Dramma

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THE IRISHMAN

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/23/2019 - 12:37
Titolo Originale: THe Irischman
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Produzione: Fábrica de Cine, STX Entertainment, Sikelia Productions, TriBeCa Productions
Durata: 2019
Interpreti: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale, Anna Paquin

Frank Sheeran, ormai vecchio e solo, scontata la sua pena in prigione, vive in un pensionato su una sedia a rotelle. Volge lo sguardo allo spettatore e inizia a raccontare la sua vita. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, riprende la sua attività civile come autista di camion ma non disdegna di compiere qualche furto da ciò che trasporta. Viene notato da Russell Bufalino, boss della mafia di Filadelfia, che lo ingaggia come suo uomo di fiducia per operazioni delicate (inclusa la funzione di sicario). Come segno di stima, lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo carismatico del più potente sindacato americano, quello dei camionisti. Ne diventa presto il guardiaspalla più fidato ma intanto Hoffa diventa il bersaglio preferito del nuovo ministro della Giustizia, Robert Kennedy...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Martin Scorsese è capace di farci vivere, con molto realismo, all’interno della logica della malavita americana ma nonostante gli omicidi, le falsità, i tradimenti non ci sono forme di redenzione né riscatto fra i protagonisti perché domina un senso dell’ineluttabilità del fato e le cose vanno come debbono andare. Solo verso la fine si intravede l'avvicinamento alla fede di uno dei protagonisti.
Pubblico 
Maggiorenni
Una sequenza di pestaggio violento
Giudizio Artistico 
 
Una ricostruzione impeccabile, degna della firma di Scorsese e di tre mostri del cinema come De Niro, Al Pacino, Joe Pesci . Ma nel film prevale il meccanismo di leggi spietate, che pone in secondo piano l’umanità dei personaggi
Testo Breve:

La storia della mafia americana dagli anni ’60 fino al ’75 raccontata con la consueta bravura da Martin Scorsese e dai tre magnifici protagonisti. La violenza viene giustificata come stato di necessità in un mondo dove domina l’ineluttabilità del fato

Frank e Russell Bufalino, seduti al tavolo di un bar, iniziano a entrare in confidenza.  Scoprono di potersi scambiare un po’ di parole in italiano: il mafioso perché è originario di Catania mentre Frank, che è un irlandese purosangue, ha imparato qualche parola d’italiano durante la guerra, quando è sbarcato a Salerno e poi ad Anzio. Più volte ricorre nel film il riferimento alla guerra: è lì che Frank ha imparato a usare gli esplosivi ma anche a eseguire ordini sporchi, come quello di fucilare prigionieri tedeschi. Bufalino lo sceglie come suo uomo di fiducia. Per Frank non si tratta solo di guadagnare soldi ma di un rapporto da uomo a uomo, fatto di stima e di rispetto. E’ proprio Frank che, restando nell’ombra, gregario ubbidiente che non ha mai fatto uno sgarbo a nessuno, è riuscito a restare vivo e ora ci può   raccontare la storia della mafia americana nei decenni tumultuosi che vanno dall’elezione di Kennedy fino al 1975, quando Jimmy Hoffa scomparve misteriosamente,

Scorsese sembra voler dire l’ultima definitiva parola sui film di mafia, quando ormai lui, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci hanno superato i settanta e molto probabilmente non vedremo più lavorare  “questi bravi ragazzi” nello stesso film.  Si tratta di un racconto fiume di tre ore e mezza, ricavato dal saggio: L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa di Charles Brandt, sviluppato con gravità e malinconia come si addice a persone mature (a poco serve il ringiovanimento dei volti operato dalla CG). In questo film non ci sono né protagonisti giovani né donne, non viene adottato un montaggio frenetico come in The Wolf of Wall Street ma c’è la tranquilla compostezza di un’opera classica.

Eppure ogni dialogo, ogni incontro fra due uomini è carico di tensione, perché sono dialoghi e incontri di mafia e Scorsese ha una lunga esperienza su come gestirli. Se un boss si dice preoccupato per il comportamento di un “collega” vuol dire che deve morire, a meno che si affretti a chiarire: “non in quel modo” per intendere forme alternative come l’intimidazione. Se due boss alzano i toni nella discussione, c’è da aspettarsi che presto uno cercherà il modo di uccidere l’altro. Ci sono però i “saggi” come Bufalino, che non sono irruenti come gli altri, che non perdono mai il controllo, e poi alla fine sono gli unici che finiscono per morire nel loro letto. Altro canone mafioso confermato è il rispetto per l’istituzione familiare ma soprattutto i figli, perché la moglie può essere anche cambiata.

A vedere bene il vero protagonista di questo film-epopea è proprio questa “società” che si regge su regole inviolabili e i tre protagonisti, intepretati da De Niro, Al Pacino, Joe Pesci non sono dei personaggi dai quali ci si può aspettare qualche trasformazione nel tempo, ma dei caratteri a tipologia fissa (il freddo, l’irascibile, il prudente). E ciò che strazia e quindi scuote lo spettatore è proprio la scoperta della progressiva disumanizzazione a cui i tre vanno incontro.

E’ un aspetto che impatta profondamente sulla prospettiva etica del film. Frank, impegnato a fare il lavoro più sporco, che arriva anche a uccidere, quando glie lo chiedono, i suoi migliori amici, ha il lungo tempo della vecchiaia per riflettere su ciò che ha commesso e per cercare di dargli un senso. L’ex sicario ha anche l’opportunità di confessarsi e alla domanda del sacerdote se prova rimorso, Frank confessa di non percepire questo sentimento. Successivamente, nell'ultima sequenza, Frank sembra tornare alla fede. Un riferimento troppo fragile per comprendere si si è realmente convertito o ha avuto  un approccio superstizioso: "non si sa mai"..Troppe volte lo abbiamo sentito riflettere sul fatto che le cose vanno come debbono andare, regolate da leggi spietate e immutabili: lui ha fatto ciò che andava fatto per obbedienza, per se stesso, per la sua famiglia. 

Scorsese sa bene che ogni coro ben composto ha bisogno di controcanto e lo ha introdotto nella figura di Peggy, la figlia di Frank.  E’ una ragazza intelligente che fin da piccola capisce che suo padre, quando esce tardi la sera o quando lo scopre troppo pensieroso al suo ritorno, ha commesso qualcosa di sbagliato. E’ un personaggio che non parla mai durante tutto il film ma il suo silenzio pesa come un macigno.

Scorsese conferma la sua altissima professionalità, i tre protagonisti sono, come al solito, dei mostri di bravura ed è da applaudire in modo particolare la selezione del casting, con tante tipologie di italoamericani

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA CANZONE PER MIO PADRE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/10/2019 - 09:18
 
Titolo Originale: I Can Only Imagine
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Andrew Erwin, Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Brent McCorkle
Produzione: Kevin Downes Productions, Mission Pictures International
Durata: 110
Interpreti: J. Michael Finley, Brody Rose, Dennis Quaid, Cloris Leachman, Madeline Carroll

Grenville, Texas, 1985. Bart Miller ha dieci anni, suo padre si ubriaca ed è violento con lui e la madre, che alla fine li abbandona. Rimasto solo con il padre, si dedica al football, più per seguire le orme del padre (un ex campione) che per convinzione, confortato solo dall’amore che prova per Shannon, una sua compagna di scuola. Un grave incidente in campo lo costringe ad abbandonare la carriera sportiva. Costretto a reinventarsi la propria vita, insofferente alla convivenza con il padre che sembra non stimarlo, scopre di avere una bella voce e decide, a 18 anni, di tentare la sorte nel mondo della musica. Costituisce, con un gruppo di amici, la Christian Rock MercyMe, un complesso che canta le canzoni da lui composte, ispirate alla fede e con un pulmino attrezzato iniziano a girare per gli Stati Uniti,. Il successo però non arriva: Bart sa che non potrà riacquistare la propria serenità se non riuscirà a riconciliarsi con il padre. Decide quindi di abbandonare temporaneamente il gruppo e di tornare a casa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio e un padre, trovano la forza di chiedere perdono e con la pace ritrovata, l’uno trova la serenità per vivere in pienezza, l’altro per affrontare senza timore il momento in cui il sipario si chiude
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza familiare potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare la forza del perdono e la fiducia nella Divina Provvidenza anche se eccede, sopratutto nel finale, nell’impiego di toni enfatici
Testo Breve:

Un giovane, dopo che la madre lo ha abbandonato, costretto a vivere con un padre violento,lascia la città natale  per seguire la sua passione per la musica. Un christian film che racconta un difficile percorso personale che conosce la forza del perdono e trova l’ispirazione giusta per scrivere I Can Only Imagine, una canzone piena di fede e di speranza

 

Avevamo già conosciuto i fratelli registi Andrew e  Jon Erwin per il film October Baby, forse il più riuscito film contro l’aborto (e sul perdono), assieme a Juno.  Come il precedente, il film si ispira a fatti realmente accaduti: se il primo si rifaceva alla storia di Janna Jessen, che era riuscita a sopravvivere a un abosto mal praticato e che poi è diventata una sostenitrice del movimento pro-life, ora questo Una canzone per mio padre  cerca di indagare sulla genesi del  successo stepitoso conquistato negli Stati Uniti da una canzone cristiana: I Can Only Imagine, vincitrice di tre dischi di platino, andando a scavare nella vita del suo autore, Bart Miller. I fatti realmente accaduti costituiscono, in verità,  solo uno spunto iniziale: nella realtà la madre di Bart lasciò la casa quando lui aveva tre anni e non tredici; il padre morì quando lui aveva 19 anni, otto anni prima che Bart componesse la sua canzone di maggior successo; lo stesso padre, non ostacolò la carriera artistica del figlio, come appare nel film ma gli diede utili suggerimenti. La storia che ci propone il film va quindi intesa sopratutto come una parabola sul perdono, sull’esistenza di una Provvidenza di cui la vita di Bart vuole essere  la prova: un ragazzo cresciuto in una famiglia devastata dalla violenza, costretto a reinventarsi la propria via dopo un’incidente subito, scopre di aver ricevuto un dono, la sua bella voce, in grado di ridare significato alla sua esistenza fino ad arrivare al riconoscimento internazionale del suo talento.

A dire il vero le storie di trasformazione per mezzo della fede sono due: c’è anche quella del padre Arthur, più sintetica ma più convincente. Il merito va tutto al grande  Dennis Quaid che interpreta magistralmente quest’uomo ruvido e disilluso dalla vita che non riesce a controllare i propri istinti violenti ma che soffre in segreto, perchè sa  che sta distruggendo proprio ciò che più ama. Sarà proprio il ritorno alla fede che gli aprirà le porte alla speranza del perdono da parte di suo figlio e la forza per iniziare una nuova vita. La storia di Bart, invece, mostra delle lacune. Non sono ben sviluppate le ragioni della sua fede: lo vediamo partecipare da piccolo a un week end in campeggio sotto la guida del pastore di una chiesa protestante ma non si percepiscono le basi di una fede che lo portano a costituire un complesso dedicato proprio a cantare christian songs. Nella realtà pare sia stata sopratutto la nonna a costruire le basi della suo credere ma questo personaggio è poco sviluppato. Difficile anche comprendere alcuni suoi atteggiamenti, come quello di  abbandonare Shannon senza più vederla per lungo tempo per seguire la sua vocazione di cantante.

Altro protagonista del racconto è proprio I Can Only Imagine, la canzone di platino. Il film crea fin dall’inizio molta aspettativa:  una giornalista intervista Bart, ormai compositore di successo, e gli evidenzia come quella canzone sia stata la luce giusta, per tante persone,  per ritrovare la speranza e la fede; invita Bart a raccontare la sua vita, perché una canzone simile non si scrive in 10 minuti. Il valore di quella canzone viene ricordato più volte nel film, fino a quando, alla fine possiamo ascoltarla anche noi,  quando Bart si esibisce in concerto davanti a una folla osannante. E’ indubbio che puntare sui fan di questa canzone abbia pienamente ripagato l’impresa dei fratelli Erwin e il film nel 2018 ha incassato 85 milioni di dollari solo in U.S.A. Ora la Dominus Production , la coraggiosa casa di produzione italiana che ha già importato altri christian films come Cristiada, God’s Not Dead 2, Unplanned e ha deciso di distribuirlo in Italia, dove non esiste il christian rock nè il mercato dei christian film: un gesto coraggioso ma utilissimo nella misura in cui riuscirà a vincere il torpore del mercato italiano, che pensa che sia lecito parlare di fede solo per raccontare la biografia di un santo o di un Papa.

Per sapere dove il film è stato programmato in Italia si può consultare:

https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOWNTON ABBEY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 09:58
Titolo Originale: Doenton Abbey
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Michael Engler
Sceneggiatura: Julian Fellowes
Produzione: Carnival Film & Television
Durata: 122
Interpreti: Maggie Smith, Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Allen Leech, Elizabeth McGovern, Imelda Staunton,

Nel 1927 il castello di Downton Abbey nello Yorkshire è ancora abitato dal conte Robert Crawley e dalla sua moglie americana Cora ma la conduzione della dimora è passata alla primogenita Mary e al cognato Tom Bransom. Di buon mattino arriva una lettera direttamente dal Royal Palace di Londra: il re George V e sua moglie Mary verranno in visita e soggiorneranno presso i Crawley per una cena e una nottata. Tutta Downton Abbey è in subbuglio: i piani alti sono molto preoccupati e cercano di appianare certi dissapori all’interno della famiglia mentre ai piani bassi la servitù non sta più nella gioia: serviranno il re e la regina! Mary ritiene opportuno richiamare in servizio, per l’occasione, il vecchio maggiordomo Charles Carson ma si tratta di una precauzione inutile: arriva a Downton lo staff della casa reale che ha l’intenzione di sostituire tutti i domestici del castello. Intanto la nonna Lady Violet ha un altro problema da risolvere: arriverà per l’occasione anche la dama di compagnia della regina, Lady Bagshaw, verso la quale non si sono mai spenti i dissapori riguardo all’assegnazione in eredità di un palazzo nobiliare di proprietà della Bagshaw…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti, signori e servi, hanno un nobile animo oppure sanno riconoscere i propri errori
Pubblico 
Adolescenti
Alcune affettuosità fra omosessuali
Giudizio Artistico 
 
Vengono confermate in questo film tutte le qualità del serial: ottima recitazione (ma Maggie Smith nella parte di Violet è impagabile), buona sceneggiatura e grande cura nei costumi e nelle ambientazion
Testo Breve:

Il conte Robert Crawley di Downton Abbey riceve un’importante notizia: il re e la regina verranno in visita al castello. La servitù si mobilita mentre al piano di sopra si cerca di appianare qualsia controversia prima dell’arrivo del re. Il film conferma in pieno il successo della serie.

La serie TV Downton Abbey è durata sei stagioni, l’ultima nel  2016 in Italia. Ha avuto l'audience più alto di tutti i tempi, 3 Golden Globes, 69 candidature agli Emmy, vincendo 15 premi.

Con questo paniere di medaglie la decisione di realizzare una versione per il grande schermo deve esser stata molto naturale: si sarebbe potuto contare sulla fedeltà di una folla di fans e oltretutto la presenza di tutti i principali attori che dopo tante puntate si sarebbero mossi su binari ben collaudati e  la sceneggiatura  scritta da Julian Fellowes lo stesso ideatore della serie, non avrebbe offerto il fianco ad alcun rischio. Ovviamente realizzare un film è un’altra cosa e da questo punto di vista gli spettatori vengono ampiamente ripagati: la cura nei vestiti d’epoca, nelle suppellettili, nelle riprese lungo le strade della cittadina è elevatissima e Highclere Castle che “recita la parte” del castello di Downton Abbey, fa la sua bella figura grazie alle ampie panoramiche aeree realizzate con dei droni.

Dopo un ampio capitolo introduttivo per ambientare chi non è avvezzo alla serie, gli eventi si sviluppano, come di consueto, su due piani: quello della servitù, che si sentirebbe onorata di svolgere il proprio servizio in presenza dei reali e organizza una congiura per rendere innocuo lo staff reale che è arrivato direttamente da Londra, e quello ai piani superiori dove si cerca di appianare ogni contrasto che risulterebbe inopportuno in presenza dei reali. Su entrambi i livelli intanto continuano o si sviluppano, nuove intese amorose. Chi già conosce la serie si trova di fronte a una piacevole conferma. Chi non l’ha mai vista, non può che apprezzare l’alta professionalità di tutti i protagonisti e la piacevolezza dei rapporti fra gli abitanti del castello, dove i contrasti non superano mai certi livelli ma sono affrontati con molta ironia inglese.

E’ inevitabile domandarsi il perché di tanto successo intorno a questa storia anche se bisogna ammetterlo, l’audience è stata soprattutto televisiva, in un’epoca dove le persone davanti alla TV erano per lo più di fascia medio-alta, situazione poi sconvolta dall’arrivo delle piattaforme in streaming.

Una prima risposta, più tecnica, riguarda il fatto che anche questo è un serial di “contesto” che ha sempre un certo successo. I personaggi si muovono nell’interno di un’ambientazione chiusa, molto ben descritta anche nei dettagli più tecnici  e ciò consente allo spettatore di restare molto focalizzato sulla storia, di “sentirsi dentro” ciò che accade. E’ il caso di successi come IER, The West Wing, The Newsroom, House of Cards, dove “il come si vive” (in ospedale, nel tavolo ovale del presidente,..) è molto ben dettagliato.

Ovviamente in questo Downton Abbey c’è molto di più. Ci sono delle situazioni che potrebbero apparire incredibili se non surreali: l’opera presenta una pattuglia numerosa di domestici che non si ribellano, anzi si sentono onorati di fare bene il loro mestiere, in un’epoca dove i movimenti socialisti erano nel pieno del loro sviluppo; una nobiltà che pur vivendo negli agi non si vizia e non considera (comportamento storicamente molto comprensibile) i domestici come una classe inferiore. Lo sceneggiatore sembra percepire in questo film, l’a-storicità del quadro sociale che presenta e inserisce alcune annotazioni ai margini della storia (una domestica che parla di comunismo, un repubblicano che tenta un attentato al re, un omosessuale che si domanda quando verrà il tempo nel quale potrà mostrare apertamente la sua inclinazione) che però non riescono a deviare la navigazione dell’ormai collaudato mainstream.  La risposta può essere questa: Downton Abbey (serie o film che sia) esalta la nobiltà d’animo dell’uomo, in qualsiasi classe si mostri. In quest’opera i personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è remissiva e i nobili non sono né padroni né egoisti. Ognuno si sforza di fare la cosa giusta e ognuno è trattato con rispetto proprio per questo. Non ci sono stereotipi.

Un altro tema portante è quello della tradizione: gli inglesi hanno giusti motivi per esser orgogliosi della propria monarchia, genuina espressione dello spirito della nazione (c’è qualcuno che ha scritto qualcosa di simile sull’Italia di Vittorio Emanuele III e l’emozione del tempo di sentirsi italiano?) ma se la serie ha avuto successo in tanti altri paesi è perché tutti noi comprendiamo bene il valore della conservazione delle nostre radici. E’ un tema che viene affrontato da Mary, la figlia del conte incaricata dell’amministrazione del castello, lei sente che i tempi stanno cambiando e si domanda se non sia il caso di abbandonare una struttura così complessa da tenere in piedi. La risposta è più morale che pratica e viene dalla nonna Violet: non si può abbandonare Downton Abbey, perché ha un senso di vita per loro, per i domestici e per tutta la contrada.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PANAMA PAPERS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/22/2019 - 17:49
Titolo Originale: The Laundromat
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Anonymous Content, Grey Matter Productions, Topic Studios, Sugar23
Durata: 96 su NETFLIX
Interpreti: Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas

Una coppia di pensionati si concede una gita in battello sul lago George (New York) ma un’onda anomala capovolge l’imbarcazione e mentre lei. Ellen, si salva, il marito muore annegato. La compagnia che gestisce quelle gite turistiche contatta la società di assicurazione con la quale aveva stipulato una polizza contro gli infortuni ma riceve pessime notizie: la loro cartella assicurativa è stata ceduta da una società all’altra, in un gioco di scatole cinesi, fino all’ultima, che ha l’indirizzo in una dei noti paradisi fiscali e il cui proprietario è stato arrestato per frode. Ellen non si dà per vinta e inizia a risalire la catene delle società fittizie, i cui proprietari sono solo dei prestanome, fino ad arrivare a Panama, alla società Mossack Fonseca, che manovra la piramide di queste società di carta….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film denuncia con toni accorati lo scandalo delle evasioni fiscali accadute di recente non solo negli Stati Uniti ma in altri paesi del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Occorre comprendere il valore dell'economia. Situazioni squallide di imbrogli e tradimenti
Giudizio Artistico 
 
Davis Soderbergh impiega, anche questa volta, uno stile tutto suo per dire, scherzando, cose molto serie, anche se la struttura a episodi finisce per far perdere compattezza al racconto
Testo Breve:

David Soderbergh ha scelto una chiave ironica e quasi favolistica per farci conoscere i Panama Papers, uno dei più grossi scandali che hanno mostrato la pratica dell’utilizzo dei paradisi fiscali per eludere le tasse da parte di tante persone  ricche ma anche di tanti rispettabili politici

Per nostra fortuna sono tanti i registi che hanno deciso di denunciare sul grande come sul piccolo schermo la fragilità del sistema finanziario e fiscale del mondo occidentale e se gli altri si sono concentrati finora sulla crisi finanziaria del 2008 (Too big to fail, Margin Call, Inside job, The Corporation, La frode, La grande scommessa) Soderbergh ci fa conoscere uno scandalo meno noto, quello dei Panama Papers del 2016 che svelò una catena di aziende-guscio collocate in paradisi fiscali per evadere le tasse da parte di uomini politici, finanzieri o semplicemente persone ricche. L’impresa di questi registi e sceneggiatori, anche se altamente meritevole, non è mai stata facile: occorre superare la montagna di sigle che celano complessi tecnicismi finanziari e in molte di queste opere ci sono come delle pause, delle parentesi che vengono aperte per mostrare, magari con simpatiche analogie, il significato di certe sigle. Ora Soderbergh, da sempre interessato alla denuncia civile (Effetti collaterali, Contagion, Erin Bronckovich,..) e con uno stile sempre originale, ha scelto la via della “favola reale”, facendo parlare, fin dall’inizio proprio Mossack (Gary Olman) e Fonseca (Antonio Banderas) i quali ci conducono in un mondo magico , dove non è più applicato il sistema del baratto  (io ho una mucca e tu mi dai delle pecore) ma si usa  “un pezzo di carta con delle parole o immagini di persone potenti e che promettono un valore”, lo stesso dicasi della parola magica “credito”, che  è solo “il tempo futuro della lingua del denaro”. Con questo tono leggero i due uomini, sempre vestiti con abiti eleganti, come si addice al loro successo, sviluppano la parte più didascalica della storia, raccontandoci di isole fantastiche (i paradisi fiscali) e che “la differenza fra evasione fiscale ed elusione fiscale è sottile come le mura di una prigione”. In parallelo seguiamo il problema nella prospettiva di chi è stato vittima di questi imbrogli e la bravissima Meryl Streep svolge più di una parte ma soprattutto quella di una donna semplice, incompetente sulle questioni finanziarie ma  dotata di ferma determinazione per andare fino in fondo nella questione.

Oltre alla storia di Ellen, vengono inseriti nel racconto altri sub-plot che ci pongono nella prospettiva di chi si arricchisce gestendo o usufruendo dei titoli di queste società fittizie. Si tratta di personaggi squallidi (uno ha due mogli, l’altro  tradisce la sua con l’amica della figlia), uno residente nell’isola di Nevis, un paradiso fiscale,  l’altro un ricco possidente che compra il silenzio di sua figlia  vendendogli le azioni di una di queste società fantasma. Sono questi due episodi a destare la maggiore perplessità: sono come due novelle ben raccontate, attinenti al tema delle società di carta ma di fatto sono sganciate dal mainstream. Sconvolgente infine  il terzo episodio, che vede pubblici ufficiali cinesi occuparsi di imprigionare e uccidere gli indesiderati politici. Strano che la Cina non abbia sporto denuncia.

Dobbiamo ringraziare Soderbergh per averci sensibilizzato, ancora una volta, sulla scarsità  dei controlli fiscali che fanno sì che i ricchi diventino  più ricchi (“quando, o Signore,  i miti finiranno per ereditare la terra?” chiede Ellen in preghiera) ma spiace che non abbia evidenziato un aspetto molto positivo di questa losca faccenda. Quando una talpa, che è rimasta sconosciuta, rivelò tutti gli imbrogli di Mossak Fonseca, è nata la più grande collaborazione fra giornalisti avvenuta nella storia. Ha impegnato più di 350 reporter in 80 nazioni, coordinati dall’International Consortium of Investigation Journalist. I risultati pubblicati di questa indagine hanno vinto il premio Pulitzer del 2016 e il risultato di questo lavoro è stata la scoperta di 214.000 società offshore che provocò le dimissioni dell’allora primo ministro islandese e del primo ministro pakistano e venne citato il padre del primo ministro inglese David Cameron.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INGRID VA A OVEST

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/09/2019 - 21:19
Titolo Originale: Ingrid Goes West
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Matt Spicer
Sceneggiatura: Matt Spicer, David Branson Smith
Produzione: Star Thrower Entertainment, 141 Entertainment, Mighty Engine
Durata: 97
Interpreti: Aubrey Plaza, Elizabeth Olsen, O'Shea Jackson Jr, Billy Magnussen

Ingrid, una ragazza che vive da sola dopo la morte della madre, segue su Instagram, in modo ossessivo, una giovane influencer che esprime felicità e gioia di vivere e che ha annunciato il suo prossimo matrimonio. Ingrid, gelosa, s’intrufola nel banchetto di nozze e le spruzza negli occhi uno spry irritante. Dopo un periodo passato un un centro psichiatrico, libera e nuovamente con il telefonino, segue ora Taylor, una influencer di Los Angeles. Ingrid usa i soldi avuti in eredità dalla madre per cambiare città e andare ad abitare vicino a Taylor. Con uno stratagemma riesce a presentarsi, a diventare sua amica e a vivere con lei il mondo magico delle serate mondane fra gente che conta. Un giorno arriva anche il fratello di Taylor, Freddie, che ha avuto un passato da tossicodipendente e che vive da parassita alle spalle di sua sorella. Freddie non tarda ad accorgersi che c’è qualcosa di falso nell’amicizia fra Ingrid e sua sorella....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista ritrae con crudo realismo un mondo dove la protagonista ma anche gli altri personaggi del film (escluso uno) vivono di illusioni e sotterfugi perché per loro conta solo ciò che appare
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma i sotterfugi, gli imbrogli che vengono compiuti esprimono un ambiente umano degradato
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Audrey Plaza che costruisce un personaggio disturbante. Ottima anche la regia di Matt Spicer che ci fa immergere in un mondo fatuo, dove si vive solo di ciò che appare, con pochi, drammatici, momenti di verità
Testo Breve:

Ingrid vuole a tutti i costi entrare a far parte del mondo scintillante di una famosa influencer di Instagram.  Una satira crudele e senza speranza del mondo dei social media capace di rendere debole chi è già fragile

Seguiamo sempre con interesse film o serial Tv che approfondiscono il tema del rapporto fra i giovani e i social media. Se Likemeback riproduceva le ansie da like di alcune ragazze che volevano conquistarsi la  fama nella realtà virtuale di Instagram, questo Ingrid va a Ovest ci mostra un’altra ragazza che si posiziona sul fronte opposto: sceglie la influencer che più la affascina per diventare sua amica, per costruire tutto il suo mondo intorno a lei. Certamente Ingrid è un personaggio borderline, anaffettiva e un po’ autistica ma non possiamo tranquillizzarci dicendo che per lei, che ha difficoltà ad avere rapporti umani veri, è inevitabile che la realtà dei social costituisca, in modo ossessivo, un mondo in cui rifugiarsi, forse anche per noi, in scala più ridotta, il mondo di Internet diventa irresistibile e  pieno di attrattive appena ci vien voglia di  fare uno stacco dalla realtà.

Audrey Plaza è molto brava a impersonare il personaggio di Ingrid: drammaticamente sola, passa ore a consultare il suo telefonino, a ridere spensierata alle foto gioiose della sua influencer di riferimento, a riflettere corrucciata quale sia la frase giusta per commentare l’ultima foto. Ma è anche molto furba e quando entra finalmente nel giro di quel mondo che si trova dall’altra parte del suo telefonino, la vediamo prendersi sempre qualche microsecondo prima di rispondere quando è interpellata: lei non è mai sincera e cerca di portare gli altri nella direzione che vuole lei. In effetti la satira del regista Matt Spicer si estende anche a chi di mestiere fa l’influencer: la vita di Taylor, sempre così scintillante  se vista attraverso le foto  sempre ben filtrate di Instagram, è in realtà una vita disordinata, fatta di tentativi di avviare iniziative commerciali (sempre falliti) appofittando delle conoscenze che ha conquistato tra le persone VIP  o cercare di vendere i quadri-patacche che compone suo marito, perché anche lui vive alle spalle della moglie.

Complessivamente si tratta di un film molto ben fatto ma sgradevole nella sua satira crudele di tante persone che impostano la loro vita su sogni non più di celluloide come si diceva una volta, ma sui colori freddi dello schermo di un telefonino. E’ gradevole in particolare Ingrid, che sperpera l’eredità di sua madre per perseguire le sue aspirazioni deliranti o che inganna la buona fede delle poche persone buone che incontra. Ovviamente non riveliamo il finale ma “la rete” avrà modo di riconfermare, con tracotanza, il suo potere incantatore su tante persone troppo fragili o troppo superficiali.

Il film è disponibile su PrimeVideo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNPLANNED

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/10/2019 - 11:49
Titolo Originale: Inplanned
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Sceneggiatura: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Produzione: Soli Deo gloria; distribuito in Italia dalla Domus Production
Durata: 106
Interpreti: Ashley Bratcher, Brooks Ryan, Robia Scott

La giovinezza di Abby Johnson è stata alquanto movimentata. Si è trovata incinta dopo una relazione con un ragazzo che non ha mostrato alcun interesse a sposarla e così Abby si è sottoposta a un primo aborto. Si è poi sposata con un uomo con il quale ha vissuto per pochi anni. Subito dopo il divorzio si è accorta di essere rimasta incinta e ancora una volta ha deciso di abortire. Nel 2001 si convince che è giusto far parte dell’organizzazione Planned Parenthood come clinic escort per le donne che desiderano interrompere la gravidanza, anche se il lavoro in clinica viene continuamente disturbato dai movimenti pro-life che, fuori dei cancelli, esortano le pazienti a desistere dal loro proposito. Abby si sposa, ha una figlia e intanto viene apprezzata per il suo lavoro tanto da venir nominata direttrice della clinica. Poi qualcosa cambia: iniziano i contrasti con i manager di Planned Parenthood e lo sconcerto che prova nel vedere, mentre si trova in sala operatoria, l’ecografia di un feto che si agita nel momento in cui viene soppresso, finiscono per convincerla definitivamente a dimettersi e a passare dalla parte dei pro-life.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna, dopo aver a lungo lavorato in una clinica per aborti, scopre l’orrore di questa pratica. Un film di chiara denuncia, un film da "battaglia" che è utile per rinsaldare le convinzioni di chi è già a favore di questa scelta ma forse di meno per convertire chi la pensa diversamente
Pubblico 
Adolescenti
Molte scene impressionanti con abbondanza di sangue
Giudizio Artistico 
 
Il film cerca di riprodurre in modo rigoroso i fatti che sono stati narrati nel libro omonimo. Ma ci sono alcune ellissi nel presentare l’evoluzione intima dei personaggi
Testo Breve:

Un film di denuncia contro la pratica dell'aborto, basato su fatti realmente accaduti, mostra la validità delle proprie tesi puntando sull'orrore, indubitabile, di questa pratica. In  in programmazione nazionale il 28 e il 29 settembre 2021

Il film, tratto dal libro omonimo scritto dalla stessa Abby Johnson, fin dalle prime sequenze, mostra subito come intende sviluppare il tema dell’aborto.

Vediamo Abby assistere in sala operatoria, tramite uno schermo ecografico a una pratica di aborto per aspirazione.  Il feto si agita mentre inizia a venir risucchiato all’interno del tubo e subito dopo ci appare in primo piano un contenitore trasparente che si riempie velocemente di sangue e di tessuti del feto ormai smembrato. Una sequenza successiva, dove c’è la stessa Abby che ha ingerito la pillola del giorno dopo, non è meno sconvolgente: passa una notte con forti dolori, perdendo copiosamente sangue e alla fine si preoccupa di raccogliere per terra, per buttarli nel water, i brandelli di quello che è stato il suo bambino.

L’obiettivo del film è quindi chiaro fin dall’inizio: picchia duro per mostrare l’atrocità di questa pratica (e ciò è assolutamente vero), per affermare che chi è a favore dell’aborto è un essere disumano (durante un colloquio, un manifestante pro-life stabilisce una somiglianza con l’olocausto ebraico e la pratica della schiavitù in America). Può sembrare strano, a noi europrei, una posizione così dura: in effetti bisogna entrare nella realtà americana per  comprendere che si sono grosse aziende, come la Planned Parenthood, che fanno profitti praticando l'aborto in modalità industriale e che usano metodi persuoasivi, nei confronti delle donne ancora incerte, per convincerle che l'aborto non deve creare alcun problema di coscienza.  La stessa manager della clinica Planned Parenthood è tratteggiata come una donna cinica, che vede nell’aumento degli aborti l’unico modo per incrementare i profitti (alla fine del film una nota, per cercare di evitare cause legali, chiarisce che il film è stato realizzato senza il consenso di Planned Parenthood). La società di distribuzione Pure Flix (la stessa che ha distribuito God’s not dead) si è lamentata dell’attribuzione di Restricted (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati) data al film in U.S.A., giudicandola motivata da ragioni politiche. In realtà il divieto per le crude scene che mostra, è  giustificato.

E' questo l'unico modo per portare avanti la causa pro-life? Un'impostazione di questo genere serve, a mio avviso per rinforzare le convinzioni di chi ha già un atteggiamento contro l'aborto (negli U.S.A. durante i mesi di programmazione del film, intere comunità appartenenti a chiese di varie fedi cristiane sono andate compatte a vederlo) ma  meno per convincere chi ha idee diverse. Chi è considerato come nemico reagirà  come nemico. Sono stati usati anche  altri approcci:  Armando Fumagalli nel suo saggio: La comunicazione di una chiesa in uscita, ha messo in evidenza le iniziative di altre associazioni come Vitae Foundation che cercano, con centri di ascolto e con filmati promozionali, di entrare nella mente e nel cuore della donna che ha intenzione di interrompere la gravidanza, temendo un cambiamento radicale della propria esistenza. L’obiettivo è quello di cercare di rassicurare la donna e ripristinare la fiducia in se stessa; un “posso farcela” anche nelle situazioni più difficili. Film come October Baby,  ispirato anch'esso a una storia vera, si conclude con un perdono.

Ovviamente, come in tutte le battaglie, ci sono gli attacchi e i controaattacchi  Il fatto che Abby sia rimasta sconvolta dalla visione del feto che sembrava soffrire al momento del risucchio, ha scatenato le critiche dei fautori del pro-choice. Sono stati intervistati illustri ginecologi che hanno negato che il feto possa avere una sensibilità prima della ventiquattresima settimana; sono state fatte addirittura delle indagini giornalistiche facendo dei controlli fra gli archivi di Planned Parenthood, dai quali risulta che nel giorno della “conversione” indicato da Abby non era stato fatto nessun aborto che avesse avuto necessità di una ecografia. La sua uscita dall’organizzazione sarebbe quindi stata motivata, secondo gli avversari,  soprattutto da contrasti con il management.  Sono tutte reazioni inevitabili quando il presupposto è fragile. L'alterantiva pro-life/pro-choice si riduce a determinare il momento in cui il feto acquista sensibilità?  In realtà le motivazioni pro-life dovrebbero essere più profonde, attenersi al principio dell'inviolabilità della vita,  che si estende dal concepimento a  tutto il tempo dello sviluppo del feto, visto come un continuo non divisibile. E' bene conunque mettere il condizionale: non tutti i ragionamenti impeccabili riescono a convincere, al contrario: sopratutto per una sensibilità femminile, la scoperta che il feto possa sentire dolore, può risultare determinante.

Il film si basa molto sulla narrazione dei fatti accaduti e meno sulla psicologia dei personaggi e la loro evoluzione. Perché Abbey ha avuto due relazioni infelici (che la hanno portata ad abortire), perché la terza relazione risulta molto solida? Sono domande senza risposta, com’è facile che accada quando è l’autore stesso che racconta la sua vita. 
Possiamo concludere con due dati molto positivi: la clinica dove ha lavorato Abby è stata definitivamente chiusa per mancanza di “clienti” e, come abbiamo appreso dalle cronache, in U.S.A. sei stati hanno modificato la loro legge sull’aborto, restringendo l’autorizzazione a casi particolari come il rischio per la salute della donna o in caso di violenza subita. Ma la battaglia non è ancora finita: se guardiamo in casa nostra,  a giugno 2021 l'europarlamento ha proclamato l'aborto come un "servizio medico essenziale" attaccando al contempo l'obiezione di coscienza e le campagne in difesa della vita. 

Il film sarà proiettato in anteprima a Roma l'8 luglio 2021 alle 20,30 al Cinema Adriano e sarà disponibile nella programmazione nazionale il 28 e 29 settembre, distribuito dalla Dominus Production. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SIR-CENERENTOLA A MUMBAI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 15:19
 
Titolo Originale: Sir
Paese: India - Francia
Anno: 2018
Regia: Rohena Gera
Sceneggiatura: Rohena Gera
Produzione: INKPOT FILMS IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION
Durata: 99
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni

Ratna vive in un piccolo villaggio indiano e a 19 anni è rimasta vedova dopo solo due anni di matrimonio. Con l’impegno di mandare mensilmente una quota del suo salario ai suoceri, riesce a trasferirsi a Mumbai lavorando come domestica nella casa del giovane Ashwin che vive da solo, dopo che il suo matrimonio è andato a monte pochi giorni prima della cerimonia. Inizia questa strana convivenza, molto rispettosa per i rispettivi ruoli, in un paese dove la divisione in caste ha radici consolidate ma giorno dopo giorno i due si aprono alla confidenza: lei sogna di diventare una disegnatrice di moda mentre lui vorrebbe tornare negli Stati Uniti a fare lo scrittore: si trova a Dubai solo per l’impegno di dover sostituire il fratello maggiore, morto improvvisamente

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due protagonisti sono campioni di un comportamento virtuoso che risulta non condizionato dalla classe sociale a cui appartengono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista trova la forma narrativa giusta (ritmo lento, cura nei dettagli) per esprimere la progressiva intesa fra i due protagonisti
Testo Breve:

Lui è un giovane rampollo della ricca società indiana; lei, di origini umili,  è la sua cameriera. Il loro impossibile amore è l’occasione per mettere a nudo non solo le contraddizioni della società ma anche le virtù umane di cui entrambi sono dotati, con le quali riescono ad affrontare una difficile situazione

Ashwin ha ormai deciso di dichiarare il suo amore a Ratna, sapendo in cuor suo di essere ricambiato ma lei esprime tutta la sua perplessità per la differenza di casta che li separa. E poi aggiunge che sua madre ha dovuto sostenere la perdita del figlio maggiore e non può ricevere anche questo dolore dall’unico figlio maschio rimasto.

Ashwin confida al suo miglior amico la voglia di sposarsi con Ratna, ma riceve una risposta molto chiara: “mettiti nella sua prospettiva: le ricorderanno sempre che è una domestica, nessuno l’accetterà; se ci tieni a lei, se ci tieni davvero, lasciala perdere”. Il vero amore, cioè quello che cerca il bene dell’altro, può richiedere  anche il sacrificio dei propri sentimenti.

Sono sono due esempi della grande sensibilità d’animo che questo film riesce a mettere in luce.

Si potrà dire che questo film è quasi un pamphlet politico contro la divisione in caste ancora ben radicata in India (e questo in parte è vero); si potrà dire che si tratta di una romantica storia d’amore dove è proprio il loro amore sincero che li porta a tenerli  lontani  (e questo in parte è vero: ricorda in qualche modo In the mood for love) ma il vero valore del film è etico: i due protagonisti sono campioni di virtù  e se  è vero che stanno affrontando un problema legato alla discriminazione fra caste ancora esistente, con il bagaglio di virtù di cui dispongono, avrebbero potuto affrontare qualsiasi altro problema.

Ratna svolge con scrupolo il suo compito e si rifiuta di fare pettegolezzi riguardo al suo padrone; mette da parte il suo stipendio per consentire alla sorella minore di completare gli studi che lei non è riuscita a fare. Ashwin ha un alto senso della giustizia e della dignità di ogni persona e incoraggia Ratna perché anche lei possa realizzare i propri sogni, difendendola quando viene umiliata nella sua condizione servile. Anche lui ha i suoi sogni che vorrebbe realizzare ma persegue, come Ratna, un principio fondamentale, la propria feicità non potrà mai venir conquistata a danno della felicità altrui: ecco perchè aveva lasciato gli Stati Uniti per sostenere la famiglia quando il fratello maggiore era morto. E’ risultata centrata la decisione della regista di puntare, per il ruolo femminile, non su una smagliante stella di Bolliwood ma su una brava attrice non bella, per sottolineare che Ashwin si innamora sopratutto della bellezza dell sua anima.

Lo stile della regista  Rohena Gera al suo primo lungometraggio, è di estrema attenzione ai dettagli: il ritmo del racconto è lento, disseminato di gesti ripetitivi (Ratna che porta il vassoio della cena o della prima colazione al padrone, Ratna che risponde al telefono) perché l’impegno della regista non è quello di raccontare una grande storia ma la lenta evoluzione dei sentimenti e della comprensione reciproca dei due protagonisti.

Lo stesso tema della separazione fra caste non è spiegato ma significato attraverso una serie di episodi: Ratma che viene invitata ad uscire da un negozio di lusso, la reazione rabbiosa di un’ospite in casa di Ashwin qualdo lei le fa cadere il bicchiere: La “serva” andrà punita severamente e le verrà addebitato il costo del vestito che è stato macchiato. “Non si siederà mai a tavola con tua madre; non sa usare neanche forchetta e coltello” sottolinea l’amico di Ashwin, ricordando che solo le classi alte usano metodo occidentali. Ma forse la scena più espressiva è quella in cui noi siamo posti in soggettiva di Ratma mentre sta girando con un vassoio fra gli ospiti a un riunione ufficiale: tutti chiacchierano, non la degnano di uno sguardo, e prendono o non prendono meccanicamente ciò che si trova sul vassoio.

Anche il tema della condizione femminile in India viene afffrontato dalla regista ma questa volta senza prendere una posizione netta: se è vero che la sorella di Ratma decide di sposarsi con un uomo scelto dai suoi genitori senza neanche averlo visto, se Ratma, come vedova, è ostaggio della famiglia dei suoi suoceri ed è costretta a versar loro un contributo mensile, è anche vero che la regista non lesina uno sguardo critico alle donne dei quartieri alti che abusano della loro libertà: bevono nei locali notturni e si concedono di passare una notte con un uomo che hanno appena conosciuto. Lo stesso episodio iniziale del film (Ashwin annulla la cerimonie di nozze all’ultimo momento perché ha scoperto che la sua fidanzata lo tradiva con un altro) rinforza la verità che Rohena Gera vuole sottolineare: il comportamento di una persona adulta non è condizionata dalle tradizioni della nella sua società, nè la libertà conquistata è garanzia per un comportamento corretto: conta solo l’intimo convincimento della singola persona e un comportamento virtuoso in ogni situazione che la vita ci pone davanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEAUTIFUL BOY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 14:08
Titolo Originale: Beautiful Boy
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Luke Davies, Felix Van Groeningen
Produzione: AMAZON STUDIOS, BIG INDIE PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney

Nicolas (Nic) Sheff ha diciotto anni, ama scrivere storie commentate con suoi disegni, si diverte a giocare con i due fratellastri più piccoli. Suo padre, David, un giornalista, è premuroso con lui mentre la madre vive lontano, a New York, dopo il divorzio. E’ il momento di andare al college e il padre lo accompagna, dopo essersi accertato che ha avuto una buona sistemazione. Tempo dopo, quando Nic torna a casa sembra cambiato: è irascibile e continua a chiedere soldi. Il padre non tarda a comprendere che è diventato dipendente dalla metanfetamina crystal meth ed è deciso a trovare una soluzione per questo figlio che non riesce più a comprendere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riesce perfettamente nel suo intento di metterci di fronte e spaventarci sugli effetti devastanti della dipendenza dalle metanfetamine ma manca di mettere in evidenza concrete soluzioni per prevenire e per curare
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene dove viene preparata e assunta droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari) ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente.
Testo Breve:

La storia vera di un padre che cerca di salvare il figlio dalla dipendenza dalle anfetamine. Un film crudo e molto realistico con pochi e non spiegati spiragli di speranza

Dai titoli di coda veniamo informati che negli Stati Uniti la droga è la causa principale di morte per uomini e donne sotto i cinquant’anni. In un paio di punti il film si concede piccole parentesi didattiche, per spiegare che la crystal meth è una delle droghe peggiori perché crea subito dipendenza da cui poche persone sono riuscite a liberarsi, è facile da reperire e può addirittura venir confezionata in casa.
La storia che ci viene raccontata ha ben poco di inventato: è stata ricavata dal libro che padre e figlio Sheff hanno scritto dopo che Nic è riuscito a vincere la sua dipendenza.

Che il film inventi poco ma descriva piuttosto ciò che è realmente accaduto, lo si nota proprio dall’andamento oscillante e alla fine angoscioso delle continue riprese, seguite da repentine ricadute di Dic, nonostante che il padre si impegni a collocarlo nei migliori centri di riabilitazione e si mostri sempre pronto a raggiungerlo, nel suo continuo fuggire ed errare senza meta.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema dell’assunzione di droga da parte dei giovani e questo racconto-testimonianza sembra aggiungere poco alla triste conoscenza del fenomeno che noi spettatori siamo riusciti a comporre.

A ciò occorre aggiungere un certo fastidio nello scoprire che il film ci racconta ben poco sull’origine di questa dipendenza tante volte senza ritorno, e quindi lo spettatore non viene aiutato nel prevenire che situazioni simili possano accadere anche a lui o ai propri figli. Il continuo flashback e flashforward del film finisce per giustapporci un ragazzo sereno e allegro a un altro accasciato a terra privo di conoscenza, senza che ci venga spiegato perché ci sia stata questa terribile trasformazione. Lo stesso enigma troviamo nell’unica ragazza, verso la quale Nic era riuscito ad avere un’intesa nel breve periodo passato al college: incontrata occasionalmente dopo qualche anno, si mostra subito disposta a percorrere con lui la discesa nel tunnel della dipendenza.

In realtà il film si muove partendo da una prospettiva diversa (e ha valore proprio per questo): quella del padre e siamo invitati a partecipare al defatigante calvario che deve affrontare. All’inizio il suo approccio è quello scientifico e pragmatico: cerca di conoscere, sapere tutto sul tema e si affida a rinomati istituti di riabilitazione. Di fronte a un sostanziale fallimento, mette in gioco direttamente se stesso, mostrandogli il massimo affetto e cercando lui stesso le condizioni migliori per un suo recupero. Alla fine si porta sull’ultima spiaggia, quella della durezza, rifiutandosi di aiutarlo anche quando Nic, ancora una volta, dice di esser pentito e di voler guarire.

Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari), ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente. Il film lascia l’amaro in bocca di fronte a un tema così doloroso, perché sembra concludere che il modo con cui si cade nella dipendenza e il modo con cui, eventualmente se ne può uscire, appare dominio del caso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 09:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano di dare una svolta alla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL GIORNO D'ESTATE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/08/2019 - 16:36
Titolo Originale: Amanda
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Mikhaël Hers
Sceneggiatura: Mikhaël Hers, Maud Ameline
Produzione: NORD-OUEST FILMS, OLIVIER PÈRE, RÉMI BURAH PER ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 107
Interpreti: Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin

David ha 24 anni, è un giovane tranquillo senza troppe ambizioni, gestisce l‘affitto di alcuni appartamenti del palazzo in cui vive e ha un impiego saltuario come giardiniere del comune di Parigi. Aiuta sua sorella Sandrine, insegnante di inglese, andando a prendere a scuola la nipotina di 7 anni, Amanda. La vita scorre tranquilla quando in un attentato terroristico, Sandrine viene uccisa. David si trova di fronte a un problema più grande di lui: Amanda ha solo lui come parente più vicino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra uno zio e una nipote rimasta orfana. Ma il contesto coniugale presentato dal film è costellato di separazioni
Pubblico 
Adolescenti
Un incontro sessuale con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Mikhael Hers è molto bravo nel raccontare la trasformazione di due anime sconvolte dal lutto. Pienamente nella parte di uomo semplice e buono il protagonista maschile, Vincent Lacoste
Testo Breve:

Il giovane David, che ama la vita semplice senza prendersi troppe responsabilità, si trova ad accudire la nipotina di 7 anni dopo la morte della madre. Un bel film francese sulla cura e la responsabilità dell’altro come soluzione per continuare a vivere

David e Amanda stanno sugli spalti di uno stadio a guardare una finale mondiale di tennis. David si appassiona e segue l’alternanza del punteggio ma Amanda inizia ad annoiarsi: capisce che il campione francese sta perdendo. Dice: “è finita!” e inizia a piangere.  Il suo fragile equilibrio, dopo la morte della mamma, si può rompere anche per il disappunto di un’aspettativa che non si realizza e lei si trova davanti al vuoto di una vita che sembra aver perso di senso. David se ne accorge e le dice che invece “non è finita”: mai perdere la speranza”. In effetti il campione francese riesce a rimontare e a vincere: Amanda torna a sorridere.

E’ possibile raccontare per immagini, in un film, l’elaborazione di un lutto, la lenta trasformazione di un’anima? E’ il compito che si è assunto Mikhael Hers in questo film dove l’unico fatto esterno rilevante è la morte improvvisa, a seguito di un attentato terroristico, della madre di Amanda. Il resto del film è la storia dei cambiamenti di umore, gli incubi notturni, le riflessioni di David e la piccola nipote.

La parte iniziale del film ha il compito di presentare i due protagonisti. Sandrine ha spiegato ad Amanda chi era Elvis Presley e le fa sentire uno dei suoi vecchi Rock and Roll. Mamma e figlia si abbandonano a un ballo allegro e scatenato: la loro intesa è perfetta. Anche la figura di David emerge con chiarezza: lo vediamo, andare in bicicletta alla stazione per dare il benvenuto a degli stranieri che hanno affittato uno degli appartamenti che lui amministra per conto del padrone; va a prendere la nipote a scuola e infine taglia delle siepi di un giardino pubblico per conto del comune.  Sono piccole incombenze di una persona semplice, che vive serenamente di quanto riesce a fare, sempre gentile con tutti. Vive dell’affetto della sorella, della nipote e di una zia ma l’incontro con Lena, una dolce ragazza di Bordeaux che si è trasferita a Parigi in cerca di fortuna, forse promette l’inizio di un’intesa amorosa.

Il film è il racconto di una normalità minimale e l’evento mostruoso, che scuote questo tranquillo lago di vita e di affetti è trattato in modo indiretto (si vedono persone ferite su prato del Bois de Vincennes, quando la tragedia è già avvenuta); il regista evita anche di mostrarci il funerale di Sandrine e non ha alcuna intenzione di affrontare il tema più generale del terrorismo islamico. Non gli interessa raccontare ciò che accade ma si concentra invece sugli stati d’animo che si affacciano al dolore. E’ il momento in cui lo zio deve piegare a Amanda che sua mamma è morta. Come si può spiegare a una bambina una tragedia simile? Il parlare di David è rotto dai singhiozzi e si sente impotente di fronte alla lucida razionalità di una bambina che chiede spiegazioni sul perché semplici persone intente a fare un pic-nic siano state uccise da una mano misteriosa. Non ci sono ragioni valide e resta un’unica realtà: “la mamma è morta e non la rivedremo più”. Da quel momento il film riprende la descrizione delle piccole cose di ogni giorno, ma è negli sguardi (verso la bicicletta di Sandrine rimasta legata a un albero, il suo spazzolino da denti che sta ancora in bagno) che si coglie la presenza di una ferita che non si rimargina, soprattutto nella bambina, che ha gli incubi di notte e non si adatta a vedere la sua vita gestita da uno zio che non la sa trattare come faceva la mamma. Anche le riprese frequenti della strade di Parigi (poi anche di Bordeaux) di notte come di giorno, fungono da segni di interpunzione del racconto e hanno la funzione di prendere tempo, perché l’anima è lenta ad assestarsi su nuovi equilibri.

Occorre notare che oltre alla tristezza del lutto e alla lotta per ritrovare la serenità, si aggiunge anche un’altra malinconia, quella delle crisi familiari: David e Sandrine hanno sofferto per il fatto che la loro madre li ha abbandonati da piccoli; Sandrine stessa, divorziata, cerca compagnia attraverso appuntamenti tramite Internet; l’amico più vicino a David attraversa una crisi familiare. Resta quindi ben descritto il forte legame fra lo zio e la nipote ma il regista avrebbe dovuto darci maggiori spunti per questa società che si sta dissolvendo nell’individualismo e che non si prende cura dei propri figli..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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