Dramma

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IL DESTINO DI UN GUERRIERO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/15/2010 - 09:54
Titolo Originale: Alatriste
Paese: Spagna
Anno: 2006
Regia: Agustín Díaz Yanez
Sceneggiatura: Agustín Díaz Yanez, dai romanzi di Arturo Pérez-Reverte
Produzione: Antonio Carena e Alvaro Augustín per Estudios Picasso/Origen Produccione/Cinematográficas/Universal
Durata: 145'
Interpreti: Viggo Mortensen, Elena Anaya, Eduardo Noriega, Javíer Cámara, Ariana Gil

Diego Alatriste, soldato di professione fin dalla sanguinosa campagna delle Fiandre dove ha salvato la vita al potente Conte di Guadalmedina guadagnandosene la gratitudine, tira ora a campare a Madrid eseguendo incarichi non sempre limpidi grazie alla sua straordinaria abilità con la spada. Intanto cerca di tirare su come meglio può il giovane Iñigo, figlio di un suo ex commilitone. Ma gli intrighi della corte spagnola, lacerata dalle lotte di potere tra il favorito del re Filippo II, il Conte Duca di Olivares, e il partito della Chiesa, guidato dall’Inquisitore Boccanegra e dall’ambizioso Luis de Alquézar, finiscono per coinvolgere anche Diego e il suo protetto, irretito dal fascino della bella Angelica Alquézar. Nel corso degli anni, così, Alatriste vede morire ad uno ad uno i suoi amici e finisce per perdere anche la donna che ama, ma senza mai rinunciare al suo onore, che lo porterà ad una morte gloriosa davanti alle mura di Rocroi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore ha la testarda volontà di raccontare in chiave assolutamente nichilista un’epoca che fu senza dubbio piena di contraddizioni, ma che ha regalato all’Europa e al mondo anche figure di impressionante grandezza per la fede e la cultura.
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazione esplicita delle ferite inferte durante i combattimenti all'arma bianca, una scena con nudo femminile
Giudizio Artistico 
 
Il difetto più evidente della pellicola sta nella sua frammentarietà e nell’incapacità di costruire un reale percorso per il suo protagonista. Alcuni personaggi compaiono in modo talmente tangenziale da rendere incomprensibile il loro peso nel racconto. Belle scenografie ispirate ai quadri del Velasquez
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOPO IL MATRIMONIO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/14/2010 - 12:14
 
Titolo Originale: After The Wedding
Paese: Danimarca/ Svezia
Anno: 2006
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen
Produzione: Zentropa Entertainments
Durata: 112'
Interpreti: Mads Mikkelsen, Rolf Lassgård, Sidse Babett Knudsen

Quando Jakob, che in India dirige un orfanotrofio sull’orlo della chiusura per mancanza di fondi, riceve dalla natia Danimarca una generosa proposta di aiuto con l’unica clausola di un viaggio in patria, non può certo rifiutare. Ma una volta a Copenhagen le cose si complicano. Partecipando alle nozze della figlia del misterioso benefattore, infatti, Jakob rincontra la sua fidanzata di un tempo, che è poi la madre della sposa. E mentre Jakob viene posto di fronte ad una scelta dolorosa (accettare la donazione e rimanere in Danimarca ad amministrarla oppure rifiutarla e veder chiudere la sua opera benefica), un segreto che riguarda il passato (e uno che getta un ombra sul futuro)  costringe tutti i personaggi a fare i conti con se stessi e a riscoprire i legami che li uniscono. Quando al matrimonio del titolo la sposa si alza per fare un brindisi e la madre si inquieta per le possibili rivelazioni, lo spettatore potrebbe temere di trovarsi di fronte all’ennesimo film danese pronto a gettare una palata di terra sulle istituzioni familiari o a mostrarne la corrotta natura tra morbosità e desiderio di vendetta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
a famiglia, lungi dall’essere rappresentata come luogo di corruzione e disperazione, sia vista come possibilità di realizzazione e compimento, anche quando nella vita entrano il dolore, il tradimento e infine la morte.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena sensuale appena accennata
Giudizio Artistico 
 
Susanne Bier ha evitato qualsiasi patetismo e ha svolto l'azione sempre con tocchi lievi, privilegiando immagini molto ravvicinate. La coadiuvano interpreti molto bravi

Invece, per una volta, anche se dietro al ritrovarsi di due amanti di un tempo c’è un segreto e il protagonista è costretto a mettere a nudo se stesso prima di poter giungere alla fine del suo percorso, la regista Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri), coadiuvata dallo sceneggiatore Anders Thomas Jensen (autore anche de Le mele di Adamo) decide di raccontare una vicenda in cui i legami familiari escono rafforzati dalla prova del dolore, della verità e della morte.

Costretto a scegliere tra un’astratta benché benintenzionata forma di carità (che non a caso ha più volte conosciuto il fallimento) e il concreto bisogno del suo prossimo, il protagonista viene messo di fronte alla necessità di esercitare una forma di amore molto più stringente e difficile.

Allo stesso tempo il suo “antagonista”, il ricco uomo d’affari Jorgen affronta un percorso altrettanto doloroso, che lo porta a spogliarsi di tutto prima di affrontare la morte. Anche lui, tuttavia, prima della fine, deve ritrovare la certezza dell’amore dei suoi cari, che forse si era appannata nella preoccupazione e nel desiderio di “mettere tutto a posto”.

È un insolito gruppo di personaggi quello che popola la pellicola della Bier, per certi versi segnati da un passato di dolore che sembra destinato a ripetersi, per altri fortunatamente non determinati da esso, ma messi di fronte a una seconda possibilità che si fonda sull’amore e sul riconoscimento delle proprie responsabilità.

Fa piacere per una volta che la famiglia, lungi dall’essere rappresentata come luogo di corruzione e disperazione, sia vista come possibilità di realizzazione e compimento, anche quando nella vita entrano il dolore, il tradimento e infine la morte.

Manca, è vero, un ultimo salto di qualità che permetta di andare oltre l’immanenza di una laica carità per aprirsi a una dimensione soprannaturale, ma resta apprezzabile la volontà di indicare una positività umana fondata sulla solidarietà reciproca, sull’apertura all’altro e sul perdono.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE DEPARTED IL BENE E IL MALE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 13:03
Titolo Originale: The Departed
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: William Monahan che adatta soggetto di Siu Fai Mak e Felix Chong dal film di Wai Keung Lai e Siu Fai Mak del 2002 Internal Affairs
Produzione: Graham King, Brad Grey, Brad Pitt, Gianni Nunnari
Durata: 149'
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Vera Farmiga

A dispetto della solennità di simboli e riti pubblici, le istituzioni si fondano sul marciume di un’animalesca lotta tra uomini guidati da istinti retrivi. Dopo una trama che ha deluso alcuni, ma la maggior parte del pubblico trova emozionante, anche perché sostenuta da una notevole prova attoriale di Leonardo Di Caprio, questo potrebbe essere il messaggio –non certo incoraggiante- che arriva allo spettatore dall’ultimo gangster movie diretto da  Scorsese. Un film molto lodato dalla critica, che ne ha esaltato le qualità rispetto ai recenti passi falsi di Gangs of New York e di The Aviator.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo spettatore rischia di trovarsi con un banale quadro disfattista. La polizia è corrotta, la mafia è infiltrata. A questo si aggiungano i pochi ma veramente gratuiti e offensivi riferimenti alla corruzione del clero, dove tutti i preti sono pedofili e le suore ninfomani.
Pubblico 
Maggiorenni
Violenza accanita, turpiloquio, una scena a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
La regia barocca, gli inserti di melodramma, la violenza plateale non basta a coinvolgere davvero lo spettatore. I dialoghi sono spesso troppo veloci; la truculenza, inoltre, peccando per eccesso e ripetitività, finisce anche per avere un po’ del ridicolo.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEATH OF A PRESIDENT MORTE DI UN PRESIDENTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 12:53
Titolo Originale: Death of a president
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2006
Regia: Gabriel Range
Sceneggiatura: Gabriel Range e Simon Finch
Produzione: Simon Finch, Ed Guiney, Gabriel Range
Durata: 90'
Interpreti: Hend Ayoub, Brian Boland, Becky Ann Baker

Se George W. Bush continuerà su questa strada, si potrà ben dire che se la sarà andata a cercare. Forse non verrà assassinato, ma l’estremismo neoconservatore di Bush, il suo governo liberticida e guerrafondaio, le limitazioni della privacy, si ritorceranno su chi li ha voluti, allontanando la gente....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Corretta la legittimità di immaginare l’omicidio di una persona vera: solo, non è il massimo del buon gusto. Senz’altro infelice, in questa prospettiva, è la locandina del film che riproduce una lapide.
Pubblico 
Adolescenti
Il tema trattato e il cattivo gusto di ipotizzare morta una persona vivente non interessanno ai più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Se si accetta che un mockumentary riesce quando produce una sofisticata, quasi impercettibile, satira, allora Death of a President è un’opera riuscita,
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CUORE SACRO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 11:44
Titolo Originale: " CUORE SACRO"
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli
Produzione: R&C Produzioni
Durata: 117'
Interpreti: Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Massimo Poggio, Erica Blanc, Camille Dugay Comencini

Irene è una donna in carriera. Spalleggiata da una inflessibile zia, conduce al successo l'azienda paterna con decisione e spregiudicatezza. Tornata fra le mura del  palazzo dove ha trascorso l'infanzia  con l'intento di farlo diventare un complesso di minialloggi, percepisce nella stanza dove è vissuta come reclusa sua madre fino alla morte, una presenza misteriosa. Ora Irene sente, come già accadde a sua madre,  il desiderio di dedicare  tutta se stessa ed i suoi beni a portare sollievo ai tanti emarginati  e indigenti di un vecchio quartiere di Roma.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista decide di prendersi cura dei poveri e degli emarginati ma le motivazioni appaiono oscillanti fra un generico senso di colpa per la propria ricchezza e la risposta ai richiami dello spirito della madre morta
Pubblico 
Adolescenti
Un caso isolato di colloquio osceno. Una rapida immagine di nudità vista come spogliazione di tutti i propri beni
Giudizio Artistico 
 
Il film risente della pesantezza di una costruzione intellettuale che non rende credibili le più profonde motivazioni dei protagonisti

Ferzan Ozpetek si è da tempo rivelato come un autore sensibile e di talento.
Fatta eccezione per due escursioni nel suo paese di origine,  la Turchia (Il bagno turco - 1997 e Harem Suare - 1999) , negli altri  tre film (fra cui appunto Cuore Sacro) di cui è stato regista e sceneggiatore  ( Le fate ignoranti - 2000 e La finestra di fronte -2003) ha scelto sempre di ambientare le sue storie in colorati quartieri popolari  di Roma, ancora non intaccati dalla speculazione edilizia.

Da quando ha deposto l'abito dell'attore ed ha iniziato a realizzare  film scritti da lui stesso, ha mostrato di avere a cuore due cose in particolare: dimostrare l'equivalenza da un punto di vista affettivo fra l'amore uomo-donna e quello omosessuale e manifestare un'attenzione specifica per gli emarginati  ed i più poveri.

In Cuore Sacro ha distolto la sua attenzione sul primo tema per concentrarsi interamente sul secondo: Irene (Barbora Bobulova) è una donna-manager che scopre la vocazione  di porsi al servizio, di "prendersi cura" degli altri,  fino al "non voler più niente per sè" e alla spogliazione, anche fisica, da tutti i suoi beni (la sequenza  di  Irene che dona uno ad uno i suoi abiti nella stazione metropolitana è una evidente citazione del finale di "Teorema" (1968) di Pasolini, quando l'imprenditore interpretato da Massimo Girotti si  denuda nella stazione di Milano).

"Ognuno di noi ha due cuori: uno eclissa l'altro, ma se potesse vederlo, capirebbe che è un cuore sacro e non potrebbe più fare a meno della sua luce" spiega un vecchio domestico a Irene, sempre più incerta nel pieno della sua dolorosa metamorfosi.

Ozpetek ha voluto trasmetterci questo sua preferenza per gli  ultimi e polemizzare con il mondo consumistico che tende ad avvolgerci e soffocarci  ("se le persone non sanno di desiderare una borsetta, noi dobbiamo creargli quel desiderio"- dice l'Irene ancora manager) attraverso  una forma altamente  simbolica e complessa, dove la costruzione intellettuale prevale su una più immediata percezione del calore umano dei protagonisti.
Il  difetto di questo film è proprio quello di  presentarci personaggi che non ci appaiono veri (farei eccezione per Padre Carras -Massimo Poggio- nel suo pragmatismo di sacerdote che cerca di fare tutto ciò che può e la piccola Benny - Camille Dubay Comencini - debole ladruncola del quartiere che si difende con mille bugie).

La pur brava Lisa Gastoni, nell'interpretare il personaggio di zia Eleonora , appare rinserrata nello stereotipo di donna inflessibile e determinata ad accrescere il suo potere economico; il popolo sbandato  degli indigenti e barboni del quartiere è visto come una totalità indistinta dagli occhi inteneriti di Irene, privi di una personalità autonoma. La figura del giovane barbone demente appare introdotta al solo scopo di  pervenire ad una estetica della pietas  (Irene accoglie tra le sue braccia un giovane che ha perso il senno per il rimorso di un delitto commesso, quasi una rappresentazione vivente della Pietà di Michelangelo)..

Infine la stessa Barbora,  che nella sua fissità espressiva non è stata aiutata dalla difficile sceneggiatura, non riesce a darci il senso pieno della sua trasformazione. Un'altra Irene, quella interpretata da Ingrid Bergman in Europa 51 (1952) di Roberto Rossellini, che  decide anch'essa dedicarsi alla cura dei malati e dei sofferenti dopo il suicidio del figlio che si considerava trascurato, aveva un ben diversa profondità.

Sono  evidenti nel film  suggestioni derivate dalla spiritualità francescana, ma in questo film tutta l'attenzione è rivolta  verso l'uomo, senza che vengano chiamate in causa nessuna delle due grandi fedi (quella cristiana e quella musulmana) con  cui il regista è venuto in contatto ("Dio non è né nelle Chiese né nelle Moschee: è in mezzo alle strade, fra coloro che hanno bisogno" esclama Irene quando viene invitata da don Carras a incontrare il vescovo).
Dario Argento, intervistato dopo aver visto il film, ha esclamato con soddisfazione  che anche per i  "laici" si può parlare di dedizione di sé verso gli altri.

Mia personalissima opinione è che la posizione del regista sia differente: Ozpetek è troppo intelligente per non capire che da un punto di vista squisitamente umano si può amare il prossimo come se stessi ma per amare gli altri fino all'annullamento di sé stessi ci vuole qualcos'altro. Il film in effetti denuncia in più momenti una tensione verso il soprannaturale, anche se questa scivola verso un sincretismo indifferenziato ed un astio verso le religioni istituzionalizzate ("le religioni sono come tanti vascelli che portano tutti alla verità, a Dio , ma spesso ci concentriamo troppo sul vascello e perdiamo di vista la meta"- fa dire a un protagonista).
Oppure devia verso un misterioso ed inquietante rapporto fra i vivi e i morti : questi ultimi ci vengono a visitare per risvegliare il nostro io più sepolto, come fa la madre verso Irene. La sequenza finale sembra perfino alludere a una forma di reincarnazione della madre nella bambina Betty.

In conclusione si è tratto di una scivolata del regista (speriamo di breve durata) dopo le belle prove precedenti, essendo venuto meno uno dei suoi pregi (il tratteggiare l'umanità  dei protagonisti con insolita sensibilità) e per non aver conferito  maggior profondità e coerenza alle sue riflessioni sulla necessità  di ribellarsi alla logica del denaro per ritrovare la nostra  umanità smarrita nell'attenzione verso i più bisognosi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Martedì, 8. Gennaio 2019 - 16:45


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COMPLICITA' E SOSPETTI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 11:10
Titolo Originale: Breaking and Entering
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: nthony Minghella
Sceneggiatura: Anthony Minghella
Produzione: Anthony Minghella e Sidney Pollack
Durata: 120'
Interpreti: Jude Law, Juliette Binoche, Robin Wright Penn

Will ha appena inaugurato il suo avveniristico studio di architettura nel quartiere londinese di King’s Cross, zona multietnica in continua evoluzione. I suoi ambiziosi progetti urbanistici, però, si scontrano subito con una serie ripetuta di furti, opera di un giovanissimo ladro di origine bosniaca. Mettendosi sulle sue tracce, Will fa conoscenza con la madre del ragazzo, e questo incontro fa traballare la sua già difficile situazione familiare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Debole l'evidenziazione di problematiche socio-ambientali ma almeno viene recuperata l'unità familiare
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film non convince: pasticciato, pretenzioso, senza una vera spina dorsale.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME DIO COMANDA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 10:35
Titolo Originale: COME DIO COMANDA
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Antonio Manzini, Gabriele Salvatores
Produzione: Maurizio Totti per Colorado Film, Rai Cinema con Friuli Venezia Giulia Film Commission
Durata: 120'
Interpreti: Alvaro Caleca, Filippo Timi, Elio Germano, Fabio de Luigi, Angelica Leo

Italia del nord-est. Rino è un adulto disoccupato, violento ed alcolista, tenuto sotto controllo dall'assistenza sociale che minaccia di togliergli la tutela di Cristiano, il figlio adolescente. Quattro Formaggi è l'unico loro amico dalla mente instabile. Una notte Fabiana, una ragazza ribelle che ha l'abitudine di fare troppo tardi la sera, mentre torna a casa con il motorino ha l'avventura di incontrare Quattro Formaggi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia che parla apparentemente dell'amore padre e figlio, ma si tratta in realtà di un amore malato costruito sull'odio verso gli altri. Il padre ritiene per lui doveroso educare il figlio alla violenza
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena violenta di vendetta fra giovani . Un incontro sessuale sbrigativo ed esplicito
Giudizio Artistico 
 
Il regista Salvatores conferma il suo genio visivo, coadiuvato da ottimi professionisti, come Italo Petriccione per la fotografia. Ottima prestazione di Filippo Timi nella parte del padre

Il film ha avuto il sostegno della film Commission del Friuli Venezia Giulia  ma non si può dire che di questa regione si faccia molta pubblicità: il cielo è cupo e freddo, le piogge continue, molte riprese sono realizzate  fra i  ciottoli e i rifiuti di una cava di pietra abbandonata; vengono inquadrati muri sberciati di squallide case di periferia.  Per le strade della città si muovo bande di giovani, padroni della notte, spavaldi e violenti .

Eppure è questo uno degli aspetti più affascinanti  del film, dove Salvatores mostra al meglio la sua ispirazione visiva; un'ambientazione cupa che riverbera l'animo tenebroso dei protagonisti, allo stesso modo con cui, in Io non ho paura, l'oro delle ampie distese dei campi di grano abbacinate dal sole estivo esaltava l'innocenza dei due piccoli protagonisti. La lunga, drammatica sequenza che si svolge nel bosco sotto una pioggia incessante è un pezzo di vero cinema, grazie anche al contributo decisivo della fotografia di Italo Petriccione.

Salvatores semplifica, con l'aiuto dello stesso autore, la storia  narrata nell'omonimo romanzo di Ammanniti riducendo i personaggi e sviluppando la storia  in un arco temporale ridotto, per meglio concentrare l' energia  drammatica della storia.  Rino, un disadattato che cova profondi rancori verso una società che lo ha rifiutato, sempre teso e pronto a colpire chi individua come nemico,  ha trovato nell'ideologia neonazista una razionalizzazione del suo odio.

Cristiano è un adolescente timido con un cuore in formazione, ancora aperto alla tenerezza ma che ha come unico riferimento il padre, del quale assorbe l'ideologia malata e fa del suo meglio per emularne l'aggressività.  Rino, che odia gli extracomunitari ma ancor più i padroni che lo hanno sfruttato in nero per dieci anni ed ora hanno trovato nuovi polli da spennare, che odia i drogati per assecondare la sua ideologia nazista, basa la sue esistenza su poche realtà: quella pistola che porta sempre in tasca e che definisce "la sua vera libertà"  e l'amore per il figlio; un amore viscerale,  a cui si appoggia come unica ancora per la sua salvezza, un amore malato basato più sulla disperazione che sulla speranza.  Quando il padre scopre che Cristiano è stato picchiato dai bulli del paese, Rino si sente impegnato a spiegargli che l'unico modo per trovare la forza di reagire è la cattiveria che riusciamo a coltivare, e quando lo costringe a tornare sui suoi passi per affrontare di nuovo, armato di un randello, il ragazzo che lo ha picchiato, sarà poi costretto a fermare il figlio, preso dal raptus della violenza. Si tratta di una delle scene più odiose del film.

La storia vira verso il giallo: Cristiano ritrova in un bosco  il padre colpito da ictus accanto al cadavere di una ragazza morta; si trova ad affrontare la situazione da solo ma non esita a sottrarre le prove a carico del padre, perché anche lui non ha  nessun altro valore a cui appigliarsi se non quello del rapporto con il padre.

Ogni ombra fra padre e figlio sarà infine dissipata, ma non possiamo parlare di lieto fine; l'amore fra loro è forte ma è in realtà un sodalizio di due solitudini, costruito sull'odio verso gli altri. Il noir che Salvatores ha costruito ha ben poco di realistico e si appoggia su un simbolismo essenziale che ricorda certi film di fantascienza dove fra le macerie di una terra ormai devastata, pochi eroi buoni debbono combattere le forze del male che ne hanno preso il dominio. In questa storia però non ci sono buoni o cattivi:  a una società organizzata sulla sopraffazione si contrappongono degli eroi che lottano per la sopravvivenza opponendo violenza a violenza. Unica figura positiva è l'assistente sociale, che va al di là di quanto strettamente richiesto dalla sua professione prendendosi cura del ragazzo quando Rino è in ospedale.  In realtà, in questo contesto così simbolico, sembra più un angelo ambasciatore di un Dio che ha ormai abbandonato la terra e gli uomini al loro destino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRASH CONTATTO FISICO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 13:06
Titolo Originale: Crash
Paese: USA/Germania
Anno: 2004
Regia: Paul Haggis
Sceneggiatura: Paul Haggis e Bobby Moresco
Produzione: Bull’s Eye Enterteinment/Paul Haggis Productions/Status Film Co. Dej Productions/Apolloproscreen GMBH & Co. Filmproduktion KG/Blackfriars Bridge/Bon Yari Productions/Harris Company/Mambo Inc
Durata: 107'
Interpreti: Don Cheadle, Matt Dillon, Thandie Newton, Ryan Philippe

Le storie di vari personaggi si incrociano in una Los Angeles multirazziale minata da reciproci odi e diffidenze. Un detective di colore indaga su un omicidio tra poliziotti, ma dovrà scendere a compromessi con un procuratore ambizioso che non vuole inimicarsi la popolazione di colore. Un poliziotto razzista, che si prende cura del padre malato, prima molesta una donna di colore scandalizzando il suo collega, poi le salva la vita. Due ragazzi di colore rubano macchine alle persone sbagliate, mentre un immigrato iraniano compra una pistola per difendersi e un povero fabbro ispanico deve sopportare i pregiudizi dei suoi clienti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’aspetto più sorprendente di questa pellicola, sta nel fatto che ogni istante regala a ciascuno l’occasione per ricominciare, per essere diverso e giocarsi nel percorso della vita.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza e sensuali.
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura ma una regia senza senza grandi virtuosismi

Quello scritto e diretto dallo sceneggiatore di Million Dollar Baby Paul Haggis non è semplicemente un film sul razzismo nella società multiculturale dell’America di oggi, nonostante questo sembri essere il lancio scelto per la campagna stampa, che ne sottolinea la visione negativa del mondo e dell’uomo.

Certo l’aspetto più evidente di questo complesso intreccio di esistenze (è sicuramente una forzatura, come hanno fatto notare alcuni puristi, immaginare tali e tanti incontri/scontri accidentali in un universo complesso come quello della metropoli americana, ma ci piace pensare che questa sintesi di esperienze individuali possa valere davvero come simbolo di una realtà vasta come quella della Los Angeles o dell’America di oggi) è dato dalla fatica (quando non si arriva alla vera e propria violenza) dei rapporti anche più semplici tra individui diversi per colore o per cultura.

Ma la dichiarazione di uno dei personaggi principali in apertura di film (il contatto fisico forzato, il crash del titolo, l’incidente d’auto o altra circostanza che costringe l’individuo a prendere davvero in considerazione un altro troppo spesso ignorato) apre già ad una dimensione più profonda e complessa.

Il sistema delle etichette razziali (e quindi naturalmente la scelta dei diversi personaggi di ignorarle/sottovalutarle/usarle o capovolgerle), infatti, è solo una parte dell’affresco umano che Haggis ha deciso di raccontarci, forse senza grandi virtuosismi di regia, ma certamente con autentica empatia umana che consente di prendere sul serio ogni personaggio, ogni storia per quanto piccola, con tutto il suo dramma e il suo carico di risentimento, di rimpianto, ma anche di speranza.

La sfida che è lanciata allo spettatore, mentre sullo schermo si susseguono i fatti di una giornata qualunque (la struttura è quella di un giallo depotenziato: si inizia con un cadavere, ma si saprà solo alla fine chi è morto e chi ha ucciso), è quella di non lasciarsi imprigionare da un giudizio immediato e definitivo su ciò che vede; il poliziotto razzista che molesta la moglie di un regista black fin troppo prono ai suoi “padroni” bianchi, infatti, è lo stesso figlio amorevole che assiste un padre anziano e malato, e poi di nuovo l’individuo che insulta un’assistente sociale di colore non troppo disponibile.

I due ladruncoli dalla pelle nera che dibattono sul livello di pregiudizio razziale nelle varie zone della città, poi, devono fare i conti con altre vite in sospeso (quella del regista che non sa più chi è e rischia di sfogare la sua frustrazione nella violenza, ma anche quelle di poveri immigrati clandestini venduti da un coreano apparentemente mite) prima di chiudere la loro giornata con esiti imprevedibili.

E il poliziotto nero che indaga su una sparatoria dai risvolti politici delicatissimi, deve fare i conti con la sua amante ispanica, ma anche con una madre drogata e un fratello delinquente per cui accetterà un compromesso odioso.

Ognuno di loro si scontra con gli altri personaggi e in questo incontro sui generis è chiamato a compiere scelte decisive (che sono poi il tessuto stesso di ogni drammaturgia), a mettere alla prova se stesso e la propria coscienza.

L’aspetto più sorprendente di questa pellicola, a cui non manca una certa durezza nel mostrare le miserie degli individui, però, sta nel fatto che ogni istante regala a ciascuno l’occasione per ricominciare, per essere diverso e giocarsi nel percorso della vita.

La girandola delle circostanze (come quelle che portano l’immigrato iraniano a prendersela con il povero fabbro portoricano per il furto nel suo negozio) lascia spazio perfino a una sorta di grazia che interviene benevola spezzando l’apparente necessità delle reazioni d’odio nei confronti di ingiustizie vere o presunte.

E se in almeno un caso le buone intenzioni finiranno per infrangersi sulla superficie di una realtà più complessa di ogni teoria, la possibilità di redenzione si fonda innanzitutto sull’incontro con l’Altro come persona prima che come gruppo, ma anche sulla scoperta del proprio limite e, almeno qualche volta, di un amore che può aiutare a superarlo.

Così se il film si chiude com’era incominciato (su un incidente d’auto che fa immediatamente scontrare due etnie ostili), di mezzo si apre lo spazio per la pietà e per il cambiamento, perché, sembra di poter dire, l’individuo rinasce in ogni istante e basta uno sguardo diverso per non lasciarsi schiacciare dalla negatività.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CODICE HOMER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 12:31
Titolo Originale: A different loyalty
Paese: Canada/Gran Bretagna
Anno: 2003
Regia: Marek Kanievska
Sceneggiatura: Jim Piddock
Produzione: Tilde Corsi e Gianni Romoli
Durata: 96'
Interpreti: Sharon Stone, Rupert Everett, Jim Piddock

Ispirato alla vera storia di Kim ed Eleanor Kilby. Sally è una giornalista americana, Leo un giornalista inglese. Dal loro incontro, a Beirut, nasce un'appassionata storia d'amore, ma un giorno Leo sparisce senza lasciare tracce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore nato male (con un divorzio) non approda ad una piena felicità
Pubblico 
Adulti
Per alcune sequenze di amore esplicito
Giudizio Artistico 
 
Bravi i due protagonisti ma sceneggiatura carente e spesso banale
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CODICE HOMER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 12:31
Titolo Originale: A different loyalty
Paese: Canada/Gran Bretagna
Anno: 2003
Regia: Marek Kanievska
Sceneggiatura: Jim Piddock
Produzione: Tilde Corsi e Gianni Romoli
Durata: 96'
Interpreti: Sharon Stone, Rupert Everett, Jim Piddock

Ispirato alla vera storia di Kim ed Eleanor Kilby. Sally è una giornalista americana, Leo un giornalista inglese. Dal loro incontro, a Beirut, nasce un'appassionata storia d'amore, ma un giorno Leo sparisce senza lasciare tracce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore nato male (con un divorzio) non approda ad una piena felicità
Pubblico 
Adulti
Per alcune sequenze di amore esplicito
Giudizio Artistico 
 
Bravi i due protagonisti ma sceneggiatura carente e spesso banale
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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