Drammatico

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.

IL PIU' BEL GIORNO DELLA MIA VITA(Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 11:30
Titolo Originale: "IL PIU' BEL GIORNO DELLA MIA VITA"
Paese: Italia
Anno: 2002
Regia: Cristina Comencini
Sceneggiatura: Cristina Comencini
Durata: 102'
Interpreti: Virna Lisi (Irene), Sandra Ceccarelli (Rita), Margherita Buy (Sara), Luigi Lo Cascio (Claudio).

Il  "personaggio" che ci viene presentato in apertura del film è una villa di campagna appena fuori Roma. La vediamo, attraverso una rapida carrellata di immagini, come essa si è trasformata nell'arco di una generazione: il suo grande parco, un tempo animato da carrozzine di neonati, poi degli strilli di bambini che eccitati, sono stati i protagonisti di grandi feste , fra genitori nonni e zii, in occasione delle loro prime comunioni o compleanni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La regista/sceneggiatrice teorizza la "liberazione sessuale" La sessualità vista come valore a sé stante, svincolato dall'amore e dalle promesse già fatte
Pubblico 
Sconsigliato
Per le scene di sesso esplicito e l'atteggiamento nichilista dell'autrice
Giudizio Artistico 
 
Troppo complessa e ambiziosa la sceneggiatura
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

OLIVER TWIST

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 10:51
 
Titolo Originale: OLIVER TWIST
Paese: Gran Bretagna/ Cecoslocacchia/ Francia/ Italia
Anno: 2005
Regia: Roman Polansky
Sceneggiatura: Ronald Harwood
Durata: 130'
Interpreti: Ben Kingsley, Barney Clarc, Jamie Foreman, Leanne Rowe, Jamie Foreman

Oliver Twist (Barny Clarc) riesce a fuggire dall' orfanotrofio dove subiva solo angherie e a raggiungere Londra dopo una settimana di cammino. Affamato e senza un soldo, finisce per unirsi a una banda di ladruncoli capeggiati da un torvo ebreo di nome Fagin(Ben Kingsley). L'accoglienza che il ragazzo riesce ad avere dal ricco e generoso sig. Brownlow fa credere a Oliver che i tempi peggiori siano passati, ma Fagin lo sta cercando per riprenderlo con se....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il riscatto/sacrificio di una donna, la bontà di un gentiluomo verso un bambino povero e orfano
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene impressionanti
Giudizio Artistico 
 
Riproduzione fedele e curata dello spirito del grande romanzo. Sembra un saggio d'accademia diligente ma poco ispirato

Di Oliver Twist si contano almeno altri due  film in versione italiana (in quella inglese almeno 219 : Il primo, Le avventure di Oliver Twist del 1948 è di  David Lean, mentre il secondo, di Clive Donner è dell' '82). Molti di più i remake de i Miserabili (almeno otto versioni), per citare un'altro famosissimo romanzo ottocentesco.
E' naturale che quando si tratta di classici di ogni tempo, si cerchi di riproporli periodicamente alle nuove generazioni.

L' ultimo lavoro di Polansky  (premio Oscar per il Pianista) va pertanto analizzato in due modi: come può apparire ad un giovane che scopre questo racconto per la prima volta e come possono giudicarlo gli adulti, quelli che hanno potuto vedere, magari alla televisione, la precedente edizione del  '48 e che forse hanno letto anche il libro.

Il film ci appare di grande qualità da un punto di vista scenografico, fotografico e dei costumi. La ricostruzione (a Praga) di Londra all'inizio ottocento è di grande effetto: gli squallidi viottoli  di Jacob's Island  popolati di straccioni, mendicanti e baby prostitute; gli opifici sul porto, primi segni di una industrializzazione vivace ma non ancora massificata  o King Street,  affollata di carrozze dei benestanti mentre una massa informe di povera gente si accalca sugli stretti marciapiedi.
Vera opera di maestria è la sequenza notturna dove  la fioca luce dei lampioni stradali lascia intravedere nella fitta nebbia il profilo incappottato di due loschi figuri che trascinano con se il piccolo Oliver così come è indimenticabile la grande sala della  working house dove centinaia di bambini, pigiati uno contro l'altro per il poco spazio, cercano di confezionare  della stoppa.
La polemica di Dickens contro le teorie Maltusiane molto diffuse all'epoca (tenere la massa crescente dei poveri sotto rigida disciplina e sempre affamata, quindi debole) trova nella versione di Polansky una vivida rappresentazione.

Per merito della magia narrativa di Dickens emergono anche questa volta come indimenticabili i protagonisti  della storia, sopratutto quelli cattivi: Fagin,  il curvo e torvo ebreo,  Bill Sykes, il violento e irascibile scassinatore ma anche  la dolce Nancy. Merito invece di Polansky aver reso cinematograficamente i personaggi dickensiani come lo scrittore li aveva concepiti: non delle rappresentazioni realiste di persone in carne ed ossa,  ma  dei tipi, delle categorie comportamentali. Esemplare a questo riguardo la sequenza  della lunga camminata in fuga per la campagna del torvo Sykes dopo aver commesso un atroce delitto: il mantello lungo fino a terra, la bombetta calata sulla fronte, lo sguardo rivolto in basso, accompagnato da un onnipresente cagnone  bianco, simbolo inquietante di una forza bruta (nel film di Lean era un innocuo bastardino bianco e nero). Non stiamo vedendo quel preciso signor Sykes: stiamo ricevendo la rappresentazione della "figura" del cattivo.

Il film ripercorre fedelmente la storia pubblicata da Dikens nel biennio 1837-38 su di una rivista mensile con alcune giustificate eccezioni (la versione del '48 era molto più aderente all'originale): manca la sequenza iniziale della morte della madre e conseguentemente la conclusione con la scoperta delle nobili origini del ragazzo. Scelta saggia, dal momento che oggi non è più necessario  forzare un lieto fine che riporti il ragazzo  al suo "giusto rango".  Infine una originale costruzione del personaggio Fagin (Ben Kingsley), figura di cattivo volutamente complessa  che lascia intravedere anche barlumi di bontà

Un discorso a  parte merita la scelta, a nostro giudizio infelice, dell'attore che impersona Oliver Twist (Barny Clarc): fisicamente centrato, con la sua aria dolce e remissiva, ma con una espressività da pinocchio di legno: per sapere se sta  piangendo  o se fa il serio bisogna concentrarsi sui dettagli per controllare se c'è una lacrima che gli sta scorrendo sul viso .

Complessivamente  la trasposizione del romanzo in pellicola  é risultata oltremodo  professionale ma impersonale. Roman Polansky, tre premi oscar per il pianista nel 2003, questa volta non ci ha messo del suo: sembra aver compiuto  un serio  studio filologico sull'Inghilterra dell'ottocento e il mondo di Dickens, più che una trasfigurazione artistica.

Fatte questi dovuti rilievi,il film è senz'altro consigliabile alle nuove generazioni di ragazzi: come argutamente ha sottolineato Natalia Aspesi su la Repubblica: "Film troppo colto e crudele per i bambini di oggi, potrebbe essere usato come punizione esemplare ogni volta che uno di loro fa scenate ai genitori tremanti, per ottenere da loro l’ennesimo telefonino o i jeans firmati o qualunque altra scemenza che i tempi bestiali li obbligano a desiderare".

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM EMOTION
Data Trasmissione: Lunedì, 20. Novembre 2017 - 21:15


Share |

NEVERLAND UN SOGNO PER LA VITA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 12:15
Titolo Originale: Finding Neverland
Paese: USA/Gran Bretagna
Anno: 2004
Regia: Marc Forster
Sceneggiatura: David Magee
Produzione: Nellie Bellflowe, Richard Gladstein, perFilm Colony
Durata: 101'
Interpreti: Johnny Depp, Kate Winslet, Julie Christie, Dustin Hoffman

Lo scrittore James Barrie, reduce da un fiasco teatrale e avvilito per il progressivo raffreddarsi  dei rapporti con sua moglie, ha l'abitudine di andare al parco per scrivere le sue commedie. Qui incontra Sylvia, vedova Davies  con i suo 4 figli. A Barrie piace  giocare  con i ragazzi,  ricostruire con loro mondi di fantasia dove collocare emozionanti avventure.   Giorno dopo giorno, prende forma la nuova commedia che con il nome di Peter Pan sarà rappresentata per la prima volta a Londra nel 1904.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Barrie riesce a dare serenità e allegria a quattro bambini rimasti orfani del padre, ma ne lui ne sua moglie si impegnano seriamente per salvare il loro matrimonio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per una situazione di infedeltà coniugale
Giudizio Artistico 
 
Il film si mantiene terribilmente in bilico fra un commovente romanzo sentimentale e un freddo spaccato d'epoca vittoriana, ,senza decidersi da che parte pendere

Chi ha visto il Peter Pan di Walt Disney del 1953,  quello di P.J. Hogandel 2003 oppure  Hook - capitano Uncino di Steven Spielberg del 1991, non può non esser incuriosito dal conoscere la genesi di una delle opere per ragazzi fra le più amate nel mondo, accanto al Pinocchio di Collodi. Immaginarsi magari l'impatto sul pubblico che ebbe la prima teatrale al Covent Garden di Londra nel 1904  o capire come  lo scrittore scozzese   sia stato capace di fermare in modo mirabile  il momento del passaggio dalla fanciullezza spensierata alla dolorosa sensibilità adolescenziale.

Marc Forster ci fa immergere nella società alto-borgese dell'era vittoriana dove l'eloquio è sempre ricercato e misurato, sia che stia parlando un adulto che un bambino con fiocchetto e pantaloncini corti, sia che si discuta di una partita di Cricket o del tradimento della propria moglie. Attraverso questo  velo di manierismo controllato il film lascia faticosamente intravedere  la felicità creativa di James e le sue  fughe con i quattro ragazzi verso la terra-che-non-c'è, la nascita del suo interessamento per la giovane vedova, il freddo dialogare senza capirsi con una  moglie che sta già pensando a un altro.

Pur riconoscendo che il riferimento all'epoca vittoriana sia doverosa, resta da domandarsi se sia stato stilisticamente corretto presentarci dei personaggi in grado di abbassare la temperatura dei loro sentimenti fino al punto di congelamento: perché James non ha un moto di gelosia quando trova sua moglie in  piacevole conversazione con un potenziale concorrente? Perché quando si rincontrano a teatro dopo che lei  era scappata di casa, sono entrambi così terribilmente polite? C'è o non c'è dell' affetto  fra James e la vedova Davies? Quando lei si ammala, lui  va a farle visita e si trovano soli nella sua camera da letto; come mai, oltre all'impeccabile atteggiamento da gentiluomo, non si intravede un leggero dilatarsi delle pupille, indice di un sussulto di passione? Non ci è dato di sapere perché nulla ci è dato di vedere. Non si tratta di un abile equilibrismo stilistico , ma  piuttosto l'indecisione del regista fra l'abbandono ad  un emozionante romanticismo o il rifugio verso un frustrante perbenismo.

La domanda principale è però un'altra, perché coinvolge la ragione stessa dell' andare a vedere questo  film:   Jonny Deep che non ride mai, che è sempre così britannicamente controllato, quasi  avulso dagli eventi che accadono intorno a lui , più per un'intrinseca capacità di appassionarsi che per una sua irriducibile  voglia di sognare ,  ha trovato la cifra giusta per darci ragione dell'ispirazione che ha poi dato origine a Peter Pan? Ci saremmo aspettati piuttosto un allegro sognatore, eterno bambino, con una grande capacità  di entrare in empatia diretta con i ragazzi, qualcosa di molto vicino ad un personaggio di Robin Williams.

La vera storia  di Barrie ci rivela qualcosa di diverso: terribilmente colpito  dalla morte del suo fratello minore avvenuta quando aveva 7 anni, legatissimo alla madre che restò per lunghi mesi inebetita dal dolore,  non ebbe un matrimonio felice (pare non sia stato neanche consumato) perché troppo legato alla prospettiva di una femminilità vista solo in chiave materna; diventato adulto non cresciuto, si trovava bene sopratutto con i ragazzi, perché solo con loro poteva condividere le proprie fantasie.  Una simile lettura del personaggio Barrie avrebbe potuto farci comprendere molte cose del suo carattere e della sua opera,  ma dobbiamo attenerci a ciò che appare nel film,che  resta per noi in gran parte come un libro chiuso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: LA2
Data Trasmissione: Venerdì, 23. Febbraio 2018 - 21:00


Share |

NATIVITY (Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 11:15
 
Titolo Originale: The Nativity Story
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Catherine Hardwicke
Sceneggiatura: Mike Rich
Produzione: Marty Bowen e Wyck Godfrey per Temple Hill Entertainment e New Line Cinema
Durata: 90'
Interpreti: Keisha Castle-Hughes, Oscar Isaac, Ciaràn Hinds, Hiam Abbass

Maria vive con i suoi genitori nel piccolo paese di  Nazareth. Sono agricoltori, allevano pecore,  ma è faticoso andare avanti e non sempre c'è abbastanza da mangiare per tutti. Il più piccoli, quelli che ancora non vanno a lavorare nei campi, sono amorevolmente educati con le parole dei salmi e dei profeti. Maria, che ha 15 anni,  è contrariata: i genitori hanno organizzato il suo matrimonio con Giuseppe, un giovane che lei conosce molto poco. Poi una mattina, mentre si trovava a lavorare nei campi, un angelo le appare,...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben tratteggia la personalità di Giuseppe, giusto e buono, mentre Maria non sembra avere quella fede costruita sulla preghiera che le hanno fatto dire "si"
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza da parte della soldataglia potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione della Palestina di 2000 anni fa e bravi tutti gli attori; solo Maria appare a volte inespressiva

La regista Catherine Hardwicke aveva affrontato con Thirteen, il mondo delle ragazze che si trovano nella loro prima adolescenza. Ragazze d'oggi naturalmente,  californiane che vivono in famiglie disgregate, in cerca di forti sensazioni e con la fretta di crescere. In Nativity ci troviamo di fronte a una storia ben diversa, in un altro contesto  ma la regista sembra quasi aver trovato qualcosa, nel ritratto della quindicenne Maria nonostante i duemila anni di distanza,   che la unisce queste ragazze-donnne:  è quello stato di attesa, quella voglia di conoscere e capire, quella fragile dolcezza, quell'atteggiamneto di disponibilità verso il mondo che le circonda e che le fa scivolare oggi, quando non hanno riferimenti su cui contare, in esperienze distruttive  ma anche ad accettare ieri, la più incredibile delle proposte: diventare la madre del Figlio di Dio.

La Hardwicke ha ambientato molto bene la storia, conferendole la giusta dose di realismo: Nazareth  è  un povero paese di contadini, dove si fa fatica a sfamare tutta la famiglia e la notte si dorme per terra sul pagliericcio, tutti assieme nell'unica stanza grande. Il palazzo di Erode a Gerusalemme, fatto di spesse e alte mura, è alquanto disadorno, coerentemente con il suo stato di piccolo regno della provincia romana. Anche l'arrivo dei soldati del re, quel loro spogliare  contadini dei loro averi (e mettere in schiavitù i loro figli, se necessario) è tratteggiato con spietata crudezza. Un realismo che però non va in contraddizione  con l'ingresso nella storia con il soprannaturale, qui espresso con l'annuncio dell'angelo a Maria, a Giuseppe e infine ai pastori, con la luce della stella che nella notte illumina la grotta di Betlemme.. A prima vista può sembrare che le tuniche sempre ordinate e pulite dei protagonisti della nostra storia, anche quando si trovano al lavoro dei campi, sia la solita svista della scenografia (in quanti film abbiamo visto attori impegnati in lotte furibonde che esibiscono  camice fresche di bucato e capelli assolutamente incollati); in realtà  si tratta di una giusta rappresentazione della dignità ineliminabile dell'uomo, anche in condizioni di estrema povertà, quella dignità che deriva loro da essere in colloquio con Dio, come in alcune belle sequenze in cui è protagonista Giuseppe. 
Solo l'episodio dei re magi, simpatici compagnoni restii a compiere il lungo viaggio fino a Betlemme perché troppo abituati a circondarsi di comodità, oltre a fungere da alleggerimento comico della storia, viene tratteggiato con toni da favola natalizia .

Molto ben sviluppata la figura di Giuseppe, desideroso di essere giusto ma al contempo buono e incapace di fare del male: appare molto naturale quando decide di non ripudiare la sua promessa sposa. Vi sono altri momenti originali tutti per lui, come quando, durante il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme, rinuncia al suo misero pasto per dar da mangiare al mulo, in modo che possa trasportare Maria sana e salva.   L'attrice  Keisha Castle-Hughes (la ragazza delle balene) presta il suo volto acerbo per raccontarci  la parabola di questa  una ragazza semplice che scherza con le amiche, poi diventa promessa sposa con un marito scelto dai genitori secondo le usanze dell'epoca, infine impegnata a dare ragionevolezza ad un evento così straordinario (la visita alla cugina Elisabetta) fino al viaggio pericoloso verso Betlemme in stato di gravidanza avanzata. La giovane attrice  lavora però troppo per sottrazione fino a diventare a volte inespressiva. Ci saremmo aspettati il ritratto di una ragazza di fede, intenta spesso mettersi in colloquio con Dio per la quale l'annuncio dell'angelo, anche se dai contenuti straordinari, è in linea di continuità nei confronti di una vita vissuta a realizzare la parola di Dio. La Maria che ci viene proposta è invece molto preoccupata dei suoi problemi terreni (l'accettare un marito che gli è stato imposto) e l'apparizione dell'angelo appare come una discontinuità nella sua esistenza.
Non mancano, per chi li vuol cogliere, i riferimenti  simbolici: come quando Maria, caduta in acqua mentre attraversa il fiume Giordano, si vede avvicinata a un serpente che rimanda a quello di Eva  e il ritrovamento, da parte dei soldati, nella grotta di Betlemme ormai vuota  (Giuseppe e Maria sono già fuggiti in Egitto), di una culla di legno con dentro abbandonato  un lenzuolo per fasciatura,  preannuncio del sepolcro vuoto

Il film complessivamente ha il dono della semplicità, è un racconto lineare che trasmette, per chi le accetta,  serenità e speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

NATIVITY (Fumagalli)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 11:09
 
Titolo Originale: The Nativity Story
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Catherine Hardwicke
Sceneggiatura: Mike Rich
Produzione: Marty Bowen e Wyck Godfrey per Temple Hill Entertainment e New Line Cinema
Durata: 101'
Interpreti: Keisha Castle-Hughes, Oscar Isaac, Ciaràn Hinds, Hiam Abbass

Nativity è uno dei frutti del successo di The Passion of the Christ di Mel Gibson. Solo con questo illustre precedente si spiega che la New Line abbia subito accettato la proposta fatta da Marty Bowen, un agente, cattolico e con esperienza professionale più che decennale alla United Talent Agency, a un suo cliente, lo sceneggiatore Mike Rich (Cercando Forrester, Un sogno una vittoria) di scrivere una storia sul Natale. Progetto subito accettato dalla New Line, e che ha portato Bowen a fare il grande salto da agente a produttore, fondando la Temple Hill Entertainment. Il film è stato realizzato rapidamente: alcune fonti indicano che fra l’inizio della sceneggiatura e il giorno di uscita nelle sale è passato un anno esatto, cioè molto meno di quanto di solito capita per i film hollywoodiani.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Bella la figura di Giuseppe: uomo giovane e forte, pieno di amore per Maria e rispetto per il suo mistero. Poco riuscito il personaggio di Maria: si fatica a vedere in lei la “piena di grazia” a cui non vengono risparmiati i dolori del parto
Pubblico 
Pre-adolescenti
La violenza della soldataglia potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un buon film, dalla fattura molto professionale ed elegante, che pur senza aver raggiunto grandi vette artistiche e senza aver osato un’elaborazione drammaturgica più profonda, potrà rimanere come un’attraente messa in scena degli eventi del Natale

Il film è stato fatto con le migliori intenzioni: si intuisce chiaramente che si è cercato di seguire l’esempio di The Passion in un impegno di sostanziale fedeltà al dato scritturistico, nel cast internazionale, nella forza e bellezza di alcune immagini. Il film ci è apparso quindi sostanzialmente corretto: una buona illustrazione del racconto biblico, anche se manca quell’intuizione più profonda, quell’elaborazione teologica, quelle audaci sorprese visive e tematiche che, a dispetto delle polemiche che l’hanno accompagnato, fanno di The Passion un’opera maestra a cui – siamo sicuri - il tempo e il passare delle polemiche renderanno giustizia. Anche in Natività, come nel film di Gibson, è da notare la presenza di molti attori italiani in parti secondarie, così come il contributo in alcuni settori artistici (per es. i costumi di Maurizio Millenotti) e l’uso di Matera come location per alcune scene.

La figura più riuscita del film ci è sembrato Giuseppe, interpretato da Oscar Isaac: un uomo giovane – come la più recente iconografia anche cinematografica e televisiva sta giustamente affermando - forte e tenero insieme, che accoglie con disponibilità e amore pieno di rispetto Maria e il suo mistero. Meno riuscita invece la figura di Maria: è senz’altro apprezzabile il tentativo di renderla più vicina allo spettatore contemporaneo, dandole il volto intenso della brava Keisha Castle-Hughes, ma nel complesso la sua consapevolezza e anche la sua forza interiore appaiono al di sotto di quello che i dati scritturistici e la tradizione teologica ci fanno supporre. Si fatica a vedere in lei la “piena di grazia” e non a caso questo termine in inglese è stato sostituito dalla “favorita” (the favored one” nell’annuncio che fa l’Arcangelo Gabriele alla giovane di Nazaret. 

In questo può aver forse influito il fatto che lo sceneggiatore Mike Rich è protestante e non cattolico, così come ha tale formazione la regista Catherine Hardwicke (Thirteen, Lords of Dogtown), specializzata in film su teen agers. Al di là di questi aspetti più sottili, per un pubblico cattolico l’unico elemento veramente controverso del film può essere quello dei dolori del parto di Maria, che la tradizione cattolica (confermata dal Concilio Vaticano II e dall’ultimo catechismo) considera un lascito del peccato originale da cui Maria fu esentata, parlando di verginità non solo nel concepimento, ma anche nel parto e dopo il parto.

Il film si muove quindi su un buon livello: alcune immagini sono molto efficaci e riuscite, alcuni dialoghi fra Maria e Giuseppe molto belli. Il viaggio dei Magi è usato con funzione di alleggerimento – a volte con sfumature lievemente comiche -, mentre invece la presenza incombente di Erode, che scatenerà la strage degli innocenti, viene resa evidente più volte per rafforzare la tensione drammatica della vicenda. Il film si chiude con la fuga in Egitto, mentre udiamo le parole del Magnificat.

Nel complesso un buon film, dalla fattura molto professionale ed elegante, che pur senza aver raggiunto grandi vette artistiche e senza aver osato un’elaborazione drammaturgica più profonda, potrà rimanere come un’attraente messa in scena degli eventi del Natale, adatta a un pubblico generalista.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Domenica, 17. Dicembre 2017 - 21:15


Share |

Non ti muovere

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 10:13
Titolo Originale: " Non ti muovere"
Paese: Italia, Spagna, Inghilterra
Anno: 2004
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Durata: 125'
Interpreti: Sergio Castellitto (Timoteo), Penelope Cruz (Italia), Claudia Gerini (Elsa), Angela Finocchiaro (Ada)

Timoteo, chirurgo affermato e  felicemente sposato ma annoiato da una vita  per lui senza emozioni, ha un rapporto  passionale con  una donna di umili origini, resa fragile  da un doloroso  passato

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo, diventato arbitro del destino di una donna e di un bambino che sta per nascere, non sa assumersi le sue responsabilità
Pubblico 
Sconsigliato
Per atti di violenza sessuale, rapporti amorosi espliciti e i disvalori che vengono trasmessi
Giudizio Artistico 
 
Ottima padronanza della macchina da presa, sceneggiatura robusta, eccezionale interpretazione di Penelope Cruz
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

MONSOON WEDDING

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 08:47
 
Titolo Originale: MONSOON WEDDING
Paese: India
Anno: 2001
Regia: Mira Nair
Sceneggiatura: Sabrina Dhawan
Durata: 114'
Interpreti: Littete Dubey, Shefali Shetty,Vijay Raaz

Vincitrice del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2001, con un buon successo al botteghino da imputarsi al passaparola degli spettatori, questa pellicola è una delle poche produzioni dell’enorme mercato indiano (detto Bollywood, dal momento che per numero di film, destinati quasi esclusivamente ad un pubblico “nazionale”, eguaglia gli Usa) capace di ritagliarsi spazio e attenzione nell’affollato panorama del cinema attuale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia è ancora la struttura portante della società indiana
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio ed un riferimento alla pedofilia
Giudizio Artistico 
 
Un ricco affresco della società alta indiana, gioioso e ben caratterizzato

Lo si deve probabilmente alla sensibilità della regista, ormai da anni inserita in un circuito internazionale (suoi sono anche Mississipi Masala e Salaam Bombay), abile nel creare un miscuglio di temi e strategie narrative che si differenzia sia dalle grandi produzioni americane che dal cinema d’autore europeo, come pure dalle tipologie di cinematografie altre (iraniana, russa, cinese...) che riscuotono successo nei festival internazionali e in limitati circoli intellettuali.

La storia è quella di un matrimonio combinato nell’upper class di Delhi, un evento che si svolge su più giorni e coinvolge un numero esorbitante di parenti e amici provenienti da varie parti del mondo, portando alla luce segreti e sentimenti, desideri e speranze in un susseguirsi di colpi di scena e rivelazioni scanditi dai colori, dai riti e dalla musica, di cui il film trabocca .

Proprio l’andamento vicino al musical (il genere principe della cinematografia popolare indiana) così come il curioso miscuglio di modernità e tradizioni (matrimoni combinati, organizzati, però, da un wedding planner metodicamente pasticcione, ma romantico – tanto da corteggiare e impalmare con grande semplicità la cameriera della famiglia protagonista - forti legami familiari, drammi legati alle molestie sui minori, e molto altro…) fanno di questa pellicola uno spettacolo piacevole, capace di mettere a fuoco in modo originale, ma anche autentico e profondo, temi come la ricerca della felicità e della propria strada nel mondo, la necessità di affrontare il passato per poter vivere il futuro, la responsabilità dei genitori nei confronti dei figli, il tutto all’interno di un mondo che ci è solo in parte estraneo.

La vicenda centrale del film, infatti, ruota intorno alla scelta, per certi versi provocatoria e sconcertante, della giovane protagonista (farsi trovare un marito dai genitori), che in verità si configura come rinuncia alla scelta, sospesa tra gli estremi di una relazione senza futuro con un uomo sposato e l’accettazione di una tradizione che appare probabilmente più insolita ai nostri occhi che a quelli degli indiani.

I genitori di lei, brave persone che immaginiamo “accoppiate” grazie al medesimo sistema, sono animati da un genuino desiderio di fare il bene dei propri figli e dunque scelgono uno sposo che possa renderla felice (il figlio ingegnere di amici emigrati in Texas); disposti ad indebitarsi per offrire alla ragazza tutto quello che possono, cercano di organizzarle un matrimonio con i fiocchi, riportando all’ovile parenti da tutto il mondo.

Quella che incontriamo in queste scene di preparazione e attesa (l’acquisto del corredo, il fidanzamento, la “festa delle donne” con canto rituale, l’allestimento del giardino per la cerimonia), è un’India che, pur non nascondendo lo squallore e la miseria di alcuni paesaggi cittadini, è piena di colori e di suoni, sospesa tra tradizioni millenarie e divisioni di casta (basti vedere la differenza tra le due cerimonie di nozze, che pure suggerisce una comunanza di fondo basata sull’amore), ma anche capace di una vitalità e di un rinnovamento che cozza con la tipica immagine del paese meraviglioso, ma arretrato a cui siamo stati abituati.

Il percorso che Aditi, la protagonista, compie nel corso del film, tuttavia, pur svolgendosi all’interno di convenzioni che possono apparirci lontane, ha un significato che oltrepassa i confini culturali e nazionali. Dopo un rifiuto istintivo e immaturo della propria libertà (probabilmente generata dalla triste consapevolezza che la relazione con il collega sposato non la porterà mai alla felicità), infatti, la fanciulla, mentre sembra “subire” i vari momenti del matrimonio, impara la necessità di una chiarezza su se stessa e con gli altri: quel matrimonio sarebbe sbagliato non tanto perché combinato (quello dei suoi genitori, nato allo stesso modo, è un esempio di riuscita), ma perché basato su una menzogna.

La confessione al futuro sposo, lo stupore di fronte alla comprensione che lui le dimostra, la speranza di un nuovo inizio, riescono finalmente a muovere la libertà di Aditi; ora la giovane è pronta ad affrontare un passo che, come le dice anche il futuro marito, racchiude sempre , in misura più o meno grande, un margine di rischio e di incertezza e richiede, quindi, la volontà di impegnarsi totalmente perché la vita insieme funzioni.

                                   Luisa Cotta Ramosino

------------------------------------------------

La famiglia Verma è proprio una famiglia allargata: una vera tribù di zii, nipoti, fratelli, nonne, suoceri in un intreccio di sangue , di interessi e di solidarietà; tutti stanno convergendo dai quattro punti cardinali (chi viene dagli Stati Uniti, chi dall'Australia,..) per celebrare il matrimonio della loro figlia maggiore .

Sembrerà strano, per noi occidentali abituati alle immagini oleografiche di un'India misera e fuori dal tempo, scoprire l'esistenza di una ricca borghesia che vive in ville con giardino, che fa uso intenso di cellulari e di potenti fuoristrada usate come automobili. Superata la sorpresa iniziale, ci troviamo all'interno di un intreccio di storie d'amore e di cronaca familiare dove il vecchio, il nuovo e l'eterno si intrecciano; mentre la giovane si deve sposare con un ragazzo che non ha mai conosciuto ("però in fondo è carino.."), i genitori sono alle prese con un figlio quattordicenne ribelle che pensa solo a cantare e ballare. Intanto il titolare della ditta incaricata organizzare la festa, scapolo da troppo tempo (come dice sua madre), insegue con lo sguardo una fantesca molto giovane e romantica...

l film trasmette giovinezza e gioia di vivere e mostra quanto importanti siano anche in questo lontano paese i valori familiari (rappresentati soprattutto dalla coppia dei genitori che riescono a risolvere con l'affetto e la coesione interna, problemi anche gravi) nonché il valore dell'onestà e della sincerità anche dolorosa (la giovane confessa al suo promesso sposo di avere un'amante al quale si sente ancora legata). La regista non cerca però di presentarci un quadro zuccheroso e di maniera: non tralascia di presentarci il rovescio della grande famiglia, pur continuando a crederci: la permanenza dei matrimoni combinati, l'invadenza di uno zio protettore, generoso in modo troppo interessato. Sarà poi l'inizio della cerimonia nuziale, sotto una torrenziale pioggia monsonica, quasi un battesimo purificatorio, che farà ricompaginare tutti i componenti della famiglia, orgogliosa di perpetuare le proprie antiche tradizioni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: La7D
Data Trasmissione: Sabato, 7. Maggio 2011 - 21:10


Share |

Mona Lisa Smile

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 08:35
Titolo Originale: Mona Lisa Smile
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: Lawrence Konner, Mark Rosenthal
Durata: 110
Interpreti: Julia Roberts (katherine Watson), Kirsten Dust (Betty Warren), Julia Stiles(Joan Bandwin)

 Nell'autunno del 1953 la giovane insegnante di arte Katherine Watson lascia la California ed il suo fidanzato per il New England, assunta al prestigioso Wellesley College, dove vengono educate le figlie delle più ricche famiglie dell'East Coast. Vi arriva piena di entusiasmo, desiderosa di insegnare  un'arte non ricavata dai libri ma dalle emozioni che scaturiscono da una  presa diretta con i capolavori. Vuole anche esser  paladina di una figura di donna che cerca di realizzarsi nel lavoro  professionale , oltre che essere moglie e madre.
Katherine capisce subito che entrambe le battaglie risulteranno molto difficili, a meno che lei riesca ad attirarsi la simpatia di qualche studentessa o di qualche collega....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una società d'elite, formalmente perbenista, non riesce a trasmettere valori alle nuove generazioni
Pubblico 
Adolescenti
Per conversazioni esplicite a sfondo sessuale
Giudizio Artistico 
 
Perfetta la ricostruzione degli anni '50 . Ottima la recitazione. Non convince lo sviluppo della storia
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA NINA SANTA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 12:19
Titolo Originale: La nina santa
Paese: Italia/Argentina/Olanda/ Spagna
Anno: 2004
Regia: Lucrecia Martel
Sceneggiatura: Lucrecia Martel
Produzione: Lita Stantic/ El Deseo/ La Pasionaria /R & C, Produzioni/Teodora Cinema/ Fondazione Montecinema verità/ Hubert Bals Fund
Durata: 106'
Interpreti: Mercedes Moran, Carlos Belloso, Maria Alche,

Amalia, adolescente argentina in preda ai primi turbamenti sessuali e a confuse domande sulla sua vocazione suggerite dalle lezioni di catechismo, identifica la sua missione nella redenzione del Dott. Jano, un medico ospite di un convegno nell’albergo gestito dalla madre di lei, Helena,  sposato ma propenso a molestare le ragazzine. Anche Melena, divorziata insoddisfatta con problemi di udito, ha da parte sua messo gli occhi sul Dott. Jano. Slanci di corpo e spirito finiscono per mescolarsi causando non pochi problemi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’ostilità ad un certo tipo di educazione, non soltanto cattolica, quanto religiosa in senso lato, l’attenzione insistita al dettaglio corporale, la confusione (voluta) tra aspirazioni spirituali e pulsioni sessuali e terrene.
Pubblico 
Adulti
Film fortemente sconsigliato ad un pubblico adolescente per la presenza di diverse scene sensuali e di nudo e una scena di masturbazione esplicita.
Giudizio Artistico 
 
Film manifesta lo stile personalissimo dell'autrice: la storia di fatto si tronca senza giungere ad una vera e propria conclusione; in numerosi tratti risulta statico. Il film è tutto giocato sui toni spenti del grigio e del marrone e volutamente coperto da una patina un po’ vecchiotta

Il film scritto e diretto da Lucrecia Martel è stato prodotto da Almodovar e la cosa è evidente sin dalle prime inquadrature: pur non aderendo all’estetica esuberante del regista spagnolo (il film è tutto giocato sui toni spenti del grigio e del marrone e volutamente coperto da una patina un po’ vecchiotta che ci farebbe volentieri spostare l’azione negli anni Sessanta), La nina santa riprende molti dei temi portanti della sua cinematografia recente. L’ostilità ad un certo tipo di educazione, qui nemmeno e soltanto cattolica, quanto religiosa in senso lato, l’attenzione insistita (si sarebbe tentati di definire perversa, ma diciamo pure iperrealistica) al dettaglio corporale, la confusione (voluta) tra aspirazioni spirituali e pulsioni sessuali e terrene.

Con il corollario non esplicito ma inevitabile che le prime non sono che la rappresentazione confusa e sublimata delle seconde e in quanto tali l’unico loro esito possibile o ragionevole è fondersi in esse. In effetti, mentre, forse a torto, l’ultima opera di Almodovar è stata letta come un atto d’accusa alla mala educacíon della Chiesa, va notato che nel film della Martel non compare nemmeno un prete o un crocefisso, anche se le litanie mariane recitate, con la stessa intensità e mancanza di coscienza di un mantra o di un training autogeno, dalla giovane protagonista e dalla sua amica sono un’evidente stoccata anticlericale. L’unica voce, assai poco autorevole, anche se esteticamente suggestiva, del punto di vista spirituale, è quella di una giovane insegnante (catechista? non è chiaro nemmeno quello) che sentiamo cantare, incerta ma con grande commozione, i versi dell’inno Vuestra soy come introduzione ad un incontro di spiritualità per adolescenti tutto incentrato sul tema della vocazione. Che tanta commozione debba essere provocata, più che da mistica devozione, da turbamenti ben più carnali, è il suggerimento che offre immediatamente Josephina, amica del cuore di Amalia, che ha già risolto a modo suo i contrasti tra i precetti religiosi in materia di sesso prematrimoniale e le sue “simpatie” per un giovane cugino.

Di fatto la meditazione comunitaria parrebbe risolversi nella discussione di materiali fotocopiati dalle fonti più varie, dalla mistica alla superstizione popolare, in un pot pourry folkloristico ma decisamente poco razionale, che nulla sembra avere a che fare con la reale esperienza delle ragazzine.

Così, mentre l’inno di Santa Teresa d’Avila definisce la vocazione come una disponibilità semplice ed appassionata di fronte ad una presenza così concreta ed umana da poter essere chiamata come uno sposo terreno, le ragazzine si perdono a domandarsi se la chiamata di Dio si presenti come una voce notturna o un bel segnale luminoso.

Salvo poi concretizzarsi, per la confusissima Amalaia, nelle avances stradali di un molestatore, a cui bisogna salvare l’anima, anche se non si capisce bene come. La missione della ragazzina si attua infatti in una sorta di reiterata offerta del proprio corpo e in un generico appello alla bontà (“Tu sei buono” sussurra in un orecchio Amalia al dottore, nella cui camera si è insinuata per l’ennesima volta).

Chi sente delle voci, però, (e l’ironico richiamo a Giovanna d’Arco, vista la giovane età della protagonista, non sembra casuale) farebbe meglio a considerarle il fastidioso risultato di troppi tuffi in piscina, come suggerisce il dott. Jano alla madre di Amalia, in un estemporaneo consulto audiometrico.

Altrimenti il rischio è di scambiare le “sane” pulsioni dell’età con altre cose, “orribili”, le definisce la madre di Josephina, “sciocchezze”, con più condiscendenza, quella di Amalia, tutte due, per altro, piuttosto disattente a quello che le rispettive figlie fanno del loro tempo libero.

La Martel ci descrive, con una certa abile finzione di realismo, un panorama umano squallido e vuoto di significato (la storia di fatto si tronca senza giungere ad una vera e propria conclusione e far esplodere tutti i propri conflitti). Un’impressione di desolazione esistenziale probabilmente non del tutto voluta dall’autrice, ma che è, almeno in parte, l’inevitabile risultato della negazione ostinata della specificità e irriducibilità della dimensione religiosa e spirituale dell’essere umano che è il presupposto della pellicola.

La recensione farà inserita  nel libro di prossima pubblicazione:

Scegliere un film 2005

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

NEL MIO AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 10:21
 
Titolo Originale: "NEL MIO AMORE"
Paese: Italia
Anno: 2003
Regia: Susanna Tamaro
Sceneggiatura: Susanna Tamaro e Roberta Mazzoni
Produzione: Fulvio Lucisano per Italian International Film
Durata: 2
Interpreti: Licia Maglietta, Urbano Barberini

Molto interessante questo film d’esordio di Susanna Tamaro, la ben nota scrittrice che ha raggiunto un grande notorietà a partire dal suo bel romanzo di dieci anni fa, Va’ dove ti porta il cuore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si parla di fede e di amore, di colpa e di perdono, dell’inferno e del paradiso, di una vita spesa solo a cercare il benessere e il successo e dell’apertura agli altri nella condivisione e nel voler bene. E presente però un certo manicheismo nel tratteggiare personaggi tutti cattivi o tutti buoni
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di forte tensione drammatica in famiglia; una scena lievemente sensuale
Giudizio Artistico 
 
Regia molto curata, stupendi paesaggi montani grazie alla fotografia di Giuseppe Lanci, ottime interpretazioni degli attori. Alcuni passaggi narrativi appaiono un po' rigidi e non pienamente giustificati.

Il suo primo lungometraggio, Nel mio amore, prodotto da Fulvio Lucisano, nelle sale italiane dal 23 settembre, ha per protagonista Stella (una intensa e bravissima Licia Maglietta), che ritorna dopo anni nella casa natale. Poco a poco veniamo a scoprire il suo passato: un rapporto difficile con il marito (Urbano Barberini) che esaspera il figlio fino a renderlo ribelle, e un rapporto altrettanto difficile con la figlia, hanno chiuso ormai il cuore di questa donna, che grazie all’amicizia con un personaggio un po’ misterioso –che era stato anche amico di suo figlio, morto tragicamente in un incidente- che abita fra queste montagne, ripercorre il suo passato fino a intravedere una speranza di cambiamento.

Nel mio amore è un film coraggioso, che ha l’ardire di incamminarsi su sentieri nuovi e molto alti, assai diversi da quelli di gran parte del cinema italiano. E’ anche un film girato assai bene, che mostra una connaturalità della Tamaro con il linguaggio delle immagini, i silenzi, la valorizzazione degli oggetti e dei paesaggi, che forse sorprenderanno più di uno spettatore. La scrittrice triestina, in effetti, si era diplomata in regia presso la Scuola Nazionale di Cinema, e prima di dedicarsi solo alla scrittura aveva lavorato come assistente di alcuni registi e come autrice di documentari. Le location scelte sono inusuali e bellissime: stupendi paesaggi di montagna che la regista ha trovato in Slovenia. Le immagini sono quindi molto espressive, valorizzate da una splendida fotografia di Giuseppe Lanci, uno dei maestri italiani di questa arte, che aveva lavorato anche per Tarkovskij. In effetti la Tamaro richiama il regista russo in numerose scelte stilistiche e anche nella sensibilità per un tipo di cinema che valorizza molto tanto la cura dell’immagine quanto l’interiorità dei personaggi.

I temi, come dicevamo, sono molto coraggiosi: Susanna Tamaro e la sua co-sceneggiatrice, Roberta Mazzoni (La settima stanza, Matrimoni), non hanno paura di parlare molto apertamente di fede e di amore, di colpa e di perdono, dell’inferno e del paradiso, di una vita spesa solo a cercare il benessere e il successo e dell’apertura agli altri nella condivisione e nel voler bene. Sono temi talmente alti e forti che a volte forse si avverte che non sono completamente “avvolti” nella storia, ma emergono un po’ al di fuori di essa. Il personaggio del marito, per esempio, forse è un po’ eccessivo in una sua cattiveria e grettezza non ben spiegata nel corso del film. Può darsi che la limitatezza del budget a disposizione (che peraltro lo spettatore non nota, grazie all’eccellente lavoro di messa in scena realizzato) abbia portato a dover sacrificare alcune parti della storia che forse avrebbero giustificato meglio alcuni passaggi narrativi che sullo schermo appaiono un po’ rigidi.

Ci troviamo quindi con un film che dice cose giuste e profonde, forse in un modo che da qualche spettatore sarà avvertito come un po’ spigoloso; un film che potrà piacere a molti, non solo a un pubblico adulto e sensibile, ma anche, per esempio, ad adolescenti alla ricerca di risposte chiare e radicali sul senso dell’esistenza. L’ottimo lavoro degli attori supporta bene la credibilità dei personaggi. Un esordio, quindi, davvero interessante, che fa ben sperare anche per i successivi film di questa neonata regista, così fuori dal coro di un cinema italiano che invece ben difficilmente esce dai soliti cliché.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |