Dramma

IL FILO NASCOSTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 22:36
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione: ANNAPURNA PICTURES, FOCUS FEATURES, GHOULARDI FILM COMPAN
Durata: 130
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps

Nella Londra degli anni ’50 Reynolds Woodcock è il sarto delle signore dell’alta società e delle dive. Disegna personalmente i modelli e con uno staff di abili sarte diretto dalla sorella Cyril, realizza quel tipo di vestito che per il pregio dei tessuti, le sue forme classiche da' alle donne che lo indossano quel giusto “distacco” utile a distinguerle dalle altre. In uno dei suoi rari weekend liberi Reynolds, scapolo impenitente, conosce Alma, la cameriera di un bar e resta colpito dalla sua naturale eleganza. Alma a sua volta è affascinata da questo artista sensibile che vive solo del suo lavoro e accetta di seguirlo a Londra per lavorare al suo atelier. Alma si accorge ben presto che Reynolds è un uomo totalmente assorbito dalle sue creazioni e influenzato dalla sorella: non trova lo “spazio emotivo” per innamorarsi. Alma, al contrario, ci tiene a lui e vuole assolutamente trovare un modo per attirarlo a se...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo e una donna, che potrebbero innamorarsi l’uno dell’altra, non pensano di trasformarsi per entrare in una realtà di coppia ma ognuno dei due cerca di assorbire l’altro nel proprio universo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene che potrebbero disturbare i minori ma il tema trattato presenta una certa morbosità
Giudizio Artistico 
 
Daniel Day-Lewis non cessa di stupire per la sua capacità di immersione totale nel personaggio che deve interpretare e Paul Thomas Anderson conferma la sua alta professionalità nel costruire ambienti e situazioni altamente suggestive
Testo Breve:

Nella Londra degli anni ’50, il più richiesto sarto dell’alta società è uno scapolo impenitente ma poi incontra Alma. Un film recitato e diretto molto bene per un cupo thriller psicologico

La recitazione di Daniel Day-Lewis è eccezionale ma quest’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson (Il Petroliere, The Master, Vizio di Forma) non è un film costruito intorno a un protagonista ma un’orchestra polifonica dove ogni strumento sa intervenire al momento giusto. C’è l’ambiente dell’atelier, collocato in un antico palazzo al centro di Londra, popolato da sarte in camice bianco, per lo più non giovani, che cuciono in silenzio, pronte a mettersi rispettosamente in riga quando Reynolds passa a ispezionare le ultime creazioni. Ci sono le principesse e altre signore della società che conta che vengono al suo studio per provarsi i vestiti: sorridono fiduciose al maestro con il quale si è stabilita una sorta di complice intimità e si affidano interamente a colui che saprà valorizzare la loro femminilità. C’è la sorella Cyril, fredda e razionale, che si alimenta, come un parassita, della luce del fratello. C’è la stessa personalità del regista che traspare nel suo utilizzo di uno stile narrativo costruito ad hoc per rappresentare un mondo di gentiluomini e nobildonne inglesi.  Nessuno alza la voce, si riflette sempre prima di rispondere ma vengono spesso usate frasi taglienti come lame. Veniamo infine a Daniel Day-Lewis che secondo quanto da lui stesso dichiarato, dovrebbe chiudere la sua brillante carriera di attore (due premi Oscar) con questa interpretazione. Il suo personaggio esprime grande sensibilità per il bello (e per il mangiare raffinato) ma la sua fragilità emotiva lo spinge a cercare di vivere in un mondo ordinato che replica sempre se stesso. La vicinanza di Alma costituisce per lui un importante aiuto ma al contempo una minaccia per il suo equilibrio, che ruota intorno al lavoro e al ricordo della madre e il film finisce per trasformarsi in un thriller psicologico (giustamente alcuni critici hanno ricordato Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock, dove il cuore del protagonista restava occupato dal ricordo della prima moglie). In perfetta antitesi con le incertezze di lui si trova Alma, incrollabile nella sua volontà di conquistarlo e forse, proprio per questo, finisce per diventare il personaggio meno interessante.

Dopo il giusto apprezzamento delle ambientazioni e dei protagonisti, non resta che commentare la trama. Paradossalmente, è proprio questo l’aspetto meno interessante del film. Non si può parlare di una storia d’amore ma dell’incontro di due debolezze, dove entrambi restano ancorati ai loro limiti caratteriali, senza che nessuno dei due accetti, come effetto del loro incontro, di venire trasformato. Secondo lo schema del confronto dei poteri, com’era stato già avvenuto per i precedenti film di Paul Thomas Anderson, conta solo il risultato del conflitto: c’è chi vince e c’è chi perde.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A CASA TUTTI BENE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/19/2018 - 21:00
Titolo Originale: A casa tutti bene
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore

Pietro e Alba festeggiano cinquant'anni di matrimonio nell’isola dove hanno deciso di vivere dopo aver lasciato ai figli la gestione del loro ristorante. Per il lieto evento hanno invitato tutti i parenti più stretti. I tre figli: Carlo con la seconda moglie Ginevra, Sara e suo marito Diego e Paolo che è arrivato da solo, piantato in asso dalla moglie a causa di un suo tradimento. Gli affari di cuore non vanno affatto bene per nessuno dei tre: Alba ha avuto la felice idea di invitare anche Elettra, la prima moglie di Carlo, creando continue occasioni di atrito con Ginevra; Sara cerca di mostrarsi allegra e affettuosa verso il marito, perché intuisce che la sta tradendo; Paolo cerca di rompere la sua solitudine riallacciando una relazione con la cugina Isabella, il suo primo amore dell’adolescenza. Alle nozze d’oro è stato invitato anche Riccardo, il parente più povero, assieme alla moglie Luana che è in attesa di un figlio; per lui, pieno di debiti, sarà l’occasione migliore per chiedere ai tre fratelli un lavoro nel ristorante...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Muccino in questo, come nei film precedenti, ribadisce che l’uomo e la donna non sono adatti a una relazione stabile, perché desiderosi solo di riprodurre all'infinito il momento unico e irripetibile dell’innamoramento iniziale
Pubblico 
Maggiorenni
Una rapida sequenza di rapporto sessuale. Riferimenti a rapporti prematrimoniali fra adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Muccino è bravo nel condurre un film corale e nel far recitar bene i molti attori coinvolti ma la sceneggiatura tradisce una certa artificiosità meccanica degli eventi
Testo Breve:

Una coppia invita tutti i parenti alle loro nozze d’oro nell’isola dove abitano ma una tempesta costringe tutti a restare un altro giorno con conseguenze disastrose. Muccino ribadisce la sua poca fiducia nella tenuta dei legami di coppia

Quando uscì L’ultimo bacio,  Muccino fu applaudito per esser riuscito a rappresentare il fenomeno dell’adolescenza prolungata, quella sindrome di Peter Pan di cui sono affetti, ancora a trent’anni, tanti uomini a cui piace vedere il futuro come un libro aperto, ancora tutto da sfogliare. In seguito, con Baciami ancora, aveva fotografato la generazione dei quarantenni  e ancora una volta si è potuto guardare all’opera di Muccino come un interessante studio sociologico: il futuro di questi personaggi era ormai diventato presente e il loro cuore era sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

Ora, con questo A casa tutti bene, carico di personaggi di tutte le età, dagli adolescenti agli ottantenni, sembra quasi di trovarsi di fronte a una Summa di tutto quanto è stato raccontato nei film precedenti ed è inutile parlare di nuovo di approfondite riflessioni sugli uomini e le donne di oggi; ciò che emerge è solo Muccino, regista e sceneggiatote, impegnato in un’opera corale dove egli continua a ribadire la sua filosofia di vita con uno stile narrativo mai variato.

In A casa tutti bene, Paolo e la cugina Isabella si sono allontanati dal gruppo per parlare più intimamente. Entrambi hanno alle spalle dei matrimoni infelici ma preferiscono ricordare quella lontana estate, proprio in quella stessa isola, nella quale si sono dati il primo bacio. “I primi 20 minuti sono quelli dove tu racconti chi sei, su di te, sul tuo passato, tanto pensi di non aver nulla da perdere - riflette Paolo - ma poi i 20 minuti diventano 20 ore, 20 giorni, 20 settimane, 20 mesi, 20 anni; alla fine ti rendi conto di non aver più parlato come allora e ti trovi a sognare segretamente  di voler trovare altri 20 minuti per parlare di te con una sconosciuta...”

Muccino sintetizza definitivamente, in questo colloquio, la costante antropologica che ha sempre fatto da sfondo ai suoi protagonisti: uomini e donne che vivono di quelle emozioni che si possono cogliere solo in un momento magico della propria vita ma poi il momento passa e non resta che cercarlo affannosamente in nuovi incontri. Nei film precedenti in dialoghi non sono molto diversi. In L’ultimo bacio Carlo, prossimo padre, che convive con Giulia, si avvicina interessato alla diciottenne Francesca incontrata a una festa. “Crisi?” gli domanda lei. “Si, crisi –risponde Carlo – non c’è più la passione di una volta”. Anche in quel caso non ci sono un uomo e una donna che progettano il loro futuro e felicemente attendono un figlio ma si vive in funzione di quanto misura il termometro della passione.

Deve essere questo il motivo per cui, alla fine della proiezione di quest’ultimo lavoro, si resta ancora una volta ammirati dalla capacità di Muccino nel costruire un film corale, nel far recitare bene tutti gli attori ma poi il film evapora rapidamente dalla nostra memoria. I protagonisti sono in fondo tutti avatar dietro i quali si cela un’unica personalità, quella del regista e finiscono per apparire poco realistici. Quando, nella seconda parte, esplodono in modo incontrollato i conflitti fra i vari parenti-serpenti, si ha la non gradevole sensazione di assistere agli effetti di una bomba ad orologeria preparata a tavolino dal Muccino sceneggiatore.

I casi di coppie fallite,  di tradimenti  consumati sono veramente troppi in questo film (e quindi sociologicamente poco attendibili, se si considera che i grandi nonni, costruttori di un solida fortuna tramite la gestione di un ristorante, appaiono persone che hanno sempre saputo badare all’essenziale). Per un momento sembra che i due adolescenti costituiscano la speranza per un futuro diverso. “Voglio essere giusto – dice il ragazzo –e non voglio fare la fine di mio padre che se ne è andato via quando avevo un anno”. Ma poi questa illusione sparisce presto: anche la coppia di adolescenti si adegua ai comportamenti degli adulti che la circondano, cercando solo di “cogliere l’attimo”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/29/2018 - 15:29
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luciano Ligabue
Sceneggiatura: Luciano Ligabue
Produzione: FANDANGO, ZOO APERTO, RISERVAROSSA, EVENTIDIGITALI FILMS
Durata: 98
Interpreti: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Ettore Nicoletti, Fausto Maria Sciarappa

Riko ha cinquant’anni e una vita che non gli piace più. È stanco di insaccare mortadelle tutti i giorni e il rapporto con sua moglie è ai minimi storici, tra litigi, incomprensioni e tradimenti. Solo nell’amicizia sembra trovare consolazione, in particolare quella con Carnevale, ma anche lì presto lo attendono delusione e sofferenza. Finalmente, una serie di drammatici accadimenti lo costringe a rimettere in discussione l’inerzia della sua esistenza, su cui da tempo si è adagiato. Toccare il fondo però è solo l’occasione per la rinascita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
L’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché sono tantissimi i temi accarezzati e la storia risulta diluita per una sorta di “ingordigia” tematica. Solo nella seconda parte il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni
Testo Breve:

In questo terzo film di Luciano Ligabue con una colonna sonora tutta sua, un italiano qualunque che si era lasciato risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, torna ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese

Dopo circa sedici anni di silenzio cinematografico (Radiofreccia e Da zero a dieci sono ormai autentici cult per un’intera generazione di fan) arriva in sala la terza pellicola di Luciano Ligabue, la prima con la colonna sonora interamente composta dall’autore. Il film è infatti ispirato all’omonimo concept album (uscito nel 2016) del rocker di Correggio, che anche in questo frangente dimostra di essere perfettamente a suo agio dietro alla macchina da presa ma soprattutto di avere sempre tante cose da dire. Forse, in questo caso, anche troppe.

In Made in Italy, infatti, una normale storia d’amore tra due persone normali non è altro che un pretesto - lo si capisce già dal titolo - per tratteggiare un affresco amaro e un po’ polemico della nostra bellissima Italia, che fa leva su tanti bei sentimenti ma è d’altra parte infarcito, in ordine sparso, di luoghi comuni e persino di qualche velata (ma neanche più di tanto) reprimenda moralista al popolo italiano e alla sua classe dirigente. Soprattutto nella prima metà del film, in cui viene presentata la realtà di provincia in cui arrancano i due protagonisti, con le loro relazioni, i loro segreti e le loro sofferenze, sono tantissimi i temi accarezzati, inevitabilmente in modo un po’ superficiale: si parla infatti, in ordine sparso, di articolo 18 e del mondo del lavoro, di spread e di integrazione culturale, di ludopatie e di omosessualità. Tante, troppe cose quindi, con la conseguenza che l’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché la storia risulta diluita per questa sorta di “ingordigia” tematica.

Nella seconda parte però, dal momento in cui la scoperta del tradimento della moglie (Kasia Smutniak) fa esplodere la bolla esistenziale in cui vivono i protagonisti, il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni. È in questa fase che emergono i veri personaggi, fin qui trincerati dietro a sofferenze e paure, e grazie alla bravura degli attori (soprattutto dell’impeccabile Accorsi) capita anche di commuoversi. Emerge infatti prepotente in questa fase, il punto di vista di un uomo a metà del proprio cammino esistenziale, che lasciandosi risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, ha cominciato a dare tutto per scontato. Un uomo che non ha mai fatto scelte ma è sempre andato avanti sui binari che la vita ha scelto per lui.

E allora questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese. Uno sprone ad uscire dal proprio cantuccio, perché a volte allontanarsi è l’unico modo per mettere a fuoco quello che prima avevamo troppo vicino per poterlo capire ed apprezzare. L’unica via, forse, per non accontentarsi e sentirsi veramente a casa.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
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CHIAMAMI COL TUO NOME

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 13:08
Titolo Originale: Chiamami col tuo nome
Paese: FRANCIA, ITALIA, USA, BRASILE
Anno: 2017
Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura: James Ivory
Produzione: FRENESY, LA CINEFACTURE, IN COLLABORAZIONE CON WATER'S END PRODUCTIONS
Durata: 132
Interpreti: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar

1983. Nella campagna cremasca, il diciassettenne Elio Perlman trascorre l’estate nell’antica villa di famiglia. Il padre, un americano, è un professore specializzato nell’arte greco-romana e sua moglie, di origine francese, è una traduttrice. Elio ha assorbito dai genitori l’amore per i libri (passa molto tempo a leggere) e per la musica (si diletta a comporre). Arriva, come loro ospite per l’estate, Oliver, un ricercatore americano che deve aiutare il padre nella stesura di una ricerca. Elio sviluppa subito una grande ammirazione per Oliver, sicuro si se’, colto e anche bello….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Si tratta di un film ingannevole, perché disegna come ideale un incontro pederastico fra un adolescente e un giovane adulto, mentre traspare dal loro comportamento, solo un atteggiamento cinico, alla ricerca del proprio piacere
Pubblico 
Sconsigliato
Una nudità femminile. Riferimenti a pratiche sessuali di impronta volgare anche se non ci sono nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce molto bene a ritrarre la vita di una famiglia intellettuale e benestante, l’atmosfera indolente della campagna cremonese in estate, mentre il bravo Timothée Chalamet ci presenta un adolescente irrequieto in preda alle sue pulsioni sessuali
Testo Breve:

Nell’estate del 1983 si consuma un rapporto pederastico fra un adolescente e un giovane adulto. Una buona regia e una buona recitazione avvallano ideologie edoniste ispirate alla cultura classica

Il regista Elio Guadagnino, attraverso un’accurata ricostruzione degli ambienti, delle atmosfere e la psicologia dei personaggi, ha voluto trasmetterci una precisa idea di amore e di bontà ma in questa operazione le parole che vengono dette finiscono per andare in contraddizione con i fatti, svelando quanto intellettuale e quasi disumana sia la sua proposta. Ma procediamo con ordine.

Guadagnino ci introduce fin dall’inizio all’interno di una famiglia di alto livello culturale ed Elio, molto bravo a suonare il pianoforte, si diletta a comporre musica. La vita scorre fra le comodità (la villa è curata da vari inservienti, che si occupano di tutto, dal preparare il pranzo a curare il giardino) e un certo ozio (c’è poco da fare nei dintorni, se non rinfrescarsi al fiume e frequentare i pochi locali di cui dispone la città). Un’ambientazione che favorisce, grazie soprattutto alle competenze del padre, la riflessione sul bello. Fin dai titoli introduttivi c’è un chiaro riferimento alla civiltà greca classica. In una sequenza, il professore e Oliver guardano le diapositive di alcune sculture greco-romane raffiguranti corpi maschili e non si trattengono dal manifestare la propria ammirazione per la sinuosità e l’armonia delle forme. E' proprio in questo contesto che si inserisce il rapporto fra Elio e Oliver.

Il ragazzo, già maturo da un punto di vista intellettuale, è carente di relazioni umane (preferisce spesso restare solo a leggere) e percepisce la forza ormai dirompente delle proprie pulsioni sessuali. In questa prospettiva vede in Oliver l’uomo compiuto che unisce intelligenza e bellezza. Dopo una prima reticenza di Oliver (presto superata) si stabilisce fra i due un rapporto pederastico dove il ragazzo cerca di soddisfare, con una relazione anche fisica, l’aspettativa che si è costruito su Oliver mentre questi ha modo di compiacersi della sua superiorità nei confronti di quella fragilità, sia fisica che psicologica, che coglie nel ragazzo adolescente.  

E’ il regista stesso, nel lungo colloquio finale fra il ragazzo e il padre (che ha intuito la relazione che si è costituita fra i due) che ci toglie ogni dubbio in merito all’ideale greco a cui il racconto è ispirato: “Sei troppo sveglio per non capire quanto sia raro e speciale quello che c’è stato fra te e Oliver" – dice il padre al figlio - “io ti invidio”. Il padre continua  sottolineando la sua visione esistenziale ed edonista della vita: non bisogna mai sprecare queste magnifiche occasioni, bisogna cogliere questi momenti magici perché si invecchia presto e il corpo appassisce. Il loro incontro – continua sempre il padre - ha avuto soprattutto un valore spirituale (ci sembra quasi di leggere il Simposio di Platone) perché Oliver è buono e anche Teo è buono.

Quindi niente da eccepire in questa meravigliosa armonia di corpi e di spiriti? In questo film la differenza la fanno le donne. “Pensavo di essere la tua fidanzata” dice l’adolescente Marzia, quasi timorosa e sottovoce, a Teo, con il quale ha già avuto degli incontri intimi ma il ragazzo, che ormai ha un’intesa con Oliver; sorride, alza le spalle e non ha niente da dirle. Anche Oliver, nel suo soggiorno in Italia, è stato con una ragazza, ma poi era scomparso e quando prende la corriera per tornare a casa, si limita a farle un saluto, quasi canzonatorio, dal finestrino. Entrambi non hanno avuto alcuno scrupolo a prendersi gioco delle buone intenzioni di queste ragazze, pensando solo a loro stessi. Destano molta tenerezza queste due donne che  non sono delle intellettuali come Leo e Oliver, ma semplicemente degli esseri umani che si sono innamorate e che vorrebbero instaurare una relazione più profonda. E’ evidente che nel definire, da parte del padre, “buoni” i due protagonisti, c’è una grande falsità ideologica, che mira a presumere il potere perfettivo di un amore pederastico.

Dal comportamento dei due traspare solo una grande dose di cinismo nei confronti degli altri, troppo impegnati a seguire i loro fantasmi intellettuali e a soddisfare le proprie pulsioni. Il culmine è raggiunto proprio dal ragazzo: in un pomeriggio ha una rapporto con l’incauta Marzia, passa poi la notte con Oliver e il giorno successivo lo vediamo impegnato a masturbarsi. Non ci sono molte ideologie o miti greci da invocare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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ELLA E JOHN - THE LEISURE SEEKER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/23/2018 - 09:01
Titolo Originale: The Leisure Seeker
Paese: Italia, Francia
Anno: 2017
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Stephen Amidon, Francesca Archibugi, Paolo Virzì e Francesco Piccolo, dal romanzo di Michael Zadoorian
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Helen Mirren, Donald Sutherland, Christian McKay, Janel Moloney, Dana Ivey, Dick Gregory

Ella e John, ultrasettantenni, si stanno avvicinando al capolinea della loro vita trascorsa insieme: lei è malata di tumore, lui di Alzheimer. Quando ormai sembra che ad aspettarli non ci sia più nessuna sorpresa, sfuggono dal controllo dei figli e dei medici per regalarsi un'ultima vacanza a bordo del camper di famiglia, il Leisure Seeker.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due coniugi anziani mantengono intatta e, se possibile hanno rafforzato, la loro capacità di vivere uno per l’altra ma le mode correnti del cinema sono difficili da sovrastare e ricorrono al suicidio per evitare le fatiche della vecchiaia, incuranti del cattivo esempio che danno a figli e nipoti
Pubblico 
Sconsigliato
Una scena a contenuto sessuale, apologia dell’eutanasia Il film è stato giudicato "Restricted" in USA, mentre in Italia è stato considerato "Per Tutti"
Giudizio Artistico 
 
La parte centrale del film tende ad essere un po' episodica e slegata: tante piccole storie che si salvano dalla ripetitività solo grazie all'inconfondibile ironia dolceamara di Virzì e all'eccezionale bravura dei due protagonisti
Testo Breve:

Una coppia di ultrasettantenni, si concede un’ultima, pazza vacanza insieme prima di prendere quella decisione estrema molto alla moda nel cinema più recente

Paolo Virzì sbarca negli USA per dirigere il suo primo film interamente in lingua inglese; un'impresa resa ancora più ambiziosa dalla sua decisione di cimentarsi nel più americano dei generi, il road movie, attraverso l'adattamento del romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian.

Quale sia il tema specifico di questo on the road, che ci accompagna da Boston fino all'estremità della Florida, è evidente fin dalle primissime scene: raccontare il mondo paradossale degli anziani, a cui per mettersi in viaggio serve la stessa dose di imprudenza di un adolescente in fuga. Ella e John, infatti, sono stati adulti responsabili e genitori amorevoli, ma da troppo tempo ormai, a causa delle rispettive malattie, sono stati privati di ogni libertà di scelta e ridotti a oggetto di cura da parte dei figli e dei medici. Rimettersi a bordo del Leisure Seeker (un camper vecchio e scassato quanto loro, ma altrettanto sorprendentemente in grado di funzionare) rappresenta un estremo tentativo di godersi quel che rimane della vita e riappropriarsi di un passato che, soprattutto nella mente di John, tende inesorabilmente a svanire.

Non a caso la strada che scelgono di percorrere è quella delle loro vacanze familiari, ma l'obiettivo finale si trova un po' più lontano di quanto non abbiano mai osato spingersi. Vogliono infatti arrivare fino all'isola di Key West per visitare la casa di Hemingway, lo scrittore amato e citato continuamente da John (forse perché anche lui e la moglie sembrano personaggi usciti dalle pagine de Il vecchio e il mare, nel loro particolare modo di essere sconfitti ma mai rassegnati).

Nonostante l'inizio intrigante, la parte centrale del film tende ad essere un po' episodica e slegata: tante piccole storie che si salvano dalla ripetitività solo grazie all'inconfondibile ironia dolceamara di Virzì e all'eccezionale bravura dei due protagonisti, Helen Mirren e Donald Sutherland, che riescono a dar vita a personaggi a tutto tondo, convincenti nei momenti di intimità come negli scoppi di rabbia.

John, professore e intellettuale, sta perdendo la testa, mentre la vitalità di Ella è minata da continui dolori. Ancora più di quanto non abbiano fatto nel corso della loro vita, sono costretti ad appoggiarsi l'uno all'altra per compensare alle proprie debolezze, ma soprattutto hanno entrambi bisogno del compagno per essere salvati dal peggiore dei mali, il non-luogo per eccellenza: l'ospizio/ospedale, dove gli ultimi anni di vita dei vecchi vengono nascosti agli occhi della società efficiente e indaffarata.

Questa fuga dall'ospedalizzazione accomuna Ella e John con l'opera precedente di Virzì, La Pazza Gioia, ma non riesce ad eguagliarne il livello: nel complesso questo film appare meno compatto e convincente, soprattutto nel finale. Quello che infatti Ella chiama "il loro lieto fine" risulta una soluzione abbastanza scontata e prevedibile (almeno nella seconda metà del film) e lascia piuttosto perplesso lo spettatore.

Ma come in ogni vero road movie, non è la meta ad essere importante (la casa di Hemingway si rivelerà buona solo per i turisti), ma è il viaggio che regala alla coppia pezzi di Paradiso. Basti pensare alla bellissima scena sula spiaggia o all'incredibile strada in mezzo al mare che collega le numerose isole e che, solo dopo Key West, lascia definitivamente spazio all'oceano.

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
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TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/13/2018 - 22:34
Titolo Originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Martin McDonagh
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Produzione: BLUEPRINT PICTURES, FILM4, FOX SEARCHLIGHT
Durata: 121
Interpreti: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish

Sono ormai sette mesi che l’adolescente Angela è stata violentata e uccisa nella campagna non lontano dalla sua casa. Mildred, la madre, non si dà pace e per scuotere il torpore della polizia fa affiggere tre grossi cartelli stradali che chiedono a Willoughby, lo sceriffo della contea, perché non ci sia stato finora neanche un arresto. Lo sceriffo è molto apprezzato dalla comunità locale e quei cartelli suonano come un insulto. Quando lo sceriffo si suicida perché ammalato gravemente di cancro, la gente pensa che la colpa del gesto debba ricadere su Mildred …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una piccola società rurale vive nella consuetudine alla violenza come unico metodo per farsi rispettare. Un’apologia dell’eutanasia. Un singolo esempio di perdono che viene accettato
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di colluttazione violente, turpiloquio, un suicidio
Giudizio Artistico 
 
Il film è diretto e recitato benissimo. Alcune perplessità sulla sceneggiatura
Testo Breve:

Una donna chiede giustizia per sua figlia violentata e uccisa. Un western moderno ben diretto  dove sono pochi i buoni in un luogo dove la violenza è di casa 

Ebbing è una piccola cittadina del Midwest degli Stati Uniti, con ancora radicate tradizioni razziste, come lascia intendere questo film. “Anche se licenziassimo tutti i poliziotti che picchiano i negri, resterebbero sempre quelli che odiano gli omosessuali”: osserva rassegnato lo sceriffo. Ma il problema non è solo il comportamento dei poliziotti; fra la stessa popolazione vige un principio radicato: se qualcuno ti colpisce o ti insulta, bisogna vendicarsi con la stessa violenza. La prima a comportarsi in questo modo è proprio la protagonista: chi le fa osservare che quei cartelli accusano proprio lo sceriffo che è giusto e rispettoso con tutti, lei risponde con degli insulti (è il caso del sacerdote che viene a trovarla a casa); se qualcuno, dopo la morte dello sceriffo, incendia i suoi tre cartelloni, lei decide di andare di notte a lanciare bottiglie molotov per incendiare il Commissariato di Polizia.  Questa regola generale, della violenza come unico mezzo per far valere le proprie ragioni, viene attenuata da piccoli sprazzi di umanità, che non annullano la regola generale. Il poliziotto che ha buttato giù dalla finestra un giovane chiede perdono del suo gesto, pentimento che viene accettato. La stessa Mildred viene invitata a riflettere: “la rabbia genera solo altra rabbia” è l’osservazione della donna del suo ex marito, che vede in lei non certo un’elaborazione del lutto ma solo la voglia di applicar la legge del “dente per dente, occhio per occhio”.

Al centro del film si colloca il suicidio dello sceriffo ammalato di cancro, la parte più problematica del film. Lo sceriffo ha una moglie che lo ama e due adorabili figlie nei confronti delle quali avrebbe dovuto sentire fino alla fine la sua responsabilità educativa, incluso quello di mostrare che la morte è un fatto naturale, arricchito dall’ esempio di un padre che fino all’ultimo si è dedicato a loro. Non accade così nel film: lo sceriffo si suicida dichiarandolo un “atto di coraggio”. Lui stesso infatti rivela in una lettera l’atteggiamento esistenzialista e materialista che sta alla base del suo gesto: ha cercato di fare in modo che la moglie e le figlie si ricordassero dell’ultima, serena, giornata passata insieme al lago, piuttosto che partecipare alla sua lunga agonia (che sarebbe stato invece, per le figlie, un bellissimo esercizio di carità). 

Il film è diretto e recitato benissimo. Resta qualche perplessità sulla sceneggiatura. Lo sceriffo che si suicida e lascia tre lettere-confessioni ad altrettante persone perché diventino più buone, appare una soluzione troppo teatrale; la “conversione” dell’agente Sam Rockwell che passa da stupido e brutale razzista a fine investigatore alla ricerca onesta del vero colpevole appare troppo brusca e più che di una conversione sembra che ci troviamo di fronte a due persone diverse. Anche il suo trovarsi occasionalmente di notte dentro il commissariato alla ricerca di una lettera proprio quando Mildred lancia le bombe Molotov appare un espediente narrativo alquanto forzato. Resta di positivo, in questo western moderno, la riflessione che invita a fare sul radicamento profondo della violenza nella cultura americana. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/09/2018 - 18:24
Titolo Originale: The Death of Stalin
Paese: FRANCIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Armando Iannucci
Sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin (II)
Produzione: QUAD PRODUCTIONS, MAIN JOURNEY, FREE RANGE FILMS, GAUMONT
Durata: 107
Interpreti: Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Jason Isaacs, Michael Palin, Andrea Riseborough,Olga Kurylenko

Mosca, 1953. Joseph Stalin si trova nella sua dacia ad ascoltare un disco che ha espressamente richiesto a Radio Mosca dell’ultimo concerto di Mozart, quando cade a terra colpito da emorragia celebrale. Il primo ad accorrere è Beria, capo della polizia segreta, che evita di chiamare subito un dottore nella speranza che finisca di morire. Dopo che sono arrivati anche Kruskev e gli altri membri del Politburo, viene organizzata una riunione improvvisata per decidere quale dottore chiamare al capezzale del dittatore. Il problema non è di facile soluzione perché quelli più validi sono stati tutti giustiziati e non resta che radunare una equipe improvvisata, costituita da dottori in pensione o troppo giovani. Accertato definitivamente che Stalin è morto, iniziano gli intrighi e gli accordi segreti per stabilire chi dovrà essere il successore del dittatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film può avere un valore nella misura in cui vengono descritte realisticamente le atrocità a cui può pervenire una dittatura
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di violenza e sopraffazione in cui si svolge il racconto non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film eccelle per la ricostruzione di una Mosca anni ’50 e per la bravura degli attori. Discutibile la scelta di fare una satira (ovviamente amara) intorno a quei fatti terribili realmente accaduti
Testo Breve:

Il regista inglese Iannucci, esperto in satire politiche, ricostruisce il momento cruciale della morte di Stalin. Un film ben realizzato che trasforma dei fatti realmente accaduti in una gelida satira della dittatura

Il regista scozzese Armando Iannucci ama parlare del potere e prenderlo in giro con quell’ironia dissacrante e libera che abbiamo conosciuto da altri importanti autori inglesi: i Monty Python. Con la serie televisiva trasmessa dalla BBC The Thick of it , Iannucci metteva in primo piano un fantomatico e inetto ministro di gabinetto totalmente inadatto a quella carica mentre nella serie Veep , trasmessa dalla rete via cavo americana HBO e poi in Italia da Sky Atlantic, abbiamo conosciuto una vice presidente incompetente  che si sentiva sempre molto vicina al potere senza poterlo mai assaporare realmente.
Con questo portafoglio di successi (con il serial americano ha collezionato numerosi Emmy Awards) Iannucci ha guardato con interesse alla graphic novel: La morte di Stalin dei francesi Fabien Nury e Thierry Robin. Si è trattato di un ottimo connubio artistico perché Iannucci è stato capace di riproporre sullo schermo gli effetti cromatici dell’opera cartacea (il rosso delle bandiere in contrasto con il grigio scuro delle divise, i poderosi palazzi bianchi degli anni trenta di Mosca) e la scenografia è forse una delle parti più curate e meglio riuscite del film.

La narrazione mette a fuoco il comportamento di quel manipolo di uomini che si erano conquistati il privilegio di sedersi allo stesso tavolo del potere di Stalin, in quel momento cruciale del 1953, quando il dittatore muore e il regime di terrore messo in piedi rischia di saltare mentre la lotta alla successione  inizia immediatamente senza esclusione di colpi.

Il tema è estremamente serio ed è legittimo domandarsi se sia stato giusto utilizzare lo stile gelido e sarcastico che abbiamo conosciuto con i Monthy Python. Il punto è che i dittatori sono sempre troppo seri e quel genio di Chaplin aveva già capito qual è il miglior modo per prenderli in giro: smontarli nella loro presunzione, rappresentando un dittatore che gioca con il mondo come se fosse una palla. Si tratta in realtà di un confronto non pertinente. Chaplin, stava sviluppando una satira nei confronti di un uomo a lui contemporaneo, come se qualcuno facesse oggi (come accade di fatto) una satira su Trump; le satire in questo modo sono sempre in qualche modo costruttive, perché fanno comprendere, alla persona a cui è destinata, come certi comportamenti non siano apprezzati dai più.  In secondo luogo Chaplin, a quel tempo, aveva del nazismo una conoscenza superficiale. Lui stesso, finita la guerra, dichiarò: "se avessi saputo com'era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti".

Ecco perché questo film, alla fine, finisce per disturbare: stiamo parlando non di attualità ma di storia, di terribili fatti realmente accaduti, dove non è corretto stabilire quella distanza che si ottiene facendo della satira. Nel film Beria distribuisce continuamente nuove liste di sospettati da fucilare o mandare nei gulag; basta che una persona irriti anche superficialmente Stalin per considerarsi già morto. Il terrore è l’unico movente che spinge le persone ad ubbidire, a subire, a mentire. Non vengono trascurati alcuni fatti realmente accaduti, come la decimazione dei dottori a Mosca e perfino il particolare dell’installazione, sotto il tavolo della sala del Politburo, di un pulsante rosso che venne utilizzato per consentire al generale Georgy Zhukov di fare irruzione, portar via Beria e farlo giustiziare all’istante.

Il film resta comunque di ottima fattura, grazie soprattutto all’ interpretazione tragica e comica al contempo dei protagonisti e alla raffinata scenografia.

Ciò che resta impressa, mirabilmente ricostruita nel film (probabilmente in Computer Grafica) è la folla immensa che avanza silenziosa per rendere omaggio alla salma del loro “padre”. Si tratta di una di quelle immagini che superano il contingente e che ci fanno immergere nei complessi misteri della storia.

Di come un popolo, sicuramente oppresso, abbia saputo riconoscere in lui il salvatore della patria dall’invasione nazista e il traghettamento a un’economia socialista, verso la quale continuava a riporre, a quei tempi, grandi speranze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTI I SOLDI DEL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/08/2018 - 23:12
Titolo Originale: All the Money in the World
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: David Scarpa (dal libro di John Pearson)
Produzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT
Durata: 113
Interpreti: Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Charlie Plummer, Romain Duris

Roma, 1973. Il giovane John Paul Getty III, nipote dell’uomo più ricco del mondo, viene rapito. Sua madre Gail precipita nel panico. Il nonno, invece, sembra inizialmente non credere neppure alle richieste di riscatto e manda sul posto il suo esperto di sicurezza, Fletcher Chase, per gestire la situazione. Passano le settimane e i mesi, ma il vecchio magnate si rifiuta di pagare anche quando la situazione diventa seria e così per il giovane Paul le cose rischiano di mettersi molto male…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mette in scena la miseria umana dell’uomo più ricco del mondo
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di tensione e violenza, nudo e una scena di mutilazione
Giudizio Artistico 
 
Il film è gestito con il solito notevole mestiere da Scott, anche se alla fine la storia fatica un po’ a coinvolgere e la scrittura fa quello che può per complicare le cose Sintesi
Testo Breve:

Nel 1973 viene rapito in Italia, per ottenere un favoloso riscatto, il nipote dell’uomo più ricco del mondo. Il sempre bravo regista Ridley Scott non riesce questa volta a coinvolgere lo spettatore a causa di una sceneggiatura alla ricerca affannosa di continui colpi di scena 

Che i soldi non facciano la felicità è un vecchio adagio che potrebbe riassumere il senso dell’ultimo thriller d’epoca dell’ottantenne ma sempre brillantissimo Ridley Scott, che prende spunto da un caso di cronaca nera italiana del 1973, quando il sedicenne nipote del petroliere più ricco del mondo venne rapito da uomini della ’ndrangheta per chiedere un riscatto faraonico al nonno.

Scott e il suo sceneggiatore scelgono di ricamare ampiamente sui fatti (vedremo come se la caverà Danny Boyle, che dallo stesso episodio ha ricavato una serie in uscita nel 2018), soprattutto nel finale per aumentare suspense e azione.

I soldi non mancano al vecchio Getty, che dell’accumulo di oggetti e opere d’arte sembra aver fatto una ragione di vita, certo per amore della bellezza, ma soprattutto, come capiremo più avanti, per ragioni “fiscali”. La sua casa così simile a un museo (dove troneggia, però, come da leggenda metropolitana, una cabina a gettoni per le telefonate degli ospiti) è per metà un’enorme cassaforte, per l’altra una sorta di mausoleo alla propria straordinaria capacità di guadagnare e mantenere il denaro con sé.

Cosa che gli riesce assai meno bene con i discendenti, di cui pure in qualche modo sente la necessità, visto che nei suoi vagheggiamenti si immagina fondatore di una dinastia, come l’imperatore Adriano di cui si reputa una reincarnazione (scelta curiosa, l’imperatore filosofo amante del bello, per un uomo  del genere…).

Il figlio John Paul Getty II sfugge alla pesante figura paterna finendo a drogarsi in Marocco, mentre la nuora Gail negozia l’affidamento esclusivo dei figli in cambio dell’abbandono di ogni pretesa sul patrimonio di famiglia. E così il giovane Paul cresce (non tra miserie e ristrettezze parrebbe, comunque) nella Roma della Dolce Vita, aggirandosi tra paparazzi, piccole celebrità e prostitute simpatiche (Scott evidentemente non ha paura dei cliché) finché non viene rapito e trasportato nella Calabria più selvaggia da un manipolo di delinquenti. Tra i soliti attori italiani prestati al cinema americano per due battute dimenticabili, spicca l’unica star internazionale, il francese Romain Duris, nei panni di Cinquanta, il membro del gruppo che stabilisce una sorta di rapporto affettivo con il ragazzo.

Per la maggior parte del tempo, però, il film segue i disperati tentativi di Gail di recuperare il figlio, con la collaborazione inizialmente diffidente e poi sempre più coinvolta di Fletcher Chase, il responsabile della sicurezza di Getty e in fondo il personaggio con il percorso più completo nella storia.

Il film è gestito con il solito notevole mestiere da Scott, anche se alla fine la storia fatica un po’ a coinvolgere. Del giovane Paul, nonostante sia la sua voce a introdurci nella storia, continuiamo a sapere troppo poco, mentre la scrittura fa quello che può per complicare le cose a Gail e Fletcher. Non è sempre facile appassionarsi, però, alle richieste di denaro di questa mamma dolente in Chanel, mentre il pubblico italiano potrebbe trovare fastidioso l’auto-doppiaggio dei nostri attori e l’indulgenza americana allo stereotipo del Bel Paese affascinante e corrotto.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/04/2018 - 10:28
Titolo Originale: Goodbye Christopher Robin
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Simon Curtis
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce, Simon Vaughan
Produzione: Dj Films, Gasworks Media
Durata: 117
Interpreti: Domhnall Gleeson, Margot Robbie, Kelly MacDonald

A.A. Milne ,brillante scrittore traumatizzato dalla Prima Guerra Mondiale, trova una rinascita nel rapporto con il figlioletto e nelle storie che scrive per lui ispirandosi al suo orsacchiotto. Ma l’improvviso successo planetario della sua opera mette alla prova la tenuta della fragile famiglia ed è per Christopher un’eredità complicata da gestire…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Né il protagonista Milne, con i suoi traumi dolorosi e l’ossessione per la pace nel mondo, che non riescono a giustificare del tutto l’egoismo dell’artista, né la moglie, che esaurisce i propri slanci materni in rari momenti di istrionica presenza, sono realmente vicini al loro figlio Cristopher. L’unica che sembra avere un’idea minimamente chiara dei bisogni del ragazzo è la tata
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza di guerra
Giudizio Artistico 
 
Incerto tra il classico racconto alla Shakespeare in Love (epitome di un certo modo di raccontare la genesi dell’opera d’arte attraverso la biografia del suo autore) e il dramma familiare strappalacrime, questo omaggio al creatore dell’orsacchiotto di pezza più famoso del mondo si perde per molte strade senza riuscire a seguirne fino in fondo nessuna
Testo Breve:

Come sono nati i libri su Winnie the Pooh, l’orsacchiotto più famoso del mondo? Il film racconta la vita del suo autore e della sua fragile famiglia, che finisce per restare travolta dal successo raggiunto

Incerto tra il classico racconto alla Shakespeare in Love (epitome di un certo modo di raccontare la genesi dell’opera d’arte attraverso la biografia del suo autore) e il dramma familiare strappalacrime, questo omaggio al creatore dell’orsacchiotto di pezza più famoso del mondo si perde per molte strade senza riuscire a seguirne fino in fondo nessuna.

Da un lato A.A. Milne (Domhnall Gleeson, sempre molto bravo), autore umoristico così traumatizzato dalla guerra di trincea da volersi dedicare a un libro contro la guerra e ritirarsi in campagna lontano dalla vita mondana, dall’altro la sua brillante consorte (Margot Robbie, australiana, ma convincentissima come londinese amante della vita di società), che lo vorrebbe autore di successo e che ritiene pressoché esaurita la sua funzione di madre dopo aver partorito il suo erede.

Nel mezzo un bambino, Christopher Robin, affidato alle amorevoli cure di una tata religiosa e affettuosissima, ma inevitabilmente di troppo nel già complicato rapporto tra i genitori.

Finché un giorno il padre, mollato da solo con il pargolo per urgenze familiari della tata e indisponibilità della consorte, scopre che la migliore medicina per il suo disagio sono proprio le storie fantastiche che crea per suo figlio e che hanno per protagonista un avventuroso orso di pezza.

È in questo momento che il film, per il resto condotto con un’onesta ma non indimenticabile regia, cerca un’apertura fantastica che renda lo sguardo fantasioso, innocente e meravigliato sul mondo che ha reso un piccolo orso di pezza un compagno di giochi per tanti bambini.

Fin qui tutto bene, perché poi a complicare le cose interviene l’imprevedibile successo letterario (con tanto di giri promozionali, concorsi e merchandising ante litteram), destinato a lasciare il segno su un bambino che diventa troppo presto solo un personaggio e che al “maledetto orso” deve cedere l’attenzione paterna così faticosamente conquistata trovandosi segnato per la vita da quella notorietà mai cercata.

Né Milne, con i suoi traumi dolorosi e l’ossessione per la pace nel mondo, che non riescono a giustificare del tutto l’egoismo dell’artista (di fatto la sua intera opera letteraria verrà offuscata dai due libri per bambini), né la moglie, che esaurisce i propri slanci materni in rari momenti di istrionica presenza, sono personaggi che destino molta simpatia, neppure quando spasimano per la sopravvivenza del figlio soldato.

Il piccolo Christopher, comprensibilmente, viene fuori piuttosto disturbato e pur di liberarsi della pesante eredità familiare finisce addirittura volontario in guerra allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

L’unica che sembra avere un’idea minimamente chiara dei bisogni di Christopher è la tata, che però a un certo punto, esasperata, molla tutti quanti per farsi una famiglia sua.

Quello che emerge è uno strano ritratto di famiglia disfunzionale con artista, in cui l’operazione letteraria è vista di volta in volta come veicolo di catarsi personale, tramite di legami incerti e dolorosi, operazione commerciale senza scrupoli, o catalizzatore di una grande consolazione collettiva di fronte ai traumi di una generazione.

Perso in queste troppe suggestioni il film finisce talvolta per diventare un po’ noioso nei suoi snodi e a tratti involontariamente ridicolo dove vorrebbe essere sinceramente drammatico. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DICKENS – L’UOMO CHE INVENTÒ IL NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/24/2017 - 15:27
 
Titolo Originale: The Man Who invented Christmas
Paese: Canada/Irlanda
Anno: 2017
Regia: Canada/Irlanda
Sceneggiatura: Susan Coyle
Produzione: PARALLEL FILMS, RHOMBUS MEDIA
Durata: 107
Interpreti: Dan Stevens, Christopher Plummer, Jonathan Pryce

Rimasto senza idee e senza soldi, ma desideroso di trovare una storia che possa scaldare il cuore di chi è indifferente alla miseria dei più poveri, Charles Dickens trova finalmente la giusta inspirazione nelle favole di una domestica irlandese e osservando le persone che popolano la Londra di metà Ottocento. Nasce così il celeberrimo Canto di Natale, una storia appassionante che diventerà forse il più famoso dei lavori del romanziere inglese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lo scrittore Charles Dickens viene descritto come un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare
Testo Breve:

Perché Charles Dickens ha scritto il racconto Christmas Carol? Il film parte dalla vita dello scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione

Dickens in love, verrebbe da chiamarlo parafrasando il titolo del famoso film dedicato al Bardo inglese. In effetti questo film di Natale, che sceglie come protagonista il lanciatissimo Dan Stevens di Downton Abbey, ha più di un punto in comune con la pellicola vincitrice dell’Oscar. Con una formula cinematograficamente collaudata si parte dalla vita di uno scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione.

Qui in particolare, per raccontare il meccanismo creativo del prolifico Dickens (per altro prolifico anche nella vita privata, visto che ne conosciamo la numerosa e calorosa famiglia…) il film fa letteralmente apparire i personaggi del racconto nello studio della scrittore,  mettendo efficacemente in scena la genesi e lo sviluppo di un character attraverso l’uso di spunti di realtà,  suggestioni letterarie e a volte anche solo sonore (“trovate il nome giusto a un personaggio e quello comparirà” teorizza lo scrittore).

Dickens è presentato come un personaggio estremamente positivo, un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli, ma con un punto debole legato ad una padre “imbarazzante” che vorrebbe tenere lontano da sé (raccontato in brevi flashback oltre che nel presente).

Così anche lui, in qualche modo, nonostante la sua evidente generosità, si fa interrogare dal racconto di Natale che sta scrivendo e su cui ha investito tutto il suo futuro (ha deciso di rischiare un’auto-pubblicazione per sfuggire ai ricatti del suo editore). I fantasmi che diventeranno parte essenziale del racconto ci portano così nel passato dello stesso Dickens, facendoci comprendere le ragioni della sua sensibilità per i più deboli.

Il risultato è una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare intrigando anche gli spettatori più sofisticati con il suo brillante gioco metaletterario.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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