Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

BOY ERASED - VITE CANCELLATE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/19/2019 - 17:13
Titolo Originale: Boy Erased
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Joel Edgerton
Sceneggiatura: Joel Edgerton
Produzione: BLUE-TONGUE FILMS, ANONYMOUS CONTENT
Durata: 114
Interpreti: Lucas Hedges, Nicole Kidman, Russell Crowe, Joel Edgerton

Jason è figlio di un pastore battista in una piccola comunità dell’Arkansas. Sinceramente devoto e ragazzo ubbidiente, al suo primo anno di college, subisce violenza sessuale da un altro ragazzo che per proteggersi gioca d’anticipo, denunciando Jared ai suoi genitori come omosessuale. Il padre chiede aiuto ad altri pastori più esperti di lui e gli consigliano Love in Action, un centro diurno specializzato nella terapia di conversione (all’eterosessualità), un misto di cure psichiatriche e di ritiro spirituale. Jason desidera anche lui tornare ad essere visto nella comunità battista a cui appartiene come un ragazzo “normale” e accetta di iniziare la terapia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre e un padre, fedeli della chiesa Battista, affrontano con un equilibrio acquistato con il tempo, la scoperta di avere un figlio ha inclinazioni omosessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Non ci sono nudità ma è presente una scena di violenta sessuale omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce nel suo intento di denuncia contro certe terapie che mescolano la fede con la psicologia ma le trasformazioni che subiscono i protagonisti non vengono completamente sviluppate
Testo Breve:

Il figlio di un pastore della chiesa Battista scopre di avere tendenze omosessuali e viene mandato in un centro di “rieducazione”. Un film che raggiunge il suo obiettivo di denuncia anche se i personaggi non vengono completamente sviluppati

I film svolgono la funzione di puro intrattenimento oppure sono utili per far riflettere su alcune realtà contemporanee. Questo Boy Erased è del secondo tipo e la serietà del racconto è avvallato dalle memorie a cui si è ispirato, scritte da Garrard Conley , che ha vissuto realmente il tipo di esperienza  che viene raccontata.

I film che trattano il tema dell’omosessualità sono ormai un oceano in piena e molti non fanno mistero del loro pubblico preferito, quello delle comunità LGBT e dei loro simpatizzanti. Per citare solo gli ultimi: Tuo, Simon e La diseducazione di Cameron Post. Si tratta di film ideologicamente orientati, dove ci sono dei buoni e dei cattivi. Questo film ha un atteggiamento diverso: sembra affrontare seriamente il problema dell’omosessualità senza pregiudizi manichei e così come si dedica ai problemi di Jason allo stesso modo si pone nella posizione difficile del padre-pastore battista e in quella della madre, impegnata a cercare, a dispetto di tutti e di tutto, la serenità del figlio.

Fin dalle prime sequenze entriamo nel dettaglio delle giornate vissute da Jason dentro Love in Action dove gli alunni sono invitati a individuare chi, nella catena dei loro parenti, è un manifesto peccatore oppure fare esercizi di mascolinità, come imparare a stringere forte la mano quando si saluta. Non occorrono molti dettagli per considerare riprovevoli questi metodi, che confezionano un grande minestrone a base di fede e psicologia. La fede, ha per la sua stessa essenza, come presupposto la libertà personale, e questi metodi che scavano nelle coscienze oneste di adolescenti per far leva sul loro senso del peccato è semplicemente odioso.

Jason, in modo autonomo rispetto alla terapia che subisce, sembra domandarsi continuamente quale destino preferire per se’: il breve episodio del suo incontro con un altro ragazzo, un artista, e il loro passare una serata assieme senza concluderla con rapporti sessuali sembra esprimere la volontà di Jason di tentare di conciliare la sua inclinazione con la fede cristiana, praticando la castità. Sappiamo pero che Garrard, il Jason della realtà, aderirà pienamente, una volta cresciuto, ai movimenti LGBT.

Il percorso della madre (Nicole Kidman, da un po’ di tempo, sembra trovarsi perfettamente a suo agio nel ruolo di madre premurosa, com’era già accaduto in Lion – La strada verso casa).

è più lineare: dopo un momento di esitazione nel cercare di conciliare la sua posizione di madre, moglie  e donna di fede, decide da che parte stare: sosterrà suo figlio nel suo difficile percorso. Più complesso il comportamento del padre, che ama sinceramente il figlio, ma deve riconoscere l’obiettiva distanza nelle loro scelte concrete e rispetto alla fede religiosa.

Si tratta di un film interessante per il tema che affronta ma di fatto non aiuta a sciogliere nessuno nodo, se non la giusta condanna di questi metodi ibridi fatti di fede e psicologia. Occorre anche aggiungere che il racconto si sviluppa per quasi due ore con una certa gravità e monotonia, mentre le psicologie dei personaggi non vengono scavate fino in fondo.

Nelle sue scritte finali, il film commette una grossolana approssimazione: nel dichiarare che ancora oggi 36 stati americani ancora considerano leciti le conversion therapy per i minori, mette nel calderone, molto probabilmente,  anche la terapia riparativa (nome estremamente infelice) del dott Joseph Nicolosi che è invece un metodo esclusivamente psichiatrico per aiutare coloro che non si trovano a loro agio con la loro inclinazione omosessuale e che il dottore ha praticato fino alla sua morte  

La situazione si può considerare paradossale: gli scienziati non sono stati ancora in grado di determinare se l’inclinazione omosessuale sia innata o abbia origini psicologiche ma intanto i movimenti LGBT la definiscono a priori come innata mentre alcuni movimenti cristiani a priori la ritengono reversibile, purché vengano rimosse le ferite psicologiche che ne hanno determinato l’origine.

I rapporti con la fede cristiana sono ancora più complessi: per la Chiesa Cattolica la dottrina è chiara ma la pastorale, se guardiamo all’Italia, è in fase di formazione e non sembra delinearsi una linea predominante.  Si fronteggiano varie impostazioni:  c’è il movimento Courage (fondato da Terence Cooke , che è stato arcivescovo d New York) che prevede il sostegno spirituale, con discrezione, a gruppi formati allo scopo; alcuni vescovi si sono espressi a favore di una catechesi non distinta, ma integrata in quella tradizionale che si svolge nelle parrocchie; c’è infine l’atteggiamento totalmente aperto del gesuita americano James Martin (il suo libro, Un ponte da costruire, è stato tradotto in italiano con una prefazione di Matteo Zuppi, vescovo di Bologna) che invita i movimenti LGBT a sentirsi a casa propria nella Chiesa, nel rispetto reciproco.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL NOME DELLA ROSA (serial)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/14/2019 - 16:44
Titolo Originale: Il nome della rosa
Paese: ITALIA, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Giacomo Battiato
Sceneggiatura: Giacomo Battiato, Andrea Porporati, John Turturro, Nigel Williams
Produzione: Rai Fiction, Tele München
Durata: 8 puntate di 50 minuti su RAIUno
Interpreti: John Turturro, Damian Hardung, Rupert Everett, Michael Emerson, Greta Scarano

1327, in un monastero benedettino sulle Alpi italiane. Sta per aver luogo una disputa fra i rappresentanti dei francescani (appoggati dall’imperatore Ludovico di Baviera), che avevano  proclamato l’assoluta povertà di Cristo e  quindi dei suoi successori, e i rappresentanti di papa Giovanni XXII che aveva dichiarato eretica questa posizione. A rappresentare i francescani arriva al convento il frate Guglielmo da Baskerville, con al seguito il giovane novizio Adso da Melk. Abbone, l’abate del monastero, incarica immediatamente Baskerville di un grave compito, in nome della sua precedente esperienza di inquisitore: scoprire  chi ha ucciso il monaco Adelmo che è stato trovato morto ai piedi della torre della biblioteca. Il mistero deve venir risolto al più presto perché sta per arrivare la delegazione papale, guidata dal severo inquisitore domenicano Bernardo Gui...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il valore anche culturale degli ordini dei mendicanti nel medioevo viene trasfigurato in una caricatura di uomini viziosi con fede ottusa
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di stupri e violenze su donne, nudità femminili integrali
Giudizio Artistico 
 
John Turturro riesce a farci rimpiangere Sean Connery nel suo stesso ruolo nel film del 1987; la componente thriller dimostra, già a metà del percorso del serial, di avere il fiato corto. Modesta la computer grafica impiegata
Testo Breve:

Le indagini del francescano Baskerville, promotore della supremazia della ragione contro l’oscurantismo medioevale, presenti nel famoso libro di Umberto Eco, sono state diluite nelle otto puntate di questo serial con poco rispetto sia della storia che del testo originale

Ha senso realizzare un serial in otto puntate su Il nome della Rosa, il romanzo di Umberto Eco del 1980 che è stato venduto in 50 milioni di copie, tradotto in 40 lingue e dopo che il film omonimo del 1987  ha vinto un premio Oscar e 5 David di Donatello?

Il senso deriva ovviamente dalla facilità di ricavare vantaggi dalla fama conquistata dai due lavori precedenti (la fiction è una coproduzione internazionale, già prenotata per andare in onda in 130 paesi) ma si pone un impegno che è quello tipico di un serial: mantenere alta l’attenzione sulla lunga durata e cercare di privilegiare la simpatia dei personaggi più che puntare sull’evoluzione della storia, per garantirsi l’auspicata fedeltà dello spettatore.

Dalle prime puntate si individuano due operazioni che sono state compiute: un certo impegno esplicativo, didattico, per tener conto di una audience molto vasta e una radicalizzazione, semplificazione quasi brutale dei contrasti.  In una delle prime sequenze, Baskerville, di fronte al padre di Adso, deve spiegare chi è san Francesco, il fondatore del suo ordine.  Il contrasto fra il papa e l’imperatore diventa molto sbrigativamente, nella presentazione di apertura, colpa di un papa che si oppone all’indipendenza del potere politico (in realtà per il papa era il tempo della cattività avignonese).

In riferimento alla disputa con i francescani, in merito alla necessità di una chiesa povera (nella realtà questa posizione era stata già dichiarata eretica  dall’Inquisizione), il papa si esprime molto “nobilmente” apostrofandoli come  “quei dannati francescani”. Il serial sviluppa  una sottotrama non compresa nel libro: le azioni di fra Dolcino, e di sua figlia che porta avanti la sua opera, in modo da aggiornare Il nome della Rosa agli  appetiti di un pubblico contemporaneo: infiammare gli spettatori di fronte a un novello Robin Hood (in realtà i Dolciniani furono condannati perché volevano imporre la povertà con la forza, saccheggiando e uccidendo) e poter introdurre una combattente donna, in singolare sincronia di tempo con una simile operazione condotta dalla Marvel con il suo ultimo film: Captain Marvel.

C’è però qualcosa di realmente deformato nel serial: sono alcune figure di frati, fuori e dentro il convento. Un'operazione che si può comprendere solo con il fatto che il serial è orientato a paesi di prevalente cultura protestante, dai quali notoriamente la vita di clausura non viene compresa (bisogna ricordare che sia il libro che il film hanno avuto successo soprattutto in Europa e ben poco negli Stati Uniti). L’ipocrisia è la loro caratteristica dominante oltre all’attrattiva verso il sesso (in entrambe le direzioni). Ecco che il priore del monastero prega davanti alla statua della Madonna che lui adorna con preziosi gioielli ma in realtà continua a peccare. Chi è proprio cattivo, anzi cattivissimo (dispiace che l’attore Rupert Everett, che lo impersona, sia stato imprigionato in una parte così insulsa) è l’inquisitore Bernardo Gui che da una parte dice: “chi sono io per giudicare una persona?” e bacia il crocifisso ma poi impiega un secondo a condannare al rogo chi considera eretico. Il fatto che durante un viaggio, scopra in una capanna una coppia di adulteri e in due secondi decida di condannarli al rogo, a mo’ di rappresaglia nazista, non è semplicemente una forzatura storica ma è un insulto alla serietà e alle procedure rigorose dei tribunali ecclesiastici del tempo. Il fatto che ripetutamente si sottolinei come le donne siano solo delle pericolose tentazioni opera del diavolo, serve solo a perpetuare la favola nera del medioevo, l’epoca antecedente alla riforma protestante.

Da un punto di vista artistico si nota troppo che il monastero e la sua inaccessibile torre-biblioteca siano stati realizzati in computer grafica, nulla a che vedere con le scenografie di Dante Ferretti del film (che si guadagnò uno dei 5 David di Donatello) e John Turturro non regge in alcun modo il confronto con l’ironia del personaggio interpretato da Sean Connery.

La componente investigativa della trama segue abbastanza bene il testo originale ma su questo punto sorgono due domande: come farà il serial a prolungare la suspense fino all’ottava puntata? E possiamo veramente parlare di suspense quando la maggior parte del pubblico sa già chi è l’assassino e come ha ucciso?

In conclusione un’operazione  furba che ha il respiro corto,  altamente antistorica e che ha approfittato della fama guadagnata dal libro nel tentativo di trasformarlo in una sorta di Trono di spade medioevale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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THE FRONT RUNNER - IL VIZIO DEL POTERE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/08/2019 - 10:49
Titolo Originale: The front Runner
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Matt Bai, Jay Carson, Jason Reitman
Produzione: RIGHT OF WAY FILMS, AARON L. GILBERT PER BRON STUDIO
Durata: 113
Interpreti: Hugh Jackman, Vera Farmiga, J.K. Simmons, Alfred Molina

Nel 1988, Gary Hart, senatore democratico del Colorado, è in piena corsa presidenziale. Favorito dai sondaggi e da un entourage efficientissimo, conduce una vita al riparo dai media che non vedono l'ora di affondare la penna nella sua vita privata. Ma Hart, abile oratore, rimanda al mittente e rilancia esponendo il suo programma politico. Marito e padre, niente sembra contare per lui più del suo lavoro e della sua famiglia. Poi il "Miami Herald" pubblica un articolo e la sua ascesa si interrompe bruscamente. Accusato di avere una relazione extraconiugale con Donna Rice, dovrà rispondere alla consorte e agli elettori dell'attacco e delle foto che lo inchiodano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo commette un errore ma sa anche recuperare la dignità propria e di quella della sua famiglia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film è impostato nella prospettiva di chi ci sta ricostruendo con rigore fatti realmente accaduti ma questa ricerca dell’obiettività si trasforma in una certa freddezza con cui vengono ritratti i vari protagonisti
Testo Breve:

Il famoso scandalo del 1988, che costrinse il candidato democratico Gary Hart  a rinunciare alla corsa per la presidenza, viene analizzato nella prospettiva storica dei rapporti di forza fra politica e stampa, che cambiò radialmente dopo quell’episodio

Sappiamo dalla cronaca e dai tanti film che hanno affrontato questo tema (fra i più recenti: Il caso Spot Light, The Post) che negli Stati Uniti l’unico potere in grado di porsi testa a testa e di contrastare, quando necessario, il potere politico è la stampa, così come in Italia lo è la magistratura.

Al contempo il cinema non ha mancato di sottolineare certi abusi di potere della carta stampata e della televisione attraverso colpevoli deformazioni della realtà, a iniziare dal terribile Asso nella manica (1951), per poi continuare con Piombo rovente (1957), Quinto potere (1976), Diritto di cronaca (1981).

Il caso del senatore Hart, costretto a dimettersi per una relazione extraconigale, potrebbe far sorridere oggi, dove buona parte dei politici, se guardiamo l’Italia, convivono e quindi il tema non si pone neanche- Si dà inoltre per scontato che chi vuole calcare le scene del teatro politico non può che essere un esperto mediatico, capace di rispondere sempre a tono e in grado di rivoltare, con le parole, l’evidenza di qualsiasi verità. Il film, proprio per questo, è interessante, non solo per il caso umano in se', ma perchè quei fatti segnarono una svolta nei rapporti fra giornalismo e politica.

Prima di quella data, la stampa sorvolava sulla vita privata dei presidenti (lo stesso film ricorda i comportamenti “disinvolti” di Kennedy e di Johnson), perché a quei tempi si riteneva che la dignità della carica, per il bene della nazione, non andasse offuscata da pettegolezzi.

Con il caso Hart il rapporto si trasforma e i candidati-presidenti e i presidenti stessi (ricordiamo il caso Clinton) iniziano a venir trattati non in base alla dignità della loro carica ma come dei divi del cinema, nei confronti dei quali ogni pettegolezzo diventa lecito.

Il regista Jason  Reitman, che  si è sempre mostrato sensibile a temi sociali descrivendo protagonisti che si trovano di fronte a un caso di coscienza (Juno, Tra le nuvole, Thank you for smoking, Young adult), si è ispirato a libro di Matt Bai che ha ricostruito meticolosamente quelle tre settimane decisive, in modo da attenersi il più possibile a ciò che è realmente accaduto.  Non ha quindi posto in primo piano la storia d’amore fra il senatore e la modella aspirante lobbista, anzi è reticente nel darci l’evidenza della loro relazione. Si pone piuttosto nella prospettiva di chi animava lo staff del candidato-presidente e la redazione del Miami Herald, che aveva innescato lo scandalo. Il regista ha voluto restare imparziale  in questo scontro mediatico e lo si nota anche dal fatto che gli stessi reporter non vi fanno una bella figura. Se il film Tutti gli uomini del presidente (1976) , ci aveva abituati a vedere redazioni che non pubblicano una notizia se non hanno la conferma dei fatti almeno da due fonti diverse, qui è sufficiente qualche informazione incompleta per far sì che la bestia assetata di sangue dell’opinione pubblica venga scatenata e non si sarebbe acquieti se non di fronte a una piena e dettagliata confessione del colpevole. Gary Hart si mostra totalmente impreparato e ancora troppo onesto per gestire questo tipo di onda mediatica. Prima reagisce in modo schivo, pensando che i suoi programmi elettorali siano più interessanti dei pettegolezzi sulla sua vita privata e le risposte date ai giornalisi appaiono goffe e indecise; poi, una volta accortosi che ormai non era più visto come candidato ma come protagonista di uno scandalo, si rifiuta di ribattere alla malizia con furbizia e non  trova altra soluzione che  dimettersi dalla candidatura. Il film lascia intendere che il ritiro dalla corsa presidenziale sia stata anche motivata dalla volontà di  non esporre ulteriormente la famiglia (la moglie e la figlia) all’umiliazione di quello scandalo. Se ciò è vero, non resta che rendere omaggio all’uomo, che ha saputo sollevarsi con dignità dai suoi errori. In effetti Hart e la moglie vivono ancora insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CROCE E DELIZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 22:31
Titolo Originale: Croce e delizia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Simone Godano
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, PICOMEDIA E GROENLANDIA
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Gassman, Jasmine Trinca, Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano

Carlo è un vedovo cinquantenne, proprietario di una pescheria nella provincia laziale, che assieme ai due figli, la nuora e due nipoti, ha preso in affitto una casa sulla costa vicino Gaeta. L’appartamento è la dependance di una villa ampia e lussuosa, di proprietà di Tony, un divorziato sessantenne con due figlie, una nipotina e un burrascoso passato di infedeltà coniugali. Nascono subito le prime difficoltà e incomprensioni fra i due nuclei familiari così diversi come estrazione ma quella vacanza passata gomito a gomito è in realtà stata pianificata da Tony e Carlo. Debbono infatti annunciare alle rispettive famiglie che hanno deciso di unirsi tramite una unione civile e che la cerimonia avverrà fra tre settimane…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Se i figli si salvano per la loro generosità, i padri appaiono, egoisti e immaturi, portabandiera dell’ideologia dell’amicizia sessuata, secondo lo spirito della Grecia antica
Pubblico 
Maggiorenni
Per gli argomenti trattati
Giudizio Artistico 
 
Il regista Simone Godano riesce a imprimere un buon ritmo alla narrazione e i personaggi sono ben caratterizzati grazie agli ottimi dialoghi Qualche eccesso nel costruire situazioni caricaturali mentre la sottotraccia di un “film a tesi” non riesce sempre a restare celata
Testo Breve:

Due uomini sui cinquant’anni, uno vedovo, l’altro separato, comunicano ai loro figli che intendono aderire ai patti di unione civile, scatenando le più scomposte reazioni. Un film ben diretto e recitato, che tradisce però la sua struttura a tesi.

Diciamo subito due cose: che il film è ben realizzato e che, nonostante le apparenze, non parla di omosessualità.
Il regista Simone Godano ha saputo imprimere un buon ritmo al racconto, Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano hanno interpretato con particolare sensibilità i loro ruoli, anche perché sono stati ben diretti. Anche la colonna sonora è efficace nel commentare al momento giusto gli eventi che accadono.  La notizia, comunicata fin dall’inizio del film che, Tony e Carlo intendono sposarsi (cioè firmare una unione civile), ha l’effetto di un sasso gettato nello stagno e innesca sconvolgimenti nei componenti delle rispettive famiglie, mettendo a nudo incomprensioni, conflittualità  mai risolte. I dialoghi, ben costruiti (molti sono gli a tu per tu) riescono a far emergere in modo progressivo il profilo di personaggi che appaiono reali, si forma in questo modo un bassorilievo con più volti che appare più incisivo del simile, per collegialità di voci, ultimo lavoro di Muccino: A casa tutti bene. Questi pregi finiscono per contrasto, per evidenziare alcune debolezze, come la contrapposizione troppo macchiettistica fra la famiglia ricca e snob e quella spontanea e coatta e lo strano stop-and-go del racconto, dove dopo una scena-madre c’è una breve sequenza di raccordo a cui fa seguito  una nuova scena-madre.

Dicevamo prima che il film non parla di omosessualità ma di qualcos’altro. Una persona viene considerata omosessuale quando percepisce una attrazione dominante verso persone dello stesso sesso e l’omosessualità è da tempo il tema preferito del cinema occidentale tanto da tradire, in molti autori, un sorta di adeguamento passivo alla moda corrente: anche in film dove il tema non è di primo piano ma la storia prevede molti protagonisti, è obbligatorio che almeno un coppia sia omosessuale. Si è però recentemente sviluppata una nuova tendenza, dopo che per anni tanti film hanno evidenziato le discriminazioni a cui erano soggette le persone con questa inclinazione. Vinta ormai, in tutti i paesi occidentali, la battaglia per la pari dignità dei due tipi di unione, omo ed etero, si è passati alla fase successiva, dove persone con una normale inclinazione eterosessuale, possono esprimere le loro simpatie, attestare la loro amicizia verso un altro, anche sessualmente. . Il primo film in Italia con questa tendenza può essere individuato in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e ora questo Croce e delizia ne costituisce una continuazione ideologica. In entrambi i film i protagonisti sono persone che hanno relazioni con donne senza alcun problema (Carlo, vedovo, interpretato da Alessandro Gassmann ricorda che mai, in nessun momento, si è dimenticato della sua cara moglie). Nel primo una buona ’intesa fra studente e professore viene “arricchita” da un rapporto sessuale mentre nel secondo due ultracinquantenni, uno divorziato e l’altro vedovo (la storia è stata costruita in modo da evitare il tema dell’adulterio, com’era successo in Carol, dove la protagonista abbandonava marito e figlio per seguire la sua “amata”) hanno trovato, nella loro complementarietà, una intesa che si esprime anche in questo caso, tramite una relazione sessuale. In altri tempi, in altri contesti culturali, si sarebbe tranquillamente parlato di amicizia fra due uomini. Né si può parlare, in queste circostanze, di omosessualità ma più opportunamente di “amicizia sessuata”. E’ inutile sottolineare che, in entrambi i film, il principio ispiratore va cercato nell’antica civiltà greca. Per il primo si tratta di un caso classico di pederastia che trova l’approvazione dello stesso padre del ragazzo, perché ritiene che un legame “approfondito” anche sessualmente, possa essere utile alla formazione di suo figlio; nel secondo è uno dei protagonisti (la madre di Penelope, interpretata da Anna Galiena) a dichiarare che l’amore fra due uomini, nell’antica Grecia, era considerato più puro, perché libero dal vincolo della fecondità.

Tony  (Fabrizio Bentivoglio) resta un personaggio odioso dall’inizio alla fine del film: snob, narcisista, infedele, ha un approccio sereno rispetto alla vita solamente perché è una persona superficiale e irresponsabile.  Più articolato è il personaggio di Carlo (Alessandro Gassmann) che mostra una progressiva evoluzione: nelle prime sequenze, con le sue insicurezze, le sue nevrosi, sembra niente più che la classica caricatura di un omosessuale; verso metà film recupera la sua dignità di uomo, sapendo reagire a tono alle umiliazioni subite; nella parte finale recupera la sua capacità di essere padre e di porsi al servizio di chi è più giovane (in questo caso non verso suo figlio ma verso Penelope).

Proprio per questo, nonostante tutto l’impegno del regista e della sceneggiatrice, la relazione fra loro due appare poco credibile e tradisce la voglia di trasmettere un’’ideologia, quella dell” amicizia sessuata.  Due uomini sui cinquant’anni dovrebbero esser fieri di poter ancora esser utili ai loro figli, prendersi cura della formazione dei nipoti e questo dovrebbe costituire la forma primaria della loro felicità. Il fatto che pensino invece a cercare ancora insolite forme di amore tradisce il loro profondo egoismo e una grande immaturità.

Sul fronte dei figli, Penelope e Sandro sono le figure più belle, perché si interessano realmente dei destini dei loro padri e sapranno essere generosi nei loro confronti in un gioco di inversione delle parti, dove sono loro i saggi mentre i padri sembrano delle persone fragili e immature.

La frase più significatica, per comprendere l’atteggiamento che suggerisce il film, viene pronunciata dalla madre a Penelope, che la rimprovera di non aver mai reagito ai molti tradimenti del marito: “in fondo lui è tuo padre, non lo puoi cambiare: devi amarlo per quello che è”. Si tratta di una frase più desolante di quanto sembri in apparenza: noi siamo come monadi, imprigionati nel nostro io, siamo quello che siamo senza influenze reciproche, senza valori o beni da condividere, impossibilitati a trasformare e a migliorare noi stessi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/04/2019 - 17:53
Titolo Originale: Qu'est-ce qu'on a encore fait au bon Dieu?
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Philippe de Chauveron
Produzione: LES FILMS DU 24
Durata: 99
Interpreti: Christian Clavier, Chantal Lauby, Ary Abittan, Medi Sadoun, Frédéric Chau, Noom Diawara,

Nel primo film della serie avevamo visto Claude e Marie, una coppia alto borghese di cultura cattolica che vive nella campagna della Touraine rassegnarsi a vedere le loro quattro figlie sposate con uomini di origini e culture molto distanti dalla loro: un musulmano di origini algerine, Chao, un cinese ateo un ebreo e un senegalese. In questo secondo film si ritrovano ad affrontare una nuova prova: le quattro famiglie hanno deciso di trasferirsi nei rispettivi paesi di origine dei mariti, ma Claude e Marie non si perdono d’animo: escogitano un piano ed invitano i quattro generi a passare un weekend con loro senza le mogli. Intanto arrivano in Francia i loro consuoceri senegalesi per il matrimonio della loro unica femmina; non hanno ancora conosciuto il futuro marito e una grande sorpresa li attende...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori della famiglia, anche in caso di coppie miste, viene confermato in questo sequel ma il film dimostra di banalizzare il valore della fede, ponendolo alla strega di retaggio di tradizioni senza valore dei vari paesi
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessaria una certa maturità critica per decifrare il messaggio del film
Giudizio Artistico 
 
I due padri, Christian Clavier e Noom Diawara tengono alto, quasi da soli, la comicità del film. La sceneggiatura riesce ad a aggiungere ben poco rispetto al precedente lavoro
Testo Breve:

Questo sequel di un film francese di successo non riesce a essere originale rispetto al predentee, anzi peggiora alcuni difetti che erano latenti nella prima versione

Il primo film della serie è stato indubbiamente un grande successo di botteghino (12 milioni di spettatori): era stato capace di far ridere, costruendo una situazione paradossale, sul tema dei matrimoni misti che in Francia costituisce un fenomeno importante e a mettere alla berlina il pregiudizio razziale. Nel recensire il primo film avevamo già sottolineato, al di là del successo, la fragilità dell’impostazione. Niente a che vedere, con un altro grande successo che aveva affrontato ridendo un tema serio: quello dell’infermità (Quasi amici- FilmOro). Claude e Marie, ormai-nonni, hanno ben poco di cui lamentarsi: i quattro generi sono dei professionisti affermati, ben inseriti nella buona borghesia francese. Siamo lontani dai problemi delle banlieu parigine. Inoltre le frecciate contro le diverse culture erano state, nel primo film, molto bonarie, e ci si era limitati a ironizzare sull’attaccamento a certi costumi locali, dovuti per lo più alle tradizioni religiose (la circoncisione, il non mangiare maiale per ebrei e arabi, lo spirito commerciale e l’incapacità di sorridere dei cinesi).

Con queste deboli premesse, costruire un sequel diventava un’operazione delicata. Il secondo film si mantiene infatti ben attento a non deviare dalla strada maestra che ha attirato la simpatia del pubblico (nei pranzi domenicali che vedono tutta la grande famiglia riunita, si ripetono le prese in giro nei confronti dei cliché con cui sono identificati arabi, ebrei, cinesi) e non mancano alcuni comici giochi al malinteso, determinati dal timore per il terrorismo. Ma occorreva al contempo inventarsi qualche nuovo pretesto narrativo ed è qui che si manifesta la debolezza del film. I quattro generi decidono all’unisono di trasferirsi nei loro paesi di origine nell’aspettativa di nuove opportunità di lavoro, con grande sgomento da parte dei due nonni, che rischiano di trovarsi soli nella loro grande casa di campagna. L’evoluzione del racconto costituisce un’apologia della bellezza della Francia (con tanto di visita ai castelli della Loira) e un’esaltazione delle sue opportunità di lavoro, quindi un tema poco interessante al di fuori dei suoi confini ma ciò che soprattutto dispiace è la perdita della chimica all’interno delle coppie, presente nel primo film. Si può anzi dire che questo secondo sia caratterizzato da una certa misoginia: la decisione di andare all’estero viene presa dai soli mariti, con le mogli francesi che accettano acriticamente.

C’è un altro aspetto che peggiora in questo sequel ed è il valore che viene attribuito alla fede religiosa.Avevamo già visto nel precedente film che la religione non era altro che una componenente del folklore di un determinato paese, un pretesto per imbastire piacevoli feste comunitarie, come la messa di Natale o la cerimonia della circoncisione per gli ebrei. Adesso anche questo film si allinea sul tema più gettonato nel cinema contemporaneo: quello dell’omosessualità.  Se la figlia di Koffi è arrivata fino in Francia per potersi sposare con un’altra donna e se il padre è svenuto nell’apprendere la notizia, è giusto aspettarsi che il padre senta l’impegno di stare vicino a sua figlia, sempre e comunque, ma il film banalizza il problema, mostrando due ragazze vestite entrambe in bianco con tanto di velo che si presentano in municipio secondo un cerimoniale che vuole scimmiottare le tradizioni plurisecolari del matrimonio fra un uomo e una donna. A rincarare la dose, viene riproposto il personaggio del giovane parroco del luogo, che troviamo allegramente a ballare alla festa di nozze delle due sposine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PARANZA DEI BAMBINI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 17:43
Titolo Originale: La paranza dei bambini
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Claudio Giovannesi
Sceneggiatura: Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi
Durata: 110
Interpreti: Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano Del Balzo, Viviana Aprea, Pasquale Marotta, Aniello Arena, Renato Carpentieri

Nuovi giovani boss prendono il potere del quartiere Sanità di Napoli. Vivono come se avessero cinquanta anni ma il loro cuore e la loro mente ne ha solo quindici.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film, che non inventa ma registra un fenomeno reale, è un pugno allo stomaco davanti a ragazzi che conoscono solo il linguaggio delle armi e della sopraffazione, senza che nessuno prospetti loro vite alternative.
Pubblico 
Maggiorenni
Uso normale di droga, alcool e violenza mentre il sesso è suggerito, solo leggermente esplicito in una veloce scena.
Giudizio Artistico 
 
Film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza. Orso d’argento per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Berlino.
Testo Breve:

Un gruppo di adolescenti cerca di prendere il controllo del Rione Sanità perché crede di aver imparato la legge delle armi. Una storia sgradevole ma molto simile al vero

Le regole sono chiare: il potere è per chi sa gestirlo. Per chi ha armi e le sa usare, per chi sa stare al posto suo e non guarda in faccia il debole. Il lavoro e lo studio non sono il futuro per questi quindicenni che dell’amicizia e del rispetto sembrano aver capito tutto. Sfrecciano sugli scooter e vorrebbero entrare nei locali costosi ma non hanno i mezzi economici. Si chiamano con soprannomi Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò, quasi tutti tranne Nicola, il loro capo.

Sognano magliette sportive dispendiose, case kitsch che gridano i soldi che le hanno arredate e orologi costosi. Il presente è troppo difficile e Nicola vuole lavorare, così dice al boss del quartiere Lino Sarnataro, che ha sorpreso lui e i suoi coetanei a rubare orologi nel quartiere protetto da lui.

E se vuole lavorare Nicola, lo vogliono fare anche i suoi amici. Si muove sicuro Nicola, quando sniffa per la prima volta cocaina per saggiare quello che imparerà a tagliare e a vendere. Si muovono sicuri anche i suoi compagni, fieri della guida e del potere che stanno iniziando a guadagnare. Sono talmente fieri che appena il boss Sarnataro viene arrestato insieme ad altri durante la festa del matrimonio della figlia, Nicola non ha dubbi. Spetta a lui il dominio del quartiere. Trova la sua alleanza sempre con il figlio di un ex boss del quartiere e si appropriano, prima maldestramente, poi con ingenua veemenza, di Rione Sanità.

Scacciano i vecchi affiliati di Sarnataro, ricevono armi da un boss agli arresti domiciliari, e dominano.

Sono i soldi quelli che contano per loro. Quelli che non hanno mai avuti, quelli che nel passato li hanno costretti a vivere in pochi metri quadrati di casa, quelli che permettono loro di trascorrere feste notturne con donne. Eppure Nicola, sin dalla prima scena, non riesce a togliere gli occhi di dosso a Letizia, giovane pizzaiola che partecipa a concorsi di Miss Vesuvio. Si innamora, si perde nella sua prima, forse, esperienza d’amore. E contemporaneamente pensa e progetta come ottenere rispetto da quegli adulti che si ritrovano per la prima volta a negoziare con ragazzini armati.

Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini è un film inedito nel panorama italiano. La violenza del potere nei quartieri si veste dell’adolescenza, dell’impulsività decisionale, delle scaramucce per pacchetti di merendine utilizzati dai fratelli piccoli, della tenerezza di una madre giovane che sistema la nuova casa per il figlio. La regia di Claudio Giovannesi dimostra ancora una volta come le storie, anche quelle più ripugnanti, hanno un’umanità da codificare ma non da giudicare. I gesti degli adolescenti sono immorali, ma lo spettatore non li guarda dall’alto in basso. Spera in un’apertura alla speranza, in una vita che deve lottare e vincere sulla morte anche quando le pistole decidono chi merita di stare al mondo e chi no.

È un pugno allo stomaco La paranza dei bambini, che necessita di uno sguardo adulto e consapevole. La fotografia di Daniele Ciprì e le musiche originali accompagnano il film, evidenziandone la grandezza registica. Allo stesso tempo, se tutto è perfetto, dalla regia al cast, dalla fotografia alla musica, c’è qualcosa di lieve, nella seconda parte, che priva, per poche scene, il film della sua efficacia drammaturgica. La sceneggiatura rischia infatti di essere deterministica: i regali generosi al boss e il suo stupore conseguente, le armi lasciate ingenuamente nella grotta, la tracotanza dei nuovi boss quasi mai punita. Sono dettagli, lievi, per un film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THIS IS US (Stagione 3)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 20:08
Titolo Originale: This is us
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Dan Fogelman
Sceneggiatura: Dan Fogelman
Produzione: hode Island Ave. Productions, Zaftig Films, 20th Century Fox Television
Durata: 18 episodi di 40 minuti su Fox Life

Continuiamo a seguire, in questa terza stagione di This is us le vicende dei tre fratelli (due naturali: Kate e Nick e uno adottato: Randall, un afroamericano) nati da Jack e Rebecca, ma anche di questi ultimi continuiamo a ricevere informazioni, attraverso dei flash-back, per quel che riguarda la prima volta che si sono conosciuti. Nella terza stagione, Kate e Toby, ormai sposati, non riescono ad avere bambini a causa el sovrappeso di Kate. Decidono quindi di procedere alla fecondazione in vitro, nonostante siano stati informati dei rischi e delle probabilità molto basse che l’intervento abbia successo. Randall è ormai un professionista affermato, sente l’impegno morale di adottare anche lui una bambina e fa la sua proposta all’adolescente Deja, abbandonata da entrambi i genitori. Kevin si accorge di sapere ben poco del passato di suo padre Jack, morto nell’incendio della loro casa, soprattutto del periodo che lo ha visto coinvolto nella guerra in Vietnam. Viene così a scoprire che suo padre aveva un fratello, Nick, che era stato costretto, pur considerandosi un pacifista, ad andare in guerra secondo la logica del reclutamento per estrazione a sorte che veniva applicata a quei tempi. Jack, di fronte allo sconforto del fratello minore, aveva deciso di arruolarsi come volontario per non lasciarlo solo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial esalta ad ogni puntata il valore degli affetti familiari anche se evita di concepire l’amore come ragione ma solo l’amore-sentimento
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica potrebbe non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi, i litigi e poi le richieste di perdono fra familiari sono ben costruite ma alcuni personaggi tendono a venir definiti solo in base ai loro complessi.
Testo Breve:

La terza stagione continua a raccontare storie di famiglia che potrebbero accadere a tutti noi e lo fa ribadendo il valore assoluto e determinante, per la nostra felicità, dei valori familiari

Jack va dal suo medico curante e gli chiede di tenere in sordina alcune sue imperfezioni fisiche per potersi così arruolare e cercare di raggiungere il fratello in Vietnam. “Voglio stargli vicino: è in difficoltà. Voglio andare dove sta lui: è il mio fratellino. Il mio compito è prendermi cura di lui. Anzi, e’ il mio unico compito. Anni prima, vediamo Jack bambino in braccio al papà, intenti a guardare dai vetri della nursery il fratellino Nick, appena nato. In quell’occasione il padre gli dice “Tuo compito sarà prenderti cura del tuo fratello minore”.

Questo episodio, assieme a tanti altri presenti in questa terza stagione, mette ben in chiaro qual è il tema dominante che porta avanti il serial e che coinvolge indistintamente tutti i personaggi: i legami familiari sono al primo posto e le radici che ci siamo costituiti per nascita dai nostri genitori fanno parte della nostra essenza, di ciò che va assolutamente preservato o ricostituito, se è necessario. Ogni azione e ogni sacrificio è pienamente giustificato quando c’è da aiutare un fratello, un genitore, il coniuge, un figlio.
In altri episodi, che vedono coinvolti Randall e Kevin, viene loro detto che debbono sentirsi orgogliosi di somigliare ai loro padri. Si sviluppa in questo modo una vera e propria religione della famiglia, perché ciò che viene percepito come affetto familare ha valore assoluto al di sopra di tutti gli altri. In questo modo gli affetti familiari costituiscono una sana vocazione alla trascendenza rispetto agli egoismi personali ma non si tratta di trascendenza assoluta, di tipo religioso. Sono rivelatrici di questo atteggiamento gli episodi che raccontano, con toni drammatici, le difficoltà di Kate di restare incinta a causa del suo sovrappeso e la sua decisione di ricorrere alla fecondazione in vitro. I fratelli, la madre, sono contrari a causa dei rischi che l’operazione comporta. Il più diretto è Randall: val la pena correre dei rischi elevati, spendere migliaia di dollari, quando ci sono tanti ragazzi che aspettano di avere una famiglia?  La reazione di Kate è rabbiosa: lei vuole un figlio che abbia le fattezze di lei e di suo marito Toby. Desidera moltissimo avere un figlio suo e questo basta per chiudere il discorso. Randall e gli altri fratelli chiederanno poi scusa e faranno di tutto per aiutarla nel suo proposito. In questo episodio è chiarito cosa si intende per amore familiare: stare sempre vicino e sostenere la persona cara, anche se non si è d’accordo ed è sintomatico che non si cercano categorie di verità superiori che trascendano noi stessi (come sarebbe accaduto se Kate avesse optato per una adozione): conta solo ciò che si sente con forza nel proprio cuore. 
Questo atteggiamento ci porta vicino a un’altra peculiarità di questo serial che finisce per diventare un manifesto dell’emotivismo. Ciò che caratterizza i personaggi di questo serial è ciò che sentono, non ciò che pensano. Prima di tutto sono importanti gli affetti familiari ma però loro “sentono” tante altre cose: complessi dovuti al sovrappeso, instabilità emotive, malinconici ricordi del passato, la mancanza di radici familiari: sono tutte situazioni che influenzano, determinano il loro comportamento. Questa tendenza influenza anche lo stile del racconto, che scivola a volte nel patetismo. Unica significativa eccezione è Randall. Randall è una persona equilibrata, presente a se stesso, non ha vizi, riesce a vedere se stesso e gli altri con lucidità. Nel tentativo di convincere Deja di accettare l’adozione, si era preparato un bel discorso ricordandole che anche lui a sua volta era stato adottato; quando Kate aveva pensato di ricorrere alla fecondazione in vitro, come abbiamo già visto, Randall aveva cercato di farla riflettere sul valore superiore dell’adozione. In entrambi i casi la ragione aveva perso contro le emozioni. A questo punto Randall si era limitato a confermare il suo affetto per loro e, almeno nel primo caso, aveva vinto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CORRIERE - THE MULE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 19:10
Titolo Originale: The Mule
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Produzione: Warner Bros
Durata: 116
Interpreti: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Micheal Peña, Dianne Wiest, Andy Gargia, Laurence Fishburne

Un viaggio, lungo un’intera vita per riscoprire ciò che è più importante. Più della giustizia e del tempo, una lotta contro i propri limiti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“La famiglia è la cosa più importante. Non fate come me: ho anteposto il lavoro alla famiglia”. Si è disposti a qualsiasi cosa per il bene delle persone che amiamo. Purtroppo il protagonista lo comprende solo alla fine del suo percorso.
Pubblico 
Maggiorenni
Unica scena di nudo (inutile e fuori luogo) ma le tematiche trattate sono per un pubblico adulto.
Giudizio Artistico 
 
La regia di Clint Eastwood è unica ed inimitabile. Dirige maestosamente Bradley Cooper ed Andy Garcia.
Testo Breve:

Il solito personaggio di Clint Eastwood, scorbutico, reduce di guerra, razzista, che fa scelte sbagliate ma che sa anche pentirsi e chiedere perdono 

Il film racconta un fatto realmente accaduto riportato sul New York Times, l'assurdo episodio di un uomo novantenne del Michigan diventato corriere al servizio del narcotraffico.

Dopo il successo di Gran Torino (2008) Clint Eastwood ritorna in veste di attore e regista sul grande schermo con la collaborazione dello stesso sceneggiatore (Nick Schenk) per un altro, forse ultimo, film da ricordare.

Se Walt Kowalski era inizialmente chiuso alla vita, Stone si presenta esattamente l’opposto amando la vita e desiderando di godersela fino alla fine.

Unica sua devozione va alla coltivazione, cura e commercio di una particolarissima pianta, le emerocallidi che fioriscono un solo giorno all’anno con colori splendidi.

Per raggiungere tale perfezione e ricevere l’approvazione e il successo, il protagonista trascura moglie e figlia fino a dimenticare il matrimonio di quest’ultima. Per far fiorire le emerocallidi, fa sfiorire l’amore della sua famiglia.

"Non ho mai capito, perché dedicasti tutto il tuo tempo e i tuoi soldi a quei fiori?" "Adoro i fiori, i fiori sono unici…perché un giorno sbocciano e la storia è finita…si meritano sia tempo che impegno." "Anche la tua famiglia..."

Earl, da uomo determinato e sicuro di sé, reduce dalla guerra in Corea, si ritrova alla sua età vulnerabile e solo.

Dopo aver perso per colpa della tecnologia il lavoro che amava da tutta la vita, Stone ha per puro caso tra le mani la possibilità di riprendersi la casa e di riconquistare le attenzioni della sua famiglia contribuendo economicamente agli studi di sua nipote, l’unica che ancora gli rivolge la parola.

Con il suo pick-up ha viaggiato tanto raggiungendo 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. Per questo motivo risulterà per i narcotrafficanti il soggetto perfetto per muoversi inosservato e insospettabile agli occhi della DEA (Drug Enforcement Administration).  Gli agenti federali non sono percepiti come minaccia, fanno più che altro da contorno lasciando che il flusso narrativo si concentri sulle emozioni, sulla ricerca del perdono come solo Eastwood riesce a fare nelle sue storie di eroismo tragico e di redenzione.

Ogni corriere che Earl intraprende si allontana sempre di più dalla sua vecchia vita, guardandola dallo specchietto della sua auto nuova mentre canticchia canzoni sulla libertà (splendida la colonna sonora di Arturo Sandoval).

Sarcastico, irriverente, dissacrante ma con l’eleganza di un uomo d’altri tempi, il regista statunitense racconta il coraggio di chi scopre cosa è capace di fare solo alla fine del proprio percorso, ostentando la sicurezza audace chi non ha nulla da perdere.

Un uomo senza filtri, come egli stesso si definisce, aiuta automobilisti e motociclisti in panne non nascondendo i suoi pregiudizi, l’omofobia o il razzismo ma con il giusto equilibrio, uno stile beffardo e mai pesante concedendo allo spettatore risate imbarazzate a ogni appellativo utilizzato. Frequentatore accanito dell'AARP, l'associazione americana dei pensionati, che cerca di aiutare appena gli è possibile. Un “grinch” al contrario che ama piacere agli altri ma non alla propria famiglia.

“Pensavo che fosse più importante essere qualcuno là fuori invece del fallimento che ero a casa mia.”

Lo stesso Eastwood è il protagonista, raccontando un po’ di sé stesso recitando al fianco di Alison, figlia anche nella vita vera.

Come Marcel Proust, Stone è alla ricerca del tempo perduto, quello che ci rimane diventa così più prezioso di qualsiasi altra cosa. Un motivo per chi, come il protagonista, ha smarrito in tutti i sensi la strada di casa e sta cercando il modo per ritornarci anche se per un’ultima volta.

Eastwood batte ogni record con oltre 50 anni di carriera, di cui 30 da regista, confermandosi l’artista cinematografico vivente più completo. Nella sua carriera ha sempre sconfitto il male partendo dai western di Sergio Leone, raccontando la follia dei terroristi e dei criminali, ma anche il rapporto padre figlia, la resilienza, il coraggio e l’amore oltre ogni tempo.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRIMO RE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/07/2019 - 10:55
Titolo Originale: Il primo re
Paese: Italia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Produzione: Rai Cinema, Groenlandia, Gapbusters
Durata: 127
Interpreti: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi

La storia di Romolo e Remo come mai raccontata prima. Travolti, in senso non solo metaforico, da una valanga che cambierà per sempre il loro destino e quello del mondo intero.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Unico valore va attribuito al protagonista che fa davvero di tutto per mantenere la promessa fatta alla madre e proteggere costi quel che costi suo fratello
Pubblico 
Maggiorenni
Sebbene i giovani d’oggi siano abituati a film di guerra, gran parte delle scene sono molto violente e sanguinarie.
Giudizio Artistico 
 
Il film costituisce un vero spettacolo grazie alla magistrale fotografia di Daniele Crispì e all’ottima realizzazione delle sequenze in computer grafica. Il film inoltre conferma la bravura di Alessandro Borghi, recentemente molto apprezzato dalla critica anche per il suo ruolo come protagonista in Sulla mia pelle
Testo Breve:

La leggenda del primo re di Roma riproposta in un contesto  epico, violento e brutale. Un film d’autore originale e ambizioso, molto ben realizzato

753 A.C., regioni laziali. Due fratelli, orfani già da tenera età di entrambi i genitori, vengono travolti dopo l’inondazione del Tevere e fatti schiavi dalle genti di Alba.

Romolo e Remo, affiatati e inseparabili, escogitano un piano improvvisato per salvarsi, scatenando una rivolta, coinvolgendo gli altri prigionieri e riuscendo a fuggire.

Facendo loro schiava la vestale portatrice del fuoco sacro Remo si assicura, secondo lui, il volere degli dei; un sostegno indispensabile, proprio ora che per fuggire durante la sommossa è stato ferito gravemente.

Sebbene risulti agli occhi di tutti solo un peso viste le condizioni disperate del fratello, Remo lo difende costi quel che costi, sacrificandosi e portandolo in braccio, caccia per lui e dimostra chi è al suo seguito il suo coraggio, la sua intelligenza e il diritto di essere riconosciuto da tutti come capo.

Un lungo viaggio alla scoperta dei propri limiti, una sfida con sé stesso e contro i suoi nemici fino a quando il destino non gli mostra che dovrà scegliere tra il potere e l’amore per suo fratello.

Aspetti tecnici notevoli con un budget da 9 milioni di euro. Da valutare certamente un capolavoro considerando l’attuale scenario del cinema italiano. Girato completamente in esterni utilizzando prettamente luci naturali. Un vero spettacolo grazie alla magistrale fotografia di Daniele Crispì.

Alla base può sembrare semplicemente qualcosa di già visto e sentito. La storia mitologica più conosciuta da tutti gli italiani ma raccontata diversamente dai libri di scuola, per farci conoscere il lato più umano della vicenda.

Un’avventura terrena, in cui il divino si insinua tra il volere di due fratelli portandoli alla loro separazione. Non una semplice lotta del bene contro il male, del sacro e del profano ma semplicemente cosa l’amore spinge a fare, come sentimento più puro e nobile già dalla preistoria.

Niente a che fare con le sequenze eleganti di The Revenant, a cui si richiama per la cruda brutalità dei conflitti o del Gladiatore che celebrava l’antica gloria di Roma.

Il primo re è da considerare il film che segna l’inizio di qualcosa di nuovo in Italia. L’impossibile che diventa possibile. La più antica storia del mondo narrata con i mezzi moderni diventa una vicenda tutta nuova; senz’altro resa interessante grazie alla straordinaria interpretazione di Alessandro Borghi, recentemente molto apprezzato dalla critica per il suo ruolo come protagonista in Sulla mia pelle che ha  magistralmente raccontato la vicenda di Stefano Cucchi.

Nonostante ciò il film risulta essere, dopo i primi 20 minuti di conflitto e azioni rapidissime che si susseguono come quello stesso fiume che travolge i protagonisti, monotono e lento.

Probabilmente perché il contesto barbaro e la realistica brutalità delle scene si ripete per un’ora senza sosta, senza favorire nessuna identificazione particolare o lasciare un messaggio positivo allo spettatore.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ROMA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/31/2019 - 12:40
Titolo Originale: Roma
Paese: Messico, USA
Anno: 2018
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón
Produzione: Esperanto Filmoj, Participant Media
Durata: 135
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta

Roma narra la storia autobiografica del regista e premio Oscar Alfonso Cuaron. Cresciuto negli anni '70 durante i disordini studenteschi messicani, la sua famiglia viene colta da un evento improvviso che cambierà le loro vite.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La famiglia è al centro della storia. Sebbene una famiglia abbandonata dal padre ma molto unita
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Nonostante non ci siano scene di violenza, i lunghi piani sequenza e le difficoltà affrontate dalla protagonista possono essere comprese solo da un pubblico adulto. Una scena di nudo integrale (forse l’unica fuori contesto) più buffa che altro
Giudizio Artistico 
 
Nomination all’Oscar come migliore attrice protagonista Yalitza Aparicio, miglior film, miglior regista, miglior film straniero, sceneggiatura originale miglior attrice non protagonista (Yalitza Aparicio) fotografia, scenografia, montaggio e issaggio sonoro Un capolavoro indiscusso di fotografia
Testo Breve:

Negli anni settanta c'erano le nanny, che si dedicavano anima e corpo alla cura dei bambini che erano loro affidati dalla famiglia ospite. Il film è il racconto autobiografico del regista che ha voluto fare un omaggio alla sua nanny e alla sua capacità di amare

Di questo film se ne è parlato tanto, ancor prima della vittoria al Festival di Venezia, dei premi e dell’uscita nelle sale solo per pochi giorni. Girato con molti attori non professionisti, rappresenta una vera e propria svolta per la distribuzione (e non la produzione come pensano in tanti) affidata a Netflix solo in lingua originale. 
Già dai titoli di testa respiriamo aria retrò, con una secchiata d’acqua che scandisce il tempo che passa inesorabilmente, ma talvolta sembra non passare mai. 
Roma è un quartiere borghese di Città del Messico, paese d’origine del regista. Il personaggio di Cleo, ragazza indigena tuttofare, è basato sulla vera storia di Libo Rodríguez, alla quale il film è dedicato; la donna negli anni settanta ha vissuto con la famiglia del regista messicano.

Un tempo c’erano le Nanny, o da noi italiani chiamate le tate, che si dedicavano anima e corpo ad una famiglia, anche se non era quella d’origine. Niente ferie, nessuna privacy perché la loro casa diventa il luogo di lavoro. Da ragazzine si viene scelte, così come il bestiame, per una nuova vita, che il più delle volte resta quella definitiva.

Agli occhi dei bambini degli anni settanta la Nanny non è una signora delle pulizie né una balia, ma una vera e propria seconda mamma. È lei che sa cosa mangi, come ti addormenti e di cosa hai paura. Lei viene ad asciugarti le lacrime, lei quella che ti abbraccia quando ti fai male. 
Ed è per questo che Roma risveglia in molti di noi qualcosa che ci portiamo dentro, come una vecchia canzone che ci emoziona ogni volta che la risentiamo.

Un film sulle donne come non se ne vedevano da decenni. Sull’infinita capacità di amare, la forza di rialzarsi sempre, anche senza un compagno vicino. È un film sul vero significato della parola resilenza. L’uomo che abbandona la donna fuggendo dalle proprie responsabilità ne esce sconfitto, non è solo una questione di anni settanta. È un film che ha da insegnare tanto anche alle nuove generazioni considerando che, nonostante siamo nel 2019, la mancanza di rispetto per la donna viene ancora data per scontata e si assiste tutt’oggi a fenomeni di maschilismo, in troppi luoghi di lavoro in tutti i paesi, tutti i giorni. Non è un film femminista ma meriterebbe di esserlo poiché rappresenta la voce di chi non può parlare.

Per chi è amante del cinema inevitabile commuoversi davanti lo straordinario lavoro di regia. Catapultati in un film degli anni cinquanta, cullati dalla poesia delle lunghe sequenze, l’inquadratura fissa sul volto della protagonista nei momenti più delicati, la finezza del bianco e nero per raccontare il passato ma con la tecnologia del digitale di oggi. Una sequenza di fotografie da mostra, un incanto per gli occhi per coloro che cercano e sanno riconoscere la vera bellezza (e per chi sa pazientare 2 ore e 15 minuti non sono per tutti soprattutto se il film non viene visto in sala).

Lo straordinario montaggio che accompagna ‘un po’ all’antica’ lo spettatore, senza raccordi di sguardi forzati, ma con la sensibilità di chi ti suggerisce un punto di vista nuovo, il tutto raccolto in scelte di regia ricercate ed eleganti.
Cuarón firma lui stesso la sceneggiatura e definisce Roma il suo film più autobiografico (il 70 percento della scenografia viene dalla sua casa d’infanzia) confermandosi nuovamente un genio della creatività a dimostrazione del fatto che le radici fanno parte di noi, l’arte di saper raccontare con qualcosa che ci ha segnati è solo di pochi artisti.

Roma è un insieme di straordinari bianco neri, guerra e calma, pianto e gioia, uniti da un collante eccezionale che funziona nonostante l’assenza di musica.E per chi pensa che sia troppo pesante, la scena dell’insegnante di arti marziali dimostra come, agli occhi delle donne, forse la perfezione in un uomo non sia sempre affascinante. Così come la storia dell’evoluzione dell’auto di famiglia da simbolo di perfezione noiosa a oggetto di liberazione.

L’attenzione per i dettagli, la scena finale dove, grazie alla scelta del digitale in 6.5 mm ci sembra di essere noi stessi sulla spiaggia, i lunghi piani sequenza, la straordinaria interpretazione di Yalitza Aparicio e la magistrale fotografia fanno di Roma un capolavoro da Oscar.

Come già accaduto nel 2013 per Gravity quest’anno dieci le Nomination ricevute per gli Academy Award 2019: film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista, fotografia, film straniero, scenografia, montaggio e miglior sonoro. Già vincitore di due Golden Globe per miglior regia e film straniero Roma è secondo la critica (Time e Rolling Stone tra i tanti) il miglior film dell’anno. Cuarón regala un film non solo per le donne ma dedicato alle donne. Un viaggio indietro nel tempo ma con lo sguardo e la consapevolezza di oggi.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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