorno il cane finisce sotto una macchina e, come si usa nei paesi anglosassoni, viene sepolto in un cimitero per animali. Victor non si dà per vinto: il professore di scienze gli ha mostrato a scuola come la corrente elettrica sia capace di generare una reazione muscolare in una rana morta e ora Victor vuole ripetere l’esperimento con Sparky…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un cane generoso e coraggioso finirà per attirare la riconoscenza di tutti gli abitanti del paese
Giudizio Artistico 
 
Tim Burton riprende con sicurezza le tecnica già collaudata della stop motion ma la sceneggiatura tende a ripetersi e a perdere di originalità
Testo Breve:

Tim Burton ci presenta una nuovo racconto in bilico fra la vita e la morte con la tecnica della stop motion. La storia non più originale di un cane che viene risuscitato secondo i modi di Frankenstein sembra essere troppo triste per un pubblico di bambini

Ogni film di Tim Burton ci fornisce una piacevole sicurezza: quella di poter assistere a una storia in bilico fra favola e realtà, fra la vita e la morte, con la garanzia di un amore timido ma forte. Cambiano le tecniche adottate (animazioni o personaggi in carne ed ossa), cambiano i contesti: di pura fantasia (come nel mondo di Halloween di Nightmare Before Christmas) o reali (come nell’ultimo, divertente Dark Shadows) ma gli elementi portanti della struttura narrativa si rinnovano restando sempre stessi: c’è un protagonista sensibile, solitario e incompreso  (come in Edward mani di forbice) e c’è la capacità di entrare in contatto con il mondo della pace eterna, un contatto a volte divertente, a volte minaccioso, sempre imprevedibile.

Victor è un ragazzo amante della scienza, ed è molto creativo (realizza storie di fantascienza in super8 con un primitivo 3D che hanno il suo cagnolino Sparky  come protagonista) ma i suoi genitori sono preoccupati: passa troppo tempo da solo, chiuso in soffitta con la moviola e le sue attrezzature per esperimenti. Sarà la morte di Sparky (evento preannunciato da una spettrale Cassandra sua compagna di classe) e l’influenza che ha su di lui il professore di scienze a determinarlo a compiere un esperimento audace: far risuscitare il cagnolino con l’energia elettrica fornita da un fulmine.

Frankenweenie costituisce  una specie di rivincita per Tim Burton: con lo stesso titolo esiste già un  cortometraggio del 1984 realizzato dalla Walt Disney su un’idea di Tim, allora venticinquenne. Il plot di base c’era già tutto: un bambino cerca di resuscitare il suo cane con la corrente elettrica, ma il corto, abbinato ad un altro film Disney, non ebbe molto seguito, bloccato dall’attribuzione di PG (Parent Guided).

Un Tim Burton ormai autore famoso ci riprova destinandolo in prevalenza ai ragazzi ma aggiungendovi non poco della sua sempreverde passione per i classici del film horror (passione già espressa con l’originale e stravagante Ed Wood-1994): di qui la scelta di adottare il bianco e nero, di attribuire al professore di scienze le sembianze di Vincent Price e, a uno dei compagni di scuola che è desideroso di apprendere tutti segreti di Victor, quelle dell’ Igor di Frankenstein.

E’ possibile realizzare un film che risulti gradevole per i ragazzi e che al contempo consenta di essere veicolo per le proprie passioni? C’è riuscito di recente il cinefilo Martin Scorsese con Hugo Cabret che ha riesumato, in una perfetta ricostruzione della Parigi di inizio secolo scorso, il fascino dei primi film di Méliès. Con Frankenweenie  l’operazione sembra riuscità a metà. Le contese e le invidie fra i compagni di classe riportano il tema alle dimensioni del ragazzo Victor e la baraonda finale per l’eccesso di mostri creati con i fulmini (ce n’é per tutti i gusti: i piccoli Gremlin, il gigantesco Gozilla, e un un vampiro ex-gatto) può far divertire i più piccoli ma le troppe viste al cimitero con relativo scavo di tombe, l’uso del bianco e nero, danno alla pellicola un tono prevalentemente melanconico e triste. L’idea stessa della rianimazione per via elettrica finisce per perdere di originalità perché ripetuta troppe volte.

 C’è qualcosa in particolare che manca e che era invece una presenza costante negli altri lavori di Tim Burton rendendo deliziosi film come La sposa cadavere : il calore di una storia d’amore.  Qui abbiamo l’affetto di Victor per il suo cane che sembra risusciti più per l’abbraccio del suo padroncino che per astruse tecniche di laboratorio, ma il melanconico Victor sembra più rassegnato che appassionato e appassionante.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI3
Data Trasmissione: Domenica, 7. Gennaio 2018 - 9:45


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I GLADIATORI DI ROMA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/19/2012 - 09:47
 
Titolo Originale: I gladiatori di Roma
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Igino Staffi
Sceneggiatura: Michael J. Wilson
Produzione: Rainbow
Durata: 95
Interpreti: Voci di Luca Argentero, Laura Chiatti, Belén Rodriguez

Timo è un orfano vittima dell’eruzione di Pompei adottato dal generale Chirone. Il generale ha una figlia, Lucilla e i due ragazzi trascorrono insieme una serena adolescenza finché lei viene mandata ad Atene per studiare mentre lui viene avviato alla scuola dei gladiatori. Quando Lucilla torna, i due giovani scoprono di essere innamorati ma lei è stata ormai promessa al nipote dell’imperatore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il giovane Timo imparerà che per conquistare ciò che si ama bisogna impegnarsi lealmente, senza inganni né scorciatoie
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto è fluido e divertente e la grafica è di buon livello
Testo Breve:

Igino staffi, il padre delle Winx, ha deciso di affrontare i giganti americani dell’animazione con un racconto ambientato nella Roma di gladiatori. Il racconto è fluido e divertente e la grafica è di buon livello.

Si va a vedere il primo lungometraggio italiano di animazione in computer grafica e in 3D con una certa trepidazione.

Troppi fallimenti nel passato, troppa semplicità artigianale costretta a reggere il confronto con l’efficienza industriale americana.

Ma il produttore e regista di questa impresa è Igino Staffi, già padre delle Winx, la serie tv già venduta in 130 paesi e da cui è stato tratto il film d’animazione “Winx Club” e anche se ora si tratta di confrontarsi direttamente con la Pixar e la Dreamworks, lui è l’unico che può sostenere una simile sfida.

Nel film traspaiono in pieno le sue abilità di regista e di produttore.

Del produttore c’è la saggia prudenza di aver scelto per la scrittura dei dialoghi un americano, Michael J. Wilson (l’era glaciale), di aver puntato su un tema come quello dell’antica Roma e dei gladiatori, uno dei pochi riferimenti italiani ben noti anche agli americani; di aver riempito il film di sequenze evocative di altre storie come la corsa delle bighe di Ben Hur, il dialogo fra i due innamorati al balcone di Romeo e Giulietta.  Timo  assomiglia al ragazzo di “Rapunzel” , Lucilla è una Winx ormai cresciuta e la maga pare proprio la strega di La città incantata. Perfino il cavallo di Diana sviluppa emissioni deodoranti ed altro, un comicità che si richiama direttamente a Shrek. I protagonisti sono affiancati da una nutrita schiera di personaggi secondari che hanno lo scopo di sviluppare gag comiche, secondo una solida tradizione narrativa disneyana.

I gladiatori che si scontrano nel Colosseo provengono da tutto il globo (il tedesco, lo spagnolo, l’arabo, l’africano), in ossequio alla prevista distribuzione internazionale del film mentre,strano a dirsi, uno dei ragazzini  pestiferi gonfia sempre una gomma blu da masticare; non molto strano in verità, visto che uno dei principali sponsor per il merchandising è proprio una famosa marca di questo prodotto.

Sulla computer grafica c’è poco da commentare: non si è avuto timore di affrontare sequenze impegnative come l’eruzione di Pompei, il crollo del Colosseo e un passaggio a volo d’uccello sull’antica Roma che è realmente impressionante. Solo il disegno dei volti è un po’ schematico, inferiore ai lavori della Pixar  ma equivalenti a  quelli della serie Madagascar della Dreamworks.

Il racconto è ben articolato per garantire sorprese e colpi di scena a intervalli regolari,  una morale da trasmettere e un inevitabile lieto fine.

Il giovane Timo è innamorato fin dall’infanzia della bella Lucilla ma quando lei torna da un periodo di studi in Grecia, il loro sogno non può essere coronato perché lei è stata già promessa al nipote dell’imperatore. Inoltre Timo, in assenza della sua bella è diventato apatico e poco idoneo a combattere da gladiatore, il mestiere a cui è stato avviato dal suo padre putativo. Un tentativo di fronteggiare il rivale con l’assunzione di una pozione magica si rivela catastrofico e Timo impara che non si può barare quando si desidera realmente qualcuno. Per fortuna arriva la dea Diana in persona che si impegna ad allenare e a far ritrovare  orgoglio e fiducia in se stesso al giovane innamorato. All’interno di questa trama non mancano allusioni ironiche al presente e innumerevoli situazioni comiche che si vengono a creare, incluse quelle di un imperatore che si arrabbia per un Colosseo che non sta mai in piedi e che non si riesce a portare a termine. Originale e forse troppo femminile la figura di Diana-Belen ma se è accettabile per uno standard europeo, il prudente Staffi ha provveduto a tagliare qualche sequenza per il mercato arabo.

Igino già a 18 anni perseguiva il suo sogno di realizzare cartoni animati; non resta che auspicare che riesca a dimostrare di essere  il John  Lasseter italiano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Sabato, 15. Settembre 2018 - 19:30


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L'ERA GLACIALE 4 - Continenti alla deriva

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/25/2012 - 15:20
 
Titolo Originale: Ice Age: Continental Drift
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Steve Martino, Mike Thurmeier
Sceneggiatura: Michael Berg, Jason Fuchs, Mike Reiss
Produzione: BLUE SKY STUDIOS

Questa volta i nostri amici sono alle prese con gli sconvolgimenti indotti dalla deriva dei continenti. Manny, Diego e Sid si ritrovano su di una piattaforma di ghiaccio in balia delle onde e dei pirati, mentre la mammut Elllie con sua figlia adolescente Pesca e il suo amico talpa Louis si mettono in cammino con la speranza di riuscire a ricongiungersi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La forza dell’amicizia, l’aiuto reciproco nel gruppo, gli affetti familiari sono i punti forti di questo film
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a mantenere e forse a migliorare la formula che ha decretato il successo dei film precedenti: comicità pazzoide, situazioni rocambolesche, personaggi ben delineati
Testo Breve:

Il film riesce a mantenere e forse a migliorare la formula che ha decretato il successo dei film precedenti: comicità pazzoide, situazioni rocambolesche, personaggi ben delineati. Una attenzione confermata sui valori dell’amicizia e gli affetti familiari

Lo scoiattolo Scrat questa volta l’ha fatta grossa. Nel suo spasmodico inseguimento alla mitica ghianda, già nel primo film della serie aveva innescato la rovinosa spaccatura di un iceberg ma ora diventa il responsabile nientemeno che della deriva dei continenti.  Così sulla falsariga dell’esagerare è meglio, parte la quarta avventura dei simpatici quadrupedi della nostra preistoria, questa volta costretti a una rapida migrazione verso terre stabili, ora che i continenti hanno iniziato a separarsi.

 Nessun timore comunque, perché le difficoltà che i nostri debbono affrontare sono solo il pretesto per qualche scenografico capitombolo e l’occasione per rinsaldare la loro amicizia.

Se la comicità di Scrat è silente e keatoniana, come aveva sottolineato  in “L’era glaciale 2” Luisa Cotta Ramosino, la forza trainante della serie  è determinata dall’interazione fra personaggi insoliti e divertenti, vecchi e nuovi.  Il bradipo Sid resta il re dell’ottimismo: “ le brutte notizie sono delle buone camuffate e perché anche se appaiono brutte, c’è sempre un arcobaleno dietro l’angolo”, dichiara serafico su un pezzo di giaccio alla deriva mentre dietro di lui si sta addensando una terribile tempesta.
Nuova invece la sua arzilla nonnetta, che sembra tanto svampita ma che in realtà non lo è.

L’oceano è diventato il nuovo teatro di questa quarta puntata , con tanto di pirati e arrembaggi ; non mancano le sirene in omaggio all’Odissea mentre  Sid e la sua nonnetta colgono l’opportunità di  un comodo viaggio nel ventre di una balena, come era già successo a Geppetto.

In questo modo la storia scorre fluida e divertente mentre anche questa volta gli autori non mancano di dirci qualcosa di importante.

Il cuore del racconto resta la forza del gruppo; il significato di restare amici, di aiutarsi a vicenda rispettandosi l’un l’altro nella propria diversità. E’ quanto cerca di spiegare Diego alla tigre-pirata, che si era allontanata dal suo branco preferendo far parte della ciurma dei pirati e che ora comprende quanto è importante il sostegno reciproco. E’ quanto comprende, in negativo,  l’adolescente mammut Pesca che per entrare nella comitiva frequentata da un ragazzo che le interessa finisce per rinnegare la sua amicizia con il piccolo roditore Louis, un rapporto poco confacente alla propria razza. Sarà poi lo stesso Louis, con la sua abnegazione, a farle comprendere che per amicizia si può anche rischiare la vita.

Anche la famiglia, come nelle puntate precedenti, resta al centro dell’attenzione: fragile e opportunista come quella di Sid, oppure solida come quella dei mammut Manny e d Ellie, alle prese con le intemperanze della loro figlia adolescente: anche se possono nascere delle incomprensioni, non si perdono mai i riferimenti degli affetti che contano fra di loro.

L’era Glaciale 4 conferma in questo modo la formula che aveva già decretato il successo dei film precedenti mostrando di non aver ancora esaurito la sua carica inventiva, facendo divertire grandi e piccoli con in più qualche suggerimento per una pacata riflessione. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM CINEMA
Data Trasmissione: Venerdì, 9. Ottobre 2015 - 21:15


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MADAGASCAR 3: RICERCATI IN EUROPA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/19/2012 - 21:19
 
Titolo Originale: Madagascar 3:Europe’s Most Wanted
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Eric Darnell
Sceneggiatura: Eric Darnell e Noah Baumbach
Produzione: PDI/Dreamworks
Durata: 93

Sono bloccati in Africa Alex il leone, Marty la zebra, Melman la giraffa e Gloria l’ippopotamo, in attesa che i pinguini – partiti mesi prima alla volta di Montecarlo a bordo di un velivolo di fortuna – mantengano la promessa e tornino a prenderli per riportarli a casa. Vinti dalla noia, e dalla paura di invecchiare lontani dallo zoo di New York, i quattro amici si fanno coraggio e si spingono fino in Europa, decisi a ricongiungersi con gli amici per tornare in America. Quando però sulle loro tracce si mette un’ardimentosa cacciatrice di animali, tornare a casa diventa una questione di sopravvivenza e l’unica via di fuga, dopo averne provate tante, è il treno di un circo diretto a Roma. Vuoi vedere che tra funamboli e trapezisti si sta meglio che in gabbia?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tra un capitombolo e l’altro, si celebrano inoltre virtù come il coraggio e la disponibilità a superare i propri difetti, non fini a se stesse ma sempre motivate dall’amicizia e dalla solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ben dotato di ritmo e azione, il film è carente dal punto di vista della storia e dei personaggi. Se sotto il profilo tecnico, dimostra i passi da gigante fatti dai tempi del primo Madagascar, dal punto di vista dello sviluppo narrativo l’impressione è di un vago disinteresse.
Testo Breve:

Ha gli artigli spuntati questa terza avventura dei fantastici quattro dello zoo di New York, ben dotata di ritmo e azione ma carente dal punto di vista della storia e dei personaggi

 

Ha gli artigli spuntati questa terza avventura dei fantastici quattro dello zoo di New York, ben dotata di ritmo e azione ma carente dal punto di vista della storia e dei personaggi. Se il film, sotto il profilo tecnico, dimostra i passi da gigante fatti dai tempi del primo Madagascar, dal punto di vista dello sviluppo narrativo l’impressione è di un vago disinteresse. Sembra che gli autori si siano preoccupati principalmente di realizzare effetti speciali tridimensionali al passo coi tempi, delegando loro tutta la responsabilità di rendere appetibile il film. Il risultato è che, se sullo schermo cinematografico ci si può ancora stupire per la spettacolarità della messa in scena, questo terzo episodio – che nelle sale italiane ha comunque incassato tantissimo – si dimostra quasi privo di argomenti una volta passato in dvd e visto sul divano di casa. Se alcune gag risultano incomprensibili per i bambini (come quando la cacciatrice di animali francese rianima i suoi connazionali ricoverati in ospedale cantando loro Rien de rien), c’è poco da divertirsi anche per gli adulti, che al massimo possono stirare un angolo della bocca sperimentando qua e là deboli sorrisi. Sembrano svogliati perfino i pinguini, personaggi secondari che nel primo episodio rubavano la scena ai protagonisti grazie a un mix di genialità e cinismo. I dialoghi, che dovrebbero accendere l’intelligenza, far ridere o emozionare, a volte sono cerebrali, altre volte sembrano addirittura improvvisati (quando il leone deve motivare il gruppo, non riesce a trovare le parole e inizia a ripetersi. Però riesce nell’intento. Allora a che serve quella scena?). La trama, che cerca nell’ambientazione circense, cara ai cinefili ma non pienamente sfruttata, un banco di prova per il percorso dei personaggi, rimesta nel mucchio senza tirar fuori granché.

Eppure di spunti interessanti da sviluppare ce ne sarebbero stati. Nella prima scena si allude alla paura di diventare vecchi lontano da casa e, dopo tanti inseguimenti e fughe, i nostri eroi si rendono conto – davanti alle gabbie in cui dovrebbero tornare a chiudersi – che lì dove li ha portati la vita è la loro nuova casa (come capirà anche Vitaly, una tigre russa dall’animo tribolato, che preferirebbe mandare il suo circo sul lastrico anziché abbandonare una tradizione superata a cui è ostinatamente legata). Tra un capitombolo e l’altro, si celebrano inoltre virtù come il coraggio e la disponibilità a superare i propri difetti, non fini a se stesse ma sempre motivate dall’amicizia e dalla solidarietà. Peccato allora che manchi sia un pur breve momento di riflessione per radunare queste felici intuizioni, anche solo in uno slogan che i bambini possano ricordare al di là del divertimento più corrivo e superficiale.

Non ci sono controindicazioni, sempre meglio specificarlo, e un giovanissimo spettatore può tranquillamente essere lasciato da solo a guardare il film davanti alla tv. Però, già che ci siamo, tanto vale fargli rivedere per l’ennesima volta Toy Story o Gli incredibili. Inutile fargli perdere tempo con qualcosa di molto meno bello.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY HITS
Data Trasmissione: Mercoledì, 2. Luglio 2014 - 21:10


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RIBELLE - THE BRAVE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/03/2012 - 20:55
Titolo Originale: Brave
Paese: Usa
Anno: 2012
Regia: Mark Andrews (II), Brenda Chapman, Steve Purcell
Sceneggiatura: Mark Andrews, Steve Purcell, Brenda Chapman, Irene Mecchi
Produzione: PIXAR ANIMATION STUDIOS
Durata: 93

In una Scozia medioevale la piccola Merida viene preparata dalla madre Elianor al suo rango di principessa. Il padre invece le regala un arco e le insegna i primi rudimenti di questa nobile arte. Ora Merida è cresciuta e secondo le usanze del tempo verrà data in sposa al giovane nobile che saprà vincere gli altri pretendenti in una gara con l'arco. Ma Merida non ha nessuna intenzione di sposarsi e dopo un acceso litigio con la madre, fugge nella foresta...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre non rinuncia a riconquistare la figlia ribelle
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La Pixar conferma le sue doti tecniche ma questa volta la sceneggiatura mostra non poche discontinuità
Testo Breve:

La Pixad/Disney presenta una eroina assolutamente originale nella sua voglia di bastare a se stessa e refrattaria a qualsiasi desiderio di un principe azzurro. Ottima tecnica grafica ma sceneggiatura imperfetta

 

Ribelle – The Brave è un altro film della Pixar, ma è come se non lo fosse.

Da molti anni ormai il sodalizio  Pixar/Disney ci ha abituato a  commoventi, divertenti, incredibili successi: basterebbe ricordarsi , fra i più recenti, di: Up, Rapunzel, Toy Story 3, Wall-e, Ratatouille.

Quali sono state le ragioni di tanto successo? Difficile dirlo, ma possiamo ipotizzare  una miscela di ingredienti: l’impiego di tecniche grafiche di assoluta avanguardia, una sceneggiatura impeccabile  ma soprattutto..l’incanto.  Quella caratteristica che è sempre stata tipica dei lavori della Disney, uno spirito che la Pixar ha ereditato (John Lasseter si è formato alla Disney) e che è un modo di introdurci in un mondo incantato anche quando non si narrano favole, un mondo dove alla fine si scopre la gioia dello stare insieme, il valore dell’innamoramento, dell’amicizia, della famiglia.

Con Ribelle – The Brave ci accorgiamo subito di esser capitati in un altro universo: Merida, la ragazza ribelle,  urla davanti a sua madre tutta la sua insofferenza perché  nessuno si preoccupa di sapere ciò che lei vuole veramente e le dice in faccia che non vorrà mai diventare  come lei. La scena è di una violenza inaudita per un racconto di animazione, né si era mai visto in un film targato Disney una figlia comportarsi in questo modo nei confronti di sua madre (arriva a dirle: “you are a beast!”  nella versione originale del film).
Questa eroina dai capelli rossi è stata tratteggiata in modo insolito e non solo perché ha un carattere ribelle e le piace tirare con l’arco. Non è l’arciera Jennifer, riflessiva, responsabile ed innamorata di Hunger Games: durante il suo periodo di crescita e formazione come principessa  nel castello paterno non ha nessuna amica con cui scambiare confidenze; gli unici rapporti sono con i due genitori (e i suoi tre pestiferi fratellini, inseriti come diversivo comico) e l’unico momento di vera felicità che riesce a trovare è quando si lancia al galoppo con il suo cavallo, per ritrovarsi  tutta sola  immersa in una natura incontaminata.
Dobbiamo anche dimenticare qualsiasi riferimento a Pocahontas, Mulan, Rapunzel, perché manca la figura del principe azzurro, né lei lo cerca. Merida rifiuta i tre pretendenti che i suoi genitori le hanno proposto e non possiamo che essere d’accordo con lei, visto che si tratta di un campionario di giovani stupidi e insulsi. Ci saremmo però immaginati che Merida alla fine del film avrebbe trovato, liberamente scelto, il giovane giusto per lei  ma così non accade. Viene così a  a mancare in questo film uno degli ingredienti-base per appassionare lo spettatore: non tanto la tematica amorosa ma piuttosto un percorso interiore che porti la protagonista a trasformarsi e a diventare più disposta a porsi in relazione con gli altri.

Possiamo ancora accettare l’ipotesi di una scelta narrativa originale ma c’è dell’altro che genera un senso di una fastidiosa disarmonia. Anche il padre, affettuoso e coraggioso, nelle vesti di capo clan è solo un uomo bonaccione e rozzo, incapace di esprimere doti di governo, che lascia interamente alla  moglie. A questo punto il quadro è completo: non c’è nessun uomo che abbia un minimo di peso in questo film che è rigorosamente femminil-centrico.

Il film esalta in effetti il genio femminile nella sua capacità di comprendere e controllare le situazioni ma questa qualità non viene posta come  una forma di stimolante contrapposizione dialettica  con il mondo  maschile: è “un vincere facile” di fronte al vuoto delle alternative.

Il  lieto fine è immancabile e la famiglia reale si ritrova nuovamente riunita ma il ritrovarsi è più l’espressione di uno scampato pericolo (non vogliamo raccontare altri dettagli) che quello della riscoperta dei profondi legami che li tengono uniti.

Se c’è qualcuno da lodare è proprio la madre, che alla fine si avvicina alle posizioni di Merida rinunciando alle sue più immediate aspirazioni di regina, ma la soluzione che viene trovata appare più il completamento di una vertenza sindacale (il diritto di scegliere chi sposare) piuttosto che l’incontro fra una madre e una figlia  che hanno trovato il modo di avvicinarsi più intimamente comprendendo le ragioni l’una dell’altra. E’ proprio la tenacia della madre nel non voler perdere la figlia che alla fine farà breccia nell’atteggiamento di autosufficienza di Merida.

A questo punto voi spettatori avete una scelta di giudizio: concludere che  ci si trova di fronte a un film con alcune carenze nella sceneggiatura o piuttosto si tratta di un film, come alcuni critici hanno supposto (Adam Markovitz del Guardian) che ha voluto proporre  un’icona gay.

A voi la scelta.

Non si può negare che anche in molti film di Pedro Almodovar, che hanno come baricentro delle figure femminili, gli uomini risultano essere stupidi o violenti.

Il film è stato realizzato con ottima qualità grafica (un vero rompicapo debbono esser stati i riccioli ribelli della protagonista) ma la sceneggiatura perde qualche colpo soprattutto nella lunga fase i cui tutti sono a caccia dell’orsa-madre: è come se il filone portante del rapporto madre-figlia venisse sospeso per lasciar spazio  alla ricerca della semplice comicità che può scature da concitate  sequenze di azione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Disney Junior
Data Trasmissione: Giovedì, 20. Aprile 2017 - 20:00


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IL CASTELLO NEL CIELO (Raffaele Chiarulli)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/24/2012 - 18:48
 
Titolo Originale: Tenkû no shiro Rapyuta
Paese: GIAPPONE
Anno: 1986
Regia: Hayao Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli, Tokuma Shoten
Durata: 124

Galles, fine Ottocento. Non riesce a credere ai suoi occhi il giovanissimo minatore Pazu, che si distrae dal lavoro per seguire la scia di una strana luce accesasi all’improvviso nel cielo notturno. Ne discende dolcemente, come in un sogno o in una favola, la graziosa coetanea Sheeta, orfana come lui di entrambi i genitori e inseguita da una risma di brutti ceffi che le vogliono sottrarre un ciondolo magico. Grazie a questo, un minerale dalla provenienza sconosciuta conservato per secoli dalla famiglia della ragazzina, è possibile non solo sfidare misteriosamente le leggi di gravità ma anche ottenere la rotta per Laputa, una leggendaria città perduta che fluttua nel cielo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amicizia fra i due bambini è descritta in modo profondo e autentico, che contempla concretamente l’avere a cuore il bene dell’altro e l’essere disponibili per questo al sacrificio.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un’animazione perfetta, risultato di disegni realizzati ancora tutti a matita, in cui spicca un senso dello spazio degno dei migliori western americani . Un'estrema attenzione alla storia e ai personaggi che emozionano perché evocano con realismo la meraviglia, l’incoscienza, e gli altri tratti tipici dell’infanzia,

 Arriva solo ora nelle sale italiane, dopo un fugace passaggio in dvd nel 2004, uno dei primi film diretti dal giapponese Hayao Miyazaki, venerato maestro dell’animazione di cui è un grandissimo estimatore, per intenderci, il capo della Pixar John Lasseter. Il castello nel cielo, che la Lucky Red ha distribuito dopo aver ripescato dalla soffitta negli anni scorsi anche Il castello di Cagliostro, Porco rosso e Il mio amico Totoro, è una vera e propria boccata d’ossigeno proveniente dagli anni Ottanta. A chi è cresciuto in quel decennio, infatti, basteranno pochi fotogrammi e la stupenda sequenza dei titoli di testa (ispirata forse alle incisioni dell’artista francese Moebius), per aprire il cuore alla nostalgia e catapultarsi all’indietro in un periodo magico fatto di pomeriggi infiniti trascorsi in compagnia di cartoni animati come Heidi, Conan – il ragazzo del futuro, Lupin III e Il fiuto di Sherlock Holmes (una rilettura canina del personaggio di Conan Doyle di gran lunga superiore al coevo e disneyano Basil l’investigatopo).

Se uno dei criteri per giudicare la riuscita di un film è il suo grado d’impermeabilità agli anni, allora non c’è dubbio che questo Castello nel cielo meriti le stimmate del capolavoro. Lo prova un’animazione perfetta, risultato di disegni realizzati ancora tutti a matita, in cui spiccano la cura dei particolari e un senso dello spazio degno dei migliori western americani (e che non ha bisogno di becere “riconversioni” in 3D per creare negli spettatori l’illusione di entrare davvero a far parte dell’universo narrativo). Lo provano, soprattutto, l’estrema attenzione alla storia e ai personaggi – quelli sì, tridimensionali – che emozionano perché evocano con realismo la meraviglia, l’incoscienza, e gli altri tratti tipici dell’infanzia, compreso quell’elettrizzante ribollire di vita ancora inesploso che solo i grandi poeti riescono a descrivere. La vicenda scorre veloce nel solco della classicità, solidamente piantata in modelli sempreverdi che richiamano qua e là grandi archetipi cinematografici come Guerre stellari ma in cui trovano posto riletture dei classici di Charles Dickens, Jules Verne e Jonathan Swift (fu lui il primo a parlare di Laputa, nei Viaggi di Gulliver, citato espressamente nel film, e dopo di lui Chesterton, en passant, nelleAvventure di un uomo vivo).

Come in altri film di Miyazaki, anche in questo si parla di un’amicizia e di un miracolo. L’amicizia, quella tra i due bambini, è una cosa seria. Il legame, che per la tenera età dei protagonisti non può sbocciare ulteriormente, è un sentimento descritto in modo profondo e autentico, che contempla concretamente l’avere a cuore il bene dell’altro e l’essere disponibili per questo al sacrificio. Il miracolo è l’accadimento di qualcosa di sorprendente che turba la regolarità della vita per innalzarla su un piano superiore. Così l’avventurosa ricerca di questa Atlantide dei cieli, condotta non senza fremiti di paura su un asse verticale tra il rischio di cadere e la possibilità di volare, è innanzitutto una sfida alla solitudine dell’infanzia che asseconda un desiderio di crescita.

Tra pericoli mortali, fughe e inseguimenti, navi da combattimento in fiamme e castelli erranti, non manca, in un momento di particolare pericolo per i nostri eroi, anche una preghiera. Il cuore prende il largo e, a film finito, si abbandonano i protagonisti con la stessa ritrosia con cui si saluta un amico che parte. Questo è grande cinema.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY FAMILY
Data Trasmissione: Domenica, 3. Novembre 2013 - 6:20


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