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Il film non fa parte di nessuna categoria

PARASITE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/03/2019 - 11:20
Titolo Originale: Gisaengchung
Paese: Corea del Sud
Anno: 2019
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho
Durata: Barunsun E&A
Interpreti: Song Kang-ho, Lee Sun-kyun, Cho Yeo-jeong, Choi Woo-shik

La famiglia Kim (padre, madre, una figlia, un figlio) vive di sussidi di disoccupazione, saltuari lavoretti e abita in un umido seminterrato. Il figlio Ki-woo ha però un piano; stampando documenti falsi, riesce a farsi assumere come tutore in inglese dell’adolescente Da-hye, figlia maggiore dell’agiata famiglia Park. La giovane signora Park appare molto alla mano e ingenua e così Ki-woo sviluppa un nuovo piano: con degli stratagemmi riesce a far passare per maestra di disegno sua sorella Ki-jung che può così intrattenere il piccolo e ipercinetico Da-song Park. Infine con metodi truffaldini, riesce a far licenziare l’autista e la domestica tuttofare, per far assumere rispettivamente suo padre e sua madre, senza però mai denunciare i legami di parentela che esistono fra di loro. L’inganno sembra perfetto ma qualcosa di imprevisto accade....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Chi, per cercar un lavoro usa l’inganno ai danni di persone povere come loro e chi immerso nel benessere, resta in balia del consumismo più futile
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente, una sequenza sensuale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista mostra grande padronanza del mezzo cinematografico, riuscendo a passare dalla commedia alla satira alla tragedia con un’ottima messa in scena. Ma il meccanismo narrativo, ben oliato, non mette in evidenza i risvolti umani
Testo Breve:

Un’intera famiglia che vive di espedienti riesce, con l’inganno, a farsi assumere al servizio di una ricca famiglia. Una commedia che sfocia in tragedia, ben costruita ma fredda

Dal Giappone era già arrivato di recente il ritratto di una famiglia molto povera ma ben affiatata, che viveva di furti e di altri sgradevoli espedienti : Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-Eda, vincitore a Cannes nel 2018. Ora, dalla Corea, vincitore allo stesso festival, nel 2019, arriva un’altra famiglia fortemente unita che vive in un misero seminterrato pieno di scarafaggi ma molto abile nel falsificare documenti, orchestare truffe per riuscire a  trovare un lavoro regolarmente pagato. Se  Hirokazu Kore-Eda raccontava i fatti con realismo, in questo film di  Bong Joon-ho è il tono della satira a prevalere sopratutto all’inizio, giocato sul forte contrasto sociale fra la famiglia Kim, che vive nel caos dei colorati bassifondi di Seul, impegnata sopratutto a sbarcare il lunario e la famigia Park, che abita in una casa fatta di ampi spazi, interni con mura uniformemente grigie, secondo le moderne tendenze di  un’architettura essenziale, occupata solo a inseguire  le curiosità dell’ultimo lusso. La prima parte del film, quando seguiamo la famiglia Kim che moltiplica le sue arguzie per compiere la sua scalata sociale, è divertente e brillante ma si innesca ben presto una spirale negativa che sembra inarrestaile: per raggingere i suoi obiettivi, i Kim debbono orchestare crudeli menzogne contro l’autista e la governante, sfruttando l’insensibiltà umana dei coniugi Park. Si tratta di una spirale in discesa che non si arresta più e l’armonia della costruzione si spezza progressivamente fino al caos più incontrollato e alla violenza splatter.  

Alla fine delle più di due ore del film, si ammira la perfetta padronanza della narrazione di Bong Joon-ho, capace di passare con disinvoltura dalla satira alla commedia alla tragedia, con momenti veramente spassosi, ma si tratta pur sempre di un meccanismo. Sopratutto nella scena finale, dove tutto precipita e c’è un eccesso di violenza, ci appare chiaro che l’autore, più che esser interessato a farci conoscere l’evoluzione umana dei personaggi coinvolti, si è impegnato a costruire un castello di Lego, salvo poi divertirsi a distruggerlo. Quasi un finale simbolico per quella società cinica e materialista che ha voluto rappresentare.

Per questo motivo abbiamo apprezzato di più l’altro recente film coreano, Burning – L’amore brucia che si concentrava sull’evoluzione dei personaggi e aveva dei sinceri momenti di crepuscolare malinconia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOWNTON ABBEY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 08:58
Titolo Originale: Doenton Abbey
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Michael Engler
Sceneggiatura: Julian Fellowes
Produzione: Carnival Film & Television
Durata: 122
Interpreti: Maggie Smith, Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Allen Leech, Elizabeth McGovern, Imelda Staunton,

Nel 1927 il castello di Downton Abbey nello Yorkshire è ancora abitato dal conte Robert Crawley e dalla sua moglie americana Cora ma la conduzione della dimora è passata alla primogenita Mary e al cognato Tom Bransom. Di buon mattino arriva una lettera direttamente dal Royal Palace di Londra: il re George V e sua moglie Mary verranno in visita e soggiorneranno presso i Crawley per una cena e una nottata. Tutta Downton Abbey è in subbuglio: i piani alti sono molto preoccupati e cercano di appianare certi dissapori all’interno della famiglia mentre ai piani bassi la servitù non sta più nella gioia: serviranno il re e la regina! Mary ritiene opportuno richiamare in servizio, per l’occasione, il vecchio maggiordomo Charles Carson ma si tratta di una precauzione inutile: arriva a Downton lo staff della casa reale che ha l’intenzione di sostituire tutti i domestici del castello. Intanto la nonna Lady Violet ha un altro problema da risolvere: arriverà per l’occasione anche la dama di compagnia della regina, Lady Bagshaw, verso la quale non si sono mai spenti i dissapori riguardo all’assegnazione in eredità di un palazzo nobiliare di proprietà della Bagshaw…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti, signori e servi, hanno un nobile animo oppure sanno riconoscere i propri errori
Pubblico 
Adolescenti
Alcune affettuosità fra omosessuali
Giudizio Artistico 
 
Vengono confermate in questo film tutte le qualità del serial: ottima recitazione (ma Maggie Smith nella parte di Violet è impagabile), buona sceneggiatura e grande cura nei costumi e nelle ambientazion
Testo Breve:

Il conte Robert Crawley di Downton Abbey riceve un’importante notizia: il re e la regina verranno in visita al castello. La servitù si mobilita mentre al piano di sopra si cerca di appianare qualsia controversia prima dell’arrivo del re. Il film conferma in pieno il successo della serie.

La serie TV Downton Abbey è durata sei stagioni, l’ultima nel  2016 in Italia. Ha avuto l'audience più alto di tutti i tempi, 3 Golden Globes, 69 candidature agli Emmy, vincendo 15 premi.

Con questo paniere di medaglie la decisione di realizzare una versione per il grande schermo deve esser stata molto naturale: si sarebbe potuto contare sulla fedeltà di una folla di fans e oltretutto la presenza di tutti i principali attori che dopo tante puntate si sarebbero mossi su binari ben collaudati e  la sceneggiatura  scritta da Julian Fellowes lo stesso ideatore della serie, non avrebbe offerto il fianco ad alcun rischio. Ovviamente realizzare un film è un’altra cosa e da questo punto di vista gli spettatori vengono ampiamente ripagati: la cura nei vestiti d’epoca, nelle suppellettili, nelle riprese lungo le strade della cittadina è elevatissima e Highclere Castle che “recita la parte” del castello di Downton Abbey, fa la sua bella figura grazie alle ampie panoramiche aeree realizzate con dei droni.

Dopo un ampio capitolo introduttivo per ambientare chi non è avvezzo alla serie, gli eventi si sviluppano, come di consueto, su due piani: quello della servitù, che si sentirebbe onorata di svolgere il proprio servizio in presenza dei reali e organizza una congiura per rendere innocuo lo staff reale che è arrivato direttamente da Londra, e quello ai piani superiori dove si cerca di appianare ogni contrasto che risulterebbe inopportuno in presenza dei reali. Su entrambi i livelli intanto continuano o si sviluppano, nuove intese amorose. Chi già conosce la serie si trova di fronte a una piacevole conferma. Chi non l’ha mai vista, non può che apprezzare l’alta professionalità di tutti i protagonisti e la piacevolezza dei rapporti fra gli abitanti del castello, dove i contrasti non superano mai certi livelli ma sono affrontati con molta ironia inglese.

E’ inevitabile domandarsi il perché di tanto successo intorno a questa storia anche se bisogna ammetterlo, l’audience è stata soprattutto televisiva, in un’epoca dove le persone davanti alla TV erano per lo più di fascia medio-alta, situazione poi sconvolta dall’arrivo delle piattaforme in streaming.

Una prima risposta, più tecnica, riguarda il fatto che anche questo è un serial di “contesto” che ha sempre un certo successo. I personaggi si muovono nell’interno di un’ambientazione chiusa, molto ben descritta anche nei dettagli più tecnici  e ciò consente allo spettatore di restare molto focalizzato sulla storia, di “sentirsi dentro” ciò che accade. E’ il caso di successi come IER, The West Wing, The Newsroom, House of Cards, dove “il come si vive” (in ospedale, nel tavolo ovale del presidente,..) è molto ben dettagliato.

Ovviamente in questo Downton Abbey c’è molto di più. Ci sono delle situazioni che potrebbero apparire incredibili se non surreali: l’opera presenta una pattuglia numerosa di domestici che non si ribellano, anzi si sentono onorati di fare bene il loro mestiere, in un’epoca dove i movimenti socialisti erano nel pieno del loro sviluppo; una nobiltà che pur vivendo negli agi non si vizia e non considera (comportamento storicamente molto comprensibile) i domestici come una classe inferiore. Lo sceneggiatore sembra percepire in questo film, l’a-storicità del quadro sociale che presenta e inserisce alcune annotazioni ai margini della storia (una domestica che parla di comunismo, un repubblicano che tenta un attentato al re, un omosessuale che si domanda quando verrà il tempo nel quale potrà mostrare apertamente la sua inclinazione) che però non riescono a deviare la navigazione dell’ormai collaudato mainstream.  La risposta può essere questa: Downton Abbey (serie o film che sia) esalta la nobiltà d’animo dell’uomo, in qualsiasi classe si mostri. In quest’opera i personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è remissiva e i nobili non sono né padroni né egoisti. Ognuno si sforza di fare la cosa giusta e ognuno è trattato con rispetto proprio per questo. Non ci sono stereotipi.

Un altro tema portante è quello della tradizione: gli inglesi hanno giusti motivi per esser orgogliosi della propria monarchia, genuina espressione dello spirito della nazione (c’è qualcuno che ha scritto qualcosa di simile sull’Italia di Vittorio Emanuele III e l’emozione del tempo di sentirsi italiano?) ma se la serie ha avuto successo in tanti altri paesi è perché tutti noi comprendiamo bene il valore della conservazione delle nostre radici. E’ un tema che viene affrontato da Mary, la figlia del conte incaricata dell’amministrazione del castello, lei sente che i tempi stanno cambiando e si domanda se non sia il caso di abbandonare una struttura così complessa da tenere in piedi. La risposta è più morale che pratica e viene dalla nonna Violet: non si può abbandonare Downton Abbey, perché ha un senso di vita per loro, per i domestici e per tutta la contrada.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MALEFICENT SIGNORA DEL MALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 08:35
Titolo Originale: Maleficent: Mistress of Evil
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Joachim Rønning
Sceneggiatura: Linda Woolverton, Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Produzione: Walt Disney Pictures, Roth Films
Durata: 118
Interpreti: Angelina Jolie, Elle Fanning, Michelle Pfeiffer, Sam Riley, Harris Dickinson

Sono ormai passati sei anni da quando Aurora (quindi ora ha 22 anni) si era risvegliata dal suo sonno malefico ed era stata nominata regina della brughiera quando scopriamo subito una grossa novità: Filippo chiede di sposarla e lei accetta. L’iniziativa è stata caldeggiata dal padre di Filippo, re Giovanni (solo diplomaticamente accettata anche da sua madre, la regina Ingrid), perché vede questo matrimonio come l’occasione per riconciliare finalmente i due regni. Malefica non accetta di buon grado questa notizia perché non si fida degli uomini ma poi, per amore di Aurora, accetta l’invito a pranzo al castello fatto dai prossimi consuoceri. Sono ancora vive le ferite del recente passato e nasce subito un forte contrasto fra la regina e Malefica che infuriata, decide di andarsene. Nella confusione che si viene a creare, il re Giovanni cade a terra, colpito da un maleficio. La maggiore imputata è inevitabilmente Malefica e Aurora decide di restare a palazzo, rompendo così il forte legame che si era instaurato con la matrigna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Su due popoli diversi per natura e sui quali pesa la memoria di troppi contrasti passati, c’è chi si batte, a dispetto di tutto, per una pacifica convivenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena crudele e le violente battaglie (in USA: PG)
Giudizio Artistico 
 
Di ottima qualità, come sempre, la Computer Grafica ma il contesto che ha dato origine alla famosa favola è stato trasfigurato per un’altra storia, molto più simile a Il Trono di spade
Testo Breve:

Finalmente Filippo si decide a chiedere la mano di Aurora, che accetta. Ma Malefica non si fida degli uomini e ha ragione. Il contesto della favola originale si è ormai trasformato in un grandioso campo di battaglia

In questo sequel, rispetto al primo Maleficent, ci sono delle conferme e delle novità.

La conferma è che gli uomini continuano a contare meno di zero. Già nel film capostipite, al principe Filippo era stata concessa una breve apparizione e con la sua aria da cascamorto non era stato neanche capace di  risvegliare Aurora con il suo bacio; ora nel nuovo film si limita a ripetere ossessivamente  che ama Aurora come se stesso ma poco di più (gli è andata ancora bene, perché in Frozen il principe azzurro era addirittura il cattivo di turno). In questa Maleficent 2 l’avversario non è più il re (che viene fatto subito addormentare per toglierlo di scena) ma la regina Ingrid (Michelle Pfeiffer), seguace della più rigida ragion di stato.

La novità è che la storia ha ben poco ormai a che fare con la favola originale: il contesto viene mantenuto (la brughiera animata da esseri fatati, il castello, sede degli umani) ma viene impiegato solo come sfondo per sviluppare una viscerale, irriducibile rivalità fra gli uomini e le creature fatate. L’interesse si sposta nello scoprire se alla fine vinceranno i fautori della pace fra i popoli e quelli che propugnano una guerra finale che elimini l’avversario. E’ molto probabile che la genesi di una tale scelta vada imputata all’influenza del successo di Il trono di spade. Un terzo del film, la parte finale, è una grandiosa battaglia intorno al castello, fra gli uomini e delle creature alate e quando vediamo una sorta di drago gigantesco che con un colpo d’ala abbatte una torre, sembra proprio di esser tornati alla sequenza finale del famoso serial TV. Anche quando vediamo la principessa Aurora che avanza sicura avendo alle spalle un gigantesco dragone, ci domandiamo se abbiamo cambiato canale.

Il precedente Maleficent aveva già abbandonato l’idea di una favola per i più piccoli come lo era stato l’originale cartone del 1959, costruendo una storia piena di livori e spirito di vendetta; ora in questa seconda puntata la dose viene rincarata (e si guadagna un PG -Parent Guided- in U.S.A.): ci sono più combattimenti, più morti ma soprattutto c’è una deliziosa piccola fata dei boschi che viene uccisa solo per sperimentare un nuovo veleno: una scena assolutamente insostenibile per i più piccoli.

Il personaggio di Malefica resta quello più riuscito, non solo per il suo look (corna, ali, zigomi sporgenti) ma per quel suo carattere ambiguo, sicuramente con una vocazione alla maternità, ma quando le vengono i cinque minuti….Questa volta  però non è più lei la protagonista, molti attori si muovono intorno a questa guerra interrazziale e la sua recitazione non è più smagliante come nel primo film. Anche il personaggio della regina Ingrid impersonato da Michelle Pfeiffer è poco interessante: molto semplicemente è una cattiva che più cattiva non si può.

In conclusione, è vero che questo sequel voleva ribadire il principio del womam power (fanno tutto le donne) ma in realtà tutto sembra impoverito per far risaltare la grandiosa battaglia finale. Ma è troppo poco

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PANAMA PAPERS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/22/2019 - 16:49
Titolo Originale: The Laundromat
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Anonymous Content, Grey Matter Productions, Topic Studios, Sugar23
Durata: 96 su NETFLIX
Interpreti: Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas

Una coppia di pensionati si concede una gita in battello sul lago George (New York) ma un’onda anomala capovolge l’imbarcazione e mentre lei. Ellen, si salva, il marito muore annegato. La compagnia che gestisce quelle gite turistiche contatta la società di assicurazione con la quale aveva stipulato una polizza contro gli infortuni ma riceve pessime notizie: la loro cartella assicurativa è stata ceduta da una società all’altra, in un gioco di scatole cinesi, fino all’ultima, che ha l’indirizzo in una dei noti paradisi fiscali e il cui proprietario è stato arrestato per frode. Ellen non si dà per vinta e inizia a risalire la catene delle società fittizie, i cui proprietari sono solo dei prestanome, fino ad arrivare a Panama, alla società Mossack Fonseca, che manovra la piramide di queste società di carta….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film denuncia con toni accorati lo scandalo delle evasioni fiscali accadute di recente non solo negli Stati Uniti ma in altri paesi del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Occorre comprendere il valore dell'economia. Situazioni squallide di imbrogli e tradimenti
Giudizio Artistico 
 
Davis Soderbergh impiega, anche questa volta, uno stile tutto suo per dire, scherzando, cose molto serie, anche se la struttura a episodi finisce per far perdere compattezza al racconto
Testo Breve:

David Soderbergh ha scelto una chiave ironica e quasi favolistica per farci conoscere i Panama Papers, uno dei più grossi scandali che hanno mostrato la pratica dell’utilizzo dei paradisi fiscali per eludere le tasse da parte di tante persone  ricche ma anche di tanti rispettabili politici

Per nostra fortuna sono tanti i registi che hanno deciso di denunciare sul grande come sul piccolo schermo la fragilità del sistema finanziario e fiscale del mondo occidentale e se gli altri si sono concentrati finora sulla crisi finanziaria del 2008 (Too big to fail, Margin Call, Inside job, The Corporation, La frode, La grande scommessa) Soderbergh ci fa conoscere uno scandalo meno noto, quello dei Panama Papers del 2016 che svelò una catena di aziende-guscio collocate in paradisi fiscali per evadere le tasse da parte di uomini politici, finanzieri o semplicemente persone ricche. L’impresa di questi registi e sceneggiatori, anche se altamente meritevole, non è mai stata facile: occorre superare la montagna di sigle che celano complessi tecnicismi finanziari e in molte di queste opere ci sono come delle pause, delle parentesi che vengono aperte per mostrare, magari con simpatiche analogie, il significato di certe sigle. Ora Soderbergh, da sempre interessato alla denuncia civile (Effetti collaterali, Contagion, Erin Bronckovich,..) e con uno stile sempre originale, ha scelto la via della “favola reale”, facendo parlare, fin dall’inizio proprio Mossack (Gary Olman) e Fonseca (Antonio Banderas) i quali ci conducono in un mondo magico , dove non è più applicato il sistema del baratto  (io ho una mucca e tu mi dai delle pecore) ma si usa  “un pezzo di carta con delle parole o immagini di persone potenti e che promettono un valore”, lo stesso dicasi della parola magica “credito”, che  è solo “il tempo futuro della lingua del denaro”. Con questo tono leggero i due uomini, sempre vestiti con abiti eleganti, come si addice al loro successo, sviluppano la parte più didascalica della storia, raccontandoci di isole fantastiche (i paradisi fiscali) e che “la differenza fra evasione fiscale ed elusione fiscale è sottile come le mura di una prigione”. In parallelo seguiamo il problema nella prospettiva di chi è stato vittima di questi imbrogli e la bravissima Meryl Streep svolge più di una parte ma soprattutto quella di una donna semplice, incompetente sulle questioni finanziarie ma  dotata di ferma determinazione per andare fino in fondo nella questione.

Oltre alla storia di Ellen, vengono inseriti nel racconto altri sub-plot che ci pongono nella prospettiva di chi si arricchisce gestendo o usufruendo dei titoli di queste società fittizie. Si tratta di personaggi squallidi (uno ha due mogli, l’altro  tradisce la sua con l’amica della figlia), uno residente nell’isola di Nevis, un paradiso fiscale,  l’altro un ricco possidente che compra il silenzio di sua figlia  vendendogli le azioni di una di queste società fantasma. Sono questi due episodi a destare la maggiore perplessità: sono come due novelle ben raccontate, attinenti al tema delle società di carta ma di fatto sono sganciate dal mainstream. Sconvolgente infine  il terzo episodio, che vede pubblici ufficiali cinesi occuparsi di imprigionare e uccidere gli indesiderati politici. Strano che la Cina non abbia sporto denuncia.

Dobbiamo ringraziare Soderbergh per averci sensibilizzato, ancora una volta, sulla scarsità  dei controlli fiscali che fanno sì che i ricchi diventino  più ricchi (“quando, o Signore,  i miti finiranno per ereditare la terra?” chiede Ellen in preghiera) ma spiace che non abbia evidenziato un aspetto molto positivo di questa losca faccenda. Quando una talpa, che è rimasta sconosciuta, rivelò tutti gli imbrogli di Mossak Fonseca, è nata la più grande collaborazione fra giornalisti avvenuta nella storia. Ha impegnato più di 350 reporter in 80 nazioni, coordinati dall’International Consortium of Investigation Journalist. I risultati pubblicati di questa indagine hanno vinto il premio Pulitzer del 2016 e il risultato di questo lavoro è stata la scoperta di 214.000 società offshore che provocò le dimissioni dell’allora primo ministro islandese e del primo ministro pakistano e venne citato il padre del primo ministro inglese David Cameron.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SE MI VUOI BENE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/16/2019 - 09:21
Titolo Originale: Se mi vuoi bene
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Herbert Simone Paragnani, Mauro Uzzeo, Martino Coli
Produzione: Eliseo Cinema
Durata: 100
Interpreti: Claudio Bisio, Sergio Rubini, Flavio Insinna, Lucia Ocone, Maria Amelia Monti, Dino Abbrescia, Susy Laude, Lorena Cacciatore, Elena Santarelli

L’avvocato Diego è depresso. Parenti e amici sono troppo indaffarati per occuparsi di lui. Dopo un suicidio fallito, entra in una locanda con uno strano nome: “Chiacchiere”, dove viene accolto da Massimiliano, il “commerciante di chiacchiere” e da Edoardo, un aspirante attore che non ha niente da fare perché non viene mai scritturato. Massimiliano è un po’ filosofo: gli spiega che il migliore modo di risolvere i propri problemi è quello di occuparsi degli altri. Diego si convince: con ‘aiuto dei suoi due nuovi amici, decide di fare del bene ai suoi parenti e amici. Per sua madre Olivia, divorziata, riesce a organizzare una cena a un ristorante dove sa che lei potrà trovare una sua vecchia fiamma; per suo padre Paolo, un tempo un tennista della nazionale, organizza una rivincita contro colui che gli fece perdere il titolo, tanti anni prima. Con simili stratagemmi riesce a regalare un momento di speranza e di serenità a suo fratello Alessandro, un artista incompreso, a sua figlia Laura, che è una workalcoholica, alla ex moglie Giulia, che gestisce una libreria sempre vuota, ai suoi amici Luca e Simona, una coppia litigarella i che non riesce a comprendere che il loro è vero amore. Non può neanche fare a meno di aiutare Loredana, una mamma single sua amica da sempre, desiderosa di trovare un uomo che si possa prendere cura di lei e di sua figlia. Tutte le sue iniziative sembrano avere successo ma c’è il rischio che abbia combinato più guai di quanti ne sia riusciti a risolvere…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esordisce sottolineando l’importanza del fare del bene ma poi confonde il fare del bene con il fare contento qualcuno (tranne in un caso) e i mezzi adottati non possono definirsi un "bene"
Pubblico 
Adolescenti
Alcune battute sessualmente esplicite
Giudizio Artistico 
 
Il regista-sceneggiatore conferma la sua verve leggera ma sorvola con ironia e un certo cinismo su un tema che si prospetta importante e scivola troppo spesso nella tentazione della battutra volgare
Testo Breve:

Diego è depresso ma l’esercente di uno strano negozio dove si “vendono chiacchiere” lo convince a impegnarsi a fare del bene a tutti i suoi cari e amici. Si ride con leggerezza e con un po’ di volgarità ma il concetto di cosa sia il vero bene non è chiarito

“La febbre è la malattia più simpatica del mondo, quando il termometro segna 37,5 hai la giustificazione perfetta per non andare a scuola o al lavoro. La febbre odora di piccata dei nonni, di vix vaporub, di carta dei fumetti, di finestra con il formaggino, la febbre è la malattia più simpatica del mondo…” esordisce così il protagonista Diego (Claudio Bisio) guardando direttamente negli occhi gli spettatori in sala è lui la voce fuori campo che ci guida lungo tutto il film. Sono pensieri arguti che probabilmente sono già presenti nel libro da cui è tratto questo film, scritto dallo stesso regista Fausto Brizzi. In effetti, oltre a tante battute scoppiettanti, c‘è anche molta letteratura fra le conversazioni che si intrecciano, una tendenza facilitata dal fatto che lo stesso Massimiliano  (Sergio Rubini) si atteggia a filosofo: “le cose che non funzionano bisogna accettarle così come sono”; “per aggiustare le cose ci vuole amore, cura e attenzione”, ““le chiacchiere non invecchiano: esistono solo nel momento in cui le pronunci ma  se dette al momento giusto ti possono salvare la vita” e così via, che danno ugualmente al film un tono ironico come era nelle intenzioni dell’autore, ma  le riflessioni di cui è cosparso il film sembrano più adatte a una buona composizione sulla pagina stampata che in celluloide.

C’è però una frase di Massimiliano che da sola vale tutto il film: “non basta voler bene: fare del bene è un’altra cosa” . E’ la massima che realmente trasforma Diego, che cessa di considerarsi depresso e di colpo si trova con una missione da compiere. Diego sbaglia subito, perché confonde il “fare bene a qualcuno” con il “farlo contento” e il film evidenzia molto bene la falsità di questo approccio, che crea più guai di quanti riesca a risolverli. Solo con sua figlia riesce ad avere successo, proprio perché con lei, non costruisce una situazione falsamente consolatoria, ma le fa ritornare alla memoria qualcosa di vero: i suoi sogni di quando era bambina. Si arriva però a un limite oltre il quale il “fare del bene” non riesce a progredire, perché si scontra con una certa filosofia di vita che l’autore ha già manifestato in altri film. Prima di tutto il carpe diem (Notte prima degli esami) che sottende una sfiducia di fondo nelle capacità progettuali dell’essere umano e un certo fatalismo sugli accadimenti della vita (“quella sera sul Titanic ci sarà stata una signora che non ha ordinato il dolce e non si è presa una congestione ma poi a cosa è servito? E’ affondata come tutti gli altri”) Ne consegue che se non resta che cogliere l’attimo, la cosa più importante è il sesso (Come è bello far l’amore) mentre l’impegno per una fedeltà coniugale risulta quasi impossibile (maschi contro femmine). Sono atteggiamenti che ritroviamo tutti. Sono tutti atteggiamenti che ritroviamo puntualmente in questo film man mano che si dipanano i sette casi difficili che Diego deve affrontare ma non entriamo in altri dettagli per evitare lo spoiler.

Alla fine si tratta di un film contraddittorio: parte bene con un proposito di alto valore ma poi la conclusione è che il bene vero non si può fare: bisogna accontentarsi e comprendere lo status quo.

Ci sono molte battute spiritose e scoppiettanti nel film ma non si riesce ad evitare, in alcune situazioni, che si cada nel cattivo gusto, come il personaggio della la madre di Diego, divorziata, assatanata di sesso ed esplicita nel linguaggio o la frase pronunciata da Giulia, la sua ex moglie: “Dio onnipotente ed eterno, grazie per aver inventato il divorzio: amen”.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AD ASTRA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/11/2019 - 15:52
Titolo Originale: Ad Astra
Paese: USA, BRASILE, CINA
Anno: 2019
Regia: James Gra
Sceneggiatura: James Gray, Ethan Gross
Produzione: Regency Enterprises, Plan B Entertainment, Keep Your Head, RT Features, MadRiver Pictures
Durata: 124
Interpreti: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, • Liv Tyler:

Il maggiore Roy McBridge porta un cognome importante: su padre Clifford è un famoso astronauta che si trova attualmente sul pianeta Nettuno per indagare sull’esistenza di altri esseri viventi nel sistema solare. Ma è proprio da Nettuno che stanno arrivando misteriosi picchi di energia che minacciano la vita sulla terra e Roy viene incaricato dallo Stato Maggiore di recarsi alla base sotterranea di Marte (quindi protetta dalle radiazioni) per stabilire un contatto con suo padre che si trova nello spazio da ormai sedici anni e si teme che non sia più in vita...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si pone alla ricerca di un padre che forse ha smarrito il significato del suo esistere, desideroso di riportarlo a casa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore James Gray riesce a renderci la suggestione della navigazione fra i pianeti del sistema solare ma i risvolti umani della storia restano come soffocati, diluiti proprio dalla vastità degli spazi
Testo Breve:

L’astronauta Roy parte alla volta del pianeta Nettuno per ritrovare suo padre, di cui da tempo non ha più notizie. Un viaggio nel sistema solare che è anche un cammino interiore, alla ricerca di se stesso e al recupero degli affetti familiari. Un film ambizioso riuscito a metà.

L’apertura allo spazio infinito si riverbera nell’intimità del cuore umano. Dai tempi di 2001 Odissea nello spazio, è questo il fascino che ci hanno regalato i film che si sono proiettati in un futuro dove  l’esplorazione dello spazio è considerato un fatto compiuto ( Gravity, Interstellar, Lost in space, Sopravvissuto – The Martian,…). In questo film diretto e sceneggiato da James Gray  si alternano il nero profondo dello spazio ai primi piani di Roy (Brad Pitt) che riflette su se stesso e cerca di comprendere ciò che sente realmente in quest’avventura che dopo sedici anni lo sta riavvicinando al padre. E’ il vuoto che ha dentro di sè (sente di non sentire) che lo angoscia.ma il suo dilemma è rigorosamente gestito in solitudine perché i suoi rapporti sono solo quelli strettamente professionali con i componenti dell’equipaggio oppure sono frutto della sua memoria e rivede sua moglie, una sbiadita icona silenziosa. A rendere più acuto il suo disagio, è costretto  periodicamente sottomettersi a un check sul suo stato psicologico (evidentemente nel futuro si farà così) e ciò lo costringe a ostentare calma e sicurezza tenendo per sé tutte le sue domande senza risposta. Lo stesso rapporto con il padre è ambiguo: nutre per lui una sincera ammirazione per le sue prodezze e sa di somigliargli molto: condividono lo stesso sangue freddo nelle situazioni rischiose e la passione per l’esplorazione dello spazio. Al contempo ha un atteggiamento meno radicale: se Roy resta legato al pianeta terra e alle dolcezze che lo invitano a tornare (il ricordo della moglie), Clifford ha fatto della sua missione spaziale un credo assoluto per la quale vivere e morire. Questi nodi nel loro rapporto spingono Roy a superare ogni ostacolo (e ce ne saranno molti) per raggiungere Nettuno: è proprio nel ritrovare il padre e nel confrontarsi con lui che Roy spera di ritrovare se stesso.

Ad Astra è un film complesso e parzialmente riuscito. Ci troviamo Kubrick, Malik e il Conrad di Cuore di tenebra. Le sequenze nello spazio e all’interno delle astronavi sono molto belle e curate nei dettagli (frutto delle consulenze ricevute dalla NASA, dalla Jet Propulsion Laboratory e dalla SpaceX) ma quando poi vediamo Roy nella sua tuta spaziale, prendere una lamina divelta dall’astronave per avanzare usandola come scudo contro le pietre che formano l’anello di Saturno, non possiamo che rimpiangere il rigore delle immagini di Kubrik. Al contempo tutto il film è guidato da una voce fuori campo, espressione dei moti interiori di Roy che ricorda molto le riflessioni di The Tree of life ma in quel caso Malick aveva voluto sviluppare una meditazione dal respiro universale, dove aveva congiunto il destino di una famiglia con quello dell’intero universo. In questo Ad Astra è troppo debole il riferimento all’amore coniugale mentre il rapporto figlio-padre risulta pudicamente trattenuto non solo per il troppo tempo passato lontani ma per la difficoltà a comprendere l’atteggiamento del padre.

L’accostamento di Clifford al  Kurtz di Cuore di tenebra è più evidente e quel lungo cammino dalla Terra a Nettuno alla ricerca di un padre del quale si hanno poche notizie ma molti misteri ricorda la navigazione lungo il fiume Congo dove la scoperta di delitti e di atroci misfatti getta ancora più sospetti sul misterioso commerciante di avorio.

E’ innegabile l’alta qualità della fattura del film che ci restituisce i freddi brividi dell’esplorazione spaziale ma forse il progetto è stato troppo ambizioso e si percepisce qualcosa di inespresso, di pudicamente trattenuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INGRID VA A OVEST

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/09/2019 - 20:19
Titolo Originale: Ingrid Goes West
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Matt Spicer
Sceneggiatura: Matt Spicer, David Branson Smith
Produzione: Star Thrower Entertainment, 141 Entertainment, Mighty Engine
Durata: 97
Interpreti: Aubrey Plaza, Elizabeth Olsen, O'Shea Jackson Jr, Billy Magnussen

Ingrid, una ragazza che vive da sola dopo la morte della madre, segue su Instagram, in modo ossessivo, una giovane influencer che esprime felicità e gioia di vivere e che ha annunciato il suo prossimo matrimonio. Ingrid, gelosa, s’intrufola nel banchetto di nozze e le spruzza negli occhi uno spry irritante. Dopo un periodo passato un un centro psichiatrico, libera e nuovamente con il telefonino, segue ora Taylor, una influencer di Los Angeles. Ingrid usa i soldi avuti in eredità dalla madre per cambiare città e andare ad abitare vicino a Taylor. Con uno stratagemma riesce a presentarsi, a diventare sua amica e a vivere con lei il mondo magico delle serate mondane fra gente che conta. Un giorno arriva anche il fratello di Taylor, Freddie, che ha avuto un passato da tossicodipendente e che vive da parassita alle spalle di sua sorella. Freddie non tarda ad accorgersi che c’è qualcosa di falso nell’amicizia fra Ingrid e sua sorella....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista ritrae con crudo realismo un mondo dove la protagonista ma anche gli altri personaggi del film (escluso uno) vivono di illusioni e sotterfugi perché per loro conta solo ciò che appare
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma i sotterfugi, gli imbrogli che vengono compiuti esprimono un ambiente umano degradato
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Audrey Plaza che costruisce un personaggio disturbante. Ottima anche la regia di Matt Spicer che ci fa immergere in un mondo fatuo, dove si vive solo di ciò che appare, con pochi, drammatici, momenti di verità
Testo Breve:

Ingrid vuole a tutti i costi entrare a far parte del mondo scintillante di una famosa influencer di Instagram.  Una satira crudele e senza speranza del mondo dei social media capace di rendere debole chi è già fragile

Seguiamo sempre con interesse film o serial Tv che approfondiscono il tema del rapporto fra i giovani e i social media. Se Likemeback riproduceva le ansie da like di alcune ragazze che volevano conquistarsi la  fama nella realtà virtuale di Instagram, questo Ingrid va a Ovest ci mostra un’altra ragazza che si posiziona sul fronte opposto: sceglie la influencer che più la affascina per diventare sua amica, per costruire tutto il suo mondo intorno a lei. Certamente Ingrid è un personaggio borderline, anaffettiva e un po’ autistica ma non possiamo tranquillizzarci dicendo che per lei, che ha difficoltà ad avere rapporti umani veri, è inevitabile che la realtà dei social costituisca, in modo ossessivo, un mondo in cui rifugiarsi, forse anche per noi, in scala più ridotta, il mondo di Internet diventa irresistibile e  pieno di attrattive appena ci vien voglia di  fare uno stacco dalla realtà.

Audrey Plaza è molto brava a impersonare il personaggio di Ingrid: drammaticamente sola, passa ore a consultare il suo telefonino, a ridere spensierata alle foto gioiose della sua influencer di riferimento, a riflettere corrucciata quale sia la frase giusta per commentare l’ultima foto. Ma è anche molto furba e quando entra finalmente nel giro di quel mondo che si trova dall’altra parte del suo telefonino, la vediamo prendersi sempre qualche microsecondo prima di rispondere quando è interpellata: lei non è mai sincera e cerca di portare gli altri nella direzione che vuole lei. In effetti la satira del regista Matt Spicer si estende anche a chi di mestiere fa l’influencer: la vita di Taylor, sempre così scintillante  se vista attraverso le foto  sempre ben filtrate di Instagram, è in realtà una vita disordinata, fatta di tentativi di avviare iniziative commerciali (sempre falliti) appofittando delle conoscenze che ha conquistato tra le persone VIP  o cercare di vendere i quadri-patacche che compone suo marito, perché anche lui vive alle spalle della moglie.

Complessivamente si tratta di un film molto ben fatto ma sgradevole nella sua satira crudele di tante persone che impostano la loro vita su sogni non più di celluloide come si diceva una volta, ma sui colori freddi dello schermo di un telefonino. E’ gradevole in particolare Ingrid, che sperpera l’eredità di sua madre per perseguire le sue aspirazioni deliranti o che inganna la buona fede delle poche persone buone che incontra. Ovviamente non riveliamo il finale ma “la rete” avrà modo di riconfermare, con tracotanza, il suo potere incantatore su tante persone troppo fragili o troppo superficiali.

Il film è disponibile su PrimeVideo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUPHORIA (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 21:38
Titolo Originale: Euphoria
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Sam Levinson
Produzione: HBO
Durata: 8 puntate di 50 minuti su SKY Atlantic
Interpreti: Zendaya, Barbie Ferreira, Hunter Schafer, Sydney Sweeney, • Eric Dane

Otto ragazzi e ragazze hanno diciassette anni e vanno alla stessa high school. Rue, afroamericana, vive con la madre (il padre è morto dopo una lunga malattia), soffre di attacchi di panico e ha trovato un modo di sfuggire alla realtà con la tossicodipendenza; Jules, appena arrivata alla scuola, è una transgender al femminile, soffre di autolesionismo e cerca di annullarsi accettando appuntamenti con uomini adulti contattati via Internet. Maddy, di origine messicana, ha una relazione passionale con Nate, quarterback della squadra di football ma deve nascondere le sue ferite a causa delle tendenze sadiche di lui. Kat soffre per essere una ragazza oversize ma ha trovato un modo virtuale di vivere, scrivendo romanzi porno che pubblica online e intrattenendo, con una maschera da catwoman sul viso, video-telefonate erotiche con uomini interessati. Christofer, un afroamericano giocatore di football, ha un incontro amoroso, durante una festa, con Cassie, incuriosito dal fatto che lei abbia postato su Internet alcune sue foto senza veli….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial racconta di ragazzi che cercano se stessi nella cattura del maggior numero possibile di piaceri da cogliere, dove anche l’amore diventa passione distruttiva e l’amicizia è bella nella misura in cui giova a noi stessi
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, Rapporti sessuali fra adolescenti e con adulti, nudità maschili e femminili, pornografia, droga, esibizionismo via internet, aborto, una violenza sessuale di gruppo
Giudizio Artistico 
 
Ottimo approfondimento psicologico dei vari protagonisti impersonati da attori tutti nella parte, abile regia che riesce al alternare momenti di alta tensione ad altri più intimi e riflessivi
Testo Breve:

Otto ragazzi e ragazze di diciassette anni della generazione Z fanno ampio consumo di sesso, pornografia e stupefacenti, simbolo, agli occhi del regista, di una generazione ripiegata su se stessa

Dalla breve sintesi che abbiamo fatto dei personaggi della fiction si può proprio dire che non manchi nulla, in termini di comportamenti scorretti da parte di adolescenti; manca forse il suicidio ma questo tema era stato già “scippato” dalla serie di Netflix Tredici. Oltre alle “inclinazioni “specifiche dei singoli protagonisti, c’è qualcosa che accomuna tutti questi rappresentanti della Generazione Z: un consumo compulsivo di pornografia via Internet, uso di varie forme di allucinogeni, tendenza a farsi le confidenze più intime solo con Whatsapp, il primo rapporto sessuale consumato intorno ai 15 anni e poi, a diciassette, una vita di coppia con il permesso per passare delle notti fuori di casa. Altra caratteristica è l’assoluta mancanza di rapporti confidenziali con i genitori (quasi sempre si tratta di uno solo) che hanno la funzione di semplici portinai: chiedono “dove vai?” al figlio o alla figlia che esce e si accontentano della bugia che viene loro detta. Il padre di Jules, durante una cena con la figlia, le propone di invitare la sua nuova amica Rue, a una cena in casa ma lei lo ferma subito; genitori e amici (o amanti) costituiscono due mondi a parte.

Ci si può domandare perché un serial con questa “overdose” di trasgressioni sia stato prodotto, oltre al banale obiettivo di alzare l’assicella dell’attenzione con racconti sempre più morbosi. Si intravede quasi una divertimento a provocare lo spettatore, come in quell'episodio dove si contano trenta (sono stati contati da qualche pignolo) organi maschili eretti, in foto o “live”. Formalmente il serial è destinato solo ai maggiorenni (si può immaginare quanto possa essere facile trasgredire questo divieto, oggi che i serial sono visibili anche dal cellulare) e SKY ha aggiunto, molto ipocritamente, alla fine di ogni puntata, in modo simile a quanto aveva già fatto Netflix per Thirteen, il riferimento a degli indirizzi ai quali chiedere aiuto in caso di tossicodipendenza o problemi di disagio. Dispiace soprattutto, a parte le immagini esplicite, che venga citato con entusiasmo, in una puntata, il nome di un analgesico che se usato in quantità, può avere la funzione di droga.

Rispondere alla ragione di questa “overdose” non è semplice. Siccome il serial è formalmente destinato agli adulti e volendo assumere un atteggiamento bonario, si può ritenere che è destinato a dei genitori per avvisarli su tutte le possibili deviazioni comportamentali che possono assumere i loro figli quando l’istinto sessuale raggiungerà l’apice, se non vengono sostenuti da genitori sempre presenti e da buoni esempi. Come seconda ipotesi si può ritenere che il serial, cerchi di trovare, delle giustificazioni ambientali al comportamento di questi ragazzi: com’è apparso nel sommario, molti di loro hanno devianze psichiche, hanno vissuto il dolore di un genitore morto o di una separazione; in modo chiaramente simbolico la protagonista Rue, è nata “tre giorni dopo l’attacco dell’11 settembre” e nella prima puntata lei stessa dice: “Non l’ho creato io questo mondo, né l’ho mandato io a puttane”. Un genitore che ha una doppia vita (si incontra periodicamente con dei prostituti) si domanda se questo suo comportamento ipocrita non abbia in qualche modo influenzato suo figlio, perché “la nuova generazione è così ribelle”. Si tratta di giustificazioni sociologiche che convincono poco e lasciano il tempo che trovano: Si fanno anche sporadici cenni alla fede cristiana ma sono fatti solo per sottolineare che si tratta di qualcosa di inutile. 

Non si può negare che serial di questo genere finiscano facilmente per affascinare proprio i più giovani, perché finalmente si parla (e si vedono) senza molti tabù, esempi di comportamenti liberi da ogni impedimento o controllo e le due attrici protagoniste, Zendaya e Hunter Shafer hanno tutti i requisiti per diventare  dive-icone per questi teen drama. E' quindi indubbio che Euphoria "rischia" di costituire un nuovo standard nei racconti che riguardano gli adolescenti, anche perché, bisogna riconoscerlo, è fatto molto bene. Siamo sopra di un palmo rispetto ai serial sulla stessa tematica proposti da Netflix in grande quantità: i personaggi sono ben approfonditi nelle loro ansie, nelle loro passioni, nei loro timori, nei loro momenti melanconici; la regia è molto abile nell’alternare scene “forti” a momenti intimi di riflessione e di calda amicizia. 

C’è però qualcosa di profondamente falso e sbagliato in questo serial, nonostante la sua “facciata” di realismo. Ragazze e ragazzi che cambiano facilmente partner in funzione dell'ultimo desiderio o semplicemente per ripicca, maschi violenti, ragazze tossicodipendenti, finiscono inevitabimente per corrodere la loro sensibilità, diventano ruvidi e intolleranti, in preda alle loro passioni e in quell’alternanza di situazioni, presenti nel serial, dove la sessualità prende le sue forme più selvagge, ad altre dove c’è tenerezza, affettuosa amicizia, c’è in realtà molta letteratura. Questa terza interpretazione del serial è probabilmente quella giusta. Questo andare sopra le righe, queste trasgressioni esagerate, sono volute dall'autore, che non si pone problemi morali ma solo artistici,  per cercare di cogliere quella che è l'essenza, secondo lui, dell'essere adolescenti. Vuole esprimere una sensibilità fragile ed eccitata, dove malinconia, abbandono nel nulla, stordimento, tenerezza, sono presenti tutti nello stesso momento. E' proprio in questo tipo di rappresentazione che il serial dà il meglio di se'. Ma si tratta comunque di letteratura pericolosa perché lascia intendere che questi ragazzi riescano a mantenere il controllo di loro stessi in queste situazioni estreme e possano dire "smetto quando voglio". La realtà è ben diversa: l'uomo e la donna sono fatti di creta malleabile e vengono trasformati dalle loro stesse azioni. L’adolescenza è il momento della costruzione di se stessi, di tenersi pronti ad affacciarsi nel mondo degli adulti. Al contrario, nei ragazzi della fiction, non c’è alcuna progettualità ima conta solo il presente da "sentire" usando gli altri come strumenti, in un soggettivismo assoluto.

Esemplare è la storia di Kat, a ragazza extra-large che per molto tempo ha sofferto per non esser oggetto di interesse da parte dei ragazzi. L’offerta di se stessa come cam girl a dei maschi interessati alle sue esibizioni la rende più sicura, decide di andare a scuola con vestiti provocanti e alla fine qualche ragazzo la desidera, ma solo in un certo modo. Lei dice di aver finalmente realizzato se stessa, considera i ragazzi ormai solo degli sciocchi. Ma cosa ha ottenuto in cambio? Di essere usata solo come passatempo per una serata.

Il serial è disponibile su SKY Atlantic

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BURNING - L'AMORE BRUCIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/20/2019 - 09:19
Titolo Originale: Beoning
Paese: Corea del Sud
Anno: 2018
Regia: Lee Chang-dong
Sceneggiatura: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
Produzione: Tucker Film
Durata: 148
Interpreti: Yoo Ah-in, Jeon Jong-seo, Steven Yeun

Jong-su, laureato da poco, vive a Seul aiutandosi con lavori saltuari ma la sua aspirazione è diventare uno scrittore. In un centro commerciale incontra Haemi, sua vicina d’infanzia, conosciuta quando entrambi vivevano in campagna. Haemi si mostra interessata al ragazzo, lo porta a casa sua e dopo un incontro amoroso le chiede di badare al suo gatto perché lei sta per partire per l’Africa, che è la sua passione. Al suo ritorno Jong-su va a prenderla all’aeroporto ma lei non è sola: in Kenia ha conosciuto Ben, un ragazzo dell’alta borghesia coreana. I tre si incontrano spesso, fra l’imbarazzo crescente di Jong che si è ormai innamorato di Haemi anche se lei ormai vive con Ben. Una sera la coppia raggiunge Jong-su che ora vive nella fattoria paterna ma dopo quell’incontro, Haemi non risponde più al telefono. Jong-su inizia una ricerca, sempre più febbrile, nella speranza di trovarla viva…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prevale una visione della vita poco aperta alla speranza; situazioni familiari dissestate
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di marijuana , nudità femminili, sesso solitario
Giudizio Artistico 
 
Grande padronanza del regista nel dirigere gli attori e nel realizzare atmosfere crepuscolari, anche se apre a troppi sottotemi. Magistrale interpretazione di Jeon Jong-seo
Testo Breve:

Un ragazzo incontra dopo tanto tempo un’amica d’infanzia e resta coinvolto nella sua vita misteriosa, scoprendo di amarla sempre di più. Un thriller, una storia sentimentale, una riflessione sul senso della vita ben realizzato ma un po’ diluito nei suoi 148 minuti.

Naemi e Jong-su stanno pranzando insieme in un locale, dopo che lei ha appena riconosciuto in lui un caro amico d’infanzia. Naemi si esibisce in un mimo: i gesti esprimono l’atto di sbucciare un mandarino e di mangiarlo. Jong-su si complimenta per la sua bravura ma la ragazza trasforma quell’illusione in un puro gioco mentale: “Non devi sforzarti di immaginare che quella cosa ci sia. Devi piuttosto smettere di pensare che non ci sia”.  Si tratta di una scena iniziale che sintetizza l’essenza della storia.  Il film appare come tante cose insieme: un triangolo amoroso, un thriller dove c’è un mistero da scoprire, ma è soprattutto un gioco filosofico fra l’autore e lo spettatore su ciò che è vero e ciò che crediamo sia vero, perché siamo inesorabilmente limitati dalla nostra prospettiva soggettiva (tutto ciò che accade è visto con gli occhi di Joung-su, non c’è nessuna inquadratura “terza”). Burning indaga anche sul senso da dare alla nostra esistenza e i tre protagonisti rispecchiano  visioni diverse.  La ragazza è la più sensibile ed emotiva, piange nel contemplare un tramonto africano, quando la luce scompare e lei resta sopraffatta dal senso della morte: “vorrei semplicemente sparire come se non fossi mai esistita. Haemi si considera una “grande affamata”, come si autodefinisce; vuole cioè afferrare il senso della vita e lo fa attraverso forme di esaltazione mistica, quasi un richiamo ai riti orfici e cerca di assimilare, nel suo viaggio in Africa, le danze rituali del popolo dei Boscimani.

Jong-su è un empirico: non si muove in base a istanze che gli provengono dal suo animo ma in base a ciò che accade all’esterno di se’. "Il mondo è ancora un mistero per me": confessa. Vuol fare lo scrittore ma interrogato più volte sul quale storia abbia iniziato a scrivere, risponde sempre che ancora non lo sa. Lo stesso suo amore per Haemi ha origini empiriche: goffo e impacciato, lascia che sia la ragazza a prendere l’iniziativa e quando lei gli dona la sua dolcezza, quel sentimento inizia a prendere forma e cresce in lui ogni volta che la incontra. Di fronte alla scomparsa di lei, saprà applicare il massimo della razionalità, sfruttando i pochi indizi di cui dispone e cercando di togliere il velo dell’incertezza da troppi fatti dichiarati come veri ma mai confermati.

Ben invece confessa di non aver mai pianto, non si fa influenzare da nulla e da nessuno e gestisce in pieno la  vita nel modo che più gli aggrada. Cinicamente, dice che: "giusto e  sbagliato non esistono: esiste solo la legge della natura". e quando c’è un’inondazione, muoiono sia i buoni che i cattivi. Il perenne sorriso che gli appare stampato sul volto è espressione di una sicurezza costruita sull’indifferenza.

In una bellissima sequenza al centro del film, i tre si trovano seduti nel giardino di una casa di campagna a contemplare il tramonto. Di fronte a quello spettacolo grandioso, capiscono che è il momento della verità  Jon-su ha il coraggio di dire apertamente che ama Haemi. Haemi si sente avvinta dal fascino di quella natura e inizia una lenta danza  rivolta al sole a seno nudo, perché non si sente di restare coperta in quell’immersione panteista nella natura. Anche Ben confida a Jong  il suo segreto mai svelato a nessuno: ama bruciare le serre abbandonate (si scoprirà poi che cosa intende dire).

Si tratta di un film complesso (e per questo non raggiungerà il grande pubblico), pieno di significati, ben diretto e con una superba interpretazione di Jeon Jong-seo nella parte di Haemi: si può dire che lei da sola dia un senso pieno a quell’atmosfera di melanconico mistero  di cui il film è impregnato.

Resta comunque un film troppo lungo che a volte esce dal mainstream per toccare, sia pur di sfuggita, altri, troppi, temi: le tensioni con la Corea del Nord, l’influenza di Trump in quella lontana regione; i rapporti difficili con i cinesi, la diffusone della religione cattolica, l’elevato divario fra le classi sociali.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA A...HOLLYWOOD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/12/2019 - 17:55
Titolo Originale: Once upon a time in...Holywood
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: Heyday Films
Durata: 161
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Dakota Fanning, Margaret Qualley, Al Pacino

Nel 1969 a Los Angeles, Rick Dalton, un attore di serie B della televisione e Cliff Booth, uno stuntman suo amico e assistente, fanno fatica a ritrovare una ricollocazione nell’industria cinematografica che sta cambiando velocemente. Rick finisce per accettare di comparire come “cattivo” nel filone degli “spaghetti western” italiani mentre Cliff non trova più lavoro e nel suo girovagare per LA incontra Pussycat, una giovane ragazza hippie che gli chiede un passaggio fino allo Spahn Ranch, un tempo luogo preferito da Hollywood per le riprese di film western e ora occupato dalla “famiglia” hippie di Charles Manson. Con gli ultimi soldi guadagnati Rick riesce ancora a godersi la sua lussuosa villa a Bel-Air e scopre con piacere che come nuovi vicini di casa sono arrivati Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate. Ma siamo arrivati al 9 agosto di quell’anno, quando i seguaci di Charles Manson decidono di assaltare, con pistole e coltelli alcune ville di Bel Air per uccidere tutti..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben costruita l’amicizia cameratesca dei due protagonisti ma anche un ritratto giustamente negativo delle comunità hippie, che facevano della libertà sessuale e dell’uso di LSD una bandiera ideologica
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo, linguaggio con riferimenti sessuali espliciti, uso di LSD, una scena di violenza efferata alla fine del film,
Giudizio Artistico 
 
Quentin Tarantino è riuscito, con cura maniacale a ricostruire perfettamente gli ambienti e lo spirito della fine degli anni '60. Non si tratta di una storia che si evolve ma di singole, ben realizzate sequenze con le quali approfondiamo il carattere dei protagonisti
Testo Breve:

Una ben realizzata opera di nostalgia da parte di Quentin Tarantino sulla Hollywood di un tempo, un amarcord affettuoso dove mette parzialmente da parte la sua passione per la violenza

Questo film non racconta una storia, non ci sono personaggi che si evolvono affrontando problemi o conflitti ma è nei suoi 161 minuti, un unico stato emotivo con venature di malinconia, espressione dell’affetto che il regista Quentin Tarantino mostra nei confronti del mondo scintillante del cinema (ma anche della televisione) della fine degli anni ’60. Un anno in cui tutto cambiò, non solo per quel 9 agosto 1969, quando Sharon Tate fu massacrata dalla setta di Manson ma anche perché fu l’anno in cui uscì Easy Rider, che diede il via alla stagione della Nuova Hollywood, più autoriale, più ribelle, meno legata alle storiche case di distribuzione.  Mentre seguiamo i due protagonisti, siamo invitati a vedere una sorta di documentario sulla Los Angeles degli anni ‘60: ci spostiamo lungo l’Hollywood Boulevard del tempo (ben sei isolati sono stati riscostruiti dalla scenografa), risentiamo molte canzoni famose, vediamo spezzoni di film o serie televisive, un collage di luci al neon di locali famosi e una vera passione per le scarpe, maschili o femminili, spesso riprese in primo piano.

Il film può essere visto con due angolature. Quella del cinefilo, che assapora il gusto di rivedere, interpretati da nuovi attori, Bruce Lee, Steve McQueen; sequenze di serial famosi come Lancer della ABC o  F.B.I. della C.B.S. e poster di film come Romeo e Giulietta di Zeffirelli, Ringo del Nebrasca di Sergio Corbucci (autore molto amato dal regista)  e di Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm dove la vera Sharon Tate aveva recitato. Oppure godersi il film per quello che è secondo lo stile del regista, cioè non una storia compiuta ma singole sequenze dove si  alternano i tre protagonisti: Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), Cliff Booth (Brad Pitt) e Sharon Tate (Margot Robbie) che si ritrovano assieme solo nel finale.

Sono proprio queste le parti più affascinanti del film, dove Tarantino con il suo grande senso del cinema, costruisce situazioni di una calma apparente che sta per esplodere. Cliff, arrivato allo Spahn Ranch, cerca di farsi strada con cautela fra hippie sempre più minacciosi oppure quando, sempre Cliff,  si trova disarmato a cercare di scherzare con i componenti della famiglia Manson che lo hanno circondato con la pistola. Più intensa e priva di minacce latenti è quella in cui Rick, che ha perso la fiducia nel suo talento, viene confortato dalla piccola protagonista del film che stanno girando oppure la sequenza dove la Sharon Tate-Margot Robbie, tutta sola, va a cinema per godersi divertita un film dove compare la vera Sharon, una prova di maestria di cinema nel cinema. Occorre riconoscere inoltre che in questo film Tarantino è insolitamente parco di sequenze violente, salvo che nel finale.

Ancora una volta, come sempre nei film di Tarantino, all’uscita dalla sala non ci si ricorda più dei singoli personaggi ma restano impresse alla mente alcune specifiche sequenze e certi dialoghi, costruiti con maestria. Ma soprattutto, in questo caso, non si può dimenticare una ricostruzione impareggiabile, nelle immagini e nello spirito, di quella Los Angeles della fine degli anni ’60.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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