Dramma

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LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/30/2010 - 12:50
Titolo Originale: Charlie Wilson's war
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Mike Nichols
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Durata: 97'
Interpreti: Tom Hanks, Julia Roberts, Philip Seymour Hoffman, Emily Blunt

Dopo il ritiro dal Vietnam, gli U.S.A. sono in attesa di qualche forma di rivincita. Agli inizi degli anni ottanta l'Afghanistan si ribella al dominio russo ma il governo americano non ritiene quella piccola guerra particolarmente strategica. Sarà un oscuro deputato del secondo distretto del Texas, Charlie Wilson, a intuire che potrà esser quella l'occasione di vedere per la prima volta l'esercito russo sconfitto. Approfittando della sua appartenenza al comitato ristretto per i finanziamenti occulti alla CIA, riuscirà a centuplicare i fondi destinati all'acquisto di armi anti-elicotteri e anti-carro. Sua alleata sarà la miliardaria Texana  Joanne Herring, uno strano miscuglio di mondanità scandalosa, cristianesimo e anticomunismo viscerale, a dargli gli agganci giusti per portare a termine la sua iniziativa. La storia è vera ed è stata raccontata in un libro.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore lascia trasparire un suo ideale cinico-libertario, dove i più spregiudicati sono anche i più "liberi" e adatti a concepire idee e iniziative nuove
Pubblico 
Maggiorenni
Uso di stupefacenti in un party, alcune nudità, linguaggio scurrile
Giudizio Artistico 
 
Il grande maestro Mike Nichols riesce a imbastire un racconto pieno di ritmo ma è proprio Tom Hanks, l'eroe onesto di tanti film, a non trovarsi a suo agio nelle parti di uno spregiudicato donnaiolo

Negli ultimi anni il cinema U.S.A. ha iniziato a interrogarsi con insistenza sulle ragioni dell'impegno americano nel Medio Oriente. In rapida sequenza sono usciti film come Leoni per agnelli , La valle di Elah, Redacted.
Tutti hanno abbandonato l’approccio spettacolare-colossal, tipico di alcuni film post-Vietnam ( Platoon  Apocalypse now, Il cacciatore) per attestarsi su narrazioni di storie minori, con finali generalmente  pessimisti, espressione del malessere che viene provato nell'attuale situazione di stallo. Tutti i film citati sono stati caratterizzati da scarso successo di botteghino: evidentemente all’americano-medio non piace specchiarsi nei suoi problemi insoluti.

Ci prova ora di nuovo La guerra di Charlie Wilson che sembra esordire nel modo più consono a un film trionfal-patriottico: dopo un preambolo che ci avverte  che “i fatti narrati sono realmente accaduti” assistiamo alla cerimonia di conferimento della medaglia ad honorem al senatore del Texas Charlie Wilson per aver sostenuto con le sue iniziative,  negli anni ’80, la guerra del popolo afgano contro l’esercito russo, fino al suo definitivo ritiro nel 1987 dopo il trattato di pace di Ginevra.

Come ci si accorge però ben presto, anche questo film esce completamente fuori dai canoni classici del film "stelle e strisce"  soprattutto a causa dei due protagonisti, il senatore Wilson e la  miliardaria texana Joanne King Herring che risultano essere di quanto più anti-convenzionale si possa immaginare. Il film ci introduce in  questo per noi insolito mondo libertino e visceralmente anticomunista (ma ovviamente anche cristiano, come si qualifica la Herring) e sappiamo inoltre dal libro da cui il film è stato tratto (Charlie Wilson’s war: The extraordinary Story of the Largest Covert Operation in History” di George Crile) che la realtà è stata anche più romanzata e scandalosa di quanto non appaia nel film.

La sequenza in cui ci viene presentato Charlie è oltremodo significativa: ci troviamo a Las Vegas in un Club PlayBoy dove il senatore è immerso in una piscina Jacuzzi assieme ad alcune conigliette in abito adamitico e mentre sorseggia un whiskey e ascolta annoiato un produttore che gli propone il finanziamento di un film per un’attricetta protetta dal senatore, la sua attenzione viene attirata da un televisore acceso che mostra i profughi afgani che attraversano il confine del Pakistan.

Tornato a Washington, la sua posizione di membro della commissione per i finanziamenti segreti alla CIA gli consente di raddoppiare il budget per il  rifornimento di armi ai ribelli afgani. Questo gesto attira l’attenzione della miliardaria Joanne Herring (che intrattiene  con il senatore una saltuaria ”amicizia sessuata”) la quale, in qualità di console onorario del Pakistan, riesce a organizzargli un incontro con il presidente Muhammad Zia e una visita al campo profughi.

Impressionato da quanto ha visto, George inizia una alquanto abile operazione che consente di far pervenire, attraverso una catena di trasferimenti che incredibilmente include Egitto, Israele, e Pakistan, armi anti-elicottero e anti-carro ai guerriglieri.  Contemporaneamente riesce a convincere i suoi colleghi del parlamento a portare il sostegno Usa alla cifra di 300 milioni di dollari, concludendo con successo la più grossa operazione “sotterranea” dei servizi segreti della storia.
Dopo tanta enfasi sul  successo ottenuto, il film sorvola sulla successiva, disastrosa presa del potere dei talebani: in una rapida sequenza si vede il senatore che a pace ormai conclusa cerca di finanziare la costruzione di nuove scuole nel paese distrutto ma la sua proposta viene lasciata cadere, una miopia che sottolinea anche in quell’occasione la difficoltà americana di riuscire a perseguire obiettivi di pace stabile in quell'area geografica.

Il regista Mike Nichols, non nuovo a film di rottura (basti ricordare Il laureato-1967), mescola abilmente lo grande storia con gli scandali privati dei due protagonisti allo scopo probabilmente di non annoiare lo spettatore; in realtà il  registro scelto per raccontare la storia serve anche all'autore per trasmettere due messaggi, uno ironico e l'altro più ideologicamente spregiudicato.

Con il primo il regista vuole sottolineare l'aleatorietà della grande strategia in politica estera dell'America, che viene costruita  dall’occasionale iniziativa di due personaggi con le idee chiare; il secondo è più sottile è più corrosivo: Charlie e Joanne, con il loro comportamento sregolato e scandaloso sono la vera espressione di una nazione libera ed indipendente: è proprio da un animo “libero da convenzioni” che possono scaturire idee originali che come in questo caso smuovono l’inerzia del gigante americano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON E' UN PAESE PER VECCHI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/30/2010 - 11:58
Titolo Originale: No country for old men
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Joel ed Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen dal romanzo di Cormac McCarthy
Produzione: Scott Rudin e Mike Zoss per Miramax e Paramount Vantage
Durata: 123'
Interpreti: Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Javier Bardem, Woody Harrelson

Mentre è a caccia nel deserto Llewelyn Moss si imbatte in quel che resta di uno scontro tra trafficanti di droga messicani ed acquirenti americani. Lascia la droga,ma si impadronisce di una valigetta piena di soldi. Tornato sul posto per dare da bere a uno dei sopravvissuti viene individuato da altri delinquenti che si mettono a dargli la caccia. Alle sue calcagna, però, c’è anche il ben più temibile Anton Chigurh, un uomo misterioso e spietato che semina la sua strada di cadaveri. A cercare di far luce sulla faccenda e di salvare l’incauto Moss arriva l’anziano sceriffo Ed Tom Bell, un uomo di grande esperienza che vede con tristezza il degrado imboccato dal mondo che conosceva.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film approda a una visione quasi nichilista e comunque venata da un marcato pessimismo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata e il linguaggio crudo
Giudizio Artistico 
 
Un thriller teso e violento, ma alleggerito da una certa ironia, molto ben resa dalla regia dei Coen

Il romanzo di Cormac McCarthy (vincitore tra l’altro del premio Pulitzer 2007) da cui questa pellicola è tratta con l’abituale abilità e arguzia dai fratelli Coen (accomunati in scrittura, regia e produzione), rappresenta un’amara, ma non per questo totalmente disillusa riflessione sul mondo contemporaneo.

Ambientato nel 1980 (epoca in cui il traffico di droga dal Messico cominciò ad assumere le caratteristiche di estrema violenza che oggi sono la norma), il racconto di McCarthy lavora su tre personaggi estremamente diversi tra loro, ma connessi l’un l’altro attraverso le svolte del plot (un thriller teso e violento, ma alleggerito da una certa ironia, molto ben resa dalla regia dei Coen), ma soprattutto dal tema, che ruota intorno al problema del male e della libertà umana, interrogata dalle circostanze della vita (il ritrovamento dei soldi e la richiesta di aiuto di un moribondo nel caso di Moss, una serie di episodi più complessi nel caso dello sceriffo Bell), ma anche dalla presenza di un individuo senza scrupoli come Chigurh.

Proprio quest’ultimo, qualcosa di più di un delinquente psicopatico (verrebbe da dire quasi il Male, soprattutto nella sua testarda volontà di giocare con la vita delle persone e nel tentativo di togliere loro la speranza così come fa con Carla Jean, la moglie di Moss), sfida la comprensione dello sceriffo, costretto a riconoscere che il mondo sta inesorabilmente cambiando e non in meglio. La droga, infatti, è solo il sintomo di una società che ha perso i suoi ideali (nel romanzo si indica in modo esplicito altri indizi di tale degrado, tra gli altri il dilagare dell’aborto…).

La riflessione di Bell (che nel romanzo guidava con ironia e profondità il lettore verso un finale niente affatto consolatorio e tuttavia non privo di speranza) appare meno centrale e più sbilanciata nel senso della disillusione nel film dei Coen, che per questo, in linea con la maggior parte della produzione di questi due autori, approda a una visione quasi nichilista e comunque venata da un marcato pessimismo.

In realtà questa scelta narrativa si traduce anche in una parziale perdita di dinamismo nella parte centrale della pellicola, dove domina la figura del crudele Chigurh e la disperata tenacia di Moss.

Le psicologie di personaggi e lo spettro in parte imprevedibile delle loro azioni (come anche alcune brevi, ma intense scene personali – quelle tra Moss e Carla Jean e quelle tra lo sceriffo e la moglie o il vecchio amico invalido), tuttavia, aprono allo spettatore degli spiragli in senso differente.

Anche se il male sembra dilagare e vincere al di là di ogni sforzo e tentativo di comprensione, anche se le buone intenzioni a volte non bastano né a salvarsi la vita né a proteggere quella degli altri, anche se lo sceriffo Bell sembra avviato a una malinconica pensione e anche se Dio sembra restare silenzioso di fronte a tanto dolore spesso innocente; nonostante tutto questo, l’uomo continua a domandare un senso, continua a provare ad essere fedele (come lo è Moss alla moglie che ama e Bell al suo lavoro e ai suoi cari), contrapponendo alla violenza la possibilità di fare la cosa giusta e di credere in qualcosa, una possibilità che McCarthy descrive nel suo romanzo con l’immagine semplice ed efficace di un abbeveratoio di pietra, fatto per resistere al vento e all’usura e testimoniare una promessa di bene iscritta nel cuore dell’uomo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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IL PETROLIERE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/30/2010 - 11:42
Titolo Originale: There Will Be Blood
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson (da Upton Sinclair, Oil!)
Produzione: Miramax Film, Paramount Vintage
Durata: 158'
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Dillon Freasier, Ciarán Hinds

Nei primissimi anni del Novecento, negli Stati Uniti, i cercatori d’oro scoprono che, invece che miniere auree, ciò di cui conviene andare in cerca sono i pozzi di petrolio. Uno di loro, Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis), grazie al suggerimento di un giovane ed enigmatico pastore protestante (Paul Dano), troverà un “oceano di petrolio” in California. Ma sarà un suggerimento che tutti pagheranno a caro prezzo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La società, le istituzioni politiche ed economiche, la religione sarebbero solo maschere funzionali a una pulsione originaria, impersonale e insaziabile. Una volontà di potenza sostanzialmente nietzschiana.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene violente o di forte tensione emotiva.
Giudizio Artistico 
 
Alcune scene sono da antologia. I due attori protagonisti offrono performance memorabili. Da rilevare però che la visione di un mondo spinto da forze primordiali gravi pesantemente sul film. Un peso che rende forzato il movimento della vicenda. Che toglie vita ai personaggi trasformandoli in emblemi.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA FAMIGLIA SAVAGE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 13:23
Titolo Originale: The Savages
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Tamara Jenkins
Sceneggiatura: Tamara Jenkins
Durata: 114'
Interpreti: Laura Linney, Philip Seymour Hoffman, Philip Bosco, Peter Friedman

Wendy ha ormai quarant'anni, vive di lavoretti saltuari e spera di riuscire prima o poi, a far rappresentare una sua commedia che raccoglie alcuni ricordi giovanili. Mantiene, senza molto entusiasmo, una relazione con un uomo sposato. Jon, suo fratello, è professore universitario di drammaturgia, non riesce a completare un saggio su Bertold Brecth, nè sa decidersi a sposare la donna con cui vive da anni. Jon e  Wendy che non si vedono da tempo, si trovano ora a dover affrontare un problema : dove sistemare il loro vecchio padre  che é rimasto solo (la sua ultima compagna è morta) e che per di più è affetto da semenza senile.....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La necessità di prendersi cura del vecchio padre spinge due fratelli a tirar fuori il lato buono del loro animo, rimasto a lungo sepolto
Pubblico 
Adolescenti
Un rapporto sessuale (senza nudità) squallidamente annoiato
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei due protagonisti; l'autrice riesce a raccontarci la fragilità della solitudine con ironica simpatia
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ONORA IL PADRE E LA MADRE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 13:15
Titolo Originale: Before the Devil Knows You're Dead
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Sidney Lumet
Sceneggiatura: Kelly Masterson
Durata: 105'
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei

Andy e Hank sono due fratelli; il primo è riuscito a diventare il responsabile amministrativo di un' azienda immobiliare, mentre Hank svolge  un lavoro più modesto in una ditta di manutenzione.  La loro tranquilla vita piccolo borghese è solo di facciata: in realtà Andy è un tossicodipendente e Hank è pesantemente indebitato. In fondo risolvere i loro problemi svaligiando una gioielleria in un quartiere periferico  sarebbe una operazione redditizia e senza rischio: sopratutto se è quella di proprietà dei loro genitori che verrebbero comunque risarciti dall'assicurazione ....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Rappresentazione di una umanità che poco ha di umano, disposta a tutto pur di perseverare nelle proprie debolezze. Non traspare alcun segno di speranza
Pubblico 
Sconsigliato
Una scena di sesso cruda ed esplicita. Due scene con iniezione diretta di eroina
Giudizio Artistico 
 
Recitazione professionale ma non originale; sceneggiatura con evidenti forzature per costruire un paio di situazioni ad effetto

Se volete assistere a un film in cui vi viene presentata una umanità in completo sfacelo, avvitata in un vortice di autodistruzione, questo film fa sicuramente per voi.

La scena iniziale di sesso esplicita, cruda, anatomica, serve per far togliere allo spettatore ogni residua ombra di dubbio: fin dall’inizio dobbiamo sapere che non avremo a che fare con personaggi dotati di autodeterminazione, in grado di esprimere sentimenti o esercitare la loro volontà ma di schiavi.
Schiavi due volte: schiavi delle proprie debolezze, per soddisfare le quali sono disposti a tutto e, una volta hanno compiuto quell’atto criminale che dovrebbe secondo le loro aspettative renderli liberi, schiavi di un determinismo meccanico, di una sequenza di eventi concatenati che li spingeranno fino al fondo della disperazione o alla morte.

Andy e Hank non sono dei criminali incalliti ma  delle  persone ordinarie con dei problemi.

Hank, il più giovane, è un debole di carattere, è divorziato, deve passare gli alimenti  alla moglie e alla figlia ma è perennemente senza soldi. Andy, dietro gli abiti del grigio contabile, è in realtà un tossicodipendente che per mantenere il suo tenore di vita sottrae soldi dalla cassa dell’azienda in cui lavora.

Non hanno problemi insuperabili ma il desiderio di avere più soldi li porta a percorrere la strada dell'illegalità nell’ingenua speranza di non venire scoperti.
Alfed Hitchkock ci aveva abituato a  thriller dove un uomo qualunque veniva  suo malgrado coinvolto in trame criminali (La finestra sul cortile-1954, Intrigo internazionale-1959) oppure dove incensurati individui decidono, contando proprio sulla loro anonimità, di uccidere (Nodo alla gola -  1948, L’altro uomo -1951).  
E' un tema che è stato ripreso nella più recente filmografia:  in Sogni e delitti, l’ultimo film di Woody Allen, due fratelli di origini modeste, per il semplice desiderio di liberarsi dai debiti o di poter accedere a una vita più agiata, decidono che può essere conveniente uccidere su commissione. Ma se nel film di Woody Allen il baricentro emotivo della storia sta tutto nel combattimento interiore, se commettere o no  l'infamia ritenuta necessaria, in questa cinquantesima opera di Sidney Lumet ci viene presentata una non-umanità: un Andy incapace di provare qualsiasi sentimento e un  Hank patologicamente incapace di contrastare la sua fragilità. Non c’è evoluzione nei personaggi ma solo un loro progressivo, meccanico, venir schiacciati dagli eventi. E’ questo a mio avviso, il motivo principale del disagio, di tristezza, che percepisce lo spettatore.

Molti critici hanno esaltato la recitazione dei protagonisti: personalmente preferisco i due fratelli di Sogni e delitti: questi mostrano una loro dinamica psicologica;  Seynour Hoffman invece indossa la maschera del perenne cinico, mentre Hawke esibisce continuamente  i suoi tick da nevrotico. Fa piacere rivedere dopo tanto tempo Marisa Tomei, così poco valorizzata.

La regia è ineccepibile, ma la tecnica del flashback e flashforward, replicata lungo tutto il film, alla fine finisce per stancare (un ulteriore meccanismo nella meccanica della storia). Molto c’è da dire sulla sceneggiatura: ci sono alcune evidenti forzature. Il fatto che Gina sia moglie e amante al contempo dei due fratelli, nulla aggiunge alla storia, se non la garanzia  che non ci sia alcun personaggio che possa considerarsi positivo. Clamoroso poi il conflitto fra Andy e suo padre: è stato piazzato ormai a storia avanzata, giusto in tempo per giustificare lo spietato gesto finale del padre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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UN BACIO ROMANTICO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 12:51
Titolo Originale: My Blueberry Nights
Paese: Francia/Hong Kong
Anno: 2007
Regia: Wong Kar Wai
Sceneggiatura: Wong Kar Wai e Lawrence Block
Produzione: Block 2 Pictures/Jet Tone Production/Lou Yi Ltd./Studio Canal
Durata: 96'
Interpreti: Norah Jones, Jude Law, Natalie Portman, Rachel Weisz, David Strathairn

Quando Elizabeth, che si è appena scoperta tradita dal fidanzato, approda nel ristorante del buon Jeremy, ha la fortuna di scoprire che qualcuno è disposto ad ascoltare le sue pene e a confortarla servendole parole gentile e fette di torta ai mirtilli. Ma per uscire davvero dalla sua disperazione Elizabeth deve lasciare New York e compiere un viaggio alla ricerca di se stessa. Sulla sua strada incontrerà altre persone che soffrono per amore: dal triste poliziotto Arnie, che non si rassegna alla separazione dalla giovane e bella moglie, alla giocatrice  Leslie, che la imbroglia per non restare da sola di fronte alla morte del padre. Alla fine comunque Elisabeth tornerà tra le braccia di chi l’ha a lungo attesa, pronto a offrile il suo cuore insieme a una fetta di torta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine l'amore si trova, basta non andarlo a cercare troppo lontano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Wong Kar Wai sfodera ancora una volta tutto il suo virtuosismo estetizzante ma la sua magia registica non funziona altrettanto bene a causa di un soggetto scontato e zuccheroso come il titolo italiano

Quanto tempo ci vuole a una donna normale che incontra Jude Law versione ristoratore poeta a capire che dopo tutto l’abbandono da parte del fidanzato fedifrago potrebbe rivelarsi provvidenziale? Secondo Wong Kar Wai (il regista dello struggente In the mood for Love qui alla sua prima trasferta americana) quasi un anno e un certo numero di fette di torta ai mirtilli con gelato, servite con amore durante notti insonni di chiacchiere e sorrisi in un locale dall’arredamento spoglio ma accogliente.

In mezzo il regista costruisce un viaggio attraverso degli States  dove i locali pubblici (dalle caffetterie ai club malfamati) diventano punto d’osservazione privilegiato su un’umanità ferita dall’amore. Sono i luoghi dove, in una sorta di inversione di ruoli con Jeremy, lavora Elizabeth (Norah Jones, cantante di talento prestata al grande schermo) osservando e incontrando personaggi ancora più in crisi di lei: il poliziotto David Strathairn che si rovina in nome della la passione folle per la bella e giovane ex moglie Rachel Weisz, e una giocatrice apparentemente disillusa (Natalie Portman) che ha in realtà scoperto troppo tardi il rapporto con il padre.

Queste improbabili digressioni, accentuate da rallenty un po’ troppo manierati, inquadrature sghembe e volutamente fuori fuoco, rischiano di apparire assolutamente superflue per raccontare una filosofia esistenziale che sa di vecchio: l’amore romantico e assoluto esiste, ma è però troppo spesso destinato a finire e ognuno deve trovare il modo di consumare questo lutto per non venirne distrutto.

Peccato che per trasmettere allo spettatore questa massima che ha la profondità di una frasetta da Baci Perugina e rischia di non comprendere affatto cosa sia davvero l’amore, al film sarebbero bastati i primi 15 minuti, anche perché l’autore si brucia praticamente alla seconda scena le battute migliori (una è quella che coinvolge la famosa torta ai mirtilli, chenon è male, ma nessuno ordina mai…). E se la saggia Elizabeth si preoccupa di tenere agganciato all’amo il bel ristoratore Jeremy a forza di cartoline, la magia registica di Wong Kar Wai non funziona altrettanto bene con lo spettatore, a cui la pietanza potrebbe risultare indigesta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JUNO (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 12:09
 
Titolo Originale: JUNO
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Diablo Cody
Durata: 92'
Interpreti: Ellen Paige, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, J.K. Simmons

Juno è una ragazza di 16 anni che si accorge di essere rimasta incinta. Il suo ragazzo, Paulie si mostra totalmente impreparato ad affrontare la situazione e lei si avvia a prendere la decisione più ovvia: abortire. Entrata in un clinica specializzata in aborti rapidi, si accorge, in modo molto naturale e spontaneo che c'è un'altra soluzione: far nascere il bambino e darlo in adozione. Presa la decisione, non tutto sarà così facile nei nove mesi che seguono....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E' notevole il modo naturale e spontaneo (non "condizionato") con cui una ragazza di 16 anni scopre che è brutto abortire ed è bello far nascere il proprio figlio
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio a volte crudo ed esplicito
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura (premio Oscar), ottima la protagonista Ellen Page, bravo il regista
Testo Breve:

Juno è una ragazza di 16 anni che si accorge di essere rimasta incinta. Il suo ragazzo, Paulie si mostra totalmente impreparato ad affrontare la situazione e lei si avvia a prendere la decisione più ovvia: abortire. Ma poi una naturale saggezza la prterà a considerare l'adozione come soluzione più giusta

Finalmente, quasi non si sa da dove,  lui è; lui è nato. Nell'originale inglese:. "From I don't know where, there was, he was, he was there": La ripresa è fatta in soggettiva, dalla visuale della madre che oltre il profilo curvo del pancione vede sorgere lentamente, sollevato dalle mani della nutrice, prima la testa e poi tutto il corpicino di suo figlio.  E' il baricentro emotivo di tutto il film e Juno, dopo nove mesi di decisioni adulte, di sguardi maliziosi, di alternarsi  di speranze e di delusioni, si può concedere un pianto tranquillo. E' questo l'unico momento di tutto il film in cui  sceneggiatrice e regista, cosi perfettamente misurati e discreti fino a quel momento si concedono un poco, appena un grammo di enfasi. E' una piccola fessura lasciata aperta attraverso la quale la sceneggiatrice sembra apparire in prima persona mostrando il suo cuore di donna che fa il tifo per quel bimbo appena nato. In modo più discreto la stessa emozione ci era stata trasmessa  (forse è di nuovo lei stessa, forse, chissà, sua madre o un'altra persona cara che ha conosciuto) attraverso la figura della matrigna che non può fare a meno di versare una piccola lacrima nel vedere apparire da uno schermo, durante  l'esame ecografico, la testa del bambino o quando, alla notizia della decisione di Juno di non abortire ma di darlo in adozione, sottolinea contenta che questa coppia avrà un bel dono da Gesù.
Sicuramente Juno è Diablo Cody da adolescente: vivace e volitiva, ha una lingua tagliente che le consente di affrontare schiettamente gli altri e di trasfigurare con un tocco di simpatica ironia anche le situazioni (come la sua) più drammatiche. La sua non è però una maschera protettiva: Juno mostra di avere una visione del mondo sostanzialmente positiva e nutre una fiducia di fondo (aiutata in questo dalla sua giovinezza) nelle persone che incontra. Nella famosa scena  che si svolge nella sala di attesa dell'ambulatorio dove era andata per abortire, snodo  cruciale della storia,   quando Juno decide di far nascere il figlio, la sua appare  una scelta coerente (anche se pur sempre coraggiosa): in un mondo buono questo bimbo (che ha già le unghie, come le suggerisce una giovane sostenitrice del  pro life) tutti hanno il diritto di nascere; al contrario, quell'ambiente che "odora di studio dentistico" appare qualcosa di forzato e di squallido..

Natalia Aspesi in un articolo apparso su La  Repubblica del 6 marzo 2008 dal titolo "Giù le mani da Juno", se la prende  contro ogni sfruttamento a fini ideologici, in senso anti-abortista  del film. Fa notare infatti che nel racconto non compaiono "vescovi, predicatori o profittatori politici". Natalia ha perfettamente ragione: per commuoversi davanti a una testolina che fa capolino dallo schermo dell'ecografia, per desiderare che alla fine "egli sia" non è necessario essere vescovi, predicatori o profittatori politici o esser condizionati dalla loro "malefica" influenza; ma basta molto di meno: è sufficiente :essere  nati un po' di anni prima di quel bambino, visto che siamo venuti al mondo esattamente come lui; basta far parte della grande famiglia umana e desiderare che altri riescano a raggiungerci. Quello che non è chiaro alla Aspesi è che chi è pro life, è sinceramente contento che un altro bambino "ce l'abbia fatta", qualunque sia state le motivazioni per una tale decisione e le motivazioni di Juno vanno benissimo. E' l'antico atteggiamento della madre vera che di fronte alla decisione del re Salomone di tagliare in due il bambino conteso,  afferma che piuttosto che vederlo morire preferisce che il bambino venga affidato all'altra donna..
 

Nei nove mesi di gestazione Juno entra progressivamente  nel mondo degli adulti ma la cosa non le piace affatto: quel positivo atteggiamento verso gli altri e il resto del mondo che  aveva determinato la decisione di non abortire rischia  di venir gravemente compromesso: lo recupererà di nuovo ma con una consapevolezza più matura.
Le sue stesse basi familiari erano già fragili (abbandonata da sua madre quando era ancora piccola e mai più rivista, vive con il padre che ha sposato un'altra donna ) ma se  la forza della  giovinezza le aveva consentito di stendere come un velo sul passato, ora però la situazione è diversa: come madre, anche se solo per nove mesi, desidera il meglio per suo figlio. Grande è la  delusione quando scopre che la coppia che aveva scelto per l'adozione sta per separarsi ."Voglio   che siate perfetti, non voglio che siate incasinati come tutte le altre famiglie" protesta Juno.
"Mi domando se due persone possono stare insieme per sempre" domanda al padre, in un momento di tranquilla intimità in casa. La sua però non è una domanda, è una riflessione: superata la delusione iniziale, ha capito che la vita è un tendere e il fatto che certe cose siano difficili da raggiungere non vuol dire smettere desiderarle e di sperare.
Per  Natalia Aspesi il film è "espressione dell'immensa libertà della donna di poter liberamente essere madre o no". Anche questo è vero (tutti noi siamo liberi nell'animo davanti alle nostre scelte) ma ciò di cui si discute non è una decisione indifferente ma polarizzata:  la scelta in una direzione è una sconfitta,  nell'altra è una vittoria per il figlio, per la madre, per la società.
Il  film, da questo punto di vista, non manifesta nessuna neutralità: nella sequenza finale, nella gioia della madre adottiva, nel piacere di Juno di tornare dal suo ragazzo per riprendere a crescere insieme si svela  la speranza della sceneggiatrice , proprio grazie a  gesti come quello di Juno, di poter costruire, pur partendo da una società così vistosamente disgregata,  un mondo di affetti più forti.

Juno dimostra ancora una volta come un film  è sempre  frutto di un lavoro di equipe: brava Diablo Cody (premio Oscar 2008) ma il successo non sarebbe stato pieno  senza l'interpretazione della canadese Ellen Paige: verosimile sedicenne con le sue passioni per il Jazz e i film splatter (ma quando comunica al suo ragazzo di essere incinta, un lampo le passa sugli occhi, desiderosa di voler  bucare quel volto di ragazzino ebete per riuscire a catturare i suoi  sentimenti più profondi). Bravo anche il regista, che tanto ha contribuito a  costruire un mondo di adolescenti colto  nel lento passare delle stagioni in una tranquilla cittadina di provincia (ma quando Juno ferma la macchina sul ciglio della strada per rompere in un pianto disperato dopo la notizia della prossima separazione della coppia scelta per l'adozione , il paesaggio assume l'aspetto di una squallida  periferia tagliata da un treno che passa sferragliando).

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: sky cinema 2
Data Trasmissione: Martedì, 16. Giugno 2020 - 21:15


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JUNO (Laura C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 11:47
 
Titolo Originale: JUNO
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Diablo Cody
Produzione: Fox Searchlight/ Mandate Pictures
Durata: 92'
Interpreti: Ellen Paige, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, J.K. Simmons

La sedicenne Juno McGuff rimane incinta del suo migliore amico, l’imbranatissimo Blicker, e dopo aver inizialmente considerato di abortire, ci ripensa e decide di trovare una coppia a cui affidare il bambino. La individua in Vanessa e Mark Lo ring, due yuppie ricchi, giovani, belli e disperatamente (soprattutto lei) in cerca di prole. Mentre Juno si confronta con i problemi della gravidanza e con l’inaspettata evoluzione del suo rapporto con Blicker, l’arrivo del bambino provoca effetti inaspettati sia nella famiglia McGuff che nei futuri genitori adottivi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mette bene a fuoco un problema chiave che attanaglia la cultura contemporanea. Se cioè la decisione di abortire sia semplicemente un’opzione sentimentale del tutto personale oppure se abbia a che fare con la realtà non sindacabile delle cose e con la presa di coscienza su di esse.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, un paio di scene sensuali.
Giudizio Artistico 
 
Il film di Reitman sceneggiato da Cody è una bella storia, ben raccontata, che ha per protagonisti persone vere

.Provocatorio e mai ideologico, Juno, uscito dalla penna di Diablo Cody, una ex spogliarellista e sceneggiatrice esordiente, e dalla regia di Jason Reitman, autore anche di un piccolo gioiello come Thank you for smoking, è solo la punta dell’iceberg di una serie di pellicole americane che, nell’arco dell’ultimo anno hanno rimesso a tema gli effetti dirompenti (ma non necessariamente drammatici) di una maternità non programmata.

Il film, che in America ha guadagnato oltre 140 milioni di dollari a fronte di un budget di poco più di 7, e che ha meritatamente vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura (anche se il doppiaggio italiano mortifica in parte il ritmo scoppiettante e l’inventiva verbale dell’originale), è stato adottato in Italia come emblema della campagna per la moratoria sull’aborto, con la conseguente levata di scudi contraria a favore del diritto di scelta.

Il film del resto, liquida la questione aborto con un’unica efficacissima scena dove allo squallore di una clinica per interruzioni di gravidanza si oppone la semplice evidenza di un’affermazione: il tuo bambino ha già le unghie…che è come dire: ricordati che, con buona pace della Bonino, è molto più di un grumo di cellule e decidere di ucciderlo è una scelta fondamentale.

Che di una scelta si tratti, del resto, soprattutto quando in ballo c’è la vita di un essere umano, per quanto ancora più somigliante ad un pesciolino o un gamberetto, non lo mette in dubbio nessuno.

l problema semmai, sta a monte, ed è uno di quelli che attanaglia tutta la cultura contemporanea. E se cioè una scelta sia semplicemente un’opzione sentimentale del tutto personale (e allora evidentemente una vale un’altra e nessuno ha il diritto di contestare nessuno), oppure se abbia a che fare con la realtà non sindacabile delle cose (unghie degli embrioni comprese) e con la presa di coscienza su di esse.

Juno, che pure a sedici anni ha tutto il diritto di dire (come fa) che non sa ancora chi è, ha però il coraggio e la sfrontatezza di non prescindere da quello “scarabocchio che non si può cancellare” e va in cerca di una soluzione alternativa. E, guarda caso, tutta la faccenda si rivelerà essere assai più simile a una commedia che una tragedia.

Il film di Reitman, comunque, non è solo un manifesto a favore della vita e della capacità di accoglierla, ma anche, e soprattutto, una bella storia, ben raccontata, che ha per protagonisti persone vere e che non scansa altre questioni, essenziali per una sedicenne inguaiata quanto per una coppia di successo o due vecchi coniugi ultracinquantenni, come la possibilità che due persone possano amarsi per sempre.

L’eccentrica sceneggiatrice Diablo Cody, infatti, ha la pazienza di intrecciare i fili della vicenda della giovane e determinata Juno insieme a quelli di parecchi altri personaggi ben tratteggiati, primi tra tutti i di lei genitori: un padre burbero, ma saggio al punto giusto, e una matrigna battagliera che ha il volto della grande Allison Janney (un tempo portavoce presidenziale in West Wing).

Lontani dagli stereotipi dei genitori ottusi e conflittuali, i due rappresentano senz’ombra di dubbio un modello positivo in una storia che sa cogliere le ambasce di tre generazioni: dagli adolescenti impazienti ai trentenni in crisi (per mancanza di prole o per timore di acquistarla), fino, per l’appunto, ai cinquantenni che non hanno rinunciato ad educare nemmeno di fronte alle stranezze di una figlia fin troppo volitiva.

Niente affatto prevedibile anche l’evoluzione dei due genitori adottivi. Sembra facile all’inizio derubricare la perfettina e ansiosa Vanessa come una donna ossessionata dal desiderio di maternità, ed è facile invaghirsi del di lei marito, ex rockettaro rivendutosi sul più profittevole mercato dei jingle pubblicitari, senza rinunciare alle sue molte passioni adolescenziali (che infatti lo avvicinano a Juno). Eppure la realtà può essere molto diversa da quella che sembra e l’arrivo del bambino farà detonare la “coppia perfetta”, rivelando rispettive forze e debolezze.

All’inizio qualcuno potrebbe rimanere un po’ shockato di fronte agli scambi sboccati, ma pieni di sincerità, che passano tra Juno e la sua migliore amica, sempre al suo fianco nell’avventura della gravidanza, ma è impossibile non commuoversi di fronte ai passi imbarazzati e un po’ goffi della curiosa storia d’amore al contrario tra Juno e il suo improbabile principe azzurro (perennemente in pantaloncini da ginnastica e drogato di tictac…).

L’affiatamento della protagonista Ellen Paige e del suo partner Michael Cera (che cantano anche le canzoni che scandiscono i capitoli della storia) rende estremamente realistica la dinamica della relazione tra i due, artefici quasi inconsapevoli del danno che dà il la alla storia.

Per una volta, tuttavia, abbiamo la bella sorpresa di sentirci raccontare che atti, conseguenze e responsabilità non possono procedere a un comodo divorzio lampo: a dimostrarne la connessione c’è una bella pancia sempre più ingombrante e con essa la consapevolezza che “il prodotto del concepimento”, oltre alle succitate unghie, ha già un suo destino, sia questo tra le braccia di una mamma adolescente, oppure, come prevede la legge americana, in quelle di una madre adottiva pur se single.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Il film è presente in Televisione
Canale: sky cinema 2
Data Trasmissione: Mercoledì, 8. Luglio 2020 - 23:20


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IL CACCIATORE DI AQUILONI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 11:42
 
Titolo Originale: The Kite Runner
Paese: Usa
Anno: 2007
Regia: Marc Forster
Sceneggiatura: David Benioff dal romanzo omonimo di Khaled Hosseini
Produzione: Dreamworks SKG/MacDonald-Parkes Productions/Neal Street Productions/Participant Productions/Sidney Kimmel Entertainment/ Wonderland Films
Durata: 131'
Interpreti: Khalid Abdalla, Homayon Ershadi, Zakeria Ebrahimi, Ahmad Khan Mahmidzada

Il timido e sognatore Amir e il generoso Hassan crescono insieme nella Kabul degli anni Settanta, figlio il primo di un determinato e severo uomo d´affari, il secondo del servo di casa di etnia hazara. Hassan è tenacemente devoto all´amico, che però soffre per l´affetto che suo padre dimostra ad Hassan. Un giorno, dopo una vittoriosa competizione di aquiloni, Amir, per codardia, lascia che Hassan paghi la sua fedeltà subendo un´odiosa violenza e poi, incapace di sopportare la vergogna dell´immutato amore dell’amico, lo accusa di furto e lo fa cacciare. Anni dopo Ami, che vive in America, dove è fuggito con il padre in seguito all´invasione russa, viene raggiunto dalla telefonata di un amico del padre. C´è qualcosa che può fare per espiare e tornare ad essere buono…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ribadisce la necessità, per ogni uomo che possa definirsi tale, di intervenire di fronte ad un’ingiustizia, con i mezzi che ha disposizione. E' una pellicola in cui emerge con forza il concetto di provvidenza divina, di una volontà di Dio che sa infine trarre il bene anche dal male
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di violenza su un bambino, una scena di lapidazione pubblica, diverse scene di violenza e tensione.
Giudizio Artistico 
 
Diligente trasposizione del romanzo. Ottima interpretazione di Homayon Erstradi
Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I DEMONI DI SAN PIETROBURGO (Luisa C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/29/2010 - 10:18
 
Titolo Originale: I DEMONI DI SAN PIETROBURGO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Paolo Serbandini, Monica Zapelli, Giuliano Montaldo
Durata: 118'
Interpreti: Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Anita Caprioli, Roberto Herlitzka

San Pietroburgo 1860. Feodor Dostoevskij è oppresso da i debiti e da un editore truffaldino che gli impone di completare il suo romanzo in una settimana. Anna, ingaggiata come stenografa per accelerare la conclusione del romanzo, lo rincuora e lo incita a terminare ma Feodor è distratto dalla confessione avuta in manicomio da Gusiev, un rivoluzionario pentito: un attentato sta per essere attuato ai danni di un componente della famiglia imperiale. Bsogna fermare Aleksandra che è a capo di questa cospirazione prima che sia troppo

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dostoevskij contro ogni forma di terrorismo e di ieri e di oggi. Dispiace l'assenza di riferimenti alla fede cristiana del grande scrittore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida scena di nudo integrale
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti gli attori in questa sontuosa e approfondita ricostruzione della San Pietroburgo anno 1860 e valida sintesi della vita e del pensiero del grande scrittore, utilissima per avvicinare la sua figura alle nuove generazioni

Siamo nel 1860. Dostoevskij non ha ancora scritto i suoi capolavori (Memorie del sottosuolo è del 1864, Delitto e castigo  del 1866) e solo  da cinque anni ha chiuso il suo debito con la giustizia (prima ai lavori forzati in Siberia, poi servendo nell'esercito) per esser stato giudicato, allora promettente scrittore di 28 anni,  un sovversivo.  Nel 1860 non ha ancora perso il vizio del gioco ed è perennemente indebitato: il film lo coglie nel momento in cui è impegnato a concludere  in una sola settima il racconto "Il giocatore", condizione capestro che gli ha imposto il suo editore.  E' anche il periodo delle grandi speranze nate con la salita al trono di Alessandro II, lo zar riformatore che di lì a poco (nel 1862) abolirà la servitù della gleba. Sarà l'azione scellerata  di un gruppo di terroristi che  porrà fine all'unico serio tentativo di riforma liberale (attentato adombrato nella sequenza finale del film) prima dell'inizio della rivoluzione.
E' proprio nei confronti di questi "demoni" che Feodor mostra un atteggiamento deciso ma intimamente sofferente: quando il rivoluzionario pentito Gusiev lo vuole coinvolgere, sia pure a fin di bene, in una trama terroristica contro un componente della famiglia imperiale, la sua reazione immediata è di netto rifiuto: troppo recente è stata la pena che ha dovuto scontare, troppo forte è il rammarico di aver in gioventù professato idee molto vicine.
Il racconto si muove, da questo momento in poi, sotto la spinta di queste due angoscianti scadenze: la consegna del libro nei termini imposti e la ricerca della cospiratrice Aleksandra prima che l'attentato abbia luogo. Se  per il primo troverà un sostegno decisivo in Anna,  la dolce ma tenace stenografa che farà con lui le nottate per completare in tempo il lavoro (e diventerà, nella finzione come nella realtà sua moglie) per il secondo sarà inaspettatamente Pavlovic, capo della spietata terza sezione di polizia che pur rigoroso nel compiere il suo dovere sa apprezzare la grandezza dello scrittore e lo solleverà da ogni sospetto (è facile scorgere un parallelo con Wiesler, l'agente segreto della Germania comunista nel film Le vite degli altri, su cui agisce il valore purificatore dell'arte).

DostoevskiJ, anche se non apprezza il pentito Gusiev, andrà a  comprargli , impiegando l'anticipo ricevuto per il libro,  un cappotto per proteggerlo dai rigori del manicomio dove si è volontariamente rinchiuso. Feodor infatti ama dibattere sul piano delle idee (a più riprese vengono citate frasi tratte dal suo libro "I demoni", dove con forza condannerà il libero arbitrio che ritiene giusto uccidere in nome di un ideale rivoluzionario) ma il suo atteggiamento non è freddamente razionalista:  il suo comportamento è guidato da una salda fede nel valore inestimabile della persona umana, dall'importanza di essere solidali e  amare il nostro prossimo (alcuni flashback del suo periodo di cattività in Siberia, il modo con cui impara a condividere le sofferenze dei suoi compagni di sventura sono un segno della sua progressiva conversione umana).
Dispiace a questo proposito che il film non sviluppi i rapporti dello scrittore con il cristianesimo (solo nel soggiorno siberiano lo si vede con un Vangelo in mano). La fede in Gesù Cristo (prima  ammirato solo come modello morale, poi, nelle ultime opere, come Redentore e Verbo Incarnato) permea, in modo spesso dialettico,  tutta la sua opera ma nel film se ne intravedono solo gli effetti, senza che venga fatta luce sul percorso spirituale dello scrittore.

Il film beneficia di un'ottima ricostruzione dell'epoca,  con molte riprese in interni ed esterni realizzate a San Pietroburgo. Fa piacere vedere impiegata anche la grande sala da ballo di Venaria Reale a Torino, dopo il recente restauro.

Bravi tutti gli attori, ma particolarmente efficaci sono Carolina Crescentini che trasmette, con una recitazione misurata, una calda femminilità e Roberto Herlitzka che lascia trapelare, dietro la fredda maschera del poliziotto, l'animo di un profondo conoscitore delle passioni umane. Miki Manojlovic ci restituisce un Dostoevskij mite e sofferente  ma appare troppo spesso spettatore impotente degli eventi nei quali è coinvolto.

Il film lascia trapelare ogni tanto il suo intento didattico (Aleksandra, Pavlovic e Gusiev  usano a turno l'espressione: "come lei stesso ha scritto" o "come mi ha insegnato", espediente che serve per citare brani tratti dai capolavori dello scrittore) ma è proprio questo il valore del film: una ricostruzione viva e appassionata del personaggio e delle opere di Dostoevskij che potrà contribuire ad avvicinare alla sua figura le nuove generazioni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI3
Data Trasmissione: Mercoledì, 17. Settembre 2014 - 15:45


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