Fantascienza

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WOLVERINE: L’IMMORTALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/26/2013 - 17:01
 
Titolo Originale: The Wolverine
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Mark Bomback, Scott Franck dal fumetto di Frank Miller e Chris Claremont
Produzione: Lauren Shuler Donner, Hutch Parker, John Palermo, Hugh Jackman per Marvel Enterprises/Twentieth Century Fox Film Corporation
Durata: 126
Interpreti: Hugh Jackman, Famke Janssen, Tao Okamoto, Rila Fukushima, Hiroyuki Sanada

Wolverine, ancora traumatizzato dalla morte dell’amata Jean Grey, vive come un selvaggio tra i boschi del Canada, dove viene a cercarlo la giovane Yukio, inviata dall’anziano Yashida, un miliardario giapponese cui il mutante aveva salvato la vita durante la Seconda Guerra Mondiale. Yashida, prossimo alla morte, vorrebbe ricambiare il favore di tanti anni prima dandogli la possibilità di rinunciare all’immortalità che tanto gli pesa. Ma la situazione nella famiglia di Yashida è complessa e alla sua dipartita la nipote Mariko, erede designata, diventa il bersaglio di molti interessi. Logan decide di proteggerla, costi quel che costi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’unica riflessione che offre la pellicola è quella della condanna alla ricerca dell’immortalità a tutti i costi, all’ incapacità di accettare il dato essenziale dell’essere uomini, il tempo che passa, non come una condanna ma come un dono.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Si tratta di un’operazione di puro intrattenimento ma il vero elemento di forza del film è il suo protagonista, uno Hugh Jackman in gran forma
Testo Breve:

Wolverine, ancora traumatizzato dalla morte dell’amata, si reca in Giappone per proteggere la nipote di un suo vecchio amico Mariko. Un film di puro intrattenimento con un  Hugh Jackman in gran forma 

Molti critici hanno usato, per definire la seconda pellicola della Marvel dedicata al suo mutante più famoso, la parola “classico”, dove il termine può essere inteso in senso sia positivo che negativo.

Questo secondo capitolo in solitaria di Wolverine (o Logan, un eponimo spiccio come il suo personaggio, né nome né cognome) non ambisce in effetti alla complessità pensosa e post-moderna dei cinefumetti di Christopher Nolan, ma non ha nemmeno, se non in brevi momenti, il gusto per l’ammiccamento e l’autoironia degli Avengers.

Si tratta, per l’appunto, di un racconto molto lineare e “tradizionale” di rinascita di un eroe che ha smesso di essere tale ma che può tornare a esserlo se trova un degno avversario, una missione e una persona cui dedicare la propria vita (e forse anche la propria morte).

Tutto questo Wolverine (come da fumetto ma, verrebbe da dire, anche con somma gioia del marketing) lo troverà in Giappone, dove lo convoca un anziano e ricchissimo capitano di industria, che intende ricambiare a modo suo il salvataggio da parte del mutante dalla distruzione atomica di Nagasaki.

Che il dono di ringraziamento, oltre che una splendida katana (il primo dei molti espliciti richiami all’epica e all’etica dei samurai profusi nella pellicola), sia la possibilità di morire è la prima delle molte sorprese che Logan si troverà ad affrontare nella terra del Sol Levante, tra dark lady dai baci velenosi, giovani fanciulle inermi da salvare, guerriere chiaroveggenti, ninja misteriosi, membri della yakuza e, ovviamente, samurai corazzati.

La storia procede tra inseguimenti, combattimenti e qualche momento di doveroso omaggio al sentimento, si tratti della nostalgia di un amore perduto (e anche lì, paradossalmente, il dono di un innamorato era stato la morte), o dei primi momenti di uno appena sbocciato.

Se in un’operazione di puro intrattenimento come questa qualche approfondimento si può trovare (se proprio bisogna cercarlo tra una scazzottata e un duello all’arma bianca) è quello sulla condanna della ricerca dell’immortalità a tutti i costi, dell’incapacità di accettare il dato essenziale dell’essere uomini, il tempo che passa, non come una condanna ma come un dono.

Pochino, per chi è abituato alle sottigliezze anche drammatiche degli X Men di Bryan Singer, e pure il 3 D (che valorizza le scene più movimentate) appare una scelta insieme più popolare e meno elegante rispetto allo stile del prequel anni Sessanta X Men First Class.

Il vero elemento di forza del film è naturalmente il suo protagonista, uno Hugh Jackman in gran forma che, al sesto film nei panni (tanti o pochi che siano) del mutante zannuto e immortale, è ormai perfettamente compenetrato nella parte, si tratti di vagare infelice e barbuto nei boschi o duellare sul tetto di un treno, tanto da farci dimenticare che abbia mai potuto recitare nei panni del gentiluomo di Kate & Leopold o in quelli canterini di Jean Valjean de Les Miserables. In un cast per il resto completamente giapponese, il pubblico occidentale non ha che lui per aggrapparsi saldamente a questa avventura movimentata.

Niente paura, comunque, perché per chi ha la pazienza di aspettare dopo i titoli di coda c’è la sorpresa di ritrovare qualche vecchio amico che promette nuove avventure al ritrovato Wolverine e ai suoi artigli, anche se senza adamantio.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HOST

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/29/2013 - 12:02
 
Titolo Originale: The Host
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol dal romanzo di Stephenie Meyer
Produzione: Chockstone Pictures/Inferno Entertainment/Nick Wechsler Productions/Silver Reel
Durata: 125
Interpreti: Saoirse Ronan, Max Irons, William Hurt, Diane Kruger; prodotto da Stephenie Meyer, Paula Mae Schwartz, Steve Schwartz, Nick Wechsler

La Terra è stata conquistata da una razza aliena che occupa i corpi degli umani installandovi delle Anime. In cambio dal mondo sembrano essere stati rimossi conflitti, inquinamento e ogni forma di violenza...se non fosse che alcuni "sopravvissuti" umani non si arrendono; quando Melanie, una di loro, viene catturata e nel suo corpo viene inserita una creatura aliena, la ragazza fa resistenza e così tra le due inizia un'inattesa e conflittuale convivenza. Quando poi Melanie convince la sua occupante a fuggire per raggiungere il fratello e l'innamorato Jared, la situazione si complica perchè nessuno crede che Melanie sia "sopravvissuta" mentre poi uno dei ribelli si innamora della nuova personalità della ragazza...Intanto sulle tracce dei ribelli c'è una Cercatrice disposta a tutto per annullare ogni forma di resistenza.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ancora amori romantici sulla scia della serie di Twilight e il tema della riconquista della libertà contro i malvagi alieni.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Fotografia e regia sono evidentemente di livello, il che, però, non fa altro che evidenziare i limiti di un racconto che si dilata su oltre due ore senza avere mai nulla di interessante da dire in termini di relazioni umane,
Testo Breve:

La terra è stata conquistata da una razza aliena che occupa i corpi degli umani installandovi delle anime. Il connubio fra fantascienza e storia d’amore adolescenziale non raggiunge l’effetto sperato

Per chi aveva sperato che il coinvolgimento di un autore come Niccol (suoi sia il meraviglioso Gattaca che il geniale Truman Show) potesse in qualche modo "salvare" l'adattamento del romanzo di Stephenie Meyer resterà deluso. Sembra proprio che, forse anche per il deciso coinvolgimento della scrittrice nella produzione, non ci sia verso che il materiale dell'autrice della saga di Twilight possa  maturare al punto da allargarsi oltre il suo target di riferimento. Va detto che il romanzo (per nostra fortuna un pezzo unico) da cui la pellicola è tratta, ha di per sé un punto di partenza problematico, che risiede più nell'impossibile matrimonio tra il genere "storia d'amore adolescenziale" con la fantascienza piuttosto che nella costruzione, in fin dei conti abbastanza banale, di un nuovo triangolo impossibile di quelli che hanno fatto la fortuna della scrittrice mormona. La fantascienza, genere metafisico per eccellenza, è da sempre il "luogo" naturale dove raccontare le grandi domande dell'esistenza, che qui purtroppo vengono ammannite solo in versione "bacio perugina" a discapito di ritmo narrativo e credibilità...

Inutile forse sprecare i paragoni con le varie "invasioni degli ultracorpi", ma nemmeno con le due versioni dei Visitors. Qui la Meyer lancia il sasso di una conquista soft ma non per questo meno drammatica (le Anime, a dispetto del loro nome, sono pur sempre delle specie di insetti luminosi che si installano alla base della testa del corpo occupato annullandone - quasi sempre- l'identità), ma poi, come spesso accade nei suoi romanzi, pretende di annullare il conflitto che lei stessa ha creato. Da una parte, infatti, "normalizza" la relazione tra le due identità che convivono in un solo corpo, dall'altra fa comodamente accettare la suddetta da chiunque la incontri dopo un breve momento di frizione...

Del resto la logica e il funzionamento di questa nuova Terra, non viene, opportunamente, mai davvero spiegato, in modo da non creare crepe nell'impostazione del film, che di fatto punta tutto su questo anomalo quadrilatero sentimentale i cui passaggi appaiono talmente forzati da scivolare in più momenti in un comico involontario.

Fotografia e regia sono evidentemente di livello, il che, però, non fa altro che evidenziare i limiti di un racconto che si dilata su oltre due ore senza avere mai nulla di interessante da dire in termini di relazioni umane, dal momento che i potenziali conflitti vengono risolti senza un vero perché, guidando la vicenda verso un finale che non ha il coraggio di essere drammatico e cioè di portare fino in fondo la scelta dell'aliena "convertita". Senza voler svelare il finale siamo dalle parti di Twilight, dove un dilemma impossibile si scioglie come neve al sole lasciando la protagonista felice e contenta...

L'allontanamento non violento degli occupanti (che, d'altra parte, sembra non dare molte garanzie, se non pilotate, sul fatto che possano ritornare), ventilato nel finale, del resto sembra una soluzione simile a quelli che pensano di risolvere il problema dell'inquinamento mandando i rifiuti sulla Luna, e cioè, in questo caso, scaricando i visitatori indesiderati a qualcun altro, lontano qualche anno luce, in ogni caso abbastanza perché non ci si debba preoccupare per il loro destino...

Una serie di compromessi che rende tra l'altro la pellicola decisamente più debole anche sul piano del racconto, a cui mancano picchi e tensione e che rischia di scontentare, con il suo eccesso di retorica, anche il suo pubblico di riferimento, che, un po' come accade con i romanzi rosa, finirà per "scorrere" i minuti del film come le pagine di un libro mediocre, in attesa di uno degli improbabili momenti di intimità della protagonista con i sue due pretendenti...

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UPSIDE DOWN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/11/2013 - 23:24
 
Titolo Originale: Upside Down
Paese: CANADA, FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Juan Diego Solanas
Sceneggiatura: Juan Diego Solanas, Santiago Amigorena
Produzione: NOTORIOUS PICTURES
Interpreti: Kirsten Dunst, Jim Sturgess

Due pianeti sono così vicini fra loro che i loro abitanti possono guardarsi semplicemente alzando gli occhi ma i due mondi sono separati da una profonda ingiustizia: in uno ci sono gli sfruttati, nell’altro gli sfruttatori. Adam e Eve si sono innamorati, a dispetto del fatto che non sono nati nello stesso pianeta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore contrastato finirà per trionfare e gli sfruttati riscatteranno il loro destino
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film è ammirevole per l’originalità con la quale ha saputo costruire una storia d’amore in un mondo di pura fantasia ma il racconto manca del pathos necessario per affascinare pienamente
Testo Breve:

Il film realizza un universo futuro  visivamente affascinante, luogo di un romantico amore fra un Romeo e una Giulietta nati in mondi fra loro divisi. Il film colpisce per l’originalità delle scenografie ma lo sviluppo della storia non riesce ad appassionare pienamente

Bisogna riconoscere che non c’è convenienza a desiderare di vivere nel prossimo futuro. A giudicare da quel che ci viene proposto al cinema, il tempo che verrà sarà caratterizzato da  ingiustizia e schiavitù. Solo per citare qualche fim della scorsa stagione, Hunger Games e In Time (che a sua volta rimanda al magnifico Gattaca-la porta dell’universo, dello stesso autore) ci mostrano un mondo irrimediabilmente spaccato in due: da una parte gli sfruttatori, dall’altra gli sfruttati.  Anche nel recente Looper – In fuga dal passato appare evidente che la violenza e la sopraffazione prenderanno il sopravvento.

Nel caso di Upside Down la situazione è un poco più complicata: i mondi ora sono due, ma così vicini fra loro che non sarebbe difficile passare da uno all’altro (è stata perfino costruita una lunga galleria che li collega fra loro, “il mondo di mezzo”, attrezzata con uffici) se non fosse rigorosamente vietato perché nel mondo di sopra ci sono gli sfruttatori (un mondo ricco e colorato) mentre nel mondo di sotto, in bianco e nero, infestato da una pioggia di petrolio che cade da impianti di trivellazione mal gestiti, ci sono gli sfruttati. A rendere più complicata la situazione (i primi minuti del film vengono spesi solo per spiegare questa intricata situazione) ogni essere umano, ogni oggetto  risente della forza di gravità del pianeta di origine  anche quando si reca nell’altro. Venire a contatto con oggetti del mondo gemello può anche essere pericoloso, perché dopo qualche ora generano una combustione.

Dopo un primo momento di smarrimento, lo spettatore riesce ad immedesimarsi in questa realtà spaccata in due (in una sala da ballo “promiscua”, se alcuni ballano con i piedi sul  pavimento, altri volteggiano a testa in giù sul soffitto) anche perché gli autori hanno saputo fare un uso sapiente della computer grafica, rendendo non solo credibile, ma anche esteticamente affascinante questo mondo double-face. Anche in questo universo diviso sboccia, quasi inevitabile, l’amore fra un Romeo e una Giulietta: lui si chiama Adam, è un ragazzo orfano che vive nel mondo di sotto, lei è Eve ed è una privilegiata del mondo di sopra.

Si sono conosciuti fin da piccoli quando, andando sulla cima più alta dei loro mondi e guardando in su, si sono visti ed hanno incominciato a parlare. Una volta che sono diventati grandi, Adam cercherà di incontrarla, sfidando i gendarmi che tengono ben separati i due mondi, le leggi fisiche che lo costringerebbero a “precipitare in alto” quando si trova nel pianeta che non è il suo e a combattere l’amnesia di Eve che dopo un incidente non ricorda più il suo innamorato di un tempo.

Il film ha la graziosità di una favola; la storia d’amore, così contrastata, è carica di  sognante romanticismo e non manca di un suo originale fascino visivo, soprattutto quando i due giovani si trovano fra le nuvole, in cima a due montagne contrapposte: un nuovo, originale contributo all’immaginario filmico.

C’è però qualcosa che manca nel racconto: se è molto curata la descrizione sul come si possono contrastare le due forze di gravità antagoniste, non si percepisce la minaccia di un vero nemico umano (per due volte i due innamorati vengono catturati e per due volte li ritroviamo, inspiegabilmente, liberi). E’ come se il desiderio di costruire un mondo di sogno abbia attutito le tensioni e il film manchi dell’energia necessaria per costruire il punto di svolta catartica della storia.

Il film ha saputo dar corpo a uno spunto sicuramente ingegnoso ed originale  che però finisce per diluirsi nel suo stesso sviluppo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOOPER - IN FUGA DAL PASSATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/30/2013 - 18:31
Titolo Originale: Looper
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Produzione: DMG ENTERTAINMENT, ENDGAME ENTERTAINMENT, RAM BERGMAN PRODUCTIONS
Durata: 119
Interpreti: Bruce Willis, Joseph Gordon-Levitt, Emily Blunt, Piper Perabo, Paul Dano

In un 2045 violento dove ognuno gira armato e si fa giustizia da solo, alcuni killer sono stati ingaggiati come Looper. Il loro compito è semplice: debbono trovarsi a una certa ora e in un certo luogo stabilito per uccidere una persona incappucciata che gli si para davanti improvvisamente. Si tratta di un uomo che è stato “spedito” dal futuro, esattamente dal 1075, quando sarà stata messa a punto una macchina per tornare indietro nel tempo e che un gangster chiamato Rainmaker utilizza in modo illegale spedendo i suoi avversari nel passato per un omicidio “pulito”. Joe è uno di questi Looper ma un giorno si trova davanti se stesso invecchiato di trent’anni: qualcuno ha deciso di chiudere il loop...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Anche se il finale è positivo, viene descritto un ambiente degradato (droga, prostituzione) dove si svolgono regolamenti di conti cruenti fra killer, dove è difficile individuare chi è buono e chi è cattivo
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di nudo femminile, uso di droghe, sparatorie e combattimenti senza dettagli cruenti, l’uccisione di un bambino
Giudizio Artistico 
 
Il film dà ciò che lo spettatore si aspetta: un Bruce Willis scatenato che annienta tutti i suoi avversari. L’ipotesi fantascientifica che regge il film risulta poco credibile
Testo Breve:

In un futuro non troppo remoto una macchina del tempo consentirà alla malavita di tornare nel passato per uccidere anticipatamente chi dà loro fastidio. Un film di fantascienza poco credibile che però consente ancora una volta di ammirare Bruce Willis in action

Di film di fantascienza che hanno giocato sulla possibilità di viaggare nel futuro o di ritornare nel passato ne sono stati fatti tanti. Il tempo come barriera da superare per correggere gli errori commessi o per sapere ciò che oggi ci appare come una angosciosa incognita. Looper è più simile a Minority Report di Steven Spielberg (curiosamente ambientato un anno prima, nel 2044), perché pretende di bloccare il crimine prima che l’uomo predestinato a un futuro da omicida lo commetta realmente. Se però nel film di Steven Spielberg si giocava sulle doti di alcune veggenti, qui la costruzione fantascientifica è molto più audace: presente e futuro si incontrano e coinvivono tranquillamente: Il  Joe giovane del 2045 (Joseph Gordon-Levitt) si ritrova tranquillamente allo stesso tavolo di un ristorante con il Joe invecchiato di trent’anni (Bruce Wills) e inevitabilmente hanno entrambi ordinato una bistecca con patatine.

Il film segue lo schema classico della caccia e della fuga, ma Minority Report era più sofisticato nelle tecnologie adottate, Looper vira invece su duelli in stile Western, soprattutto quando Bruce Willis imbraccia la pistola o il fucile e in una manciata di secondi ha già fatto fuori un buon numero di avversari. Per fortuna la salvezza viene dalle donne: il Joe maturo mette la testa a posto dopo essersi innamorato di una  ragazza di Hong King (passaggio obbligato, visto che il film è co-prodotto dai cinesi) mentre il Joe giovane incontra Sara (Emily Blunt), una ragazza che vive da sola con suo figlio di dieci anni in una fattoria e per lei decide di superare la sua tossicodipendenza e di proteggerli da chi vuole uccidere il ragazzo.
Joe aveva avuto meno successo con Suzie (Piper Perabo) alla quale aveva offerto tutto il suo denaro per riscattarla dalla sua vita da night club dove l’aveva conosciuta ma lei risponde tranquillamente che si sente più indipendente nel fare la prostituta.

 

I film di fantascienza hanno successo quando riescono a catturare la complicità dello spettatore  imbastendo in modo abile il gioco del “ cosa succederebbe se”. In questo caso  la credibilità appare alquanto limitata: non solo la convivenza del presente con il futuro sembra sfidare qualsiasi logica, ma nel racconto  vengono aggiunti vistosi fenomeni di telecinesi che sembrano inseriti al solo scopo di arricchire la sorpresa dello spettatore.

Occorre inoltre dire che Minority Report aveva la sua morale: l’uomo è realmente libero perché nulla o nessuno potrà mai  predeterminare le sue decisioni mentre nel caso di Looper il poter agire nel presente per modificare il futuro è una possibilità concreta anche se  sta a noi decidere se utilizzarla o no.

 

 

Autore: Franco
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOTAL RECALL – ATTO DI FORZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/17/2012 - 20:37
Titolo Originale: Total Recall
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Len Wiseman
Sceneggiatura: Kurt Wimmer e Mark Bomback, ispirata al racconto di Philip K. Dick We Can Remember It For You Wholesale e basata sulla sceneggiatura di Total Recall (1990)
Produzione: Len Wiseman, Neal H. Moritz, Toby Jaffe per Total Recall/Original Film/Rekall Production
Durata: 121
Interpreti: Colin Farrell, Jessica Biel, Kate Beckinsale, Bryan Cranston, Bill Nighy

In un lontano futuro, i sopravvissuti di una devastante guerra nucleare si radunano nelle uniche due zone del pianeta ancora abitabili: la Gran Bretagna, governata da un dispotico governatore, e l’Australia, dove abitano i servi della gleba. Ogni giorno, dalla colonia australiana, centinaia di operai si mettono in treno e in una ventina di minuti, dopo aver attraversato l’interno della terra, si recano nella Madre Patria per rinchiudersi in una fabbrica di robot ad avvitare bulloni. Il pendolare Doug Quaid, stufo della vita grama sempre uguale a se stessa, decide di affidarsi alle cure della “Rekall”, una clinica specializzata in impianti di ricordi artificiali. Durante la seduta, che dovrebbe regalare al cliente un passato da agente segreto (che Doug, lettore di Ian Fleming, sogna di essere), qualcosa va storto e un commando delle forze speciali irrompe nel laboratorio come se all’improvviso fosse scoppiata una guerra. Ohibò, sogno o son desto?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Positivo il nocciolo della trama, che affida alla coscienza e al libero arbitrio la capacità per l’essere umano di agire secondo rettitudine nonostante condizionamenti e ricatti
Pubblico 
Adolescenti
scene di violenza, turpiloquio, una scena di nudo
Giudizio Artistico 
 
Ben poca è l’introspezione dei personaggi vantaggio di esplosioni, scazzottate e inseguimenti dall’esito scontato.
Testo Breve:

Total Recall è l’ennesima rivisitazione malriuscita di un cult movie proveniente dal passato recente. L'originale con  Arnold Schwarzenegger è del 1990 ed era caroco di ironia: qui abbiamo solo esplosioni, scazzottate e inseguimenti dall’esito scontato

Total Recall è l’ennesima rivisitazione malriuscita di un cult movie proveniente dal passato recente. L’originale era un film violento – da cui l’azzeccato titolo italiano Atto di forza – che sposava bene la brutale poetica del regista Paul Verhoeven (Robocop, Basic Instinct) con la smargiasseria ironica del protagonista Arnold Schwarzenegger. Vent’anni dopo troviamo al timone il creatore della saga di Underworld Len Wiseman (che si era già dimostrato incapace di rivitalizzare un classico, dirigendo l’inutile quarto episodio della saga di Die Hard) e come interprete principale l’irlandese Colin Farrell, capace di ottime cose, ma che in questo film ha l’aria svagata di chi è sempre sul punto di ordinare una seconda pinta di Guinness.

Prima o poi qualche sociologo della comunicazione dovrà spiegarci perché, nell’era della riproducibilità tecnica, la memoria cinematografica sembra essersi accorciata (o azzerata, come nel caso dell’ultimo Spider-Man, che è un semi-remake di un cult di appena dieci anni prima), tanto da consentire il rifacimento di qualunque film (che molti hanno già in dvd e tutti possono trovare on line), quando costerebbe di meno – grande schermo per grande schermo – distribuire nuovamente l’originale. Si potrebbe rispondere che alcune grandi narrazioni hanno bisogno di piccoli ritocchi per raggiungere il pubblico della nuova generazione, e che ogni fase storica ha bisogno di essere incarnata nelle sue inquietudini (la fantascienza ha principalmente questo scopo) da nuove letture al passo con i tempi. La nuova trilogia di Batman, firmata dai fratelli Nolan, è riuscita in questo intento. Questo nuovo Total Recall no: più che un “atto di forza”, di forzatura.

Eppure la narrativa di Philip K. Dick, tradotta ripetutamente al cinema nei vari Blade Runner e Minority Report (qui citati insieme a Metropolis e – ma che c’entra lo sanno solo gli sceneggiatori – Star Wars: L’attacco dei cloni), si presterebbe bene ad agganciarsi alla realtà contemporanea. L’eroe di questo film, infatti, è un agente segreto doppiogiochista cui è stata cancellata la memoria e che scopre un po’ alla volta brandelli di verità sulla sua storia e sulla sua identità. Quando ormai non ha più idea di chi sia davvero, decide di fare tabula rasa del suo passato, sposando la causa che in quel momento gli sembra più giusta. Un tema fortissimo, profondissimo, che affida alla coscienza e al libero arbitrio la capacità per l’essere umano di agire secondo rettitudine nonostante condizionamenti e ricatti. Peccato che questo tema scolori nel film senza mai incidere realmente, a danno dell’introspezione dei personaggi – che non era, invero, neanche il punto di forza del film originale – e a vantaggio di esplosioni, scazzottate e inseguimenti dall’esito scontato. Soprattutto per i timpani di chi guarda.

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PROMETHEUS

Inviato da Franco Olearo il Sab, 09/15/2012 - 20:50
Titolo Originale: PROMETHEUS
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Jon Spaihts, Damon Lindelof
Produzione: SCOTT FREE PRODUCTIONS, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 124
Interpreti: Noomi Rapace, Charlize Theron, Michael Fassbender , Idris Elba

Nell'anno 2089 due scienziati portano a compimento le ricerche archeologice scoprendo che vari murales ritrovati in diversi punti della Terra riportano la medesima immagine di creature giganti che indicano un determinato pianeta. Ricostruito quale sia il pianeta in questione e trovati i fondi da un miliardario morente, i due si imbarcano assieme a un equipaggio misto di scienziati e piloti verso quel pianeta per andare a scoprire quel che ritengono essere l'origine della vita sulla Terra…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film si avventura in una superficiale (quanto sterile) illustrazione del dibattito tra creazionismo o spontaneismo senza approdare a nulla
Pubblico 
Adolescenti
Alcune sequenze drammatiche potrebbero impressionare i più piccoli. Il film è VM14
Giudizio Artistico 
 
“Prometheus” è un fratello di “Alien” ben cresciuto nel lusso sfrenato (degli effetti speciali) che riesce a riprodurre la stessa suggestione del claustrofobica del primo ma spiega poco e non risolve il dilemma portante del film sull’origine della vita
Testo Breve:

Ridley Scott cerca di ricostruire le suggestioni del suo Alien del 1979 e ci riesce da un punto di vista del fascino  visivo ma il racconto resta come incompiuto e senza risposte

Rivedendo l’intera serie di “Alien” (quattro film girati dal 1979 al 1997, riprogrammati da Sky questa settimana alla cadenza di uno al giorno), che annovera dietro la macchina da presa alcuni fra i miglior registi del cinema contemporaneo (Ridley Scott, James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet), un elemento salta agli occhi: la matrice di Ridley Scott resta insuperabile.
I tre film successivi sono variazioni movimentate (il primo), stilizzate (il secondo) o grottesche (il terzo). Ma restano variazioni. L’originale non è minimamente raggiungibile. Ridley Scott ebbe l’intuizione (resa sublime nell’opera successiva, “Blade Runner”, del 1982) di utilizzare il genere di fantascienza in chiave claustrofobica. Il racconto è lento, e non sono gli effetti speciali a dominare. Tutto si svolge all’interno di una nave spaziale (tranne una scena all’esterno, che serve per far entrare nell’intreccio narrativo il nemico alieno). E poi la vera, grande idea del film, è la protagonista, la trentenne atletica Sigourney Weaver. Una donna che alla fine riesce a sconfiggere il mostro.
Dopo un trentennio Ridley Scott ha deciso che ci voleva un nuovo film per fissare i punti chiave della sua spettacolare e ormai mitica creatura cinematografica. Ma ha voluto che non fosse un prequel (così da rendere chiaro il significato del film successivo). Ecco dunque “Prometheus”, libera introduzione ad “Alien”. Non ci sono dubbi. Il film di Ridley Scott è bellissimo. Ma è altra cosa da “Alien”. Avrebbe fatto meglio, invece, a spiegare perché l’alieno aggredì l’umano. E, soprattutto, cosa rappresentava l’’alieno.
Gli extraterrestri sono stati un asse portante della cultura popolare della seconda metà del XX  secolo. Appaiono subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, in America. La data fatidica è il 1947, quando un ricco signore, Kenneth Arnold, avvista dal suo aereo privato strani dischi volanti (nello stesso anno, a cementare la leggenda, a Roswell, nel deserto del New Mexico, cade un disco con il corpo di un alieno, prontamente nascosto dalle autorità governative). Da quel momento la febbre aliena sale di intensità. La scienza comincia a trasformarsi in fantascienza e la fantascienza, successivamente, in religione del consumo postmoderno. Gli alieni, intanto, sempre più presenti fra di noi (anche se invisibili), non invadono la terra per succhiarle il sangue, ma occupano pagine e pagine di pubblicazioni spesso secondarie, che però con il passare del tempo diventano sempre più sofisticate.
La fantascienza, come detto, si trasforma in una sorta di religione dalle varie sfaccettature. Come dimenticare che l’inventore di Scientology, Lafayette Ron Hubbard, è un prolifico scrittore di libri di fantascienza. E che dire di Claude Maurice Marcel Vorilhon, fondatore della religione ufologica realiana.
Ma Ridley Scott in “Prometheus”, non rinnegando la centralità aliena, si avventura in una superficiale (quanto sterile) illustrazione del dibattito tra creazionismo o spontaneismo. L’origine della vita è divina o casuale? Siamo creature di Dio o frutto di uno scherzo della natura? Le troppe parole (e le troppo belle immagini) dominano il film di Scott. Erano più sensati i silenzi, l’oscurità, spesso il terrore di “Alien”.
“Prometheus” è un fratello ben cresciuto nel lusso sfrenato (degli effetti speciali) e in un universo, come quello contemporaneo, che avendo rinunciato a credere in Dio, è finito per credere in tutto.                

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COWBOYS & ALIENS

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/15/2011 - 19:42
Titolo Originale: Cowboys & Aliiens
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura: Roberto Orci, Alex Kurtzman, Damon Lindelof
Produzione: DREAMWORKS SKG, IMAGINE ENTERTAINMENT, KURTZMAN/ORCI, PLATINUM STUDIOS, UNIVERSAL PICTURES
Durata: 118
Interpreti: Daniel Craig, Harrison Ford, Olivia Wilde

Arizona, 1873. In una piccola cittadina con case di legno, saloon e ufficio dello sceriffo, un uomo privo di memoria si risveglia improvvisamente. Non capisce dove si trova. Viene da un altro mondo, è privo anche del nome ed ha attaccato al polso un misterioso bracciale, che emette strani segnali e sprizza una luce azzurrina...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il messaggio agli umani è chiaro: mettendosi insieme, dimenticando le differenze sociali, razziali, sessuali, si può sconfiggere un nemico sulla carta imbattibile
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di combattimenti violenti, una breve sequenza nudo
Giudizio Artistico 
 
Molte scene di grande effetto (le astronavi che atterrano nel Grand Canyon) ma la fantascienza non ce l'ha fatta a resuscitare il western. Però ha riportato in vita gli eroi
Testo Breve:

Con un'operazione di grande budget, Steven Spielberg con altri produttori ha cercato di rivitalizzare il genere Western con una buone dose di sci-fiction ricavata da una graphic novel ma è mancata la sinergia fra i due generi e il risultato è stato modesto.

Allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, come è noto, difettava la vista. Ma al cinema, dove si recava con frequenza in Argentina negli anni Trenta del Novecento, critico cinematografico per la rivista «Sur», nel buio della sala riuscì a percepire una grande verità.
Nel tempo in cui i poeti avevano dimenticato la loro origine epica, il western hollywoodiano l’aveva ritrovata. Gli eroi dell’Olimpo della mitologia greca, ai quali non credeva più nessuno, si stavano di nuovo materializzando sullo schermo, con la pistola in una mano e la Bibbia nell’altra. Negli uomini, attraverso la magia dello schermo, stava tornando la fiducia per gli eroi. Il western classico diventò lo scenario e la narrazione della nuova mitologia.

Poi il tempo determinò la morte anche di questi eroi di celluloide. Lo scetticismo si portò via persino il padre Zeus, John Wayne. Nel 1970 uscivano a poca distanza uno dall’altro “Un uomo chiamato cavallo” di Elliot Silverstein, “Soldato blu” di Ralph Nelson e “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn. Il punto di vista si era spostato dai colonizzatori (trasformati da buoni in cattivi) ai colonizzati (i pellerossa). Il «revisionismo progressista», gravido di buone intenzioni, doveva essere una iniezione di sangue fresco e verità. Si rivelò invece un’iniezione letale. Il funerale vero e proprio al western fu celebrato dieci anni dopo, con “I cancelli del cielo” di Michael Cimino. Un fallimento totale, estetico ed economico. Nei trent’anni successivi l’encefalogramma è rimasto costantemente piatto. Solo qualche sussulto, come nel caso di “Balla coi lupi” (1990) di Kevin Costner (per ottenere più o meno gli stessi incassi c’è voluto vent’anni dopo “Il Grinta” dei fratelli Coen). Di tornare gli eroi proprio non ne volevano sapere.

Poi, come l’Araba Fenice, nel rimescolamento della mitologia hollywoodiana, ne sono nati di nuovi. A partorirli è stato il mondo del fumetto trasferitosi al cinema. E proprio all’universo del fumetto viene chiesto di far tornare il western a volare. Steven Spielberg ha prodotto “Cowboys & Aliens”, per la regia di Jon Favreau(ha già diretto “Iron Man” I e II), un film a grande budget (costato 160 milioni di dollari) finanziato da Universal Pictures, DreamWorks SKG e Paramount Pictures.
Il western nel cinema contemporaneo ha subito rare, rarissime  ibridazioni. È rimasto un genere puro, refrattario a commistioni e annacquamenti. Invece “Cowboys & Aliens” è il mescolamento del western con la fantascienza. L’idea di far convivere nel fumetto pistoleri e creature piovute dal cielo è venuta al genio delle strisce disegnate Scott Mitchell Rosenberg, che subito ha intuito le potenzialità cinematografiche della storia.
L’ambientazione di “Cowboys & Aliens” è classica: fine Ottocento, Absolution, piccola cittadina con case di legno, saloon e ufficio dello sceriffo. Un uomo privo di memoria si risveglia improvvisamente. Non capisce dove si trova. Viene da un altro mondo, è privo anche del nome. L’alieno vestito da cowboy è interpretato da Daniel Craig, l’attuale 007. In apparenza è come tutti gli altri, tranne l’aver attaccato al polso un misterioso bracciale, che emette strani segnali e sprizza una luce azzurrina. Come ogni western che si rispetti la piccola cittadina è sempre dominata da un cattivo, spesso protetto dall’autorità della legge. Assolve a questa funzione il colonnello Dolarhyde (Harrison Ford), scostante veterano della Guerra Civile (come lo era John Wayne nel western per eccellenza, “Sentieri selvaggi” di John Ford). Una volta attaccavano gli indiani, i banditi, i messicani, la cavalleria con l’uniforme blu. Adesso attaccano gli extraterrestri.
La disperata difesa dall’invasione aliena sarà condotta dunque da un’accoppiata di ferro, praticamente imbattibile: il giovane Daniel Craig (James Bond) e il vecchio Harrison Ford (Indiana Jones). Però per vincere la partita, visto che siamo in tempi politicamente corretti, c’è bisogno anche del contributo, di non poco conto, del sesso femminile (Olivia Wilde). Il fumetto su grande schermo gode attualmente di ottima salute. Ma l’operazione di “Cowboys & Aliens” è riuscita? Si può sperare che il western, grazie agli effetti speciali della fantascienza, possa tornare in vita? Non tutti sono d’accordo. Nell’ultimo numero della Bibbia ad uso e consumo della cinefilia patinata, i francesi “Cahiers du cinéma”, è apparsa una sonora stroncatura: «è il blockbuster più noioso dell’estate». Giudizio davvero severo. Purtroppo il film diretto da Jon Favreau non riesce a mantenere quello che sulla carta aveva promesso: una nuova vena aurea. Gli incassi negli Stati Uniti non sono stati spettacolari. Gli stessi esatti di un film simile, uscito quest’anno: “Battaglia per Los Angeles”. Anche qui, come in  “Cowboys & Aliens”, gli alieni hanno abbandonato le sembianze amichevoli e pacificatrici che gli aveva assegnato Steven Spielberg. Ormai sono ritornati cattivi come un tempo, e anche il maestro Spielberg accredita prodotti come “Super 8” e “Cowboys & Aliens”. Il messaggio agli umani però è chiaro: mettendosi insieme, dimenticando le differenze sociali, razziali, sessuali, si può sconfiggere un nemico sulla carta imbattibile. Forse la fantascienza non ce la farà a resuscitare il western. Però ha riportato in vita gli eroi. A Brecht gli eroi stavano sulle scatole. Ma la narrazione del mondo, privata degli eroi, perderebbe fascino e magia. Questo Borges lo aveva ben chiaro, pur non possedendo una vista da falco. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WORLD INVASION

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/30/2011 - 08:15
Titolo Originale: WORLD INVASION
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Jonathan Liebesman
Sceneggiatura: Chris Bertolini
Produzione: SONY PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Aaron Eckhart, Michelle Rodriguez, Ramon Rodriguez

Nel 2011 i casi di avvistamento degli UFO, finora sporadici eventi, sono diventati una minacciosa e terrificante realtà: un'invasione aliena sta infatti terrorizzando la Terra, distruggendo le più grandi e imporatanti città del pianeta. L'estremo baluardo diventerà la città di Los Angeles, dove un plotone di Marines, cercherà di fronteggiare l'attacco in un'ultima estrema, battaglia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film passa rapidamente dall'eroismo di pochi a una evidente retorica militarista
Pubblico 
Adolescenti
Per intense scene di battaglia e per alcune scene di crudeltà nei confronti degli alieni
Giudizio Artistico 
 
Action movie con molti effetti speciali. Sceneggiatura prevedibile e dialoghi fiacchi
Testo Breve:

Rifacimento del più fortunato Independence Day: di fronte all'arrivo di alieni proprio tanto cattivi, non resta che affidarsi ai prodi marines. Film di pura action, dove non resta che prenderlo per quello che è: un film d'intrattenimento senza troppe pretese

Esistono gli alieni? Diamine se esistono, anche se nessuno è mai riuscito a mostrarne uno. E la prova più lampante ed incontrovertibile della loro esistenza l’ha storicamente fornita il cinema di fantascienza americano. L’ultima puntata di questa saga commercialmente fortunata e praticamente inesauribile è World Invasion di Jonathan Liebesman.
Storia davvero da manuale. Arrivano gli alieni cattivi, davvero cattivi. Qualcuno dovrà pure fronteggiarli. Ad incaricarsi dell’ultima disperata difesa è il moderno «settimo cavalleggeri», cioè il corpo dei «marines» degli Stati Uniti. Non ci sono più giacche blu e strisce gialle, cavalli e fucili a ripetizione. Adesso il plotone di eroi indossa la mimetica ultra-tecnologica e imbraccia armi prodigiose. La tutela delle colline di Hollywood non è meno importante di quella epocale della fortezza di Alamo. Da lì passava la sopravvivenza nazionale.
Adesso il compito è un tantino più difficile: la posta in gioco è il pianeta terra. I nemici sono piovuti dal cielo come meteoriti e la battaglia sulla carta appare segnata. Con i «marines» in campo, però, mai dire mai.  Finalmente gli alieni sono approdati sulla città degli angeli. Un’avvisaglia del loro imminente arrivo gli abitanti di Los Angeles la ebbero pochi mesi dopo l’attacco giapponese alla flotta statunitense di stanza a Pearl Harbor. Non si trattava di una burla di Orson Welles, tipo la finta radiocronaca dello sbarco dei marziani. Un’incursione dell’aviazione giapponese era data per certa, e si prevedeva avvenisse di notte. L’allarme partì. L’incubo dei cittadini fu pari alla prontezza dell’artiglieria antiaerea nello sparare cannonate all’indirizzo del cielo. Nessun nemico però volteggiava nell’alto. Cosa era successo? Errore umano, precipitazione dettata dalla paura, o mistero? I giornali si scatenarono. Quando si fissa la data del primo contatto extraterrestre, avvenuto come da manuale a Roswell, New Mexico, nel luglio del 1947, per la caduta di un disco volante con dentro corpi alieni, bisogna sempre ricordare la notte di Los Angeles del 1941. La mobilitazione venne decretata per fronteggiare un’invasione extraterrestre. L’allarme fasullo, sostennero a guerra finita le autorità militari e governative, fu determinato da alcuni palloni meteorologici. Spiegazione alla quale gli ufologi non hanno mai prestato la minima fiducia. Gli unici danni dell’invisibile (e inesistente) invasione giapponese (o aliena) furono causati dal «fuoco amico». Le vittime (tre) caddero non per attacco aereo (o da disco volante), ma per attacco cardiaco. La causa: choc emotivo da cannonate.

Nel 1979 Steven Spielberg immortalò la grottesca «invasione» in un piccolo e divertente capolavoro, 1941: Allarme a Hollywood, con l’indimenticabile John Belush inei panni di un capitano d’aviazione. Quindi gli alieni che dovevano arrivare a Los Angeles in una notte stellata, si son fatti vedere (sullo schermo) settant’anni dopo. L’apparizione degli alieni continua a tenere banco senza sosta. È di pochi giorni fa la rivelazione (l’ennesima) di documenti dell’FBI che accerterebbero l’esistenza di corpi extraterrestri e navicelle spaziali custoditi in gran segreto dalle autorità statunitensi.
L’esistenza, come si ricorderà, veniva comunicata all’ignaro presidente americano (un giovane e atletico pilota da guerra) in Independence Day (1996) di Roland Emmerich, fra i successi più clamorosi al botteghino degli ultimi venti anni. E immediatamente, dovendo fronteggiare un attacco extraterrestre,  chiedeva di recarsi nel deserto per prendere diretta visione dei mostruosi nemici. Insomma, il mito degli alieni non smette di affascinare e convincere. Anche Stephen Hawking, dall’alto della cattedra a Cambridge ereditata addirittura da Isacco Newton, prima giurò, secondo scienza, che non esistevano. Poi ci ha ripensato: sempre secondo scienza ne ha sentenziato l’esistenza. Infine ha detto parole molto sensate: lasciamoli stare, non li stuzzichiamo. Se ci scoprono e sono come noi, potrebbe finire come in Avatar.

La questione attirò anche le riflessioni di Enrico Fermi. Il «papa» seduto a tavola affermò sicuro: non ci sono dubbi che, calcolo matematico alla mano, esistono. Poi si rabbuiò, proseguendo perplesso: ma perché non si fanno vedere? In attesa che si presentino al nostro cospetto, accontentiamoci di vederli seduti comodamente sulla poltrona. Sullo schermo riusciamo sempre a rimandarli indietro. Non è detto che nella realtà ne saremmo capaci. 

 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SONO IL NUMERO QUATTRO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/24/2011 - 16:35
 
Titolo Originale: I am number four
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: D.J. Caruso
Sceneggiatura: Alfred Gough, Miles Millar
Produzione: BAY FILMS, ROAD REBEL, IMAGENATION ABU DHABI FZ
Durata: 110
Interpreti: Alex Pettyfer, Dianna Agron, Timothy Olyphant

Sul pianeta Natale la razza dei loreniani, simil-umani, è perseguitata da quella dei mogadoriani perchè vogliono il dominio assoluto del pianeta. John è uno dei quattro sopravvissuti loreniani e si è rifugiato sulla terra accompagnato dal guerriero-custode Henry. Entrambi sono costretti a spostarsi in continuazione perché i mogadoriani sono sulle loro tracce.
John si ribella, non vuole più vivere una vita randagia e decide di frequentare una normale high school come tutti i ragazzi della sua età. Qui conosce e si innamora di Sarah ma ormai i mogadoriani lo hanno individuato.....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
"Noi non amiamo come gli umani: per noi è per sempre" dichiara il mentore di John. In effetti non trionfano solo i buoni conntro i cattivi, ma anche l'amore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Potrebbe spaventare i più piccoli qualche mostro minaccioso e le scene di battaglia anche se non ci sono dettagli raccapriccianti
Giudizio Artistico 
 
Sembra uno di quei temini che a volte ci è capitato di fare da ragazzi: non si può dire che non sono stati scritti con diligenza e che tutti gli argomenti richiesti sono stati sviluppati, ma il compito manca di un guizzo di originale vitalità
Testo Breve:

Una storia di supereroi ambientata nella high school di una anomima città della provincia americana è ancora una volta il presupposto per tentare il successo verso un pubblico di adolescenti, un sorta di Twilight al maschile puntando sul fascino di Alex Pettyfer ma la narrazione manca di originalità e di fascino: una diligente costruzione fatta a tavolino senza guizzi di fantasia

 Deve essere stato il successo delle serie Twilight a convincere i produttori a fare questo film, il primo di un'ipotetica nuova serie basata sull'omonimo libro di Pittacus Lore (pseudonimo di James Frey e Jobie Hughes): una storia di supereroi  ambienta in una anonima high school della provincia americana.
Anche la scelta del regista appare corretta:  D.J. Caruso  aveva diretto Disturbia, un interessante remake in veste adolescenziale di La finestra sul cortile con l'attore del momento Shia LaBeouf, che  con quella sua aria da nerd intraprendente era stato  la  forza trainante della pellicola.
Bisogna riconoscere che gli ingredienti per un potenziale successo verso il target adolescenziale e per replicare quello di Twilight in versione maschile ci sono tutti: l'ambientazione scolastica, con le solite gelosie e rivalità fra gruppi; il protagonista John (Alex Pettyfer , già visto in Wild Child) che sembra un ragazzo normale ma in realtà è dotato di superpoteri; l'inizio di una pudica storia d'amore con Sarah (interpretata da Dianna Agron, presente in questi giorni in TV nel serial adolescenziale Glee), subito contrastata da un temibile rivale proprio perché anche lui è un bravo ragazzo (ogni riferimento al licantropo di Twilight è assolutamente voluto); l'arrivo di nemici  brutti e cattivi pronti a spazzar via tutta la genìa dei loreliani; una ciclopica  battaglia finale  fra le due razze superdotate  con tanto di mostri venuti dallo spazio, zeppa di computer grafica come ci si aspetterebbe da un film di fantascienza. Anche i presupposti per un sequel sono molto evidenti: interviene nell'ultima battaglia una donna loreniana  (Teresa Palmer, già vista in L'apprendista stregone) che ha tutta l'aria di voler mescolare le carte del cuore dei protagonisti alla prossima puntata.

Non abbiamo quindi dubbio che questo FilmVerde possa piacere ai ragazzi ma per chi ha qualche anno in più non può non notare come questo progetto così ben predisposto non  abbia personalità e non riesca ad entusiasmare. Il confronto con Twilight è decisamente perdente: il rapporto fra Bella e Robert  è stato sicuramente più approfondito, senza contare l’abilità nel costituire una tensione inesausta verso un amore che non si può concretizzare. Il rapporto fra John e Agron rientra invece nei canoni  prevedibili di una fiction televisiva di media fattura anche se una nota di simpatia viene costruita attorno a John nel suo aspirare a  una vita normale  (si emoziona nel vedere la casa di  Sarah e quando viene invitato a cena dai genitori di lei, resta estasiato nell’ ammirare  una banale,  tranquilla vita in famiglia). Originale anche il personaggio del suo amico Sam, che porta in sè  la nostalgia per un padre che è morto subito dopo aver scoperto tracce del passaggio di extraterrestri sul nostro pianeta.

Negli Stati Uniti il film ha avuto un discreto successo: resta da vedere se anche in Italia John e Sarah riusciranno a fare breccia nel cuore degli adolescenti-                                                                

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AD ASTRA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/11/2019 - 16:52
Titolo Originale: Ad Astra
Paese: USA, BRASILE, CINA
Anno: 2019
Regia: James Gra
Sceneggiatura: James Gray, Ethan Gross
Produzione: Regency Enterprises, Plan B Entertainment, Keep Your Head, RT Features, MadRiver Pictures
Durata: 124
Interpreti: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, • Liv Tyler:

Il maggiore Roy McBridge porta un cognome importante: su padre Clifford è un famoso astronauta che si trova attualmente sul pianeta Nettuno per indagare sull’esistenza di altri esseri viventi nel sistema solare. Ma è proprio da Nettuno che stanno arrivando misteriosi picchi di energia che minacciano la vita sulla terra e Roy viene incaricato dallo Stato Maggiore di recarsi alla base sotterranea di Marte (quindi protetta dalle radiazioni) per stabilire un contatto con suo padre che si trova nello spazio da ormai sedici anni e si teme che non sia più in vita...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si pone alla ricerca di un padre che forse ha smarrito il significato del suo esistere, desideroso di riportarlo a casa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore James Gray riesce a renderci la suggestione della navigazione fra i pianeti del sistema solare ma i risvolti umani della storia restano come soffocati, diluiti proprio dalla vastità degli spazi
Testo Breve:

L’astronauta Roy parte alla volta del pianeta Nettuno per ritrovare suo padre, di cui da tempo non ha più notizie. Un viaggio nel sistema solare che è anche un cammino interiore, alla ricerca di se stesso e al recupero degli affetti familiari. Un film ambizioso riuscito a metà.

L’apertura allo spazio infinito si riverbera nell’intimità del cuore umano. Dai tempi di 2001 Odissea nello spazio, è questo il fascino che ci hanno regalato i film che si sono proiettati in un futuro dove  l’esplorazione dello spazio è considerato un fatto compiuto ( Gravity, Interstellar, Lost in space, Sopravvissuto – The Martian,…). In questo film diretto e sceneggiato da James Gray  si alternano il nero profondo dello spazio ai primi piani di Roy (Brad Pitt) che riflette su se stesso e cerca di comprendere ciò che sente realmente in quest’avventura che dopo sedici anni lo sta riavvicinando al padre. E’ il vuoto che ha dentro di sè (sente di non sentire) che lo angoscia.ma il suo dilemma è rigorosamente gestito in solitudine perché i suoi rapporti sono solo quelli strettamente professionali con i componenti dell’equipaggio oppure sono frutto della sua memoria e rivede sua moglie, una sbiadita icona silenziosa. A rendere più acuto il suo disagio, è costretto  periodicamente sottomettersi a un check sul suo stato psicologico (evidentemente nel futuro si farà così) e ciò lo costringe a ostentare calma e sicurezza tenendo per sé tutte le sue domande senza risposta. Lo stesso rapporto con il padre è ambiguo: nutre per lui una sincera ammirazione per le sue prodezze e sa di somigliargli molto: condividono lo stesso sangue freddo nelle situazioni rischiose e la passione per l’esplorazione dello spazio. Al contempo ha un atteggiamento meno radicale: se Roy resta legato al pianeta terra e alle dolcezze che lo invitano a tornare (il ricordo della moglie), Clifford ha fatto della sua missione spaziale un credo assoluto per la quale vivere e morire. Questi nodi nel loro rapporto spingono Roy a superare ogni ostacolo (e ce ne saranno molti) per raggiungere Nettuno: è proprio nel ritrovare il padre e nel confrontarsi con lui che Roy spera di ritrovare se stesso.

Ad Astra è un film complesso e parzialmente riuscito. Ci troviamo Kubrick, Malik e il Conrad di Cuore di tenebra. Le sequenze nello spazio e all’interno delle astronavi sono molto belle e curate nei dettagli (frutto delle consulenze ricevute dalla NASA, dalla Jet Propulsion Laboratory e dalla SpaceX) ma quando poi vediamo Roy nella sua tuta spaziale, prendere una lamina divelta dall’astronave per avanzare usandola come scudo contro le pietre che formano l’anello di Saturno, non possiamo che rimpiangere il rigore delle immagini di Kubrik. Al contempo tutto il film è guidato da una voce fuori campo, espressione dei moti interiori di Roy che ricorda molto le riflessioni di The Tree of life ma in quel caso Malick aveva voluto sviluppare una meditazione dal respiro universale, dove aveva congiunto il destino di una famiglia con quello dell’intero universo. In questo Ad Astra è troppo debole il riferimento all’amore coniugale mentre il rapporto figlio-padre risulta pudicamente trattenuto non solo per il troppo tempo passato lontani ma per la difficoltà a comprendere l’atteggiamento del padre.

L’accostamento di Clifford al  Kurtz di Cuore di tenebra è più evidente e quel lungo cammino dalla Terra a Nettuno alla ricerca di un padre del quale si hanno poche notizie ma molti misteri ricorda la navigazione lungo il fiume Congo dove la scoperta di delitti e di atroci misfatti getta ancora più sospetti sul misterioso commerciante di avorio.

E’ innegabile l’alta qualità della fattura del film che ci restituisce i freddi brividi dell’esplorazione spaziale ma forse il progetto è stato troppo ambizioso e si percepisce qualcosa di inespresso, di pudicamente trattenuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Collection
Data Trasmissione: Lunedì, 12. Aprile 2021 - 21:25


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