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Il film non fa parte di nessuna categoria

CHIAMATEMI ANNA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/13/2020 - 15:36
Titolo Originale: Anne with an "E"
Paese: CANADA
Anno: 2017
Sceneggiatura: Moira Walley-Beckett
Durata: tre stagioni, 27 episodi di 45' su Netflix
Interpreti: Amybeth McNulty, Geraldine James, R.H. Thomson, Dalila Bela, Lucas Jade Zumann

Nuova Scozia (Canada), fine '800. A tre mesi dalla sua nascita Anna Shirley resta orfana di entrambi i genitori. Da allora vive in diverse famiglie finché, giunta ai 13 anni arriva, per sbaglio, nella cittadina di Avonlea, sull’isola del Principe Edoardo, in casa di due anziani fratelli, Marilla e Matthew Cuthbert. Dopo l’iniziale diffidenza, causata dalla grande immaginazione della bambina nonché dalla sua parlantina, i due fratelli decidono di adottarla. Entrando a far parte della loro famiglia, inizia a fare i conti con la scuola, con le amiche, con il lavoro nella fattoria dei suoi genitori adottivi. Anche lì, il pregiudizio le gioca a sfavore e dovrà conquistarsi la fiducia di molte persone del vicinato e delle compagne di studi. Situazioni che l'accompagneranno sempre durante la sua crescita, i primi amori, la ricerca delle proprie origini. Tre stagioni molto movimentate.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial ci trasmette il valore dell’amicizia, il saper trasformare la sofferenza in empatia e accoglienza degli altri, tutto già presente nel romanzo originale ma vengono aggiunte altre tematiche tipiche del mondo moderno, presentate secondo ideologie a senso unico.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune tematiche non adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ben scelta e nella parte Amybeth McNulty, che interpreta la protagonista. Ottima la fotografia e la ricostruzione dell’ambiente rurale del Canada dell’800
Testo Breve:

Il famoso romanzo di formazione Anna dai capelli rossi viene riproposto in questo serial Netflix. Brava la protagonista, ottima la ricostruzione dell’ambiente rurale di fine ‘800 ma vengono aggiunte arbitrariamente tematiche moderne (femminismo, unioni omosessuali) che falsano lo spirito originale. Su Netflix

Dopo le numerose trasposizioni cinematografiche, televisive e animate, è arrivata una nuova versione televisiva del romanzo Anna dai capelli rossi (tit. or. Anne of Green Gables) della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery. Le tre stagioni del serial sviluppano tre stagioni agricole: dalla primavera all’inverno di tre anni consecutivi (uno per stagione). Un vero e proprio “serial” di formazione, come è stato romanzo di formazione il testo di cui il serial è adattamento.

Uno dei pregi più grandi della serie è la fotografia: paesaggi molto belli e una sapiente scelta delle inquadrature che aiutano a metterli in risalto. Ambientata sull’Isola del Principe Edoardo (anche se girata in Ontario, sulla terraferma canadese), offre scorci stupendi della terra canadese in diverse stagioni: dai colori autunnali al bianco inverno, dalle fioriture primaverili ai vivaci colori estivi. Una bellezza che viene  amplificata dalle descrizioni fantasiose che la protagonista ama costruire. 

La vita, le consuetudini della realtà contadina sono ben ricostruite, viste attraverso lo sguardo innocente  di una tredicenne di fine ottocento, con tutte le fatiche, le gioie, le soddisfazioni che la terra può dare.

La recitazione dei giovani attori è credibile. La protagonista (interpretata da Amybeth McNulty) si presenta fin da subito come molto chiacchierona e ricca di immaginazione: aspetti che spesso infastidiscono il mondo degli adulti (e, a volte, anche lo spettatore), ma che permettono di scandagliare a fondo la sua personalità e aiutano a percepire quella sua innocenza che è rimasta intatta nonostante le prove a cui la vita l’ha sottoposta. Puntata dopo puntata e stagione dopo stagione se ne può apprezzare la maturazione nella personalità e nel carattere.

Gli anziani genitori adottivi, i compagni di scuola che poi diventano suoi amici e amiche, maturano insieme con lei. La narrazione procede senza fretta, consentendoci di apprezzare una definizione dei personaggi molto approfondita e articolata. Sono 27 episodi in tre stagioni che permettono allo spettatore di assistere al processo di uscita dall’infanzia e dall’adolescenza di Anna, Diana, Gilbert e gli altri loro amici per entrare nel mondo degli adulti.

Nonostante sia ben realizzato, il prodotto presenta alcuni punti critici. Si tratta di situazioni e di tematiche non presenti nel romanzo originale e che sono state aggiunte per effettuare una dubbia operazione di “modernizzazione” di questa storia che ha accompagnato la crescita di tante generazioni di ragazze.

Nella prima stagione, in più puntate, viene affrontato il tema della sessualità. Se la modalità e il linguaggio possono sembrare infantili, alludono di fatto a rapporti tra adulti (Anna racconta alle sue amiche quanto ha sentito in alcune famiglie adottive precedenti ai Cuthbert) ai quali non è estraneo l’esercizio della violenza. Vengono dedicate parti importanti di alcune puntate anche al menarca. Se fisicamente segna una tappa importante per la crescita del corpo femminile, la trattazione così come viene fatta nel serial, unitamente alle relative discussioni tra amiche, oltre a non aggiungere nulla al testo originale,  rende  il serial non più adatto al pubblico dei più piccoli.

Lascia, infine, un po’ sconcertati la scelta di utilizzare Anna per proporre riflessioni sui cosiddetti diritti civili (chiamati proprio così nella terza stagione). Se risultano inserite nel giusto contesto storico le considerazioni sul razzismo e sui diritti degli afro-americani (nella seconda stagione) o dei nativi americani (nella terza stagione), si possono considerare un po’ esagerati i toni su altre tematiche.

Anna sembra una femminista ante litteram (in particolare dalla seconda stagione in poi): dialoghi con le amiche (o con gli adulti che fanno parte del suo ambiente), qualche piccola “protesta organizzata”, una sorta di manifesto pubblicato sul giornalino della scuola. Un’aggiunta poco significativa perché  la storia originale già diceva molto riguardo all’energia, all’intelligenza, all’iniziativa femminile.

Infine, ciò che non manca mai in una serie originale Netflix, evidenti accenni all’omosessualità in diverse sfumature (nella seconda e nella terza stagione). Una coppia di donne ha vissuto per lungo tempo felice insieme, nascondendo la loro relazione ai rispettivi parenti;  un ragazzo che soffre perché la sua omosessualità non è accettata dagli altri, è vittima di bullismo e non potendo fare coming out con i suoi genitori,  ancora sedicenne, va a vivere per conto suo; infine, un altro giovane, non accettando la sua omosessualità, tenta di sposarsi per mascherare il suo disagio nei confronti di sé stesso e lo stigma sociale. Sono tutte sottotrame non presenti nel romanzo originale e se non possiamo che condannare ogni mancanza d rispetto nei confronti di queste persone, l’esito finale di questi racconti è sempre lo stesso: love is love, se c’è l’amore c’è tutto quello che serve per una vita felice (e chi non lo capisce è gretto e di mentalità ottusa).

Questi elementi, disseminati qua e là, presentati in modo apparentemente innocente perché mediati dallo sguardo sempre stupito di Anna, rendono il serial (in modo particolare la seconda e la terza stagione) abbastanza problematico per il pubblico di preadolescenti e adolescenti a cui dovrebbe essere indirizzato. Diventa quasi un sunto delle varie ideologie moderne da presentare alle nuove generazioni. Disponibile su Netflix

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIAVOLI (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/10/2020 - 20:51
Titolo Originale: Devils
Paese: ITALIA. U.K., FRANCIA
Anno: 2020
Regia: Nick Hurran, Jan Maria Michelini
Sceneggiatura: Alessandro Sermoneta, Mario Ruggeri, Elena Bucaccio, Guido Maria Brera, Christopher Lunt, Michael A. Walker
Produzione: Sky Italia, Lux Vide, Sky Studios, Orange Studio, OCS
Durata: 10 puntate di 50' su SKY Atlantic
Interpreti: Alessandro Borghi, Patrick Dempsey, Kasia Smutniak, •Laia Costa

2011, City di Londra. Nella sede della American New York – London Bank (NYL), Massimo, un italiano venuto dalla gavetta, brillante head of trading, ha appena fatto guadagnare alla banca, con l’aiuto della sua squadra di traders, chiamata “I Pirati”, 250 milioni di dollari scommettendo sul ribasso dei titoli greci, prevedendo in anticipo il collasso di quel paese. Massimo è stato sempre sostenuto dal CEO Dominic Morgan e ora si attende ragionevolmente la promozione alla carica di vice-CEO, anche se per quel posto è in concorrenza con Edward Steward, un banchiere della vecchia scuola che non approva i metodi spregiudicati delle nuove generazioni. In quello stesso giorno tutto accade velocemente: Morgan comunica a Massimo che non può più aspirare a una promozione, ora che è stato scoperto che sua moglie Carrie esercita la prostituzione; un corpo senza vita, precipitato dall’alto è trovato nell’atrio della banca. Si tratta proprio di Steward ed è inevitabile che i sospetti ricadano su Massimo che a questo punto decide di indagare per scoprire chi lo stia incastrando. Per raggiungere questo obiettivo ingaggia Sofia Flores, una giovane donna che lavora per Subterranea, un’agenzia clandestina di hackers , abile nel raccogliere informazioni sensibili nell’ambito della finanza….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questo serial ha il pregio, sotto l’intrigante veste di un thriller, di rendere palese al vasto pubblico il potere della finanza e i suoi frequenti rapporti con la politica, che fanno sì che pochi prepotenti decidano le sorti dei paesi più deboli. Non ci sono eroi positivi in questo serial e un po’ tutti agiscono per opportunismo, in base alla logica dello scambio di favori, anche illeciti
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni incontri amorosi con nudità parziali. Una scena di tentata violenza su di una donna
Giudizio Artistico 
 
Il meccanismo del thriller è ben calibrato, con il rilascio, puntata dopo puntata, di una giusta dose di rivelazioni e nuovi misteri. Ottima la fotografia. A volte le puntate risultano sovraccariche per un eccesso di subplot
Testo Breve:

Vivendo all’interno di una banca di investimenti, lo spettatore passa in rassegna dieci anni di crisi finanziarie mondiali e scopre gli stretti legami fra finanza e politica. I diavoli di oggi sono quei prepotenti che per il proprio vantaggio finiscono per mettere in crisi i paesi più deboli. Interessante e avvincente. Su Sky Atlantic

Massimo partecipa alla lezione universitaria di un suo professore amico, che sta ricostruendo la crisi del canale di Suez del 1957. Francia e Inghilterra, che si erano già impadronite militarmente del canale, furono costrette a fare marcia indietro perché il presidente Eisenhower, che non voleva ulteriormente peggiorare i rapporti con la Russia, usò un’arma nuovissima: iniziò a vendere le riserve statunitensi della sterlina provocando il crollo della valuta britannica. “La più potente arma del mondo è la finanza”: conclude il professore. Il serial è sostanzialmente un thriller, dove ci sono complotti e colpevoli da scoprire ma il sottofondo storico, si intreccia indissolubilmente con le vicende personali dei protagonisti, perché premere il tasto di un computer di una merchant bank per acquisire/vendere titoli può scatenare reazioni, spesso incontrollate, in interi paesi. E’ questo il messaggio forte della fiction: ricordare la crisi di Suez vuol dire ricordare l’inizio, nell’epoca moderna (in fondo, non erano stati proprio dei banchieri, i Fugger, a esser determinanti per la nomina a imperatore di Carlo V?) della crescita a dismisura del potere della finanza, in grado di influenzare pesantemente le scelte politiche di interi stati.

Puntata dopo puntata, vengono passate in rassegna le principali crisi economico-finanziarie che si sono sviluppate in tempi recenti (Argentina, 2001; Irlanda, 2007; Subprime USA 2008; Grecia, 2009; Italia 2011; che ci mostrano come si è formato, con il tempo, uno stretto incrocio di interessi  fra finanza e politica. E se le banche concedono prestiti (più o meno esosi) quando un paese rischia il collasso, i governi sono pronti a impiegare il denaro pubblico per salvare banche private, senza impegnarsi a emanare leggi più severe per porre sotto controllo il loro comportamento. Non sono trascurate le crisi politiche, come la fine di Gheddafi in Libia, per la quale Guido Maria Brera, autore del libro omonimo e co-sceneggiatore della serie, non si perita di far intendere che le crudeltà del leader libico siano state gonfiate ad arte per giustificare un goloso intervento dell’Occidente.  In tutte queste situazioni, l’head trader Massimo segue una regola precisa, come lui stesso dichiara: ““sentire l’odore del sangue, attaccare i deboli e fare i soldi”. I Diavoli del titolo sono proprio gli speculatori affamati di denaro, che operano silenziosamente e spesso nell’anonimato.

Che la sceneggiatura sia stata scritta da chi conosce bene ciò che sta raccontando, lo si vede  dal realismo con cui è stata ricostruito il contesto in cui si muove il mondo della finanza: il  floor della banca, dove il team di Massimo compra e vende titoli; l’ufficio del CEO, dove si prendono rapidissime decisioni e non mancano trasferte in locali accoglienti dove vengono invitati clienti che debbono essere incoraggiati a firmare con tanto di corteo di hostess. Fa parte dello stesso scenario anche la Ferrari di Massimo, un fringe benefit che è utile per ostentare il suo status di privilegiato. Questo Diavoli si inserisce nella categoria dei serial di contesto che è sempre stata una prerogativa dei serial americani, dove il lavoro, profilato con abbondanza di dettagli tecnici, non è più un semplice sottofondo a una storia d’amore ma costituisce la vita stessa dei protagonisti e i rapporti sentimentali, se non inquinati anch’essi per motivi d’interesse o ridotti a incontri di una notte, sono inesorabilmente scivolati  in secondo piano. Le dosi di suspense vengono rilasciate sapientemente, puntata dopo puntata, così come riusciamo a conoscere sempre meglio, attraverso dei flashback, i retroscena della vita di ogni personaggio. Fra questi, primeggiano   Massino e il suo boss Dominic.

Dominic è il personaggio più conturbante, un vero genio del male, con un poderoso autocontrollo, abile manipolatore di persone e di situazioni a suo vantaggio. Per il suo cinismo, è quello che si avvicina di più a Frank Underwood, il protagonista del serial di contesto forse più famoso: House of Cards. La figura di Massimo è più complessa: è un decisionista che segue anche lui il principio ”il fine giustifica i mezzi” anche quando questi sono illeciti ma non è una macchina inflessibile come Dominic; subisce, per sua fortuna, crisi di coscienza e a volte usa le sue competenze a fin di bene. Tutti comunque, capi o gregari, giovani o meno giovani (dispiace che il giovane team di Massimo si comporti allo stesso modo), conoscono un solo modo di interagire con gli altri: lo scambio di favori, il “do ut des,” se non direttamente il ricatto.

Più deboli sono le figure femminili a iniziare dalla moglie di Massimo, Carrie, uno strano miscuglio di estrosità artistica, debolezza caratteriale e ideologia marxista ma forse è proprio grazie a lei che riusciamo a cogliere un sincero momento di dolore in Massimo, che sente di non riuscire a prendersi pienamente cura, lui così forte, di quell’unica donna che ama veramente.  Si nota  anche un eccesso di sottotrame, che a volte finiscono per intasare il racconto. In particolare la parentesi italiana, nell’episodio ottavo, fra i pescatori del salernitano, finisce per allentare la tensione sulla trama portante. Il montaggio è molto veloce, il linguaggio adottato è spesso specifico della tecnica finanziaria (shortare, VAR, CDS, cartolizzare,..) che rendono questo serial particolarmente adatto alla categoria degli  young adult professionisti. Per chi resta comunque appassionato da questo intrigo fra finanza e politica, Sky ha messo a disposizione un’appendice al serial dove viene spiegato il significato dei termini professionali utilizzati.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUMMERTIME (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/04/2020 - 15:18
Titolo Originale: Summertime
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Francesco Lagi, Lorenzo Sportiello
Sceneggiatura: Mirko Cetrangolo e Anita Rivaroli
Produzione: Cattleya
Durata: 8 puntate di 50' su Netflix
Interpreti: Ludovico Tersigni, Rebecca Coco Edogamhe, Amanda Campana, Andrea Lattanzi

Cesenatico. L’ultimo anno di liceo è finito e dopo i gavettoni di rito, i ragazzi si riversano sulla spiaggia. Fra loro non c’è Summer, una ragazza che dice di odiare l’estate (è il tempo nel quale il padre, un musicista, lascia la famiglia per il suo tour) e che ha trovato lavoro presso un albergo della città. Non c’è neanche Ale, che si deve allenare per le prossime gare come motociclista professionista, sotto la severa guida di suo padre e l’aiuto, come meccanico, dell’amico Dario. Edo e Sofia sono i migliori amici di Summer:Edo è da sempre segretamente innamorato di lei ma sa di non esser corrisposto, mentre Sofia ha inclinazioni lesbiche che sfoga con incontri occasionali con persone trovate in rete. L’estate lascia molto più tempo libero e si sviluppano nuovo incontri: Dario fa amicizia con Sofia, Summer incontra Ale, mentre fra gli adulti, Isabella, la madre di Summer, non riesce a dimenticare di aver abbandonato, per prendersi cura della famiglia, la vocazione di cantante e Maurizio, il padre di Ale, deve affrontare la rinuncia del figlio a gareggiare, dopo aver speso tanti anni ad allenarlo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ragazzi e ragazze adolescenti hanno fretta di diventare grandi: vivono nel presente senza progettare il futuro e i più si abbandonano a una sessualità di consumo o a una sessualità di prima conoscenza
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, incontri sessuali con nudità fra donne;uso sporadico di alcool e di spinelli, rapporti prematrimoniali
Giudizio Artistico 
 
Il cast tecnico e i protagonisti, tutti giovani alle prime esperienze, tradiscono qualche fragilità nella costruzione del ritmo narrativo e di certi dialoghi ma alla distanza riescono a rendere credibili e coinvolgenti i personaggi principali
Testo Breve:

Un gruppo di ragazzi termina l’ultimo anno di scuola e si riversa sulle spiagge di Cesenatico: si formano amori e amicizie ma i legami sono fragili, il futuro è incerto e nella fretta di crescere commettono degli errori. Su Netflix

Netflix torna ad arricchire uno dei suoi filoni preferiti, quello che esplora il mondo degli adolescenti, con una serie tutta italiana ambientata durante un'estate a Cesenatico, un tipico momento di trasformazione e di primi (o non primi) amori. Forse per complementare il precedente serial adolescenziale italiano di Netflix, Baby, non ci troviamo di fronte a dei ragazzi dell’alta borghesia, né le loro famiglia hanno entrate sufficienti per conceder loro una favolosa vacanza all’estero, come nel film  L’estate addosso di Gabriele Muccino ma  le loro spiagge sono quelle stesse della loro città e un po’ tutti, tranne Summer, hanno scarsa propensione agli studi, visto che sia Edo che Blue sono risultati respinti agli scrutini di fine anno.  A somiglianza di Baby però, Netflix ha puntato, ancora una volta, su un cast giovanissimo per la sceneggiatura e la regia, e anche i protagonisti del serial sono ai loro primi ciack (ad eccezione di Lodovico Tersigni che avevamo già conosciuto in Slam, L’estate addosso e Skam Italia) con il chiaro obiettivo di riuscire ad impiegare un linguaggio che risultasse in sintonia con il  pubblico target.

Le aspettative della serie vengono rispettate: finalmente non si tratta di un lavoro che vuole attirare lo spettatore intorno a temi e ambienti in odore di scandalo (come in Baby, Thirteen, Elite, Sex Education) ma, in un certo senso è più ambizioso, perché vuole proporci  un ritratto di ragazzi e  ragazze d’oggi, quelli che non sono più teenager ma non ancora young-adult (Summer compie diciott’anni proprio a metà della serie) i quali, arrivata l’estate, “semplicemente” intrecciano amicizie e amori (inclusi quelli omosessuali, secondo i canoni narrativi attuali).

I primi episodi possono scoraggiare: il ritmo è lento, i dialoghi fra i ragazzi sono banali. Man mano però che la storia prende forma, i vari personaggi vengono approfonditi nei loro desideri, nella sofferenza di innamorarsi senza venire ricambiati, nei loro momenti di malinconia e in quel senso di stordimento che scaturisce dal trovarsi davanti a un futuro vuoto (come per Dario), che non è stato ancora riempito né di progetti concreti ma neanche di sogni. La love story estiva non appare dominante, ma anche altre relazioni sono equamente rappresentate: l’amicizia con i coetanei e i rapporti, sempre oscillanti fra affetto e ribellione, con i genitori.

Ben sottolineata è l’aspirazione a definire se stessi, che può portare a un coraggioso distacco da quei legami che ne bloccano lo sviluppo, come accade ad Ale, che cerca di liberarsi da un padre-istruttore-dominatore e anche a Dario, che ha legato per troppo tempo il suo destino alle fortune professionali dell’amico.  Interessanti anche quelle annotazioni che appaiono, quasi in sordina, sulla fenomenologia dell’amore. Summer, una ragazza che non perde un solo minuto, si concede, ora che è innamorata, di “perdere tempo”, distesa al sole, accanto a lui mentre allo stesso Ale riaffiorano alla memoria, piacevoli ricordi del passato, ora che il suo l’animo è più disteso, meno angosciato per il futuro.

Restano tuttavia due aspetti che disorientano e stimolano la necessità di comprendere se si tratti di forzature della sceneggiatura oppure di una rappresentazione amara ma vera della realtà di oggi: i rapporti con i genitori e la gestione della propria sessualità.

Questo serial è coerente con i precedenti già citati, nel mostrare genitori (quasi tutti in crisi coniugale) troppo impegnati a puntellare il loro equilibrio instabile per dedicarsi pienamente ai propri figli. C’è sicuramente affetto reciproco: chi può negare che la madre di Ale non si dia da fare per riconciliare il padre con il figlio, che la madre di Summer con minimizzi i rapporti tesi con il marito per costruire un ambiente sereno in famiglia? E’ un modo per manifestare vicinanza ma poi non ci sono altre parole da dire. Non c’è saggezza da trasmettere, non c’è travaso di esperienza da comunicare, non ci sono confidenze  da condividere. Se Summer decide di passare la notte con Ale, è sufficiente che lasci un bigliettino sul comodino della madre. Su questi comportamenti non c’è nulla da dire.

Accanto a situazioni di innamoramento sincero, in questo serial ci sono troppi casi di sessualità da consumo. Una ragazza che è venuta in campeggio a Cesenatico con i genitori, ha la sua tenda personale, in modo da poter ospitare per la notte il ragazzo che in quel momento è di suo gradimento; Sofia, che ha inclinazioni lesbiche, organizza incontri di una notte tramite siti per appuntamento; la simpatica collega di Summer che lavora nello stesso albergo,  cerca avventure che si consumino velocemente, perché a lei interessa “una sola cosa”.

Forse è proprio per questi aspetti che il sentimento prevalente che traspare dagli otto episodi e quello della malinconia. Non c‘è gioia, quella anche un po’ sciocca e incontrollata dell’adolescenza ma quell’amaro in bocca che scaturisce dal sentire le aspirazioni più profonde che scaturiscono dal proprio animo ma non si ha la pazienza di attendere che maturino e che trovino il loro giusto compimento; si preferisce vivere ora, nel presente, consumando tutto ciò che c'è da consumare.  Non è certo una vita felice quella di Sofia, come lei stessa confessa lucidamente a Dario, in quel suo vivere di incontri di una notte ma neanche è felicità quella di Summer e di Ale, che compiono i gesti di una donazione completa ma che non è ancora amore perché se amare vuol dire fondere le proprie vite, è proprio la loro vita che è ancora in fase di definizione. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISTERO A CROOKED HOUSE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 10:01
Titolo Originale: Crooked House
Paese: Regno Unito
Anno: 2017
Regia: Gilles Paquet-Brenner
Sceneggiatura: Gilles Paquet-Brenner, Julian Fellowes, Tim Rose Price
Produzione: Brilliant Films, Fred Films
Durata: 115 Su Netflix, Youtube, Google Play
Interpreti: Glenn Close, Max Irons, Stefanie Martini, Julian Sands

Inghilterra, fine anni ’50. Charles Hayward, giovane investigatore privato, viene contattato dalla sua vecchia fiamma Sophia, che gli chiede di indagare sulla morte improvvisa del nonno, il magnate Aristides Leonides. Apparentemente, l’uomo è morto a causa di un infarto, ma Sophia sembra convinta che si tratti di un omicidio. Per indagare, Hayward si trasferisce a Crooked House, la magione di campagna della famiglia Leonides. Qui fa la conoscenza di tutti i familiari del defunto, molti dei quali nascondono dei segreti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono valori particolari da segnalare in questa famiglia che ha smarrito qualsiasi coordinata etica
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione emotiva
Giudizio Artistico 
 
L’attenzione dello spettatore è garantita grazie alle numerose tracce da seguire e i potenziali sospetti ma manca un sufficiente approfondimento dei personaggi
Testo Breve:

Gli ingredienti del tipico giallo di  Agatha Christie ci sono tutti: un omicidio misterioso, una nutrita galleria di potenziali sospetti e un detective che svela uno dopo l’altro i loro segreti. Ottima interpretazione di Glenn Close. Su Netflix, Youtube, Google Play

Tratto dal romanzo di Agatha Christie È un problema (Crooked House, 1949) - uno dei preferiti dall’autrice malgrado l’assenza dei suoi due protagonisti più famosi, Hercule Poirot e Miss Marple – il film presenta molti dei tratti caratteristici delle storie della scrittrice inglese, tra cui un omicidio misterioso, una nutrita galleria di potenziali sospetti e un detective che svela uno dopo l’altro i loro segreti.

Nel caso specifico, quella dei Leonides è una famiglia altamente disfunzionale, in cui i rapporti sono esasperati e improntati all’odio e al sospetto. C’è lady Edith (interpretata da un’ottima Glenn Close), sorella della prima moglie di Aristides Leonides, donna determinata e perspicace, l’unica che sembra mantenere uno sguardo lucido su quanto la circonda; c’è Brenda, nuova moglie del capofamiglia ed ex ballerina di Las Vegas, molto più giovane del marito, che nasconde una tresca con il precettore dei suoi nipoti; c’è Magda, moglie del figlio maggiore di Aristides e madre di Sophia, attrice mancata che sogna un futuro irrealizzabile nel mondo del cinema… Persino i bambini, i nipoti di Aristides Eustace e Josephine, appaiono in qualche modo corrotti dall’arido e folle contesto familiare in cui sono stati costretti a crescere: il primo è un’adolescente incattivito e enza peli sulla lingua, mentre la seconda è una bambina intelligentissima, grande osservatrice ma assolutamente priva di senso  morale.

Se l’ampia galleria di personaggi, con i vari interrogatori, le numerose tracce da seguire e i potenziali sospetti, non permettono allo spettatore di annoiarsi, intrattenendolo con una sorta di gioco “alla Cluedo”, d’altra parte costituiscono anche un elemento di debolezza, perché non consentono un sufficiente approfondimento dei personaggi, molti dei quali risultano piuttosto stereotipati. Questo è evidente, in modo particolare, nel protagonista, che riassume in modo un po’ superficiale tutte le caratteristiche tipiche dei detective nei film noir (è spiantato, tormentato e con un difficile passato alle spalle), e in Sophia, che, a sua volta, appare ricalcata sulla figura delle femme fatale del cinema del passato.

Molto affascinante risulta, invece, il legame tra i personaggi e l’ambiente in cui si muovono. Le storture morali e psichiche di una famiglia dell’alta società inglese si riflettono nella scenografia, che appare simile a una casa di bambole vittoriana, in cui ogni personaggio è un mondo a sé stante, con i suoi colori, la sua musica e il suo “genere” di appartenenza. In questo modo, lo spettatore viene invitato ad aprire le tante porte della casa e ad affacciarsi sui diversi mondi in miniatura, allo scopo di scoprire ogni volta una tessera in più di un puzzle complesso e intricato.

Puzzle che conduce infine a un finale scioccante, ma in fondo non così inaspettato, dopo che abbiamo assistito, per quasi due ore, alle vicende di una famiglia che non ha problemi a riconoscere apertamente di aver smarrito qualsiasi coordinata etica. Come ammette Sophia, “c’è tanta crudeltà in noi… che si manifesta in varie forme. Ed è quello che più mi turba. Le varie forme”.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE REPORT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/23/2020 - 11:30
Titolo Originale: The Report
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Scott Z. Burns
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Topic Studios, Margin of Error, Unbranded Pictures, Vice Media
Durata: 119
Interpreti: Adam Driver, Annette Bening, Jon Hamm, Michael C. Hall, Matthew Rhys, Maura Tierney, Jennifer Morrison

Daniel J. Jones, con un’esperienza all’antiterrorismo nell’FBI, viene incaricato dalla senatrice Feinstein, della commissione sui servizi, di effettuare un rapporto sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre e accusato di enormi abusi. In anni e anni di indagine meticolosa, ostacolata dalla burocrazia e da chi preferirebbe che tutto restasse nascosto, Daniel porta alla luce non solo una serie impressionante di abusi, ma anche numerosi tentativi di insabbiamento. Il suo rapporto, imbarazzante non solo per l’Agenzia ma anche per uomini politici di ogni parte, rischia però di non vedere mai la luce…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un funzionario dello stato, mosso da inflessibili ideali, compie un lavoro scrupoloso nel denunciare violenze e abusi commesse dalla Cia
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di tortura e violenza
Giudizio Artistico 
 
La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.
Testo Breve:

Un lavoro di doverosa denuncia sugli abusi commessi dalla CIA nel programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre che avrebbe meritato un maggior approfondimento sui dilemmi e la psicologia dei protagonisti. Su Prime Video

Nel solco del cinema americano di denuncia, il film di Scott Z. Burns costruisce un thriller (anche se a dire il vero la tensione dopo un po’ latita) raccontando il faticoso percorso di denuncia degli abusi compiuti dalla Cia nel famigerato programma di interrogatori dei sospetti terroristi all’indomani dell’11 settembre. Ostacolato dalla burocrazia e dalle prevedibili resistenze dell’Agenzia, ma anche dalle indecisioni della politica (bipartisan) l’idealista Daniel vacilla raramente. Del resto non sembra avere molto da perdere: non ha una vita al di fuori del lavoro che finisce per assorbirlo sempre di più.

Quello che scopre è stato già in parte raccontato in altri film, ma qui Burns punta il dito non solo sugli orrori degli interrogatori (che intravediamo ripetutamente anche se va detto che le vittime rischiano di rimanere “anonime”, come un numero in un conteggio generico), ma sull’inutilità del programma stesso, che non ha nemmeno la discutibile difesa del fine che giustifica i mezzi. Tra consulenti ottusi o spregiudicati e agenti della Cia ostinati quanto poco intelligenti, emerge qua e là qualche individuo con una coscienza, ma sono personaggi che nell’economia del racconto trovano poco spazio.

A dominare la scena è Daniel con la sua testarda determinazione che deve farsi strada tra le rigidità e i compromessi della politica americana (nemmeno il governo Obama, seppur con “buone” ragioni, è molto propenso a divulgare i risultati della sua ricerca) e quello che doveva essere l’incarico di un anno si trasforma in un lavoro di ricostruzione infinito. Tentato di prendere la scorciatoia che passa per la denuncia a mezzo stampa, Daniel tiene duro fino alla fine.

La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente (così come lo sono Annette Bening e Jon Hamm nei panni dei due politici più presenti), ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.

La pellicola è quindi un lavoro di doverosa denuncia, a cui forse avrebbe giovato non tanto qualche ulteriore “invenzione” drammaturgica, quanto la scelta di dare qualche sfumatura in più agli antagonisti così come un po’ più di spazio ai dilemmi di Daniel e ai personaggi con cui condivide il lavoro di ricerca, che invece restano di fatto quasi delle comparse necessarie ai dialoghi che raccontino i fatti.

Il film è disponibile su Prime Video

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EIGHTH GRADE - TERZA MEDIA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/18/2020 - 15:35
Titolo Originale: Eighth Grade
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Bo Burnham
Sceneggiatura: Bo Burnham
Produzione: A24, Scott Rudin Productions
Durata: 94 su NETFLIX
Interpreti: Elsie Fisher, Josh Hamilton,

Kayla è una ragazza di terza media (nel sistema scolastico americano: Eighth Grade), per passione registra e pubblica su Youtube video con consigli per una migliore autostima e immagine di sé. Rimasta orfana della mamma a 8 anni, vive con il papà Mark e si appresta a vivere la sua ultima settimana di scuola media presso la Miles Grove Middle School di New York. È timida e riservata. Compagne di classe che non la considerano, la prima cotta per un ragazzo, una festa in piscina, l’amicizia stretta con ragazzi più grandi che incontrerà al liceo. Una settimana intensa e ricca di sorprese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno sguardo attento sulla fragilità della stagione adolescenziale, valorizzato il significato del pudore, riscoperta dell’importanza del rapporto tra genitori e figli adolescenti.
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio è, a tratti, volgare. Discorsi espliciti sulla sessualità utilizzati “per fare colpo”, ma non corrispondenti alla realtà (non ci sono scene di nudo).
Giudizio Artistico 
 
Bo Burnham al suo primo lungometraggio, ha sviluppato un originale linguaggio narrativo perfettamente idoneo a raccontarci la stagione adolescenziale. Perfettamente nella parte la protagonista, Elsie Fisher
Testo Breve:

Una ragazza sensibile, all’ultimo anno della scuola media, ha difficoltà a relazionarsi con i compagni e cerca di diventare una influencer , mostrandosi in rete, per quello che non è ma vorrebbe essere. Un bel film su un’età difficile.  Su Netflix

Una settimana molto intensa quella vissuta da Kayla (ottimamente interpretata da Elsie Fisher) nel film. La ricchezza degli eventi permette, in poco tempo, di scandagliare in profondità la personalità di questa preadolescente.

La sua timidezza che la porta a fare video per dare consigli ai suoi coetanei. Consigli che lei stessa non riesce a mettere in pratica. Gli sbalzi d’umore legati all’età, l’apparente contraddittorietà dei gusti, lo scontro con il padre Mark (interpretato da Josh Hamilton) e l’incapacità (almeno inizialmente), di quest’ultimo, di entrare nel mondo della figlia.

Le amicizie non corrisposte da ragazze sue coetanee che si considerano troppo “snob”. Il sorgere di nuove amicizie con quelli che saranno i suoi compagni al liceo.

L’innamoramento, cercando di far colpo sul ragazzo che le piace, ostentando una disinibizione sul versante sessuale che invece non c’è: anzi, si può riscoprire il grande valore del pudore che non è stato ancora violato. La paura di non essere amata e apprezzata, in particolare da suo padre.

Uno spaccato del mondo adolescenziale molto convincente: le numerose candidature a prestigiosi premi nazionali e internazionali lo confermano.

L’ottima interpretazione della protagonista conferisce una grande credibilità alla storia. Inizialmente può sembrare una settimana troppo intensa e quasi frenetica, con un continui sconforti seguiti da repentine riprese da parte di Kayla, ma forse l’adolescenza è proprio questo: cambiamenti improvvisi che non sono solo sbalzi d’umore, ma sono passi di un cammino di maturazione capace di accelerate improvvise e momenti quasi di stallo.

I dialoghi, soprattutto quelli sul finale, possono essere considerati la ciliegina sulla torta dell’intera narrazione. Un padre che non è perfetto, ma cerca di fare del suo meglio e una figlia che, tra le traversie della vita, cerca di capirlo, creano una grande empatia con il pubblico (in particolare quello che ha già passato l’adolescenza da qualche tempo).

Apprezzabile l’accostamento tra i video fatti da Kayla (ben riconoscibili per lo stile “da social” e per la risoluzione minore rispetto al resto del film… quasi fossero veramente fatti con uno smartphone) e la sua vita reale. Gli uni si trasformano in un commento all’altra, pur nella contraddittorietà del dare consigli senza essere poi capace di metterli in pratica.

Il regista e sceneggiatore Bo Burnham al suo primo lungometraggio, ha portato sullo schermo uno stile molto particolare, che unisce un’ironia graffiante a un realismo quasi impietoso. La protagonista, quando si incammina per i corridoi della scuola, è ritratta sempre in soggettiva da dietro, con le spalle un po’ curve, appesantite dallo zaino, mentre fende un turba di compagni indifferenti al suo passaggio. Un lungo primo piano sul suo volto, quando lei, da sola in macchia con un ragazzo, risponde sempre più imbarazzata alle sue proposte per una maggiore intimità. Il suo camminare convulsivo avanti indietro nella sua stanza mentre parla, molto eccitata, con una ragazza più grande di lei che finalmente l’ha considerata interessante e simpatica.  Burnham non riesce tuttavia a evitare la comicità un po’ pecoreccia di una Kayla alle prese con una banana. nè manca una scena allucinante che viola qualsiasi deontologia familiare, dove padre e figlia sono a casa a  cena e mentre lui cerca disperatatmente di dire qualosa di profondo lei pensa solo a consultare il suo cellulare. 

Un film che riesce a rendere interessante la storia normale di una ragazza “normale” di oggi ma dove i social media costituiscono vero un universo alternativo. Se film o fiction TV recenti hanno raccontato adolescenti in condizioni particolari, con dipendenze  (Euphoria, La mia seconda volta), alla ricerca della loro identità sessuale (Tuo, Simon; Just Charlie), oppure superdotati (Il Cratere, Blinded by the light), con poteri speciali (I am not ok with this, Il ragazzo Invisibile) o con qualche anomalia  (Atypical, Ognuno è perfetto),  la pellicola di Bo Burnham ha  il pregio di raccontare il caso non infrequente di una ragazza sensibile, che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri  mentre vive una fase meravigliosamente complessa della vita umana.

Il film è disponibile su Netflix

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOD FRIENDED ME (seconda stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/13/2020 - 11:43
Titolo Originale: God Friended Me
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Steven Lilien, Bryan Wynbrandt
Produzione: Berlanti Productions, I Have an Idea! Entertainment, CBS Television Studios, Warner Bros. Television
Durata: 2 stagioni di 10 episodi cascuna per 50' su SKY
Interpreti: Brandon Micheal Hall, Violett Bean, Suraj Sharma, Joe Morton

New York al giorno d’oggi. Miles , nonostante sia figlio di Arthur Finer, un pastore della chiesa episcopale destinato a diventare cardinale, gestisce un podcast sull’ateismo. Un giorno riceve su Facebook una richiesta di amicizia. Il nome del richiedente è Dio in persona. Miles è molto scettico all’inizio ma si accorge ben presto che accettare i suggerimenti di “Dio” vuol dire aiutare persone in difficoltà. Decide quindi di assecondare le richieste che arrivano da questo misterioso mittente ma non da solo: è con lui Cara, una scrittrice/giornalista in difficoltà e Rakesh, un hacker molto bravo a trovare in rete informazioni utili per aiutare la persona segnalata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A ogni puntata si compie un’opera buona a favore di una persona che ne ha bisogno, ma la rappresentazione di Dio è generica e impersonale, e l’etica famigliare è piuttosto rilassata
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona la dinamica dei eventi, ricchi di colpi di scena, ma la rappresentazione dei protagonisti è piatta, quasi fossero tutti varianti della stessa tipologia di persona.
Testo Breve:

Il figlio di un pastore episcopale, ateo convinto, riceve via Facebook una richiesta di amicizia nientemeno che da Dio. Una serie di opere buone vengono compiute verso chi ne ha bisogno, ma questa divinità sconosciuta si limita ad essere  una sorta di datore di lavoro senza volto. Su Netflix

Forse, per partire dall’inizio, dovremmo risalire a La vita è meravigliosa di Franck Capra (1947) in quel caso era un angelo che dissuadeva il protagonista da un gesto irreparabile, mostrandogli quante volte il suo intervento era stato determinante per quelle persone alle quali aveva fatto del bene. Ma probabilmente è meglio riferirsi alla fiction in due stagioni Joan of  Arcadia (2006) dove è Dio stesso che parla con Joan, una  liceale un po’ ribelle, proponendole buone azioni. Ora sotto le sembianze di un coetaneo in jeans, ora sotto quelle di una bimba incontrata per caso al parco giochi, Dio provocava Joan con ironia, inducendola a cimentarsi in piccole grandi sfide che la facevano avanzare sulla strada della virtù. In quel magnifico serial era ben sottolineato il valore non solo umano ma trascendente di quegli eventi. “Vedi – diceva Dio a Joan- io lavoro attraverso il libero arbitrio di ciascuno, attraverso lo stralcio di realtà che ne nasce e la lego a quella degli altri, fino in fondo, sempre per il meglio. Stai tranquillo: il meglio è assicurato con me, un bene infinito in un universo infinito”.  Dopo Joan of Arcadia, le uscite di film/serial che ipotizzavano il diretto intervento divino nelle cose terrene non si sono mai interrotte:  Dead Like Me (2004), Being Erica (2009),  An Interview with God (2018), Kevin (Probably) Saves the World (2018), Miracle Workers, (2019), Good Omens (2019), Messiah (2020)  fino a quando non arriviamo al Dio molto moderno di questa fiction, che chiede amicizia attraverso Facebook.

Bisogna scandalizzarsi di questi modi insoliti di rappresentare l’intervento di Dio nel mondo? Probabilmente no: in fondo sono rappresentazioni pittoriche di come la coscienza di ognuno si senta spinta a fare del bene verso gli altri o a correggere i propri errori del passato. Bisogna vedere piuttosto che peculiarità ha questo Dio che ci viene rappresentato. In Joan of Arcadia era un Dio che parlava direttamente e dava bene il senso dell’interazione fra provvidenza e responsabilità personale. In questo God Friended me, c’è un Dio molto più impersonale, che non parla ma manda messaggi, limitandosi a dare il nome delle prossima persona da aiutare. Si tratta quindi di un Dio dalla personalità indefinita e di sicuro non abbinabile a nessuna forma particolare di religione. Non a caso i personaggi che vengono salvati sono fedeli di varie religioni (indù,  cattolici, ebrei..).  Si potrebbe ipotizzare una sorta di “religione dell’umano”, un invito alla solidarietà fra gli esseri umani e in effetti ogni episodio racconta un generoso gesto di salvezza dei tre “amici di Dio” verso una persona che ne ha bisogno, ma il rapporto con l’Autore della missione è freddo- Occorre solo obbedire ai suoi ordini e sono totalmente assenti le categorie della preghiera e dell’abbandono fiducioso alla sua Provvidenza. Al contrario lo stimolo principale in questa fiction va verso l’efficienza esecutiva (si ha sempre poco tempo per portare a compimento le sue richieste) ed è sempre necessaria una fase investigativa iniziale perché le richieste del Mandante sono sempre un po’ oscure e bisogna capire chi c’è da salvare, puntata per puntata. Interviene sempre in questa fase Rackesh, un hacker prodigioso (non si capisce bene se è più “divino” lui o Dio stesso) perché via Internet riesce a sapere sempre tutto di tutti (ma ormai non c’è più da meravigliarsi). Altra figura-chiave per comprendere la serie è il reverendo episcopale Arthur. La serie mostra una approccio all’etica familiare molto liberale, in linea con questa chiesa degli Stati Uniti: che accetta il divorzio, le unioni fra omosessuali e prevede l’ordinazione di sacerdotI-donne. Arthur, appena nominato vescovo, si accorge che nel consiglio c’è un sacerdote ostile a lui proprio a causa della sua vita privata (Arthur ha una relazione con una donna divorziata e sua figlia, che ha inclinazioni lesbiche, convive con un’altra donna). ll contestatore, un sacerdote anziano, quindi legato a “tradizioni obsolete” ,viene subito espulso sbrigativamente dal consiglio fra l’approvazione generale.

Complessivamente gli episodi sono ben strutturati mostrando un elevato numero di imprevisti e di colpi di scena, alla stessa stregua di un thriller. I personaggi sono visti tutti come persone ragionevoli, pronti ai portare conforto ai loro amici e pronti a chiedere scusa se hanno reagito impulsivamente. E’ come se l personaggio fosse uno solo, sotto molteplici sembianze. Ciò finisce per appiattire la narrazione, che rimane priva del contrasto fra psicologie diverse.

La seconda stagione della serie sta andando in onda sulla piattaforma  Sky.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HIGH SCHOOL MUSICAL: THE MUSICAL: THE SERIES (primi due episodi)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/30/2020 - 17:24
Titolo Originale: HIGH SCHOOL MUSICAL: THE MUSICAL: THE SERIES
Paese: USA
Anno: 2019
Produzione: Disney Channel, Salty Picture
Durata: 10 episodi di 25' su Disney+
Interpreti: Olivia Rodrigo, Joshua Bassett, Matt Corbett, Julia Lester, Sofia Wylie

Nella East High School di Salt Lake City, la stessa dove sono stati girati i film (per la televisione e poi per il cinema) di High School Musical, Miss Jenn, la nuova insegnante di recitazione, coadiuvata dal coreografo Carlos, invita i ragazzi a candidarsi per avere una parte nella rappresentazione che vuole allestire con loro e una nuova edizione di quel musical che quattordici anni prima aveva fatto onore alla scuola. Le parti principali, quelle di Gabriella e di Troy, vengono assegnate a Nini e a Ricky. Se Nini ha sempre sognato di recitare quella parte, per Ricky si è trattato di una lotta contro se stesso: non è stato mai appassionato di musical ma ha deciso di candidarsi ugualmente per riuscire a riavvicinare Nini, con la quale aveva un’intesa nell’anno precedente e che ora, ad inizio del nuovo anno scolastico, fa coppia con E. J. Caswell…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo serial ci sono riferimenti ideologici che negano alcuni diritti fondamentali dei bambini, in particolare quello di venir generati e cresciuti dal proprio papà e dalla propria mamma
Pubblico 
Adolescenti
Per la presenza di alcuni argomenti che vanno affrontati con la dovuta maturità
Giudizio Artistico 
 
Fin dalle prime puntate ci vengono presentate canzoni di ottima musicalità; buona la recitazione della protagonista; molto meno quella dei personaggi maschili
Testo Breve:

Dopo 14 anni, la Disney propone una edizione rinnovata dell’ormai classico High School Musical aggiornato ai tempi di oggi, quindi con una presenza importante di situazioni dettate dall’ideologia LGBT

Disney+ , la nuova piattaforma in streaming che ha avuto il suo debutto a marzo 2020, esordisce con un nuovo serial dal nome lunghissimo per rinnovare i fasti di uno dei suoi lavori per la televisione di maggior successo. E’ proprio intorno alla riedizione di quel musical che si sviluppa la trama, si aprono contese per conquistare le parti principali, si riaccendono amori che sembravano sopiti. Nelle prime due puntate non c’è nient’altro da segnalare se non la conferma che il Musical è nelle corde degli americani e che sono in grado di mantenere un alto standard qualitativo. Anche questa fiction si mantiene musicalmente all’altezza delle aspettative e già nella seconda puntata, la canzone.”Wondering” .cantata e suonata dalla bravissima  Julia Lester nella parte di Ashlyn cugina di E.J. è di quelle che non si possono dimenticare facilmente. Il format scelto è insolito: è quello del mockumentary che da una parte ha il vantaggio di farci conoscere in modo più diretto i protagonisti (a turno si rivolgono verso lo spettatore raccontando come si sentono e che intenzioni hanno), dall’altra il racconto risulta rallentato e perde il vantaggio dell’unità di azione.  Altra scelta insolita è quella di far recitare alcuni personaggi sopra le righe (l’insegnante di recitazione miss Jenn, il coreografo Carlos), forse per attribuire loro la parte comica del racconto, per quel dualismo comicità-romanticismo che è sempre stata una prerogativa delle produzioni Disney, fin dai primi lungometraggi animati.

Come si rapporta questo serial al suo autorevole progenitore? Troppo presto per dirlo. Non c’è più il conflitto sport-teatro che era stato il cruccio di Troy nella vecchia edizione; nelle prime due puntate non abbiamo ancora compreso i rapporti che i ragazzi hanno con i genitori ma soprattutto manca l’ansia per il futuro, del cosa fare da grandi, che in fondo qualifica in modo preciso l’essere un adolescente: fino a questo momento il massimo delle aspirazioni dei ragazzi è partecipare al musical della scuola.

Olivia Rodrigo è convincente nella parte di Nini, nel suo oscillare fra i due pretendenti, mentre è poco credibile il personaggio di Ricky  (interpretato da Joshua Bassett). Quando Nini si confida con lui, dichiarandogli il suo amore, la  cauta e tiepida reazione di lui è poco comprensibile e lo è ancor di più dopo, quando, impegnandosi a esser selezionato per il musical nel tentativo di riconquistare Nini, sembra mosso più dal recupero dell’ orgoglio ferito, che da vero amore.

Sappiamo da tempo che la Disney ha il chiaro obiettivo di diffondere le ideologie LGBT nei suoi lavori e lo fa anche con questo serial, forse sentendosi più libera ora che si trova nell’ambito di una piattaforma tutta sua. Siamo appena alla seconda puntata ma è doveroso fare alcune distinzioni.

Carlos è   stato profilato come una persona con inclinazioni omosessuali (come ce ne posso essere in qualsiasi scuola), è simpatico, molto impegnato nel suo lavoro ed   aiuta concretamente Ricky a migliorare il suo ballo. In queste due prime due episodi non  c’è nessun commento da esprimere.

Un altro personaggio maschile, Seb, evidentemente con la stessa inclinazione, chiede alla insegnante di fare la parte di Sharpy (la ragazza antagonista di Gabriella nel musical originale). La risposta è:” si, mi piace, è una scelta originale”. In questo contesto è inutile rifarsi alla tradizione, che fa riferimento a tempi remoti, di uomini che recitavano le parti femminili; ci troviamo piuttosto in piena ideologia gender dove si assume che le parti femminili e maschili siano facilmente interscambiabili.

Fin dal primo episodio appare chiaro che la protagonista Nini ha due mamme.  La banalità della sequenza (le due mamme portano dei dolci a Nini che in quel momento si trova a casa della nonna) sottolinea l’intenzione della Disney di inserire questo tipo di famiglia nello sfondo della storia, espressione di una quotidianità senza particolare importanza.

ll tema non è nuovo per la Disney e nel serial animato per la TV, Dottoressa Peluche, aveva raccontato le vicende di una famiglia con due mamme. E’ interessante notare che la Disney porta primariamente in evidenza nelle sue opere la condizione di due mamme che non di due papà (se vogliamo escludere l’episodio-flash della doccia di due uomini assieme a dei bambini nel film Frozen). Forse, nella sua strategia di portare avanti queste ideologie con cautela e in modo graduale, la Disney  è cosciente che l’esistenza di due padri, che comporta ipotizzare la pratica dell’utero in affitto, non sia ancora pienamente accettata dal vasto pubblico, mentre il tema del seme maschile in affitto e quindi la perdita della paternità da parte del nascituro, sia un “male minore” che possa venir accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I AM NOT OK WITH THIS

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/29/2020 - 21:33
Titolo Originale: I Am Not OK With This
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jonathan Entwistle
Sceneggiatura: Jonathan Entwistle, Christy Hall
Produzione: 21 Laps Entertainment Ceremony Pictures Raindrop Valley
Durata: 7 puntate di 20' su Netflix
Interpreti: Sophia Lillis, Wyatt Oleff, Sofia Bryant

Sydney è una ragazza di 17 anni che frequenta il liceo. Rimasta orfana del padre da qualche tempo, trascorre la sua vita con sua madre Maggie e il fratellino Liam. Le giornate passano a scuola, con i suoi amici Dina e Stanley, in famiglia. Tutto sembra procedere normalmente, finché Sydney non scopre che, quando vive emozioni forti, si manifestano in lei strani e incontrollabili poteri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una figlia e sua mamma sanno superare il lutto della morte del padre riscoprendo il valore del loro rapporto
Pubblico 
Adolescenti
Il serial è vietato ai minori di 14 anni. Il linguaggio è molto volgare, alcune scene violente, il tema della sessualità è tratto con molta disinvoltura (senza scene di nudità), uso di droghe.
Giudizio Artistico 
 
Una buona ricostruzione dei pensieri e delle ansie del periodo adolescenziale ma la fiction si concentra molto su Sydney, sfumando troppo gli altri protagonisti
Testo Breve:

Sydney ha 17 anni ed è sempre irrequieta e ruvida con tutti ma un giorno si accorge di avere strani poteri…Un teen-comedy-drama che pone ben in evidenza il disagio adolescenziale con qualche limite nell'approfondimento dei personaggi

Il serial nasce dal romanzo grafico di Charles Forsman con la regia di Jonathan Entwistle (già regista di The End of the F***ing World) e dai produttori di Stranger Things.

Le 7 puntate di 20 minuti mettono in scena numerosi aspetti della vita di un adolescente e di un giovane: il cambiamento fisico con la classica complicazione dell’acne. Il dubbio di non piacere o di non risultare interessanti per altre persone. Gli innamoramenti (e i primi rapporti sessuali, fin troppo promiscui e disinvolti). Le feste in casa tra amici con uso (e, a volte, abuso) di alcool e le feste della scuola con il tradizionale ballo. L’incapacità di comunicare con il mondo degli adulti (la madre, gli insegnanti), la fatica di elaborare un lutto. Tutto questo viene visto dal punto di vista della protagonista.

A tutto questo si aggiunge la scoperta, da parte di Sydney, di alcuni superpoteri fuori dal suo controllo. Poteri che, alla pari delle crisi adolescenziali, non la fanno sentire a suo agio (come dice il titolo stesso del serial TV).

Alcuni anni fa, Gabriele Salvatores, aveva approfondito questo tema con i suoi due film Il ragazzo invisibile (2014) e Il ragazzo invisibile – seconda generazione (2017): la storia di adolescenti che, crescendo, si trovano a fronteggiare i cambiamenti fisici e relazionali, unitamente all’insorgere dei poteri. Poteri che, inizialmente, sembrano essere casuali e senza criterio. Anche se la qualità del risultato raggiunta da Salvatores è decisamente superiore.

La serie si mostra come un grande flashback accompagnato da vari flussi di coscienza: l’inizio della prima puntata, infatti, ci mostra la protagonista che, completamente coperta di sangue (non suo) cammina su una strada deserta e dietro di lei delle automobili della polizia corrono nella direzione opposta alla sua a sirene spigate. Come è arrivata fin lì? Dove sta andando? Perché si trova in quelle condizioni? Tutte domande che, una puntata dopo l’altra, trovano la loro spiegazione.

Il linguaggio dei personaggi è molto volgare, forse anche un po’ troppo sopra le righe rispetto al mondo reale di adolescenti e giovani: se in alcune situazioni sembra “essere giustificato” dalle criticità affrontate dai personaggi, in altre sembra proprio turpiloquio gratuito.

I giovani attori interpretano bene le loro parti e rendono credibili i personaggi, la scelta di sviluppare una serie di breve durata con puntate di 20 minuti, non permette un grande approfondimento dei loro caratteri ad eccezione di Sydney, con la quale lo spettatore condivide il punto di vista e non pochi pensieri e commenti alle situazioni che accadono.

Gli effetti speciali sono pochi e anche abbastanza semplici, probabile indicatore (almeno per questa prima stagione) del fatto che l’interesse è più sui personaggi che non sulla spettacolarità.

La trama riesce a suscitare l’interesse dello spettatore per tutti i 140 minuti. Non ci sono grandi colpi di scena, ma la storia comunque si rende sempre più misteriosa con il procedere delle puntate. Il cliffhanger finale presuppone una seconda stagione, che però non è stata ancora confermata.

Il serial è disponibile sulla piattaforma Netflix.

 

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/27/2020 - 18:10
Titolo Originale: LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Andrea Camilleri, Leonardo Marini, Francesco Bruni, Valentina Alferj
Produzione: Palomar, Rai Fiction
Durata: 115
Interpreti: Alessio Vassallo, Fabrizio Bentivoglio, Corrado Guzzanti, Thomas Trabacchi,• Federica De Cola

Vigata 1856. Pippo Genuardi è ufficialmente un commerciante di legnami ma la sua vera fonte di reddito è l’aver sposato Taninè Schilirò, figlia dell’uomo più ricco di Vigata. Ha il pallino delle novità: si è comperato un’automobile e ora ha una nuova ambizione: installare una linea telefonica fra casa sua e il suocero (per motivi che scopriremo). Manda quindi una lettera di richiesta al prefetto Marascianno, di origine napoletana, seguita da altre due lettere di sollecito ma questa sua insistenza è vista con sospetto: il prefetto decide di indagare su di lui nonostante gli inviti alla moderazione del questore Monterchi, un uomo venuto dal Nord. Pippo ha un altro compito da assolvere: scoprire l’indirizzo dell’appartamento dove si è rifugiato a Palermo il suo amico Sasà La Ferlita. E’ un’informazione che sta a cuore al mafioso don Lollò, che deve vendicarsi per una vendita al gioco non pagata. E’ un servizio che Pippo Genuardi svolge con piacere perché pensa che don Lollò potrà, in cambio, aiutarlo ad ottenere l’ambita concessione telefonica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono personaggi positivi ma ognuno si muove solo per il proprio tornaconto, come mosso da un istinto ingovernabile
Pubblico 
Maggiorenni
La bestemmia di un sacerdote. Dettagli verbali scabrosi di pratiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Perfetta ricostruzione del mondo di Vigata a fine ottocento nel linguaggio, nella costruzione dei personaggi, nella fotografia
Testo Breve:

Un giovanotto falso e vanesio, amante delle donne e delle ultime novità della tecnologia, finisce per mettersi nei guai in una Sicilia di fine ottocento dove i locali poteri forti abusano a loro arbitrio dell’autorità di cui dispongono. Un racconto ben realizzato ma molto amaro

Questo film per la TV, trasmesso su RaiUno e ora disponibile su RaiPlay, completa la trilogia dei romanzi storici di Andrea Camilleri (La mossa del cavallo, La stagione della caccia) e si presenta come un lavoro di ottima fattura. E’ presente tutta l’arguta gradevolezza del racconto di Camilleri, l’uso sapiente dell’immediatezza del dialetto siciliano, il gusto dello stile epistolare forbito e ridondante di quel tempo, il ritratto di personaggi carichi di ironia, gli squarci di una città arroccata sulle colline. Il regista Roan Johnson ha compiutamente trasferito in immagini la ricchezza del testo, ogni inquadratura è impreziosita dalla fotografia di Claudio Cofrancesco e gli interpreti sono maschere perfette di questa farsa comico-tragica.

La simpatia e la perfezione dello stile dell’autore (Andrea Camilleri ha firmato anche la sceneggiatura) ci fanno sorvolare su certe peculiarità del racconto. La trama è complessa e a volte macchinosa (per tre volte l’indirizzo dato da Pippo a don Lollò è sbagliato), la componente del tradimento coniugale sembra aggiunto all’ultimo per dare un colpo di scena finale.  Ciò che colpisce soprattutto è la staticità dei personaggi, bloccati in un “tipo” specifico. Non ci sono evoluzioni, riflessioni di coscienza ma ognuno è quel che è, e collide con l’essere degli altri, tutti spinti da un determinismo ineluttabile.

E’ probabilmente sintomatico della visione tragica della vita, nonostante la forma di simpatico intrattenimento, che ci propone Camilleri.

E’ proprio il protagonista che finisce per essere la persona più odiosa: ha perennemente un atteggiamento falso e mellifluo, quando parla è sempre untuosamente ossequioso verso il potere e si sa già che sta dicendo il falso perché la sua è una recita continua per ottenere, manipolando gli altri, ciò che più gli interessa. E’ anche un quaquaraquà, per usare una terminologia coerente con l’ambientazione, pronto a sottomettersi a qualsiasi richiesta accompagnata da minaccia. Come se non bastasse è un donnaiolo che vive una doppia vita.  

Non ci fanno una buona figura neanche i personaggi femminili, interessati solo a concedersi succosi incontri d’amore e a cucinare saporite pietanze. La critica alle autorità pubbliche locali di quello stato italiano da poco costituito, è inesorabile: il prefetto è un fanatico del complotto, non c’è nessuna sensibilità per le istanze dei neonati fasci siciliani, espressione di disagio della fascia più povera della popolazione, le sentenze di un tribunale possono facilmente essere comprate e, forse cosa più odiosa di tutti, i carabinieri manipolano le prove per avallare certe comode teorie. Il fatto che il questore Monterchi sia l’unica persona di buon senso (legge molti libri, lascia intendere l'autore, quindi si è costruito una coscienza), sposta di poco il quadro negativo perché lui non è “uno di loro” ma un uomo del Nord. Non manca una frecciata diretta alla fede cattolica che si esprime con una satira feroce verso l’etica dei comportamenti sessuali.

Andrea Camilleri in questo lavoro (con l’aiuto di un ottimo staff) si conferma un grande pittore, che sa usare con maestria il pennello e scegliere le giuste tonalità di colore ma il soggetto scelto per il quadro è triste perché privo di speranza e carico di sfiducia nelle capacità trasformanti dell’uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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