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Il film non fa parte di nessuna categoria

I MEDICI - NEL NOME DELLA FAMIGLIA (terza stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/08/2019 - 08:32
Titolo Originale: I medici - Nel nome della famiglia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: James James Dormer, Guy Burt, Chris Hurford, Ian Kershaw, Debbie Oates, Francesco Arlanch, Charlotte Wolf
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema, Big Light Productions, Altice Group
Durata: 8 episodi di 50' su RaiUno e su RaiPlay, nel 2020 su Netflix
Interpreti: Daniel Sharman, Francesco Montanari, Alessandra Mastronardi, Aurora Ruffino, Tobi Regbo, Neri Marcorè, Giorgio Marchesi, Daniele Pecci, Sarah Parish, Bradley James, John Lynch, Sinnove Karlsen.

Firenze 1478. Lorenzo de Medici, ancora sconvolto dalla morte del fratello Giuliano e desideroso di vendetta, si trova a dover superare due ostacoli: il malcontento del popolo fiorentino dopo la scomunica dichiarata per tutta la città da parte del papa Sisto IV (uno dei congiurati impiccati da Lorenzo era l’arcivescovo Salviati) e l’assedio della città da parte delle truppe pontificie capeggiate da Girolamo Riario, nipote del papa e dalle truppe del re di Napoli. Lorenzo si trova di fronte all’ostilità di una maggioranza dei priori di Firenze che non lo autorizzano a fornire ulteriori rinforzi e al tradimento del mercenario a cui aveva affidato la guida delle truppe e non ha ormai altra soluzione che raggiungere Napoli per convincere il sovrano alla pace. Intanto si unisce alla corte medicea il piccolo Giulio, figlio illegittimo di Giuliano e diventa la consolazione di Lucrezia Tornabuoni, la mamma di Lorenzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione accurata del Rinascimento italiano, nella sua grandezza e nei suoi peccati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Scenografie e costumi impeccabili nella loro bellezza. Una sceneggiatura che riesce a scavare nel profondo della storia e dei personaggi. Credibile e convincente Daniel Sharman nella parte di Lorenzo il Magnifico
Testo Breve:

Nella terza stagione Lorenzo de Medici cerca di diventare l’ago della bilancia e il punto di equilibrio della penisola. Un racconto avvincente e una ricostruzione accurata della ricerca del bello ma anche della violenza presenti nel Rinascimento

Riario, il nipote del Papa, già partecipe della congiura che ha causato la morte di Giuliano de Medici, tallona Sisto IV perché stipuli un’alleanza con il re Ferrante di Napoli in modo che i loro due eserciti possano marciare contro Firenze ma il Papa indugia. “Voi dovete agire!” Esclama Riario spazientito. “Io debbo pregare”: è la risposta. 

Questa sequenza da sola rende evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alle produzioni passate. Non sono poche le serie televisive che hanno visitato il Rinascimento Italiano (sul papa Borgia ne sono state fatte addirittura tre) ma tutte avevano un taglio molto simile. Il Rinascimento usato come ambientazione ideale per molta violenza e sesso, il Vaticano come un covo di prelati viziosi e avidi, e su tutte ha aleggiato un’idea portante: il Rinascimento come prosecuzione di un medioevo primitivo, in attesa che nascesse l’era del capitalismo con la riforma protestante e arrivasse il trionfo della ragione con l’Illuminismo.

Questa terza serie ci restituisce finalmente un Rinascimento molto più aderente al vero. Innanzitutto con la bellezza delle architetture, sia civili che religiose, con le opere d’arte dei grandi del tempo, con i costumi, tutti segni di una civiltà sofisticata. Ma soprattutto evita ogni contrapposizione buoni-cattivi nei confronti dei vari contendenti. Certamente le forze in campo erano in lotta fra loro per conquistare uno i territori dell’altro, nessuno era un santo sicuramente, né Sisto IV che lascia troppa mano libera all’ambizioso nipote né Lorenzo il Magnifico, impegnato a vendicare il fratello, ma al contempo i signori di quell’Italia ancora piccola si conoscevano tutti fra loro, spesso erano imparentati e nessuno, nelle loro contese, superava il livello dell’irragionevolezza fanatica. La fiction, nell’entrare in dettaglio nelle mosse e contromosse dei vari contendenti fa onore alla definizione data dallo storico J.Burckhardt sulla gestione dello stato vista a quel tempo come opera d’arte, fatta di sottile diplomazia, capacità di trattare ma anche simulazione e inganno.

I pregi della sceneggiatura sono molti. Innanzitutto la potremmo definire “democratica”: non c’è un protagonista assoluto, tutti i personaggi sono trattati con uguale cura e profondità, anche  le figure minori. Risaltano non solo i personaggi maschili ma anche quelli femminili e si fa spesso incursione nel mondo dei ragazzi, un microcosmo non privo anch’esso di rivalità. La forte fede cattolica del tempo viene evidenziata sottolineando le opere di carità compiute dai conventi così come lo sconcerto del popolo quando la città viene colpita dalla scomunica; nei dialoghi compaiono frasi che spontaneamente, senza fanatismi, auspicano l’intervento divino ma non si trascura il fenomeno della simonia e Lorenzo che è cosciente del fatto che per riuscire a far eleggere papa uno dei suoi figli dovrà investire molto denaro.

La tensione presente, del racconto, che si percepisce molto bene, viene ottenuta costruendo uno stato di perenne instabilità. Forse sotto l’influsso dei più validi sceneggiatori d’Oltreoceano (come Vince Gilligan di Breaking Bad e Better Call Saul), il racconto non si muove lungo un percorso lineare. Ci si trova di fronte a una forte difficoltà (ad es. Firenze assediata da due eserciti contemporaneamente): si prova allora una mossa, ma questa fallisce. Si cambia direzione, guardando la situazione in una diversa prospettiva ma l’iniziativa fallisce di nuovo, così bisogna trovare una soluzione assolutamente nuova…

Rispondere alla domanda se il serial rispecchi fedelmente la realtà dei fatti storici è impresa ardua, da specialisti. Conviene rifarsi a quanto ha scritto Francesco Arlanch (fra gli sceneggiatori della serie) nel suo libro Vite da Film (edizioni FrancoAngeli): “i biopic ben strutturati non fanno, primariamente, informazione storica. Come ogni forma di finzione, fanno opera di formazione umana. Le attestazioni di verità che caratterizzano la maggior parte dei biopic hanno soprattutto una funzione retorica: accrescono la forza esemplare della forma di vita che il biopic presenta”.

Resta solo un unico, grande, rammarico nel vedere questa terza stagione (come le precedenti del resto): non viene evidenziata la genesi e la struttura del potere finanziario dei Medici ma sono presenti solo pochi accenni. Peccato, perché si sarebbe raggiunta la perfezione di questa ricostruzione del Rinascimento italiano. Si sarebbe affermato con chiarezza che il capitalismo è nato allora e la struttura messa in piedi dai Medici (cambio di valute, prestiti, commercio di lana grezza e tessuti, assicurazioni, trasferimenti di metalli preziosi) non aveva nulla da invidiare alle multinazionali moderne

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE EPOQUE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/06/2019 - 22:20
Titolo Originale: Belle Epoque
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Nicolas Bedos
Sceneggiatura: Nicolas Bedos
Produzione: Pathé Films, Orange Studio, France 2 Cinéma, Hugar Prod, Fils, Umedia
Durata: 110
Interpreti: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi

Victor ha sessant’anni, un matrimonio ormai in declino, un figlio che non riesce a capire e troppi rimpianti nel cuore. Quando un ricco imprenditore, amico di suo figlio, gli regala la possibilità di rivivere un momento del suo passato, Victor chiede di poter tornare al 16 maggio 1974: il giorno in cui ha incontrato la donna della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film nostalgico sull’impossibilità di poter rinuncare d amarere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.
Testo Breve:

Un uomo di 60 anni ottiene di poter ricostruire in teatro il giorno che incontrò per la prima volta la sua futura moglie. Una commedia divertente ma melanconica, di ottima fattura

La Belle Èpoque è una versione originale e moderna di una tematica più volte usata nel mondo del cinema, che parte da un’idea stuzzicante per chiunque: poter tornare indietro nel tempo, e rivivere un momento preciso della propria vita (o della vita del mondo). In questo caso però, non c’è nulla di magico o di soprannaturale che permette di cambiare il corso del tempo: tutto infatti avviene su un set, come quelli del cinema o della tv, dove l’agenzia del ricco imprenditore Antoine ricostruisce alla perfezione l’epoca storica in cui i clienti chiedono di poter tornare. Per Victor, quel momento è l’istante in cui ha visto per la prima volta la donna della sua vita, l’istante in cui la sua vita è cambiata per sempre.

Inizia quindi il viaggio di Victor attraverso i ricordi, un viaggio costantemente alternato alle vicende degli altri personaggi del film, vicende che in qualche modo ricalcano e commentano quelle vissute da Victor. Il film si stende quindi su tre piani di racconto, che sembrano essere tre piani temporali differenti ma che invece avvengono tutti nel presente. E ogni piano racconta una storia d’amore: quello appena nato, quello appena finito, e quello che sembra incontrare troppi ostacoli per poter veramente fiorire.

Eppure, nonostante possa sembrare un film esclusivamente sull’amore, La Belle Èpoque è soprattutto un film sulla nostalgia. La nostalgia di quello che è stato e che non sarà più, o la nostalgia di quello che potrebbe essere ma forse non sarà mai. Allo stesso tempo però, la nostalgia de La Belle Èpoque ha in sé qualcosa di gioioso: muta infatti all’interno del film e prende consistenze diverse; se all’inizio è profondamente triste e ricca di rimpianti, nel corso della storia si colora di speranza, fino ad un finale commovente dove la nostalgia diventa il tramite per la possibilità di ricominciare.

Dal ritmo incalzante e coinvolgente, La Belle Èpoque è un film che non annoia ma anzi, trattiene fino all’ultimo fotogramma, che sintetizza perfettamente l’intera pellicola. E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.

 

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/02/2019 - 14:19
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino, Paolo Marchesini, Mara Perbellini, Mauro Spinelli, Lea Marina Tafuri
Durata: 8 episodi di 45 minuti su Amazon Prime Video
Interpreti: Greta Ferro, Margherita Buy, Fiammetta Cicogna, Maurizio Lastrico, Sergio Albelli

Milano, 1974. Irene è figlia di immigrati meridionali (il padre lavora in fabbrica) e per mantenersi agli studi (la sua aspirazione è diventare giornalista) entra a far parte dello staff di Appeal, una rivista di moda. Gli anni ’70 sono un’epoca di grandi mutamenti nella moda, stilisti ora diventati famosi stavano facendo i loro primi passi convergendo su Milano. La ragazza viene subito apprezzata per la sua iniziativa: per lei la nuova moda è espressione di emancipazione femminile e anche la sua vita privata subisce uno scossone. Lascia il suo fidanzato storico e si immerge, ormai libera, nello scintillante mondo del fachion…:

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, educata sulle solide tradizioni di una famiglia meridionale, dimostra un disinvolto cambiamento di atteggiamento nella direzione di una libertà sessuale senza vincoli
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione di dipendenza dalla droga. Non ci sono nudità ma alcuni disinvolti comportamenti sessuali, sia etero che omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La fiction svolge molto bene il compito divulgativo di fare conoscere al grande pubblico l’entusiasmante storia della moda italiana, i personaggi principali sono ben allineati con alcune eccezioni
Testo Breve:

Negli anni ’70 nasceva a Milano la moda italiana che oggi conosciamo. La storia appassionante di quei grandi stilisti si incrocia con le vicende personali dei redattori di una rivista di moda, alcune ben tratteggiate, altre di meno

Walter Albini (ripreso a villa Necchi,  la più bella villa Liberty di Milano): ha portato la moda a Milano e si può considerare il padre del prêt à porter italiano.
Mariuccia Mandelli (Krizia): non c’è provocazione che abbia lanciato né materiali che non abbia sperimentato. 
Ottavio Missoni: con la moglie Rosita nei loro impianti a Sumirago creano i famosi maglioni – patchwork usando colori che ricordano Lorenzo Balla. 
Il curielino: è l’abito delle signore-bene  milanesi dagli anni sessanta, creato da Raffella Curiel, emblema di via Motenapoleone. 
Giorgio Armani: lontano da qualsiasi eccesso ma con molto stile ha eliminato la rigidità dell’imbottitura e delle contro fodere: i suoi vestiti cadono sul corpo senza imprigionarlo
Giuseppe Modenese:
promotore dell’industria tessile (lo incontriamo a palazzo Castiglioni, emblema dell’Art Nouveau milanese), organizza un convegno di stilisti e di imprenditori del tessuto a Villa Erba di Como e  fa scoprire alla stampa internazionale che la moda italiana non è seconda a nessuno. 
Giovanni Versace è ancora un giovane alle sue prime armi, arrivato a Milano dalla Calabria, dove ha imparato tante cose dalla sua mamma sarta. 
Elio Fiorucci: opera una risolutiva democratizzazione della moda e si può considerare un filosofo della bellezza, noto per i suoi jeans attillati in denim tanto quanto per i suoi poster.

Quando si inizia a vedere questa fiction su Amazon Prime Video, ci si domanda come mai in precedenza non era venuto in mente a nessuno di ricostruire gli anni d’oro della nascita della moda italiana.

Il settore dell’abbigliamento è il secondo in Italia in termini di occupazione e il primo in Europa in termini di valore aggiunto ma è soprattutto espressione dell’amore per il bello di tanti intraprendenti stilisti.

Si sono visti dei commenti non sempre positivi su questo serial, in particolare da parte di riviste del settore, che hanno sottolineato come sarebbe stato necessario approfondire la vita di alcuni stilisti, in particolare Walter Albini ma mi sento di osservare che queste critiche non ci sarebbero state se questo serial non fosse stato prodotto. Ben vengano prossimi lavori dedicati a uno solo per volta di questi sarti famosi ma intanto Made in Italy ha portato a termine un pregevole compito divulgativo che avvicinerà la moda italiana a chi non è strettamente impegnato nel settore.

Ovviamente una fiction non è un documentario (ogni puntata include comunque una scheda sintetica di uno stilista) ed è stata sviluppata una narrazione che raccordasse questa parata di maestri della moda. Lo si è realizzato attraverso la figura di Irene, ragazza alla soglia della laurea che entrando a far parte della rivista Appeal conosce progressivamente i personaggi chiave di questa esplosione di talenti.

In linea teorica si sarebbe potuto sviluppare un fiction di contesto, scelta fatta da alcuni serial americani più recenti (E.R.,  The News Room, The West Wing, House of Cards) dove ciò che prevale è la descrizione minuziosa delle dinamiche dell’ambiente di lavoro, lasciando in secondo piano le storie personali. In questo Made in Italy si è preferita una soluzione classica, forse più consona al pubblico italiano, dove si stabilisce un intreccio fra le vicende private dei protagonisti e le sorti della rivista.

Si tratta di un impegno ambizioso perché si è cercato di fare una fotografia di quei tumultuosi anni ’70, rischiando di mettere molta carne al fuoco.  Era l’epoca delle Brigate Rosse e la redattrice Rita Pasini (Margherita Buy) è angosciata per il figlio che ha scelto la via della lotta armata; l’omosessualità era perseguita (vediamo la polizia che fa irruzione nel locale Macondo, famoso all’epoca) e assistiamo alla relazione tormentata fra Filippo (Maurizio Lastrico) e Flavio (Saul Nanni), un giovane tossico dipendente. Era l’epoca dell’emancipazione femminile e Monica, la collega di Irene, si mostra molto libera (organizza anche incontri con due uomini, anche se  il suo comportamento sarebbe causato da una infanzia senza affetti.

In questo quadro complesso ci sono dei chiaro-scuri: molto bella l’amicizia fra Irene, Filippo e Monica, sempre pronti ad aiutarsi nel lavoro come nella vita privata; Ben riuscita è la figura dell’editore di Appeal, Armando (Giuseppe Cederna) che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. Anche la figura di Rita (Margherita Buy) è riuscita nella sua continua pena segreta per il figlio così come la storia tragica fra Filippo e Nanni..

Stranamente la figura che appare più incoerente è proprio la protagonista Rita (Greta Ferro) non certo nella sua ascesa nella redazione della rivista ma nelle sue vicende personali. Di origine meridionale, un’educazione impostata su solide tradizioni, dimostra un comportamento sgradevole nei confronti del suo fidanzato storico, rifiutando l’anello di fidanzamento di fronte agli stessi genitori. Se era stato il suo fidanzato per molti anni, ci si sarebbe aspettata maggiore delicatezza.  In seguito accetterà molto rapidamente e senza crisi di coscienza il suo nuovo ruolo di donna libera, non limitandosi ad avventure di un solo giorno ma finendo per entrare nell’intimità di un uomo già sposato con un figlio. Il bell'esempio di famiglia unita offerta dai suoi genitori avrebbe potuto svolgere un ruolo maggiore.

L’ultima puntata lascia alcune evoluzioni del racconto non risolte, segno che c’è da attendersi una nuova stagione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/30/2019 - 10:34
Titolo Originale: A Rainy Day in New York
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: Gravier Productions, Perdido Productions
Durata: 92
Interpreti: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law

Ashleigh e Gatsby frequentano lo stesso college universitario ed entrambi provengono da famiglie facoltose. I genitori di lui vivono nell’Upper East Side di New York mentre Ashleigh viene dall’Arizona, dove suo padre è un facoltoso banchiere. Lei scrive per il giornale scolastico ed è eccitata all’idea che il famoso regista Roland Pollard ha accettato di farsi intervistare a New York. Gatsby le propone di andare insieme nella Grande Mela: così le potrà far vedere gli angoli più suggestivi e romantici di questa città che lui tanto ama (per la spesa non ci sono problemi: lui continua a vincere sfacciatamente a poker). Arrivati a New York le cose non vanno come previsto: lei inizia a intervistare Pollard ma viene anche invitata a vedere il suo nuovo film e con l’occasione ha conosciuto anche lo sceneggiatore Ted Davidoff e il fascinoso attore Francisco Vega. Gatsby si trova tutto un pomeriggio libero e va a salutare il fratello e i suoi vecchi amici. Incontra in questo modo Shannon, una ragazza che ai tempi dell’high school si era presa una cotta per lui….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Woody Allen esprime toni meno fatalistici del solito ma i protagonisti sono sempre impegnati a cercare solo se stessi con una certa disinvoltura nei confronti del sesso e del gioco d’azzardo
Pubblico 
Adolescenti
Gioco d’azzardo. Linguaggio con riferimenti sessuali espliciti
Giudizio Artistico 
 
Woody Allen conferma la sua maestria da regista (battute spiritose, attori ben diretti, la fotografia di Storaro, romantici esterni) ma il tutto risulta molto leggero e viene presto dimenticato.
Testo Breve:

Un ragazzo e una ragazza lasciano il college per passare un romantico weekend a New York ma le cose non andranno come previsto. Woody Allen conferma il suo tocco leggero, è meno fatalista del solito ma fuori dalla sala l’opera è presto dimenticata

 “Io e mia madre andavamo sempre a vedere vecchi film: ti fanno evadere dalla realtà così bene” dice Shannon che sta passando un pomeriggio con Gatsby. “Cerca di immaginarti – incalza lui - manca un minuto alle sei. Tu passeggi su e giù, al Central Park, sotto l’orologio Delacorte. Comincia a cadere la pioggia mentre aspetti il tuo uomo. L’orologio suona, ma lui non arriva, ha scelto un’altra donna” Lei non è d’accordo: “e se invece si baciano sotto la pioggia? Sarebbe un finale perfetto”.

Woody ha cessato di essere anche attore nei suoi lavori, ci sono tre giovani come protagonisti in questo film ma si è mai vista ragazza che ama andare a vedere i vecchi film e un giovane come Gatsby che, come scopriremo dopo, ama i vecchi piano-bar di New York?  Si tratta ancora e sempre del vecchio Woody sotto mentite spoglie che esprime se stesso e in certi momenti, se si osserva il modo con cui si atteggia in protagonista interpretato da Timothée Chalamet sembra proprio di rivedere Woody.

La ricerca del bello (musica, pittura), cinefilia, psicologia, sesso, nostalgia, New York, ironia, filosofia

E’ certamente difficile e sbagliato schematizzare in questo modo i lavori di Woody Allen ma le basi del suo continuo colloquio con il pubblico sono sempre le stesse, magari mescolate in modo diverso. Sono ingredienti che gli servono per esprimere in gradevoli versi la sua filosofia di vita, in perenne oscillazione fra l’abbandonarsi all’illusione, a un piacere estetico pervaso dalla malinconia del sogno e una realtà che gli induce toni pessimistici. Ci sono film dove porta in primo piano la sua visione fatalista della vita, una ruota che gira senza un senso (Match Point, Basta che funzioni, La ruota delle meraviglie) In altri prevale la componente dell’abbandono al sogno, come in Midnight in Paris dove ricostruisce la Parigi di Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Salvator Dalì . Questo Un giorno di pioggia a New York si pone in mezzo, riuscendo a trovare toni inaspettatamente positivi, forse contagiato dalla giovinezza dei protagonisti. E’ sempre dominante la forza della fantasia, ci muoviamo sempre intorno a un atteggiamento esistenziale del tipo carpe diem ma questa volta è proprio la realtà che svela risvolti inaspettati:  il protagonista riesce a comprendere la direzione in cui vuole condurre la sua vita e la ragazza che fa per lui.

Un discorso a parte merita il personaggio di Ashleigh (Elle Fanning), frizzante, allegro ma caricaturale, poco profondo, svenevole (e disponibile) di fronte a registi, attori di Hollywood che sono i suoi idoli. Forse la sua funzione è quella di fare da contrasto rispetto a Gatsby: solare lei, lui più crepuscolare; impulsiva lei, lui più incerto e riflessivo.

Alla fine l’armonia che caratterizza le opere di Woody Allen è confermata (battute spiritose, attori ben diretti, la fotografia di Storaro, romantici esterni) ma il tutto risulta molto leggero e viene presto dimenticato.

Un discorso a parte merita l’ostracismo che ha subito questo film che non è stato ancora distribuito in patria.  Si è trattato dell’effetto del movimento Me Too che ha riesumato un’accusa di aggressione sessuale avvenuta nel 1992. Si tratta di pregiudizi scorretti perché la causa non ha raggiunto ancora un verdetto e in questo caso deve prevalere la presunzione di innocenza. I film debbono comunque venir giudicati per se stessi, non per i problemi personali degli autori. Non si condanna il film Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini perché l’autore ha avuto una vita discutibile.  Risibili i comportamenti degli attori: per prendere le distanze dal loro regista ed evitare una eventuale caccia alle streghe nei loro confronti, Selena Gomez e Rebecca Hall hanno donato quando guadagnato per il film a Time’s Up Foundation, costituita dalle animatrici del #MeToo mentre  Timothée Chalamet ha donato il suo compenso al  Lesbian, Gay, Bisexual & Transgender Community Center

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UFFICIALE E LA SPIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/25/2019 - 08:36
Titolo Originale: J'accuse
Paese: Franca, Italia
Anno: 2019
Regia: Roman Polański
Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polański
Produzione: Légende Films, RP Productions, Gaumont, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma, Eliseo Cinema, Rai Cinema
Durata: 126
Interpreti: Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois

Nel gennaio del 1895, nella corte d’onore della Scuola militare di Parigi, di fronte a tutti gli allievi schierati, il capitano Alfred Dreyfus di origine ebrea, condannato all’ergastolo per esser stato accusato di esser stato un informatore dell’esercito tedesco, viene sottoposto all’umiliante cerimonia della degradazione e poi confinato sull’isola del Diavolo della Guyana francese. Un mese dopo il colonnello George Picquart viene nominato capo dello spionaggio militare. Nel suo nuovo incarico scopre che il flusso di informazioni riservate verso i tedeschi non è cessato e si accorge che il nuovo sospettato, il maggiore Esterhazy, ha una calligrafia identica a quella con cui è stato redatto quel borderò che costituì la motivazione principale dell’arresto di Dreyfus. Il colonnello si affretta a informare i suoi superiori ma tutti lo invitano a non dare seguito alle indagini…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il colonello Picquart ed Emile Zola dimostrano di avere il coraggio di lottare per dei principi che ritengono assoluti come la giustizia, rischiando in proprio e finendo anche in prigione
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di una relazione extraconiugale
Giudizio Artistico 
 
La qualità eccezionale del film è dovuta alla ricostruzione rigorosa, nelle ambientazioni e nei costumi, della Parigi di fine ‘800, alla sapiente regia di Polànsky che riesce ad appassionare lo spettatore immergendolo in una vicenda di pregiudizi e di intolleranza ancora attuali. Nella bravura degli attori a partire da Jean Dujardin
Testo Breve:

Il caso Dreyfus, l’ufficiale ebreo che fu ingiustamente accusato di spionaggio e che scosse la Francia a fine ‘800, è noto a tutti. Il film di Polànky ricostruisce con passione e precisione gli avvenimenti, mostrando che il pregiudizio e l’intolleranza posso essere sempre in agguato

La ricostruzione delle strade, degli interni dei palazzi della Parigi di fine ‘800, è semplicemente impeccabile. I costumi femminili, le divise, i volti maschili con molti baffi e molte barbe, sono ricostruiti con cura meticolosa. Manca il commento musicale, se non per brevi tratti durante il passaggio da una scena all’altra, manca un subplot romantico (tipico espediente per alleggerire i film ricavati dalla storia, a parte qualche fugace cenno alla relazione di Picquart con una donna sposata): tutto insomma concorre a far sì che lo spettatore resti concentrato su un solo tema: le peripezie giudiziarie del caso Dreyfus, che agitò la coscienza della Francia di quel tempo e che in prospettiva, getta una luce profetica sul giorno d’oggi. La bravura di Roman Polànski sta proprio nel ricostruire con rigore i fatti accaduti e nel farlo in un modo che lo spettatore non riesca a distrarsi un secondo dallo schermo: le ragioni frettolose e pregiudiziali della condanna di Dreyfus, le indagini del colonello Picquart per accertare la verità e che comportarono il suo arresto ma anche le reazioni dell’ala più radicale del paese che culminarono con il J’accuse!, la lettera dello srittore Emil Zola indirizzata al Presidente della Repubblica, apparso sul giornale L’Aurore, diretto da Georges Clemanceau..
Polànsky evita il rischio di semplificare la narrazione, contrapponendo i buonissimi che combattono per la giustizia e i cattivissimi che vi si oppongono. Il tema dibattuto è più complesso, perché tutti i protagonisti, da qualunque parte si trovino, sono convinti che la giustizia sia un bene ma il punto sta nel definire se essa sia un valore assoluto o relativo (tema molto vicino a quello dibattuto ai tempi nostri, se la vita sia un bene assoluto o relativo alla felicità attesa). E’significativo il dialogo fra il maggiore Henry e Picquart: “voi mi ordinate di uccidere un uomo? Io lo faccio. Mi dite che è stato un errore? Mi spiace ma non è colpa mia. Questo è l’Esercito”. Picquart è pronto a ribattere: “questo sarà il suo Esercito ma non il mio”. Il tema sul tappeto va quindi al di là della pura correttezza investigativa per scoprire se le prove addotte per la condanna siano vere o false ma se l’onore di un’istituzione come l’Esercito sia un valore comunque superiore all’onore di un uomo, tanto più se questi è un ebreo. La risposta di Picquart è iluminante: l’onore dell’Esercito sussiste solo se viene rispettato quello dei suoi singoli componenti. In questo senso il caso Dreyfus non ha sapore di stantio ma conserva l’odore acro di un tema sempre attuale, quello del pregiudizio verso ciò o chi non si conosce. In varie scene (durante la cerimonia della degradazione di Dreyfus, all’ingresso del tribunale per il processo, Polansky non manca di mettere in scena una folla fanatica che urla contro Dreyfus perché ha già emesso la sua condanna: è un’ebreo, un’estraneo al loro tessuto sociale e solo da lui ci si poteva aspettare un tradimento simile. In un’altra sequenza Polansky sembra direttamente alludere alla situazione attuale, quando fa dire a un ufficiale che ormai Parigi si è riempita di stranieri e che non ci si può più fidare di nessuno.
Questo film mette in evidenza un’altra verità universale: quando il mondo riesce a fare passi avanti nella direzione di una maggiore giustizia, di una maggiore rispetto nei confronti della dignità di qualsiasi uomo, non è sufficiente che ogni singola persona (ipotesi già di per se difficile), nel suo piccolo faccia il suo dovere: il mondo avanza solo quando c’è qualcuno disposto a sacrificare se stesso per dei principi universali e a dare l’esempio per tutti. Nel caso Dreyfus è il colonello Picquart che sacrifica anni della sua vita, va anche in prigione per far liberare un innocente ed Emile Zola che dice con coraggio ciò in cui crede e viene condannato a un anno di prigione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE IRISHMAN

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/23/2019 - 11:37
Titolo Originale: THe Irischman
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Produzione: Fábrica de Cine, STX Entertainment, Sikelia Productions, TriBeCa Productions
Durata: 2019
Interpreti: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale, Anna Paquin

Frank Sheeran, ormai vecchio e solo, scontata la sua pena in prigione, vive in un pensionato su una sedia a rotelle. Volge lo sguardo allo spettatore e inizia a raccontare la sua vita. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, riprende la sua attività civile come autista di camion ma non disdegna di compiere qualche furto da ciò che trasporta. Viene notato da Russell Bufalino, boss della mafia di Filadelfia, che lo ingaggia come suo uomo di fiducia per operazioni delicate (inclusa la funzione di sicario). Come segno di stima, lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo carismatico del più potente sindacato americano, quello dei camionisti. Ne diventa presto il guardiaspalla più fidato ma intanto Hoffa diventa il bersaglio preferito del nuovo ministro della Giustizia, Robert Kennedy...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Martin Scorsese è capace di farci vivere, con molto realismo, all’interno della logica della malavita americana ma nonostante gli omicidi, le falsità, i tradimenti non ci sono forme di redenzione né riscatto fra i protagonisti perché domina un senso dell’ineluttabilità del fato e le cose vanno come debbono andare. Solo verso la fine si intravede l'avvicinamento alla fede di uno dei protagonisti.
Pubblico 
Maggiorenni
Una sequenza di pestaggio violento
Giudizio Artistico 
 
Una ricostruzione impeccabile, degna della firma di Scorsese e di tre mostri del cinema come De Niro, Al Pacino, Joe Pesci . Ma nel film prevale il meccanismo di leggi spietate, che pone in secondo piano l’umanità dei personaggi
Testo Breve:

La storia della mafia americana dagli anni ’60 fino al ’75 raccontata con la consueta bravura da Martin Scorsese e dai tre magnifici protagonisti. La violenza viene giustificata come stato di necessità in un mondo dove domina l’ineluttabilità del fato

Frank e Russell Bufalino, seduti al tavolo di un bar, iniziano a entrare in confidenza.  Scoprono di potersi scambiare un po’ di parole in italiano: il mafioso perché è originario di Catania mentre Frank, che è un irlandese purosangue, ha imparato qualche parola d’italiano durante la guerra, quando è sbarcato a Salerno e poi ad Anzio. Più volte ricorre nel film il riferimento alla guerra: è lì che Frank ha imparato a usare gli esplosivi ma anche a eseguire ordini sporchi, come quello di fucilare prigionieri tedeschi. Bufalino lo sceglie come suo uomo di fiducia. Per Frank non si tratta solo di guadagnare soldi ma di un rapporto da uomo a uomo, fatto di stima e di rispetto. E’ proprio Frank che, restando nell’ombra, gregario ubbidiente che non ha mai fatto uno sgarbo a nessuno, è riuscito a restare vivo e ora ci può   raccontare la storia della mafia americana nei decenni tumultuosi che vanno dall’elezione di Kennedy fino al 1975, quando Jimmy Hoffa scomparve misteriosamente,

Scorsese sembra voler dire l’ultima definitiva parola sui film di mafia, quando ormai lui, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci hanno superato i settanta e molto probabilmente non vedremo più lavorare  “questi bravi ragazzi” nello stesso film.  Si tratta di un racconto fiume di tre ore e mezza, ricavato dal saggio: L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa di Charles Brandt, sviluppato con gravità e malinconia come si addice a persone mature (a poco serve il ringiovanimento dei volti operato dalla CG). In questo film non ci sono né protagonisti giovani né donne, non viene adottato un montaggio frenetico come in The Wolf of Wall Street ma c’è la tranquilla compostezza di un’opera classica.

Eppure ogni dialogo, ogni incontro fra due uomini è carico di tensione, perché sono dialoghi e incontri di mafia e Scorsese ha una lunga esperienza su come gestirli. Se un boss si dice preoccupato per il comportamento di un “collega” vuol dire che deve morire, a meno che si affretti a chiarire: “non in quel modo” per intendere forme alternative come l’intimidazione. Se due boss alzano i toni nella discussione, c’è da aspettarsi che presto uno cercherà il modo di uccidere l’altro. Ci sono però i “saggi” come Bufalino, che non sono irruenti come gli altri, che non perdono mai il controllo, e poi alla fine sono gli unici che finiscono per morire nel loro letto. Altro canone mafioso confermato è il rispetto per l’istituzione familiare ma soprattutto i figli, perché la moglie può essere anche cambiata.

A vedere bene il vero protagonista di questo film-epopea è proprio questa “società” che si regge su regole inviolabili e i tre protagonisti, intepretati da De Niro, Al Pacino, Joe Pesci non sono dei personaggi dai quali ci si può aspettare qualche trasformazione nel tempo, ma dei caratteri a tipologia fissa (il freddo, l’irascibile, il prudente). E ciò che strazia e quindi scuote lo spettatore è proprio la scoperta della progressiva disumanizzazione a cui i tre vanno incontro.

E’ un aspetto che impatta profondamente sulla prospettiva etica del film. Frank, impegnato a fare il lavoro più sporco, che arriva anche a uccidere, quando glie lo chiedono, i suoi migliori amici, ha il lungo tempo della vecchiaia per riflettere su ciò che ha commesso e per cercare di dargli un senso. L’ex sicario ha anche l’opportunità di confessarsi e alla domanda del sacerdote se prova rimorso, Frank confessa di non percepire questo sentimento. Successivamente, nell'ultima sequenza, Frank sembra tornare alla fede. Un riferimento troppo fragile per comprendere si si è realmente convertito o ha avuto  un approccio superstizioso: "non si sa mai"..Troppe volte lo abbiamo sentito riflettere sul fatto che le cose vanno come debbono andare, regolate da leggi spietate e immutabili: lui ha fatto ciò che andava fatto per obbedienza, per se stesso, per la sua famiglia. 

Scorsese sa bene che ogni coro ben composto ha bisogno di controcanto e lo ha introdotto nella figura di Peggy, la figlia di Frank.  E’ una ragazza intelligente che fin da piccola capisce che suo padre, quando esce tardi la sera o quando lo scopre troppo pensieroso al suo ritorno, ha commesso qualcosa di sbagliato. E’ un personaggio che non parla mai durante tutto il film ma il suo silenzio pesa come un macigno.

Scorsese conferma la sua altissima professionalità, i tre protagonisti sono, come al solito, dei mostri di bravura ed è da applaudire in modo particolare la selezione del casting, con tante tipologie di italoamericani

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COLLEGIO (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/13/2019 - 09:31
Titolo Originale: Il Collegio
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Produzione: RAI, Magnolia
Durata: 120 minuti a puntata su Raidue e su Raiplay
Interpreti: Narratore: Simona Ventura

Venti adolescenti tra i 14 e i 17 anni devono studiare per circa un mese in un collegio simulando di essere negli anni ottanta, per conseguire il diploma di licenza media dell'epoca. Gli studenti hanno l'obbligo di indossare le uniformi del collegio e devono seguire le severe regole della struttura, che comprendono il rinunciare a telefonini, subire il taglio dei capelli secondo la moda dell’epoca. I ragazzi provengono da tutta Italia: c’è Maggy Gioia 14, di Milano che è la perfettina del gruppo, la più istruita e la più ligia alle regole; Mario Tricca (15, provincia di Roma) è il più insicuro, ogni prova comporta per lui una sofferenza; Sara Piccioni ha poca fiducia in se stessa; Claudia Dorelfi (14 anni, Roma) di indole litigiosa, usa un linguaggio sboccato e risponde male ai professori,…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La docu-fiction descrive con buon realismo un contesto scolastico, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima la scelta del cast, il montaggio garantisce un buon ritmo al racconto, solo in alcuni momenti si percepisce che dietro tanta spontaneità c’è una solida sceneggiatura.
Testo Breve:

10 ragazzi e 10 ragazze fra i 15 e i 17 anni varcano la soglia di un collegio negli anni ’80. La quarta stagione conferma il successo di questa docu-fiction che mostra degli adolescenti molto più attendibili di tante fiction TV

I numeri parlano chiaro: Il docu-reality Il collegio, giunto alla quarta stagione, è la trasmissione più vista di Rai2 con una media di 2.346.000 spettatori (10,2% di share in due puntate). Ma ci sono due dati che colpiscono molto di più: nella fascia compresa fra gli 8 e i 14 anni, il programma raggiunge il 38% di share ma non basta: con due milioni di interazioni, Il collegio è il programma più interattivo e popolare sui social (soprattutto Instagram). Così, mentre Netflix si affanna a catturare la fascia di audience degli adolescenti e young Adult, tallonata da Sky (senza trascurare Disney Channel in una fascia più bassa), la TV generalista mette a segno un grande successo per l’età della prima adolescenza. Qual è il segreto? Possiamo dire che i ragazzi e le ragazze di Il collegio ci appaiono molto più veri dei giovani che ci vengono presentati dalle varie piattaforme in streaming. Occorre aggiungere che ci appaiono più vicini anche perché più italiani (i ragazzi del collegio provengono da varie province) rispetto a quei giovani con generico, non meglio definito, profilo internazionale, proposti da piattaforme che vogliono coprire tutto il globo. 

Ovviamente non dobbiamo lasciarci ingannare: il format della docu-ficton fa apparire il racconto più vero ma in realtà c’è sempre dietro una accurata sceneggiatura anche se bisogna riconoscere che i ragazzi (selezionati da una rosa di 22.000 aspiranti) ci appaiono molto spontanei nelle loro reazioni, soprattutto quando vengono esclusi o puniti: probabilmente vengono ripresi quando la loro sorpresa è reale. Il fatto che nella quarta stagione debba venir applicato l’artificio di ritornare al 1982 ha scarso impatto sulla narrazione. I ragazzi debbono modificare il taglio dei capelli, rinunciare al cellulare, lavorare con enormi personal computer di prima generazione, ma si tratta di elementi secondari e poco influenti rispetto a ciò che è primario in questo tipo di lavoro: esplorare come si comportano ragazzi e ragazze di oggi nella fascia 14-17 quando interagiscono fra di loro e si trovano in classe di fronte a dei professori. Il ritratto che ne vien fuori mostra luci e ombre. Notevole è lo spirito di gruppo che sanno esprimere: appena uno di loro subisce una punizione o viene espulso, ecco che tutti accorrono con grandi abbracci e parole di conforto. Alla fine, ora come negli anni 80, fra questi ragazzi conta soprattutto farsi delle amicizie ma anche mostrare delle antipatie senza molto nasconderle. Non solo le ragazze ma anche i ragazzi hanno il pianto facile di fronte a certi loro insuccessi: si può ritenere che i ragazzi non stiano recitando in quelle situazioni e quindi mostrino, di fronte alle difficoltà, grande fragilità e insicurezza. Infine, soprattutto i quindicenni, fanno a volte gli sciocchi, disturbano le lezione, per far ridere gli altri compagni e acquistare un po’ di notorietà. Un comportamento prevedibile, facilmente riscontrabile a quella età e che non comparirà mai in alcun serial americano o simil-americano. Un aspetto sicuramente impressionante è la loro abissale ignoranza: sbagliano nella declinazione dei verbi (participio passato di porgere? “Porto”) o  non conoscono certe parole appena fuori dell’ordinario (sbarcare il lunario vuol dire atterrare sulla luna). Disastrosa è la loro conoscenza della storia (“i mille sono sbarcati contro i nazisti”) e della letteratura (Gabriele D’Annunzio era un estetista).

La docu-fiction è comunque originale nell’approfondire i rapporti fra i ragazzi e la scuola. Non sorvola sugli aspetti disciplinari, presenti negli anni ’80 come oggi: le insubordinazioni sono frequenti ma in questa fiction finiscono tutte sul tavolo del preside, che commina sempre una punizione. Il professore di lettere che domanda ai ragazzi “cos’è per voi la scuola?” e ottiene solo risposte strampalate, giustamente ricorda l’articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce il diritto di tutti i cittadini a ricevere una istruzione. Una nobile citazione che in quel momento stride con i piccoli orizzonti che mostrano di avere questi ragazzi.

La docu-fiction merita il successo che si è guadagnato, l’approssimazione a un reale contesto collegiale è notevole: resta un dubbio di fronte alle confessioni in solitaria di se stessi dei ragazzi di fronte alle telecamere: risultano troppo preparati nel tracciare un loro profilo psicologico, che stride con il livello di cultura che hanno mostrato in altre occasioni. Risulta più evidente, in questi casi,  che stanno recitando una parte già programmata.

Resta dubbio il motivo dell’ingresso nel collegio, alla terza puntata di un ragazzo e una ragazza considerati ufficialmente fidanzati (con il beneplacito dei genitori). Per ora (alla terza puntata)  è stato chiaro nei loro confronti solo il professore di lettere, che ha intimato loro: niente carezze, niente affettuosità in aula.

La docu-fiction è disponibile anche su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOOD OMENS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/06/2019 - 10:42
Titolo Originale: Good Omens
Paese: UK, USA
Anno: 2019
Regia: Douglas Mackinno
Sceneggiatura: Neil Gaiman
Durata: 6 puntate su PRIME VIDEO
Interpreti: David Tennan, Michael Sheen, Anna Maxwell Martin, Jon Hamm

Il demone Crowley e l’angelo Azraphel vivono da troppi millenni sulla terra e si sono affezionati a essa. Apprendono quindi con tristezza la notizia che ormai l’Apocalisse è vicina e che sta per arrivare l’Anticristo nei panni di un bambino che avvierà la devastazione del mondo al suo undicesimo compleanno. Crowley e Azraphel stipulano un patto che non deve essere conosciuto dai loro “superiori”: cercheranno di boicottare l’Anticristo in modo da poter continuare a vivere in pace sulla terra. I loro tentativi sembrano fallire perché all’undicesimo compleanno del bambino, si accorgono che c’è stato uno scambio delle culle. Così, mentre i quattro cavalieri dell’Apocalisse (guerra, carestia, inquinamento, morte) si stanno apprestando a scatenare la fine del mondo, l’angelo e il demone si danno da fare per ritrovare il vero Anticristo. Non sono però soli nella ricerca perché anche la giovane Anatema lo sta cercando, grazie al libro delle profezie scritto da una sua prozia strega, di nome Agnes Nutter…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Con l’aiuto di un po’ dell’epicureismo greco ma molto più dell’empirismo inglese, risulta che l’uomo deve badare al presente, coltivare le amicizie e l’amore uomo-donna, lasciando perdere certe fantasiose ipotesi soprannaturali provenienti da libri come la Bibbia
Pubblico 
Adolescenti
Pur in un contesto scherzoso e senza la presenza di scene disturbanti, occorre una certa maturità per interpretare correttamente i messaggi del serial.
Giudizio Artistico 
 
Ottimo e divertente il duetto costituito dal diavolo Crowley (David Tennant) e dall’angelo Aziraphael (Michael Sheen). Ma lo sviluppo della storia è confuso e viene messa troppa carne al fuoco
Testo Breve:

L’anticristo, nelle forme di un bambino, è nato e al suo undicesimo compleanno scatenerà la fine del mondo. Un diavolo e un angelo, amici fra loro e affezionati alla terra, cercheranno di evitarlo. Molto umorismo all’inglese per prendere un po’ in giro quanto è scritto in certe pagine della Bibbia.

Neil Gaiman, già autore di altri lavori dove cielo e terra si incontrano o si scontrano (Doctor Who, American Gods) è  sceneggiatore di questa miniserie in sei puntate disponibile su Amazon Prime tratta dal suo libro omonimo . La sua caratteristica dominante è quella di mostrare un umorismo così fastidiosamente inglese e questo costituisce già un filtro sul tipo di spettatore che può apprezzare quest’opera, come accade anche nei lavori dei Monty Python. Si tratta di un umorismo dissacrante, ironico che a volte fa ridere (Crowley afferma di aver contribuito poco a far scatenare le continue guerre nel mondo: sono gli uomini che hanno fatto tutto da soli), altre vote stride rispetto al contesto e scivola nel cattivo gusto, proprio per la caparbia volontà di ridere su tutto (e quindi, in qualche modo, sentirsi superiori a tutto) anche nei momenti in cui si stanno trattando tematiche serie.

Il racconto è sostenuto interamente dal duetto formato dall’angelo buono (ha donato la sua spada fiammeggiante ad Adamo ed Eva quando sono stati scacciati dal Paradiso Terrestre, per la loro difesa),  amante della buona tavola e dal demone dal cuore in fondo buono, che ama correre all’impazzata sulla sua Bentley del 1926 e ascoltare i Queen. I loro battibecchi costituiscono la nota più originale della storia, sempre in bilico fra il ricordarsi di militare su fronti opposti ma anche accomunati da uno stesso destino che li ha portati a vivere per millenni su questa nostra terra. Per il resto gli altri personaggi risultano debolmente caratterizzati e la trama è alquanto confusa: un calderone un po’ folle dove   vengono gettati un’ alla rifusa vari subplot e personaggi che appaiono e altrettanto velocemente scompaiono.

Negli Stati Uniti, l’associazione cristiana Return to Order  ha raccolto 20.000 firme per intimare Netflix a cancellare  la programmazione di questo serial accusato di far apparire il satanismo “normale, simpatico e accettabile”. Un intervento di questo genere è stato rozzo, sbagliato e controproducente.

Rozzo perché se è vero che le firme sono state 20.000, nessuno di loro si è accorto che il serial viene trasmesso dalla piattaforma Amazon Video e non Netflix  e ciò ha scatenato risposte ironiche e divertite da entrambe le piattaforme.  Sbagliato perché non c’è il pericolo da loro denunciato, in quanto tutto il serial ridicolizza sull’esistenza dei puri spiriti, concentrandosi sul valore dell’uomo in se’.  Infine controproducente perché se l’obiettivo del serial era quello di fare dell’ironia su tutti quelli che credono in ciò che racconta la Bibbia, quell’associazione maldestra ha finito per tirare l’acqua al mulino dell’autore. Forse, più che prendersela con i film come questo, sarebbe opportuno promuovere e auspicare la produzione di film che trattano il tema dell'aldilà, anche nelle forme leggere della commedia: sono tanti i film dove compare simpaticamente  un angelo che scende sulla terra.

Il film accumula le classiche accuse contro il cristianesimo: i roghi per le streghe, la crudeltà di un Dio che con il diluvio universale uccide tutti, anche i bambini (stranamente non vengono citate le crociate), accenna rapidamente a Gesù,  un “uomo buono” che si era limitato a proclamare l’amore verso il prossimo; e infine, a mo’ di provocazione,  la voce di Dio è femminile.  Il tema portante è l’armageddon che appare solo come la battaglia finale fra le forze del bene e quelle del male, non certo come una forma di giustizia finale che porterà i buoni alla beatitudine del Paradiso.  Alla fine sarà l’uomo a trionfare: nasceranno nuovi amori fra un uomo e una donna, verrà confermata la forte amicizia fra il diavolo e l’angelo, si proverà il piacere di godersi la vita qui e ora, senza preoccuparsi troppo del futuro, verranno combattute la carestia, l’inquinamento e le guerre. Tutto viene compiuto ad opera del libero arbitrio dell’uomo, unico essere titolato per discernere fra il bene e il male senza che vengano imposte dall’esterno concezioni precostituite, magare da libri fantasiosi come la Bibbia.  

Alla fine si tratta pur sempre di un film inglese e l’influenza dell’empirismo di David Hume si fa sentire.

La miniserie è disponibile sulla piattaforma PRIME VIDEO

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ATTIMO FUGGENTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/06/2019 - 10:11
Titolo Originale: Dead Poets Society
Paese: USA
Anno: 1989
Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Tom Schulman
Produzione: Touchstone Pictures
Durata: 128
Interpreti: Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke, Gale Hansen

Nel 1959 John Keating, professore di lettere, ha un incarico presso il collegio maschile di Welton, Vermont, dove lui stesso ha studiato. Il suo approccio didattico è originale: fa saltare interi capitoli del libro di testo, perché la poesia non è pura forma ordinata ma è espressione di una vita vissuta in pienezza. Invita a ispirarsi al carpe diem di Orazio oppure ai versi di Thoreau: “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita”. Il suo invito a non uniformarsi al gregge e a scoprire se stessi trova piena corrispondenza nello studente Neil, che decide di perseguire la sua passione per il teatro e con altri suoi compagni rifonda la Setta dei Poeti Estinti già inaugurata dal professor Keating quando era giovane, per riunirsi in una grotta nel bosco e declamare poesie…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il professore invita gli alunni a non adagiarsi nel conformismo ma poi manca di trasmettere il valore di alcuni principi assoluti irrinunciabili
Pubblico 
Adolescenti
Per la tragedia che colpisce un adolescente
Giudizio Artistico 
 
Molto bravo il regista nel ritrarre un’adolescenza sensibile e ancora fragile ma la contrapposizione buoni/cattivi appare forzata
Testo Breve:

Un professore di lettere entusiasma i ragazzi all’amore per la poesia e per la libertà contro ogni convenzione ma poi la sua impostazione astratta si scontra contro la realtà

E’ indubbio che questo film del 1989 (premio Oscar nel 1990 come miglior sceneggiatura originale) sia rimasto a lungo nella memoria di tanti spettatori. Per la scena finale, quando tutti gli alunni si alzano in piedi sui banchi per salutare per l’ultima molta il professore che è stato licenziato; per il motto  Carpe  diem  oppure il “succhiare tutto il midollo della vita” ma soprattutto per quella felicissima rappresentazione della gioventù del tempo (ora sarebbe poco credibile): bravi ragazzi, molto sensibili, che fanno squadra fra di loro, pronti a ridere e scherzare ma sempre con un fondo di malinconia.

Visto in prospettiva, il film appare molto manicheo: i bravi e i sensibili da una parte, i cattivi e gli inflessibili dall’altra: il preside e gli altri professori che si ispirano al motto: “tradizione, onore, disciplina, eccellenza” e ritengono che sia troppo presto perché i ragazzi ragionino con la loro testa ma soprattutto il padre di Neil, che ritiene corretto che sia lui a decidere il futuro di suo figlio. Terribile e insostenibile è anche la figura della madre di Neil: nel momento di massima tensione fra figlio e padre, è incapace di frapporsi come mediatrice, schiacciata dalla legge di autorità del pater familias. Ma è forse proprio questa semplificazione un po’ rozza che ha reso più immediata la comprensione del messaggio del film e che ne ha determinato il successo.

Cosa ha proposto di così sconvolgente il professor Keating? Indubbiamente ha collegato il motto “carpe diem” al fatto che prima o poi saremo tutti cibo per vermi e che, con i versi di Pitts, bisogna cogliere “la rosa quando è il momento / che il tempo lo sai vola / e lo stesso fiore che sboccia oggi / domani appassirà”. Un atteggiamento che sembra invitare al più puro edonismo del qui e ora ma in realtà in altri momenti, come quando invita ognuno dei ragazzi, perfino a camminare secondo il proprio stile, sta ponendoli in allerta contro ogni forma di convenzionalismo e li sta invitando a essere se stessi, a ragionare con la propria testa. In effetti quei ragazzi, sotto l’influsso del professore, non organizzano una rivoluzione ma cercano di risolvere i problemi tipici della loro età: Knox trova il coraggio di dichiararsi alla bella Chris, anche se al momento ha un fidanzato un po’ “manesco”; il molto timido Todd, chiuso in se stesso, trova finalmente il coraggio di esternare i propri sentimenti con l’aiuto del professore; Charlie, spirito ribelle, trova finalmente l’audacia di scrivere, sul giornalino dell’istituto, che bisogna aprire le iscrizioni anche alle ragazze. Sembrerebbe quindi giusto parteggiare indiscriminatamente con il prof Keating ma il suo insegnamento ha una falla. Sottolinea l’importanza di pensare con la propria testa ma non suggerisce i principi ideali a cui ispirarsi e invece, molto genericamente, li invita a non reprimere i propri impulsi. Il difetto di questa impostazione viene evidenziato dal film stesso. Dopo la disgrazia che colpisce Neil, il professor Keating viene accusato di essere stato il responsabile morale di ciò che è accaduto, perché con il suo insegnamento ha finito per esasperare il rapporti fra Neil e il padre. Tutti i ragazzi appartenenti alla Dead Poets Society vengono invitati a firmare una dichiarazione che avvalla questa ipotesi. Nessuno di loro si rifiuta di firmare questa falsità, nessuno di loro reagisce con spirito di giustizia. E’ proprio questo il punto: se Keating ha invitato i ragazzi a ragionare con la propria testa, non li ha poi invitati a trovare quelle virtù e quei principi irrinunciabili che debbono regolare la nostra vita. Dalla sua impostazione astratta e generica è mancato l’atterraggio sulla realtà perché non ha mostrato quali strumenti (le virtù) debbono venir impiegati per viverla. In un breve momento, quando il professore rimprovera bonariamente Charlie per la sua bravata sul giornale della scuola, gli fa notare che c’è il momento del coraggio ma anche il momento della prudenza. Ma è come un attimo, troppo poco per cambiare il messaggio del film.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARASITE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/03/2019 - 11:20
Titolo Originale: Gisaengchung
Paese: Corea del Sud
Anno: 2019
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho
Durata: Barunsun E&A
Interpreti: Song Kang-ho, Lee Sun-kyun, Cho Yeo-jeong, Choi Woo-shik

La famiglia Kim (padre, madre, una figlia, un figlio) vive di sussidi di disoccupazione, saltuari lavoretti e abita in un umido seminterrato. Il figlio Ki-woo ha però un piano; stampando documenti falsi, riesce a farsi assumere come tutore in inglese dell’adolescente Da-hye, figlia maggiore dell’agiata famiglia Park. La giovane signora Park appare molto alla mano e ingenua e così Ki-woo sviluppa un nuovo piano: con degli stratagemmi riesce a far passare per maestra di disegno sua sorella Ki-jung che può così intrattenere il piccolo e ipercinetico Da-song Park. Infine con metodi truffaldini, riesce a far licenziare l’autista e la domestica tuttofare, per far assumere rispettivamente suo padre e sua madre, senza però mai denunciare i legami di parentela che esistono fra di loro. L’inganno sembra perfetto ma qualcosa di imprevisto accade....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Chi, per cercar un lavoro usa l’inganno ai danni di persone povere come loro e chi immerso nel benessere, resta in balia del consumismo più futile
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente, una sequenza sensuale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista mostra grande padronanza del mezzo cinematografico, riuscendo a passare dalla commedia alla satira alla tragedia con un’ottima messa in scena. Ma il meccanismo narrativo, ben oliato, non mette in evidenza i risvolti umani
Testo Breve:

Un’intera famiglia che vive di espedienti riesce, con l’inganno, a farsi assumere al servizio di una ricca famiglia. Una commedia che sfocia in tragedia, ben costruita ma fredda

Dal Giappone era già arrivato di recente il ritratto di una famiglia molto povera ma ben affiatata, che viveva di furti e di altri sgradevoli espedienti : Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-Eda, vincitore a Cannes nel 2018. Ora, dalla Corea, vincitore allo stesso festival, nel 2019, arriva un’altra famiglia fortemente unita che vive in un misero seminterrato pieno di scarafaggi ma molto abile nel falsificare documenti, orchestare truffe per riuscire a  trovare un lavoro regolarmente pagato. Se  Hirokazu Kore-Eda raccontava i fatti con realismo, in questo film di  Bong Joon-ho è il tono della satira a prevalere sopratutto all’inizio, giocato sul forte contrasto sociale fra la famiglia Kim, che vive nel caos dei colorati bassifondi di Seul, impegnata sopratutto a sbarcare il lunario e la famigia Park, che abita in una casa fatta di ampi spazi, interni con mura uniformemente grigie, secondo le moderne tendenze di  un’architettura essenziale, occupata solo a inseguire  le curiosità dell’ultimo lusso. La prima parte del film, quando seguiamo la famiglia Kim che moltiplica le sue arguzie per compiere la sua scalata sociale, è divertente e brillante ma si innesca ben presto una spirale negativa che sembra inarrestaile: per raggingere i suoi obiettivi, i Kim debbono orchestare crudeli menzogne contro l’autista e la governante, sfruttando l’insensibiltà umana dei coniugi Park. Si tratta di una spirale in discesa che non si arresta più e l’armonia della costruzione si spezza progressivamente fino al caos più incontrollato e alla violenza splatter.  

Alla fine delle più di due ore del film, si ammira la perfetta padronanza della narrazione di Bong Joon-ho, capace di passare con disinvoltura dalla satira alla commedia alla tragedia, con momenti veramente spassosi, ma si tratta pur sempre di un meccanismo. Sopratutto nella scena finale, dove tutto precipita e c’è un eccesso di violenza, ci appare chiaro che l’autore, più che esser interessato a farci conoscere l’evoluzione umana dei personaggi coinvolti, si è impegnato a costruire un castello di Lego, salvo poi divertirsi a distruggerlo. Quasi un finale simbolico per quella società cinica e materialista che ha voluto rappresentare.

Per questo motivo abbiamo apprezzato di più l’altro recente film coreano, Burning – L’amore brucia che si concentrava sull’evoluzione dei personaggi e aveva dei sinceri momenti di crepuscolare malinconia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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