Dramma

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.

IL CACCIATORE DI AQUILONI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 10:42
 
Titolo Originale: The Kite Runner
Paese: Usa
Anno: 2007
Regia: Marc Forster
Sceneggiatura: David Benioff dal romanzo omonimo di Khaled Hosseini
Produzione: Dreamworks SKG/MacDonald-Parkes Productions/Neal Street Productions/Participant Productions/Sidney Kimmel Entertainment/ Wonderland Films
Durata: 131'
Interpreti: Khalid Abdalla, Homayon Ershadi, Zakeria Ebrahimi, Ahmad Khan Mahmidzada

Il timido e sognatore Amir e il generoso Hassan crescono insieme nella Kabul degli anni Settanta, figlio il primo di un determinato e severo uomo d´affari, il secondo del servo di casa di etnia hazara. Hassan è tenacemente devoto all´amico, che però soffre per l´affetto che suo padre dimostra ad Hassan. Un giorno, dopo una vittoriosa competizione di aquiloni, Amir, per codardia, lascia che Hassan paghi la sua fedeltà subendo un´odiosa violenza e poi, incapace di sopportare la vergogna dell´immutato amore dell’amico, lo accusa di furto e lo fa cacciare. Anni dopo Ami, che vive in America, dove è fuggito con il padre in seguito all´invasione russa, viene raggiunto dalla telefonata di un amico del padre. C´è qualcosa che può fare per espiare e tornare ad essere buono…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ribadisce la necessità, per ogni uomo che possa definirsi tale, di intervenire di fronte ad un’ingiustizia, con i mezzi che ha disposizione. E' una pellicola in cui emerge con forza il concetto di provvidenza divina, di una volontà di Dio che sa infine trarre il bene anche dal male
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di violenza su un bambino, una scena di lapidazione pubblica, diverse scene di violenza e tensione.
Giudizio Artistico 
 
Diligente trasposizione del romanzo. Ottima interpretazione di Homayon Erstradi
Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

I DEMONI DI SAN PIETROBURGO (Luisa C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 09:18
 
Titolo Originale: I DEMONI DI SAN PIETROBURGO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Paolo Serbandini, Monica Zapelli, Giuliano Montaldo
Durata: 118'
Interpreti: Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Anita Caprioli, Roberto Herlitzka

San Pietroburgo 1860. Feodor Dostoevskij è oppresso da i debiti e da un editore truffaldino che gli impone di completare il suo romanzo in una settimana. Anna, ingaggiata come stenografa per accelerare la conclusione del romanzo, lo rincuora e lo incita a terminare ma Feodor è distratto dalla confessione avuta in manicomio da Gusiev, un rivoluzionario pentito: un attentato sta per essere attuato ai danni di un componente della famiglia imperiale. Bsogna fermare Aleksandra che è a capo di questa cospirazione prima che sia troppo

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dostoevskij contro ogni forma di terrorismo e di ieri e di oggi. Dispiace l'assenza di riferimenti alla fede cristiana del grande scrittore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida scena di nudo integrale
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti gli attori in questa sontuosa e approfondita ricostruzione della San Pietroburgo anno 1860 e valida sintesi della vita e del pensiero del grande scrittore, utilissima per avvicinare la sua figura alle nuove generazioni

Siamo nel 1860. Dostoevskij non ha ancora scritto i suoi capolavori (Memorie del sottosuolo è del 1864, Delitto e castigo  del 1866) e solo  da cinque anni ha chiuso il suo debito con la giustizia (prima ai lavori forzati in Siberia, poi servendo nell'esercito) per esser stato giudicato, allora promettente scrittore di 28 anni,  un sovversivo.  Nel 1860 non ha ancora perso il vizio del gioco ed è perennemente indebitato: il film lo coglie nel momento in cui è impegnato a concludere  in una sola settima il racconto "Il giocatore", condizione capestro che gli ha imposto il suo editore.  E' anche il periodo delle grandi speranze nate con la salita al trono di Alessandro II, lo zar riformatore che di lì a poco (nel 1862) abolirà la servitù della gleba. Sarà l'azione scellerata  di un gruppo di terroristi che  porrà fine all'unico serio tentativo di riforma liberale (attentato adombrato nella sequenza finale del film) prima dell'inizio della rivoluzione.
E' proprio nei confronti di questi "demoni" che Feodor mostra un atteggiamento deciso ma intimamente sofferente: quando il rivoluzionario pentito Gusiev lo vuole coinvolgere, sia pure a fin di bene, in una trama terroristica contro un componente della famiglia imperiale, la sua reazione immediata è di netto rifiuto: troppo recente è stata la pena che ha dovuto scontare, troppo forte è il rammarico di aver in gioventù professato idee molto vicine.
Il racconto si muove, da questo momento in poi, sotto la spinta di queste due angoscianti scadenze: la consegna del libro nei termini imposti e la ricerca della cospiratrice Aleksandra prima che l'attentato abbia luogo. Se  per il primo troverà un sostegno decisivo in Anna,  la dolce ma tenace stenografa che farà con lui le nottate per completare in tempo il lavoro (e diventerà, nella finzione come nella realtà sua moglie) per il secondo sarà inaspettatamente Pavlovic, capo della spietata terza sezione di polizia che pur rigoroso nel compiere il suo dovere sa apprezzare la grandezza dello scrittore e lo solleverà da ogni sospetto (è facile scorgere un parallelo con Wiesler, l'agente segreto della Germania comunista nel film Le vite degli altri, su cui agisce il valore purificatore dell'arte).

DostoevskiJ, anche se non apprezza il pentito Gusiev, andrà a  comprargli , impiegando l'anticipo ricevuto per il libro,  un cappotto per proteggerlo dai rigori del manicomio dove si è volontariamente rinchiuso. Feodor infatti ama dibattere sul piano delle idee (a più riprese vengono citate frasi tratte dal suo libro "I demoni", dove con forza condannerà il libero arbitrio che ritiene giusto uccidere in nome di un ideale rivoluzionario) ma il suo atteggiamento non è freddamente razionalista:  il suo comportamento è guidato da una salda fede nel valore inestimabile della persona umana, dall'importanza di essere solidali e  amare il nostro prossimo (alcuni flashback del suo periodo di cattività in Siberia, il modo con cui impara a condividere le sofferenze dei suoi compagni di sventura sono un segno della sua progressiva conversione umana).
Dispiace a questo proposito che il film non sviluppi i rapporti dello scrittore con il cristianesimo (solo nel soggiorno siberiano lo si vede con un Vangelo in mano). La fede in Gesù Cristo (prima  ammirato solo come modello morale, poi, nelle ultime opere, come Redentore e Verbo Incarnato) permea, in modo spesso dialettico,  tutta la sua opera ma nel film se ne intravedono solo gli effetti, senza che venga fatta luce sul percorso spirituale dello scrittore.

Il film beneficia di un'ottima ricostruzione dell'epoca,  con molte riprese in interni ed esterni realizzate a San Pietroburgo. Fa piacere vedere impiegata anche la grande sala da ballo di Venaria Reale a Torino, dopo il recente restauro.

Bravi tutti gli attori, ma particolarmente efficaci sono Carolina Crescentini che trasmette, con una recitazione misurata, una calda femminilità e Roberto Herlitzka che lascia trapelare, dietro la fredda maschera del poliziotto, l'animo di un profondo conoscitore delle passioni umane. Miki Manojlovic ci restituisce un Dostoevskij mite e sofferente  ma appare troppo spesso spettatore impotente degli eventi nei quali è coinvolto.

Il film lascia trapelare ogni tanto il suo intento didattico (Aleksandra, Pavlovic e Gusiev  usano a turno l'espressione: "come lei stesso ha scritto" o "come mi ha insegnato", espediente che serve per citare brani tratti dai capolavori dello scrittore) ma è proprio questo il valore del film: una ricostruzione viva e appassionata del personaggio e delle opere di Dostoevskij che potrà contribuire ad avvicinare alla sua figura le nuove generazioni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI3
Data Trasmissione: Mercoledì, 17. Settembre 2014 - 15:45


Share |

I DEMONI DI SAN PIETROBURGO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 09:00
 
Titolo Originale: I DEMONI DI SAN PIETROBURGO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Paolo Serbandini, Monica Zapelli, Giuliano Montaldo da un’idea di Andrei Konchalowsky
Produzione: Elda Ferri per Jean Vigo Italia/Rai Cinema
Durata: 118'
Interpreti: Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Anita Caprioli, Roberto Herlitzka

San Pietroburgo 1860. Fjodor Dostojevskij è in un momento buio della sua vita. Un contratto capestro lo lega all’editore Stellowski e lo obbliga a completare un nuovo romanzo nell’arco di cinque giorni. A complicare le cose le rivelazioni fattegli da Gusiev, un giovane rivoluzionario ricoverato in un ospedale psichiatrico, che gli annuncia un prossimo attentato contro il granduca. Stretto tra l’urgenza letteraria (lavoro in cui lo affianca la devota stenografa Anna, poi divenuta sua moglie) e il tentativo di scongiurare l’attentato da parte di giovani d cui un tempo condivideva gli ideali, Dostojevskij attraversa un doloroso percorso di riflessione sul suo passato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il giusto slancio ideale e i rischi dell’intolleranza: la predominanza dell’aspetto “politico” taglia fuori un approfondimento reale dell’interiorità di Dostojevskij, del suo profondo senso religioso
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e violenza. Una rapida scena di nudo integrale
Giudizio Artistico 
 
Le belle interpretazioni degli attori non bastano a compensare una scelta stilistica e di contenuti che condanna la pellicola ad essere “solo” un riuscito affresco d’epoca che manca il cuore del personaggio Dostojevskij

Il giusto slancio ideale e i rischi dell’intolleranza: questi i temi che il regista-autore Giuliano Montaldo (esperto di biografie storiche – Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno- e adattamenti letterari – Il tempo di uccidere da Flaiano) decide di esplorare attraverso la vicenda di un uomo-narratore che nelle sue opere (e nella sua vita) ha più volte e con doloroso realismo affrontato queste questioni.

Produzione importante anche sotto l’aspetto produttivo (pure se la se Pietroburgo è ricostruita nei palazzi sabaudi del Piemonte, che per altro, per comunanza di architetti, rendono perfettamente la solennità richiesta), il film di Montaldo non nasconde il suo intento di riflessione alta, ambiziosa, forse un po’ troppo astratta per cogliere fino in fondo la complessa umanità del suo protagonista.

Recuperato il passato di aspirante rivoluzionario di Dostojevskij attraverso alcuni flashback, il racconto si concentra sul rapporto (per lungo tempo a distanza) tra un uomo che ha maturato il rifiuto delle violenze utopistiche attraverso la sofferenza (la finta fucilazione e poi l’esilio in Siberia) e i giovani rivoluzionari guidati da una misteriosa leader (Anita Caprioli) decisi a fare il bene del popolo (che non conoscono) a prezzo del sangue.

Purtroppo se da una parte questa opposizione viene declinata in modo fin troppo “teatrale” (impressione accresciuta anche dai tesi confronti con il personaggio dell’”inquisitore” impersonato da Roberto Herlitzka) per coinvolgere realmente lo spettatore, la predominanza dell’aspetto “politico” taglia fuori un approfondimento reale dell’interiorità di Dostojevskij, del suo profondo senso religioso (ma anche l’intensità commovente del rapporto con la stenografa Anna), mentre il peso della scadenza letteraria compare solo a tratti come meccanismo di time lock in definitiva estraneo al resto del racconto.

Il dubbio del romanziere di essere stato un cattivo maestro per le nuove generazioni resta sospeso in un giudizio tutto sommato rinunciatario nei confronti dell’opera artistica, che si eleva oltre l’impulso dell’azione (rivoluzionaria), ma è nei confronti di quest’ultima in definitiva impotente ed estranea.

Le belle interpretazioni degli attori non bastano a compensare questa scelta stilistica e di contenuti che condanna la pellicola ad essere “solo” un riuscito affresco d’epoca che manca il cuore del personaggio Dostojevskij preferendo illuminare un tema più astratto che, però, risulta proprio per questo meno umanamente rilevante nonostante i sottintesi riferimenti al presente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

L'ALTRA DONNA DEL RE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 12:33
Titolo Originale: The Other Boleyn Girl
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Justin Chadwick
Sceneggiatura: Gran Bretagna 2008 Regia: Justin Chadwick Durata: 115' Sceneggiatura: Peter Morgan dal romanzo L’altra donna del re di Philippa Gregory Interpreti: Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana Produzione: BBC Films/Focus Features/Relativity Media/Ruby Films/Scott Rudin Productions Genere: dramma Quando Caterina, moglie del re Enrico VIII, perde l’ennesimo figlio maschio, sono in molti a sperare di conquistarsi i favori del monarca offrendogli una distrazione femminile. Ci provano anche i Boleyn, mandando avanti l’intraprendente figlia maggiore Anna; ma Enrico rimane invece colpito dalla bellezza e dolcezza della sorella più giovane, Mary. Condotta a corte nonostante sia sposa novella, la ragazza diventa amante del re e concepisce un figlio, ma a causa di una gravidanza difficile che la costringe a letto ne perde i favori. Così Anna, decisa a questo punto ad essere più di un’amante passeggera, ha il tempo di irretire il volubile sovrano, convincendolo addirittura a divorziare da Caterina (sancendo anche la separazione dalla Chiesa di Roma) e sposarla. Il suo trionfo sarà però di breve durata: incapace di dare un erede a Enrico finirà sul patibolo con l’accusa di tradimento e nemmeno i buoni uffici della sorella potranno salvarla.
Produzione: BBC Films/Focus Features/Relativity Media/Ruby Films/Scott Rudin Productions
Durata: 115'
Interpreti: Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana

Quando Caterina, moglie del re Enrico VIII, perde l’ennesimo figlio maschio, sono in molti a sperare di conquistarsi i favori del monarca offrendogli una distrazione femminile. Ci provano anche i Boleyn, mandando avanti l’intraprendente figlia maggiore Anna; ma Enrico rimane invece colpito dalla bellezza e dolcezza della sorella più giovane, Mary. Condotta a corte nonostante sia sposa novella, la ragazza diventa amante del re e concepisce un figlio, ma a causa di una gravidanza difficile che la costringe a letto ne perde i favori. Così Anna, decisa a questo punto ad essere più di un’amante passeggera, ha il tempo di irretire il volubile sovrano, convincendolo addirittura a divorziare da Caterina (sancendo anche la separazione dalla Chiesa di Roma) e sposarla. Il suo trionfo sarà però di breve durata: incapace di dare un erede a Enrico finirà sul patibolo con l’accusa di tradimento e nemmeno i buoni uffici della sorella potranno salvarla.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ambigua la figura della giovane Anna, onesta sposa novella, che finisce per cedere molto facilmente alle bramosie del re. La pellicola ha comunque il merito di indicare chiaramente la negatività delle scelte dei personaggi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
Una sontuosa ricostruzione storica ma gli autori costruiscono un’opposizione un po’ schematica tra la dolcezza remissiva della bella Mary e la spregiudicata ambizione della manipolatrice Anna; il personaggio dell'incostante Enrico è un po' opaco
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE HUNTING PARTY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 11:47
Titolo Originale: The Hunting Party
Paese: USA/ Croazia/Bosnia Erzegovina
Anno: 2007
Regia: Richard Shepard
Sceneggiatura: Richard Shepard
Produzione: Mark Johnson, Scoot Kroopf, Bill Block per QED International
Durata: 103'
Interpreti: Richard Gere, Terrence Howard, Diane Kruger

Il reporter Simon Hunt e il cameraman Duck hanno lavorato per anni con successo sugli scenari di guerra più tormentati del pianeta, finché, durante la guerra che insanguina la ex Yugoslavia, il primo ha un improvviso crollo in diretta. Licenziato dal network finisce a fare il freelance per canali sempre più improbabili. Anni dopo i due si ritrovano a Sarajevo e Simon convince Duck a seguirlo in una missione impossibile: trovare ed intervistare uno dei più ricercati criminali di guerra serbi. Quello che Duck non sa è che Simon non è spinto solo dal fiuto del giornalista ma ha un conto in sospeso con la loro preda…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se è ineccepibile la necessità di punire i colpevoli di orrendi crimini, il film si riduce a una invettiva qualunquista e rende un pessimo servizio ad una riflessione seria ed equilibrata sulla guerra
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, un paio di scene sensuali e frequente turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il film abbonda di luoghi comuni abusati di tre o quattro diversi generi cinematografici e non manca una robusta dose di melò nella sua forma più stereotipata
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

RESERVATION ROAD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:56
 
Titolo Originale: Reservation Road
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Terry George
Sceneggiatura: Terry George, John Burnham Schwartz (da un romanzo di John Burnham Schwartz)
Produzione: Focus Features/Random House Films/reservation Road/Volume One
Durata: 102'
Interpreti: Joaquim Phoenix, Mark Ruffalo, Jennifer Connelly, Mira Sorvino

Una sera d’estate la vita della famiglia di Ethan Learner viene distrutta quando il figlioletto viene investito e ucciso vicino una stazione di servizio sulla Reservation Road da un pirata della strada che si allontana senza lasciare traccia. Il colpevole è Dwight Arno, padre divorziato che quella stessa sera conduceva a casa il figlioletto da una partita di baseball, e che da quel momento, pur non avendo il coraggio di costituirsi, è tormentato dal rimorso. Ethan, ossessionato dalla ricerca del colpevole, si allontana sempre più dalla moglie e dalla figlia sopravvissuta. Il caso vuole che l’avvocato incaricato di seguire il caso per la famiglia Learner sia proprio Dwight; questo porterà ad una drammatica resa dei conti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film, pur mostrando con precisione analitica ma non priva di compassione il potenziale distruttivo che la perdita di un figlio può avere su una famiglia , ha il merito di aprirsi alla speranza che può nascere anche dentro un dolore così grande.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di forte tensione emotiva
Giudizio Artistico 
 
Il film è magnificamente servito da grandi interpreti che sanno esprimere con partecipazione e misura le sfumature della sofferenza e della colpa

Reservation Road è un film sull’elaborazione del lutto, ma anche sul senso di colpa, il rimorso e la necessità del perdono, magnificamente servito da grandi interpreti che sanno esprimere con partecipazione e misura le sfumature della sofferenza e della colpa. La storia segue in parallelo il percorso di due padri: quello del bambino ucciso, che cerca di superare il dolore della perdita concentrandosi sul suo desiderio di giustizia (che si trasforma presto in bisogno di vendetta) e il colpevole, padre a sua volta, anche se in una situazione molto più problematica (è divorziato e vede il figlio solo nel fine settimana).

Le personalità dei due sono volutamente costruite per opposizione: solido, responsabile, affettuoso e presente il primo, un po’ irresponsabile e inaffidabile il secondo (come lasciano intuire le continue telefonate della ex moglie, che pure non sembra la classica arpia ossessiva). Dal momento della tragedia i due iniziano un percorso speculare, che tuttavia li porterà ad una resa dei conti comune inevitabile e catartica.

Infatti Ethan, che pure nell’immediato ha saputo sostenere moglie e figlia distrutte dal dolore, col passare del tempo precipita in un gorgo senza fondo, mentre cerca di tamponare il dolore con la persecuzione testarda della vendetta contro il “mostro” che gli ha ucciso il figlio, attraverso le vie legali e la consultazione sempre più ossessiva di siti internet specializzati nella ricerca dei pirati della strada.

Dwight, che non riesce a trovare dentro di sé il coraggio per fare la “cosa giusta” (prova ad un certo punto a costituirsi ma le circostanze sembrano congiurare contro di lui), percorre un cammino quasi dostojeskiano di “delitto e castigo”, sempre più schiacciato dal senso di colpa, ma proprio attraverso questa sofferenza si avvicina in modo più autentico al proprio figlio.

L’inevitabile confronto arriva quando Ethan intuisce che proprio l’uomo che dovrebbe aiutarlo a incastrare il mostro è il colpevole di quanto accaduto e si illude di ritrovare la pace attraverso la vendetta. A questo punto, però, la violenza del primo si infrange contro la disperata richiesta di perdono del secondo, ormai pronto ad accogliere quasi con sollievo la prospettiva della morte. E se pure le parole di assoluzione non arrivano, e l’esito del percorso di Dwight rimane aperto sia alla possibilità di un’autentica assunzione di responsabilità che alla disperazione, la rinuncia alla vendetta da parte di Ethan e il suo ritorno alla sua casa e ai suoi cari segna un cambio di prospettiva netto e certo.

Reservation Road, pur mostrando con precisione analitica ma non priva di compassione il potenziale distruttivo che la perdita di un figlio può avere su una famiglia (come aveva già fatto con entomologica esattezza Nanni Moretti ne La stanza del figlio), ha il merito di aprirsi alla speranza che può nascere anche dentro un dolore così grande. Non sarebbe improprio pensare che questa prospettiva di positività sia legata anche alla caratterizzazione esplicitamente religiosa della famiglia Learner, espressa con semplicità dalla piccola Emma, che dedica al fratellino morto il suo primo concerto di pianoforte con la certezza, trasmessale dalla madre, che lui possa ascoltarla dal cielo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

GOMORRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:48
Titolo Originale: "GOMORRA"
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano
Produzione: Domenico Procacci, in collaborazione con Sky Cinema e con il supporto del Ministero dei Beni Culturali
Durata: 135'
Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster

Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Pubblico 
Maggiorenni
Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia

Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.

Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita.

La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.

Le leggi di questo mondo non possono essere violate.

Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.

Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.

Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.

Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà:  volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.

La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.

L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.

Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi.

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL DIVO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:12
Titolo Originale: "IL DIVO (F. Olearo)"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Durata: 110'
Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera degli Espositi, Giulio Bosetti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci

 Nel giugno del 1992, il VII governo Andreotti cessa la sua attività. In quello stesso anno viene ucciso in un agguato mafioso Salvo Lima, della sua stessa corrente. Il tentativo di farsi eleggere Presidente della Repubblica fallisce ma viene nominato senatore a vita sempre nello stesso anno. Terminato il suo impegno attivo nella politica, viene coinvolto in due processi: quello di Palermo per associazione mafiosa, conclusosi con sentenza della Corte di Cassazione nel 2004 e quello di Perugia per coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film che indaga sulla nostra storia recente dovrebbe dare un contributo di approfondimento e di riflessione. Sorrentino ci fornisce invece una suggestione visiva sul mistero del potere
Pubblico 
Adolescenti
Per la complessità del tema trattato
Giudizio Artistico 
 
Il film è visivamente suggestivo e Toni Servillo si mantiene abilmente in bilico fra realismo e caricatura

Le prime sequenze del film servono per introdurre l'Andreotti caricatura, la maschera che il regista Sorrentino e Toni Servillo hanno saputo creare: un Giulio dalla voce flebile e monotòna, che emette quelle battute che oramai sono rimaste celebri; il suo camminare felpato ma a piccoli scatti, le rotazioni del corpo come se fosse ingessato e quelle orecchie fin troppo in fuori. Subito dopo una caricatura di gruppo: i protagonisti della sua corrente. Cirino Pomicino, Sbardella, Evangelisti, Lima, Ciarrapico, Scotti. Un sorta di "compagni di merenda" ben attenti alla distribuzione dei poteri  e perché no, anche a vagliare l'esistenza di un po' di affetto verso di loro da parte del loro indiscutibile capo.

Manca ancora da aggiungere Enea, la dolce e fedele segretaria e Livia, la moglie comprensiva ed affettuosa e il film è già impostato: da questo momento in poi si alternano, in modo alquanto ripetitivo,  immagini di Roma alle primissime ore della mattina quando Giulio va in chiesa a pregare, i suoi ingressi nel transatlantico o nell'aula di Montecitorio, il suo partecipare forzato e in disparte a qualche festa mondana. In sottofondo in rapidissima sequenza, a marcare il segni dei tempi, i morti ammazzati di mafia o i suicidi di tangentopoli (sequenze giustamente rapidissime per non appesantire il film ma anche di difficile comprensione non solo per chi è straniero ma anche per chi, più giovane, non ha vissuto quegli eventi).

E' molto importante che il cinema ci aiuti a scavare nei misteri della nostra storia recente (dopo la sentenza conclusiva, molto "bilanciata" della Corte di Cassazione al processo per mafia, c'è chi dice che Andreotti è stato assolto e chi dice che è stato condannato: probabilmente entrambi hanno ragione). In America, su misteri atroci come l'omicidio del presidente Kennedy molti film sono stati fatti, sviluppando con coerenza e coraggio varie teorie di complotto. Ovviamente nessuno di questi lavori ha potuto vantarsi di aver descritto la verità, mancando prove definitive, ma il cinema fa bene a non far dimenticare quelle zone buie della storia e a mostrare con coerenza  diverse interpretazioni dei fatti partendo da un presupposto plausibile.  Diciamo subito che il film di Sorrentino non è una docu-fiction che cerca di restituirci l'atmosfera di uno specifico periodo storico, né un  documentario che percorre i fatti accaduti per sviluppare finalmente una sua ipotesi su quella verità da tanto tempo attesa, né un film di satira politica  tipo Farenheit 9/11 ma è piuttosto una suggestione visiva sul  mistero del potere.

Il regista ha trovato una sua particolare chiave estetica per darci l'idea di un potere che medita nel buio della notte in chiesa, le sue prossime mosse, che si muove da solo nelle ampie e cupe sale dei palazzi di potere, che manovra a distanza, senza farsi individuare, che nega e mente sistematicamente, per far si che dall'equilibrio di poteri opposti lui ne tragga il beneficio di restare sempre al timone. Questo approccio così ideologico, se è la forza del film, ne è anche la sua debolezza: una volta impostato l'Andreotti-simbolo, questo resta se stesso  per tutto il film, adducendo non pochi momenti di noia. Non traspare, se non raramente, l'Andreotti-uomo (i rapporti con la moglie, gli incontri domenicali con i suoi compaesani di Segni, i suoi tormenti per la morte di Moro): se risulta spesso cinico, ciò  non è imputabile a lui come Giulio,  ma all'uomo-simbolo del potere che Sorrentino ci vuole trasmettere. Il punto più debole del film è proprio quando il regista viene meno alla regola che si è imposto inizialmente di affidarsi alle immagini e mette in bocca al divo Andreotti un proclama dichiarativo  di cosa sia il potere (riportato integralmente in coda alla recensione).

Alla fine dobbiamo concludere che il film manca di coraggio: se voleva accusare Andreotti doveva farlo con più decisione, sviluppando però con coerenza il suo teorema (non è il caso di disturbare film del calibro di Indagine su di  un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Se invece ha voluto dirci che il potere in generale è ambiguo e che sul nostro recente passato ci sono troppi dubbi irrisolti, ebbene, questo lo sapevamo già; il film non ha quindi svolto alcuna funzione di stimolo critico.

---   ----  ---

In questo monologo, Andreotti simula un colloquio con la moglie Livia:

I tuoi occhi non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te; gli occhi tuoi pieni,  puliti e incantati non sanno la responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984 e che hanno avuto per la precisione 208 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico si, confesso è stato anche per mia colpa , mia colpa, mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il paese, provocare il terrore, isolare le parti politiche estreme, per rafforzare i partiti di centro come la DC. La hanno definita strategia della tensione: sarebbe più corretto dire strategia della sopravvivenza. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Aldo, per vocazione o per necessità, ma  tutti irriducibili amanti della verità, tutte bombe pronte ad esplodere  che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo! Noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta! Abbiamo un mandato noi, un mandato divino! Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa  e lo so anch'io.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

IL DIVO (F. Arlanch)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 10:44
Titolo Originale: "IL DIVO (F. Arlanch)"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film
Durata: 110'
Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera degli Espositi, Giulio Bosetti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci. Massimo Popolizio, Giorgio Colangeli

Un ritratto di Giulio Andreotti nella prima metà degli anni ’90 – dall’insediamento del suo settimo governo all’apertura del processo che lo vide imputato come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli – come bilancio della storia italiana del Dopoguerra.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film insinua, lascia intendere, dice qualcosa facendo finta di non dirla. È esasperante. Anzi è andreottiano
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sebbene la visionarietà registica e il buon cast garantiscano l’oggettiva qualità dello spettacolo, il film non può dirsi riuscito
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

ONCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 10:31
 
Titolo Originale: Once
Paese: Irlanda
Anno: 2006
Regia: John Carney
Sceneggiatura: John Carney
Produzione: Samson Films/Bord Sacannan Na Heireann/The Irish Film Board/RTE
Interpreti: Glen Hansard e Marketa Irglova

Dublino. Un giovane cantautore irlandese si mantiene riparando aspirapolvere e suonando per le strade. Un giorno davanti a lui si ferma una ragazza emigrata dalla Repubblica Ceca, che mantiene se stessa, sua madre e sua figlia facendo vari mestieri, ma che è una pianista di talento. È proprio lei che lo convince a prendere sul serio la sua passione e a produrre un CD con le sue canzoni da presentare ad una casa discografica di Londra.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia piena di delicatezza sull’amore e la vocazione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Film girato con poche risorse e molta ispirazione, superbamente scritto e recitato. Belle canzoni interpretate dai protagonisti

Sono moltissimi i film che nel corso di questa stagione hanno inserito (a sproposito) la parola amore nel loro titolo, senza poi essere capaci di cogliere minimamente la profondità di questo sentimento, ma accontentandosi di lucrare su un romanticismo d’accatto o su una versione adulterata del medesimo.

Poi arriva un piccolo film come questo, girato con poche risorse e molta ispirazione, superbamente scritto e recitato e lo spettatore ha finalmente la bella sorpresa di scoprire che il grande schermo può essere il luogo per raccontare una storia piena di delicatezza sull’amore e la vocazione senza nemmeno bisogno di metterlo nel titolo.

Il fugace incontro tra un protagonista di cui non conosciamo il nome, ma intuiamo subito la ferita interiore (l’abbandono da parte di una donna, la fragilità emotiva, l’incapacità di perseguire i propri sogni), e una ragazza ceca dal sorriso sempre aperto nonostante un passato e un presente non facili è l’occasione per esplorare in modo per una volta non banale il rapporto tra un uomo e una donna, senza cadere nelle trappole di un determinismo fatto di relazioni usa e getta.

Merito di un personaggio femminile che incarna con naturalezza la linea morale (priva di qualunque moralismo) di una vicenda che rifiuta lo stereotipo anche nella rappresentazione di un’immigrazione europea fatta di individui per una volta rappresentati con una simpatia umana aliena da ogni facile pietismo .

Lei (anche in questo caso non c’è un nome, ma una personalità che riempie lo schermo grazie ad una recitazione spontanea e intensa) affronta la vita (che non le ha risparmiato colpi e delusioni) senza perdere la speranza di realizzare i suoi sogni, conservando le sue certezze su ciò che è importante e vero (il rapporto con madre e figlia, ma anche la definitività del suo matrimonio giovanile e forse non molto meditato) e così “costringendo” il protagonista a un rapporto profondo, puro ed esigente e per questo realmente importante. Lo sfida con dolcezza, lo richiama, lo punzecchia e gli sta vicino, quasi materna in alcuni passaggi e fino alla fine pronta a richiamarlo all’integrità di un rapporto che per questo può sbocciare pienamente.

Aiutano senza dubbio le belle canzoni interpretate dai protagonisti, che sono parte integrante della storia, occasione di incontro, comunicazione e ispirazione che coinvolgono anche i personaggi di contorno (la madre di lei e il padre di lui, il tecnico della sala di registrazione, ma anche gli occasionali benevoli spettatori per strada e nei negozi).

La ripresa, spesso con camera a mano, si mette al servizio della storia, evitando virtuosismi  ed esaltando primi piani espressivi, consentendo così allo spettatore di calarsi nelle atmosfere e condividere sentimenti dei personaggi, commuovendosi di fronte al lento, ma certo evolversi del loro rapporto.

Che non ha l’esito scontato di tante pellicole meno intelligenti, ma proietta lo spettatore in un futuro pieno di possibilità.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI2
Data Trasmissione: Venerdì, 22. Luglio 2016 - 3:10


Share |