Commedia

SUPERCONDRIACO - RIDERE FA BENE ALLA SALUTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/09/2014 - 20:28
 
Titolo Originale: Supercondriaque
Paese: FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Dany Boon
Sceneggiatura: Dany Boon
Produzione: PATHÉ PRODUCTION, LES PRODUCTIONS DU CH'TIMI, TF1 FILMS PRODUCTION, ARTEMIS PRODUCTIONS
Durata: 107
Interpreti: Dany Boon, Kad Merad, Alice Pol, Jean-Yves Berteloot

Romain Fauber è un ipocondriaco all’ultimo stadio e questa limitazione lo ha portato, a quarant’anni, a non avere ancora trovato l’anima gemella, ad aver perso tutti gli amici ad eccezione del suo medico curante, Dimitri, che ormai lo conosce da diciotto anni e non ha il coraggio di abbandonarlo al suo destino solitario. Inizia quindi con il suo paziente una terapia pratica, che consiste nel suggerirgli il modo migliore per approcciare le donne ma dopo una serie di tentativi falliti, lo invita a una cura più drastica. Si tratta di prestare aiuto in un campo profughi: sarà un modo per conoscere delle persone che soffrono certo più di lui e al contempo abituarsi a vivere in ambienti irrimediabilmente sporchi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film pone in primo piano il valore dell’amicizia ma la ricerca di una donna di cui innamorarsi porta alla rottura di un matrimonio preesistente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Dany Boon si conferma un valido autore per costituire simpatici personaggi e situazioni comiche ma questa volta un eccesso di temi complica inutilmente la trama.
Testo Breve:

Dopo il successo di Giù al nord, Dany Boon ritorna con una nuova commedia degli equivoci particolarmente divertente. Questa volta però si ride per ridere e non ci vengono trasmessi messaggi particolari se non il valore dell’amicizia in momenti di difficoltà

 

Dany Boon torna sugli schermi come regista, sceneggiatore e attore dopo il grandioso successo di Giù al Nord ( Bienvenue chez les Ch'tis – 2008), poi trasformato  in versione nostrana con Benvenuti al Nord (2011) e il divertente  Niente da dichiarare? (Rien à déclarer -2011). Ancora una volta Dany Boom ci fa divertire giocando sui pregiudizi che contrappongono  gente di etnie e regioni diverse; in tutte e tre le occasioni è proprio il linguaggio l’elemento che viene utilizzato come marcatore delle differenze (con sempre grossi problemi per il doppiaggio). Se in Giù al Nord si ironizzava sul fatto che i popoli del Nord parlano con la “polpetta” (chez les Ch'tis), in Niente da dichiarare francesi e belgi si scambiavano frecciate salaci sulle loro differenze di accento; ora, in Supercondriaco si va sull’esotico: si gioca sui suoni gutturali  che emettono i rudi guerrieri del fantomatico Tcherkistan quando cercano di parlare in francese.

In quest’ultimo lavoro del regista franco-algerino la struttura narrativa è diventata più complessa e  ambiziosa. Alla radice della comicità del film c’è ancora un gioco di equivoci: il mite Romain  viene scambiato per Anton Miroslav, l’eroico leader della resistenza tcherkistana; una situazione che offre l’estro a Dany Boon per sviluppare situazioni comiche dove Romain deve fare salti mortali perché la romantica  Anna continui a credere di trovarsi di fronte a un eroe per lei  leggendario, degno di stima e..di amore.

L’amore e l’amicizia continuano in effetti, come nei precedenti lavori, a costituire  l’energia emotiva del racconto: Romain, arrivato scapolo a quarant’anni, spera di aver trovato finalmente in Anna colei che lo può” amare per quello che è”, mentre  l’amicizia fra Romain e Dimitri si muove questa volta su un percorso più accidentato; un rapporto che dura da ormai 18 anni in continua oscillazione fra una rottura definitiva e l’incapacità, da parte di entrambi,  di abbandonare l’amico in difficoltà.

In questo lavoro  Dany Boon visita criticamente la contemporaneità in due aspetti: nell’ipocondria del protagonista come segno della difficoltà di aprirsi alla comprensione degli altri e nel fenomeno dell’immigrazione in Europa di rifugiati dalle zone  più infiammate dell’Africa e dell’Oriente. Sarà quest’ultimo spunto a far virare il film verso inaspettate sequenze da action-movie, come se il paniere di situazioni predisposto da Dany Boon non fosse già abbastanza pieno.

Siamo debitori del cinema francese per tanti importanti film che dove divertendo ci dicono cose serie: primo fra tutti il recente Quasi amici, dove la cura delle persone con handicap viene vista in una luce nuova ed originale ma anche Il mio migliore amico dove è stato trovato un modo arguto per presentare il vero valore dell’amicizia. Anche Giù al Nord poteva rientrare in questa categoria (la conquista di una vera amicizia, l’amore conquistato) ma non possiamo dire lo stesso di quest’ultimo lavoro: se si parla di immigrazione, di ipercondria, i temi restano solo un pretesto per qualche gag in più.

Complessivamente Dany Boon riesce ancora una volta a farci ridere ma in modo più epidermico, né l’aver complicato la trama apporta vantaggi significativi.

L’autore mantiene comunque la capacità di tratteggiare personaggi non banali, dotati di una calda umanità e la coppia Dany Boon e Kad Merad fa ancora scintille.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MOSSA DEL PINGUINO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 20:38
Titolo Originale: La mossa del pinguino
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Claudio Amendola
Sceneggiatura: Michele Alberigo, Giulio Di Martino, Edoardo Leo, Claudio Amendola
Produzione: DAP ITALY-DE ANGELIS GROUP
Durata: 94
Interpreti: Edoardo Leo, Ricky Memphis, Ennio Fantastichini, Antonello Fassari,Francesca Inaudi

Roma, 2005. Bruno e Salvatore lavorano come addetti alle pulizie in un museo di arte moderna. Durante una pausa, guardando in tv un servizio sulla fortuna crescente del curling – sport invernale che per la prima volta sarà inserito nel programma delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 –, al primo dei due viene l’idea di creare una squadra e partecipare alle selezioni per entrare nella nazionale olimpica. L’idea sembra da subito folle ma l’entusiasmo di Bruno, un uomo tanto vulcanico quanto inconcludente, riesce a travolgere anche Salvatore, l’amico di sempre che non riesce a dire di no. Visto in tv, il curling sembra facile da praticare, non così complicato per chi passa tutte le sere a lucidare a specchio i pavimenti di un grande edificio. Sia pur con qualche fatica, i due trascinano nella folle avventura un carabiniere in pensione campione di bocce e uno strozzino caduto in disgrazia, che vive di glorie passate facendo lo spaccone al tavolo del biliardo. Per tutti e quattro, si tratta di provare a vincere qualcosa per la prima volta. Forse non andranno lontano nell’impresa ma faranno qualche passo importante nella vita.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In questo film si parla di unità familiare, dignità del singolo e sincerità con se stessi: per ognuno dei componenti del quartetto, inseguire il sogno delle Olimpiadi è solo lo strumento per dare una virata a una vita che ha perso direzione e orizzonte: non un riscatto sociale ma un riscatto morale
Pubblico 
Adolescenti
Cenni di turpiloquio, una scena di nudo vista in televisione dal duo dei protagonisti.
Giudizio Artistico 
 
La struttura narrativa, di una certa robustezza, guarda più ai modelli americani che a quelli italiani e la simpatia premia, insieme allo spirito e all’originalità, anche grazie a una coppia di protagonisti, Edoardo Leo e Ricky Memphis, ben assortiti perché diversissimi nello stile recitativo.
Testo Breve:

Tre giovani addetti alle pulizie,  un carabiniere in pensione e un ex strozzino si mettono in testa di mettere in piedi una squadra di curling per vincere alle Olimpiadi. Film imperfetto ma divertente che parla di unità familiare e dignità del singolo

Spigliato esordio alla regia dell’attore Claudio Amendola – che resiste alla tentazione di comparire in un cameo, come vorrebbe una certa civetteria tipica degli attori che passano dietro la macchina da presa – con una storia divertente che ricorda per certi aspetti l’americano Cool Runnings- Quattro sottozero (storia in parte vera della partecipazione della squadra giamaicana alle Olimpiadi invernali di Calgary 1988), per altri l’italianissimo Basilicata Coast to Coast (storia “on the road” del mezzo riscatto di una scalcagnata band musicale). La struttura narrativa, di una certa robustezza, guarda più ai modelli americani che a quelli italiani e la simpatia premia, insieme allo spirito e all’originalità, anche grazie a una coppia di protagonisti, Edoardo Leo e Ricky Memphis, ben assortiti perché diversissimi nello stile recitativo.

C’è un certo cinema italiano, di quello che un tempo si sarebbe definito “medio”, che sta bussando alla porta in cerca di attenzione: possiamo mettere La mossa del pinguino sullo stesso scaffale di Buongiorno papà (non a caso scritto e diretto da Edoardo Leo, qui protagonista e co-sceneggiatore) e Tutti contro tutti. Si tratta di titoli troppo imperfetti per far gridare alla rinascita della commedia italiana ma comunque interessanti, perché registrano il tentativo, in parte riuscito, di raccontare con onestà un’Italia vera, semplice, appassionata di cose belle. Qui, in equilibrio tra commedia e dramma (non mancano le scene toccanti) si parla di unità familiare, dignità del singolo e sincerità con se stessi: per ognuno dei componenti del quartetto, inseguire il sogno delle Olimpiadi è solo lo strumento per dare una virata a una vita che ha perso direzione e orizzonte: non un riscatto sociale – perché poveracci erano e poveracci rimangono – ma un riscatto morale.

Due note: peccato che al personaggio di Memphis, descritto con delicatezza nel rapporto tenero con un padre malato di Alzheimer, tocchi alla fine una infelicissima e contraddittoria frase sul rapporto con il suddetto genitore. Né forse era davvero necessario, in un film come questo, con una potenziale audience familiare, mostrare i due protagonisti fare zapping e attardarsi a guardare le immagini di un film pornografico. Due scivolate sul ghiaccio.

Elementi problematici per la visione: cenni di turpiloquio, una scena di nudo vista in televisione dal duo dei protagonisti.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA DONNA PER AMICA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/01/2014 - 11:22
Titolo Originale: Una donna per amica
Paese: Italia
Anno: 2014
Regia: Giovanni Veronesi
Sceneggiatura: Ugo Chiti e Giovanni Veronesi
Produzione: Procacci per Warner Bros. Entertainment Italia, Fandango con Ogi Film.
Durata: 88
Interpreti: Fabio De Luigi, Letitia Casta, Valentina Lodovini, Adriano Giannini

Una cittadina pugliese. La vita ordinata del mite avvocato Francesco Di Biase (De Luigi) viene continuamente sconvolta dalle esuberanze estemporanee della veterinaria italo-francese Claudia (Casta), che con estrema libertà entra ed esce da casa sua e lo trascina in serate dal sapore fanciullesco e “zingarate” da cui Francesco, incapace di sottrarvisi, emerge sempre malconcio. Per amore? Sì, no, forse… Sulla carta Claudia e Francesco sono “solo” amici e l’uomo nei confronti della ragazza (nonostante una grande sintonia anche fisica fatta di coccole, abbracci e tenerezze) sembra svolgere ruoli di tutore, consigliere amoroso, compagnone e fratello maggiore. Tutto resta in equilibrio finché Claudia annuncia al suo “migliore amico” di aver trovato l’anima gemella, un affascinante collega (Giannini) con cui si vuole sposare. Alla notizia, Francesco sembra subire un piccolo trauma. Vuoi vedere che era amore vero?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La domanda che mette in moto la storia, su amore e amicizia, sembra ridursi quasi unicamente al dilemma sesso sì/sesso no, senza che gli autori provino a esplorare i motivi per cui amare una persona, o esserle amico, significa innanzitutto e in entrambi i casi volere il suo bene
Pubblico 
Adolescenti
Cenni di turpiloquio, allusioni sessuali, scene sensuali
Giudizio Artistico 
 
Sfilacciato, mancante di un asse narrativo chiaro, incapace di prendere una posizione coerente e di tenere unita la storia, il film traballa disperdendosi a rincorrere troppi personaggi secondari, ben sbozzati ma poi abbandonati a metà dell’opera.
Testo Breve:

Francesco e Claudia sono solo amici o c’è fra loro vero amore? Il classiico dilemma non trova risposte convincenti  e il film risulta fiacco con una struttura narrativa bizzarra

Una cittadina pugliese. La vita ordinata del mite avvocato Francesco Di Biase (De Luigi) viene continuamente sconvolta dalle esuberanze estemporanee della veterinaria italo-francese Claudia (Casta), che con estrema libertà entra ed esce da casa sua e lo trascina in serate dal sapore fanciullesco e “zingarate” da cui Francesco, incapace di sottrarvisi, emerge sempre malconcio. Per amore? Sì, no, forse… Sulla carta Claudia e Francesco sono “solo” amici e l’uomo nei confronti della ragazza (nonostante una grande sintonia anche fisica fatta di coccole, abbracci e tenerezze) sembra svolgere ruoli di tutore, consigliere amoroso, compagnone e fratello maggiore. Tutto resta in equilibrio finché Claudia annuncia al suo “migliore amico” di aver trovato l’anima gemella, un affascinante collega (Giannini) con cui si vuole sposare. Alla notizia, Francesco sembra subire un piccolo trauma. Vuoi vedere che era amore vero?

Sceneggiatore di lungo corso, sodale prima di Francesco Nuti e poi di Leonardo Pieraccioni, ma ormai regista a tempo quasi pieno, Giovanni Veronesi è da considerarsi, nel bene o nel male, uno degli interpreti principali della commedia italiana contemporanea. Autore di film di cassetta ben sostenuti da abili campagne di marketing, ha collezionato una striscia di titoli andati tendenzialmente bene al botteghino ma in cui, vagliato tutto, si fa fatica a trattenere qualcosa di valore.

Con Una donna per amica Veronesi (autore, nella stagione cinematografica 2013/14, anche de L’ultima ruota del carro, opera più singolare e interessante), aggiunge un altro volume alla sua enciclopedia sull’amore, cercando di rispondere, insieme al co-sceneggiatore Ugo Chiti, all’antica domanda sull’esistenza dell’amicizia tra uomo e donna. Negli ottantotto minuti di film – encomiabile la scelta di non tirarla per le lunghe – cerca di dire la sua sulla dibattuta questione (dibattuta anche dal cinema, in alcuni classici come Harry ti presento Sally) anche se, purtroppo, chi non ha amato i vari capitoli della trilogia Manuale d’amore o le altre sue commedie più recenti (Italians, Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso…) non troverà qui risposte più convincenti e meno superficiali sui sentimenti e sulle relazioni tra le persone.

Non che non ci sia proprio nulla da salvare in questa commedia (che strappa più di un sorriso, almeno nei siparietti in cui il bravo De Luigi mostra di padroneggiare bene i tempi comici) ma il generoso esercizio critico di captare momenti di verità e di sincerità all’interno di un film, facendosi largo tra volgarità e banalità, già depone male nei confronti del film stesso. Sfilacciato, mancante di un asse narrativo chiaro, incapace di prendere una posizione coerente e di tenere unita la storia, il film traballa disperdendosi a rincorrere troppi personaggi secondari, ben sbozzati ma poi abbandonati a metà dell’opera.

Soprattutto, la domanda che mette in moto la storia, su amore e amicizia, sembra ridursi quasi unicamente al dilemma sesso sì/sesso no, senza che gli autori provino a esplorare i motivi per cui amare una persona, o esserle amico, significa innanzitutto e in entrambi i casi volere il suo bene. Un bene che, alla fine, pure si compie (certo, è una commedia) ma in modo che fa rimpiangere lo spettatore di esserci arrivato attraerso un film così fiacco e dalla struttura narrativa così bizzarra. Un film dal cuore diviso, insomma, tra amore e amicizia, così come quello dei due protagonisti, che mena il can per l’aia per quasi un’ora e mezza e poi finisce in crescendo con un finale spiazzante che non delude ma che arriva troppo tardi.

Una curiosità: il paese in cui è ambientata la vicenda è una sorta di paradiso artificiale in cui confluiscono il meglio di Lecce, Otranto, Gallipoli, Bari e Trani, con più di una cattedrale romanica affacciata sul mare Benedice la Apulia Film Commission in vena di sprechi: troppa grazia…

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOTTO UNA BUONA STELLA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/13/2014 - 16:57
Titolo Originale: Sotto una buona stella
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Gabriele Pignotta, Maruska Albertazzi
Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS PER FILMAURO
Durata: 106
Interpreti: Carlo Verdone, Paola Cortellesi,Tea Falco, Lorenzo Richelmy

Federico Picchioni è un uomo affermato: ha un buon lavoro e una bella casa che condivide con Gemma, la sua convivente, dopo che ha abbandonato, molti anni prima, la moglie e i due figli. In pochi giorni il mondo gli crolla addosso: la sua azienda chiude per le malversazioni del suo presidente; la sua ex moglie muore e i due figli ormai ventenni, Lia con sua figlia e Niccolò, si installano in casa sua, facendo fuggir via Gemma e la domestica nel giro di 48 ore.
La convivenza non è facile: i figli gli rinfacciano di averli abbandonati e solo l’arrivo di una nuova vicina, Luisa, che di mestiere fa il tagliatore di teste, sembra comprendere i suoi problemi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia, ferita dal divorzio, riesce progressivamente a ricongiungersi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune dialoghi e scene mimiche con riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Verdone gestisce bene l’alternanza fra situazioni comiche ed altre più riflessive ma non riesce a mettere a fuoco tutti i personaggi. Molto brava Paola Cortellesi
Testo Breve:

Un padre che aveva abbandonato moglie e figli si ritrova in casa, dopo un rovescio finanziario, due figli sbandati e alternativi. Un Verdone che fa ridere ma anche più sensibile del solitoai risvolti umani della vicenda

Questa volta ci siamo. Verdone continua a esplorare i problemi della contemporaneità sia nel privato (ritorna il tema del rapporto padre-figlio, già affrontato in altri suoi lavori) che nel sociale (la crisi economica, i giovani che se ne vanno all’estero) ma questa volta si presenta con uno stile più maturo e una visione del mondo più equilibrata.

Verdone appare ora un regista maturo che calibra bene l’alternanza fra i momenti comici e quelli drammatici, il tutto condito con quel tono dolce-amaro  che gli è così caratteristico. La comicità, sviluppata per quadri, è giocata tutto su una scelta felice di bravi caratteristi (i due esaminatori degli aspiranti cantautori) ma soprattutto nei duetti che Carlo Verdone e Paola Cortellesi riescono a imbastire (Paola che fa la finta rumena, la mimica degli amplessi per chi ascolta dall’altra parte del muro, la discussione sulle modalità del primo bacio). Si tratta di gag e quadri comici che non diventano mai prevalenti e non ostacolano l’avanzare fluido del racconto. Si resta perplessi solo alle sequenze di Luisa che esercita il mestiere di tagliateste: dopo il film Tra le nuvole con George Clooney, sarebbe stato difficile dire qualcosa di più sull’argomento e in effetti sembra di assistere a una brutta copia di quanto già visto nel film americano.

Carlo Verdone ha abbandonato da tempo il tema dei rapporti di coppia per concentrarsi, negli ultimi lavori, sulla difficoltà dei rapporti familiari: con gli ultimi Io, loro e Lara e Posti in piedi in Paradiso abbiamo assistito a un caravanserraglio  di parenti egoisti, avidi, sazi dei loro vizi  ma al contempo depressi e se entrambi i film approdano a un finale consolatorio, noi non restiamo consolati  perché  i protagonisti sembrano, come minore dei mali, cercare almeno di restare uniti e solidali fra di loro, in una forma di complice perdono reciproco più che approdare a una vittoria sulle loro debolezze.

In questo Sotto una buona stella ci troviamo di fronte a un Carlo Verdone un po’ diverso: il protagonista appare gentile e conciliante, dotato di pazienza e aperto alla speranza. Un padre che troppo egoisticamente ha abbandonato la propria famiglia, due figli sbandati e superficiali, riescono, a poco a poco, a seguito di una coabitazione forzata, a conoscersi meglio e a comprendersi. Federico riesce perfino a esaltare il valore dell’anima, quando deve difendere suo figlio, aspirante cantautore,dallo sbrigativo giudizio di due rozzi esaminatori.

Mentore di questa metamorfosi è la vicina di casa Lucia,  che consente a questa scombinata famiglia (ma anche lei ha un passato da dimenticare) di vedersi riflessa, con tutte le sue debolezze, in una donna in grado di trasferire serenità e dolcezza, quasi un surrogato della madre e moglie che a loro è venuta a mancare.

Un elogio particolare si merita Paola Cortellesi, qui molto ben diretta, che sa modulare la sua interpretazione alternando situazioni comiche a momenti di più intensa tristezza.

Non possiamo dire lo stesso dei due giovani, Lorenzo Richelmy e Tea Falco: sono sicuramente due bravi attori, ma sono stati ingabbiati nello stereotipo del giovane intellettuale alternativo, che Verdone non ha voluto o saputo approfondire, e essi sono rimasti semplicemente dei “diversi”, separati da lui da un gap generazionale incolmabile.

Da notare che appaiono nel film alcuni scorci di Roma molto belli, molto sentiti di quelli, oleografici, del recente La grande bellezza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN BOSS IN SALOTTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/08/2014 - 16:21
 
Titolo Originale: Un boss in salotto
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero
Produzione: Cattleya per Warner Bros
Durata: 90
Interpreti: Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Luca Argentero, Angela Finocchiaro, Ale e Franz

Siamo vicino a Bolzano e Cristina (Paola Cortellesi) è una moglie perfettina, dall’accento spiccatamente nordico, che spinge tutti i componenti della sua famiglia a essere i primi, a vincere, a “riuscire”. Afferma che vuole preparare loro un futuro. Sta spingendo il marito Michele (Luca Argentero) a ottenere la promozione a direttore marketing dell’azienda edile in cui lavora, il figlio adolescente Vittorio e la piccola Fortuna (sic!) a primeggiare. Finché non scopre che il fratello Ciro, che non vede e non sente da quindici anni, ha eletto casa sua come luogo per scontare gli arresti domiciliari in attesa di un processo: è sospettato di essere un capo camorrista… Scopriamo così, fra l’altro, che anche lei è napoletana e il suo vero nome era Carmela. Ma la presenza del fratello boss non deve intralciare il tentativo di Cristina/Carmela di fare amicizia con la famiglia Mainetti, i proprietari dell’azienda edile, il cui figlio è anche compagno di classe di Vittorio… Naturalmente, niente andrà per il verso giusto, fino alle estreme conseguenze finali, che riserveranno più di una sorpresa.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel finale viene riaffermato il valore della famiglia, anche di quella “imperfetta” come quella dei due protagonisti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune lievi volgarità verbali e visive
Giudizio Artistico 
 
Il film ha una sua simpatica piacevolezza, nonostante alcuni perdonabili difetti Una commedia gradevole che, sebbene sia in parte prevedibile in alcune gag, si lascia gustare da chi ha voglia di un po’ di semplice divertimento e di una buona prova d’attori
Testo Breve:

Luca Miniero, già autore di due film di successo come Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord, ritenta la carta Nord-Sud con questa gradevole e ben recitata commedia, che vede la ricomposizione di una insolita famiglia

Guardato con sospetto e degnazione dalla critica, ma premiato largamente dal pubblico (più di 5 milioni di incasso nei primi cinque giorni di programmazione), Un boss in salotto è una simpatica commedia che fa leva su due bravi attori italiani, Paola Cortellesi e Rocco Papaleo, contorniati da un efficace cast di supporto (oltre a un buon Luca Argentero, marito e padre debole e un po’ imbranato, come sempre è molto brava Angela Finocchiaro). A Miniero, che afferma di aver tirato fuori dal cassetto un soggetto scritto prima di girare Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord, si rimprovera di ricorrere per la terza volta al confronto Nord-Sud con contrapposizioni ormai stereotipiche…

Ma in realtà il film non si ferma lì e affronta – anche se in modo non particolarmente approfondito – una serie di altre questioni: la “faccia pulita” del Nord è davvero rispetto della legge o è solo un perbenismo di convenienza che all’occorrenza non esita a ricorrere a capitali sporchi? Fin dove è vigente davvero la giustizia e fin dove la legge del più forte?

Il personaggio di Cristina è quello che compie l’arco di trasformazione più significativo: inizia fingendo di essere un’altra e alla fine accetta il fratello e le proprie radici, tornando a chiedere che lui la chiami Carmela. Nel contempo, si accorge che non ha senso spingere tutti a cercare ossessivamente dei risultati che appaiono giustificati (per i figli) dalla parola magica “il vostro futuro”. E nel finale viene riaffermato il valore della famiglia, anche di quella “imperfetta” come quella di Michele e Cristina, fratello boss compreso.

Girato con qualche piccolo tocco creativo da Miniero e con una confezione ben curata, come tutti i film di Cattleya, il film ha una sua simpatica piacevolezza, nonostante alcuni perdonabili difetti (qualche disparità di tono, qualche lieve incongruenza nella trama). Insomma, non sarà un capolavoro, ma è una commedia gradevole che, sebbene sia in parte prevedibile in alcune gag (ma ha anche alcune sorprese interessanti nella linea narrativa), si lascia gustare da chi ha voglia di un po’ di semplice divertimento e di una buona prova d’attori. Quel tipo di film che dovrebbero essere l’ossatura di un’industria che funziona.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMERICAN HUSTLE L’APPARENZA INGANNA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/03/2014 - 15:23
Titolo Originale: American Hustle
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Eric Singer
Produzione: Annapurna Pictures/Atlas Entertainment
Durata: 135
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Jack Huston, Robert De Niro

New York, anni Settanta. Il truffatore Irving Rosenfeld e la sua partner (lavorativa e sentimentale) Sidney Prossert (che si spaccia per inglese con lo pseudonimo “Lady Edith”), vengono incastrati dall’agente dell’ FBI Richie Di Maso e costretti a impiegare le loro “arti” per incastrare altri delinquenti ma anche politici in odore di corruzione. Le cose si complicano quando Sidney inizia un gioco di seduzione con Richie e la gelosissima e instabile moglie di Irving, Rosalyn, viene coinvolta nella faccenda. Tra falsi sceicchi, politici corrotti e mafiosi dal grilletto facile, tutti cercano di fregare tutti e capire cosa è la verità e cosa l’apparenza diventa sempre più difficile…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi si dibattono in un’incertezza morale costante: l’inganno non è per loro solo un modo per fare soldi, quanto una dimensione esistenziale per costruire un altro se stesso che consenta loro di raggiungere i propri obiettivi immediati
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo parziale e a contenuto sessuale, turpiloquio, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
Il film è soprattutto una gran prova di ottimi attori e beneficia di una splendida colonna sonora ma la sceneggiatura mostra molte incertezze e fatica a riannodare i vari momenti della storia
Testo Breve:

Nella New York degli anni settanta un truffatore e la sua partener vengono incastrati da un agente dell’FBI e costretti a collaborare. Una grande prova di attori per una storia scombinata

Anarchico e folle quanto e più delle sue prove precedenti (la commedia romantica Il lato positivo e il dramma sportivo The boxer), l’ultimo film di David O. Russell (che firma anche la sceneggiatura) è innanzitutto una gran prova d’attori, cui il regista lascia spesso mano libera in una serie di scene madri, improvvisazioni quasi jazzistiche e numeri musicali (indimenticabili il ballo in discoteca tra Edith e Richie e la versione casalinga di Live and let die di Rosalyn) che ben giustificano l’inserimento della pellicola nella categoria “commedia e musical” ai Golden Globes di quest’anno.

Lo spunto della storia (ironicamente una didascalia iniziale ci informa che “alcuni degli avvenimenti rappresentati sono accaduti davvero”) è il caso “Abscam” (contrazione di “arab scam”, truffa araba, evidentemente all’epoca il politically correct non era tra le maggiori preoccupazioni dell’FBI), un’operazione che coinvolse agenti FBI e truffatori, volta ad incastrare politici corrotti tra New York e New Jersey. Ma la ricostruzione (per altro fantasiosa) del caso di cronaca non è di sicuro la priorità di Russell, che invece intreccia le vicende dei protagonisti per costruire un affresco in cui nessuno è mai quello che appare e  tutti lottano disperatamente per costruire una maschera adeguata ad affrontare il mondo, mentre quello di cui ognuno ha bisogno è trovare almeno una persona con cui essere se stesso senza paura.

Significativa la scena di apertura in cui Irving Rosenfeld (il truffatore ebreo che è il fulcro del complicato balletto di relazioni e imbrogli del film) sistema con assoluta concentrazione un complicato sistema di toupet e riporti, essenziale, evidentemente, all’immagine di sé che proietta sul mondo. Ma non si contano le scene in cui i protagonisti, uomini e donne, si “costruiscono” attraverso trucco, bigodini, vestiti e accessori. Di sicuro l’ambientazione anni Settanta, con il suo abbigliamento spregiudicato e a volte imbarazzante (basti pensare al ciuffo improbabile di Jeremy Renner nei panni del sindaco italoamericano Carmine Polito, ai ricci dell’agente Di Maso, ottenuti con dei mini bigodini rosa, o alle camice aperte su petti maschili villosi e ornati di monili d’oro…) si presta ad enfatizzare questa commedia di travestimenti in cui il gioco tra quello che si è e quello che si pretende di essere per sopravvivere è continuo e caotico. L’inganno non è solo, e sicuramente non principalmente, un modo per fare soldi, quanto una dimensione esistenziale in cui più o meno tutti i protagonisti si calano nell’impossibile compito di costruire un altro se stesso che consenta loro di raggiungere i propri obiettivi immediati, ma soprattutto, come dichiara a un certo punto Rosalyn con disarmante sincerità, di essere felici.

La confusione regna sovrana (specie nella prima parte, va detto, un po’ anche nella sceneggiatura, che si perde tra atmosfere e personaggi finché il plot non prende una direzione chiara), e i personaggi si dibattono in un’incertezza morale costante. Irving è un uomo che ha scelto consapevolmente la “strada sbagliata” per darsi delle certezze, ma è anche lo stesso uomo che ha sposato una ragazza madre e fa da padre a suo figlio e proprio per amore di quel bambino si rifiuta di scappare dagli Stati Uniti quando viene incastrato, causando le ire della sua amante appassionata. Edith/Sidney è una seduttrice di professione, vendicativa e selvaggia, ma anche una donna fragile e intelligente, capace di slancio e sacrificio; la moglie tradita Rosalyn è anche una manipolatrice passivo-aggressiva e una mina vagante pericolosissima; il sindaco corrotto Polito si dimostra anche un uomo dal cuore grande. Anzi, la sincerità con cui si impegna per i suoi cittadini, la disponibilità con cui apre a Irving le porte del suo mondo, il regalo inaspettato di un microonde colpiscono anche lo sgamato truffatore e lo spingono ad un imprevisto cambio di rotta. E, a ben guardare, anche tutta l’operazione dell’FBI escogitata da De Maso più che colpire la corruzione esistente sembra puntare a creare il crimine per poi sanzionarlo e dare a Richie lo statuto di eroe che in casa gli è negato.

Nessuno è mai del tutto onesto, nessuno è mai, sospettiamo, del tutto mentalmente sano in questo mondo, ma c’è del metodo nella follia e il calore e l’energia che muove tutti quanti finisce per conquistare anche lo spettatore più recalcitrante (complice anche una splendida colonna sonora), rendendolo indulgente verso le incertezze della trama.

American Hustle ha il fascino delle vecchie commedie di imbrogli (quando gli imbrogli, in fondo, sembravano riguardare solo gli imbroglioni e gli avidi che ne diventavano le vittime, e per questo tutto sommato facevano simpatia), anche se non il loro impeccabile meccanismo ad orologeria, ma compensa con una buona dose di simpatia umana, che scatta, a sorpresa, anche quando i protagonisti compiono scelte inaspettate e talora davvero moralmente discutibili. Ma è proprio l’anelito sincero a uscire, almeno una volta, dalla finzione per toccare la verità ed esserne toccati, quello stesso anelito che li rende vulnerabili e li fa sbagliare, in modo eccessivo e plateale, a rendere impossibile non volergli bene almeno un po’.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMA RUOTA DEL CARRO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/15/2013 - 17:03
Titolo Originale: L'ultima ruota del carro
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giovanni veronesi
Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna, Ernesto Fioretti
Produzione: Fandango, Warner Bros Entertainment Italia
Durata: 113
Interpreti: Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastronardi

Ernesto non completa gli studi perché il padre lo prende a lavorare con sè come tappezziere. Cresciuto, lascia il padre che non lo ha mai valorizzato per mettersi in proprio come autotrasportatore assieme al suo amico Giacinto. Ernesto si sposa con Angela, hanno un figlio e la loro vita scorre serena, mentre la storia d’Italia degli ultimi decenni scorre sul loro televisore di casa. Un affaticamento alla schiena lo costringe a lasciare la sua impresa per accettare un posto nell’amministrazione di un’azienda legata al Partito Socialista. Ma è il periodo di tangentopoli ed Ernesto sta firmando troppe carte compromettenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel racconto di unità familiare dove una coppia sa restare sempre unita anche nei momenti più difficili
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche sgradevole scena con riferimenti sessuali, una rapida scena di incontro sessuale, espressioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti gli attori ma la sceneggiatura mostra alcune incongruenze e il racconto è più semplice e minimalista dell’impegno di critica sociale che il racconto sembrava promettere all’inizio
Testo Breve:

La  semplice vita di Ernesto e di sua moglie scorre serena mentre i grandi eventi degli ultimi quarant’anni della storia italiana si susseguono senza scalfire la loro onestà e fedeltà matrimoniale

Il film ha un obiettivo ambizioso: raccontare quarant’anni della recente storia italiana facendo perno su alcuni eventi-simbolo (la vincita al campionato di calcio del 1982, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, le monetine lanciate a Craxi, l’ascesa di Berlusconi) attraverso lo scorrere parallelo della semplice vita di un uomo qualunque, spesso ingenuo ma sempre onesto.

Il film fallisce sia nel riscostruire la realtà socio-politica italiana che nel raccontare la cronaca familiare del tappezziere/trasportatore Ernesto Fioretti.

La cronaca degli anni ‘60-2010  scivola via  velocemente in un modo estremamente qualunquista (in questo simile al recente  Viva l’Italia!): ricorda l’esigenza inderogabile di farsi raccomandare per ottenere un lavoro al comune, la tangentopoli del periodo craxiano, le attenzioni di  Berlusconi per le giovani ragazze del suo partito. Tutto vero, ma il modo con cui il film accenna a questi eventi non genera nessuna positiva provocazione se non la banale conclusione che politica e corruzione sono la stessa cosa.  Non giova certo ricordare la miniserie TV La meglio gioventù, dove, indipendentemente dal giudizio che si vuol dare all’angolazione politica assunta dagli sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, viene fatta un’analisi degli gli ultimi decenni della storia italiana con un ben diverso spessore.

La storia privata di Ernesto Fioretti ha anch’essa un punto debole: risente del problema che si trovano ad affrontare tutti i registi/sceneggiatori ogni volta che debbono tracciare la biografia di una persona a loro cara (basti ricordare come era stata idealizzata la figura di Mannina nel film Baaria di Giuseppe Tornatore, che raffigurava la madre del regista da giovane). Ernesto Fioretti non è un personaggio inventato ma uno reale e ben conosciuto dal regista Veronesi, perché è stato suo autista così come di molti altri registi e attori del cinema italiano. Questa figura di uomo semplice ma sempre onesto, spesso  ingenuo e impotente di fronte alle furbizie degli altri (un novello Candide o un Forrest Gump italiano) risulta talmente idealizzato che il film appare più che un racconto di fatti reali pubblici e privati, una apologo morale.

Peccato, perché gli attori sono molto bravi, la figura del pittore d’avanguardia interpretato da Alessandro  Haber è la più originale ma soprattutto, anno dopo anno, risalta la vera “ricchezza” del film: l’ amore immutato fra Ernesto e sua moglie Angela.

Un rapporto molto sbilanciato dalla parte di lei: se nelle relazioni esterne è Ernesto che riesce a tenere lontana la famiglia, con la sua correttezza e onestà, da ambienti inquinati, è sempre Angela che regala al marito la sua fiducia incondizionata ogni volta che Ernesto è costretto a iniziare una nuova attività.

La sceneggiatura risente di alcune incongruenze che indeboliscono ulteriormente il racconto: il padre di lui, esigente nei suoi confronti e molto presente nella prima parte, a un certo punto scompare; il timore per un ghepardo presente in un giardino che poi non si vede mai; l’incertezza sulla diagnosi di un presunto cancro ai polmoni del protagonista che forse è stata sbagliata (quindi lo sceneggiatore sembra aver voluto aggiungere il tema della malasanità)  oppure si è trattato di un pietosa bugia da parte del dottore.

Complessivamente un film minimalista con belle espressioni di unità familiare che ha più il tono di una favola che quella di una  denuncia sociale

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME TI SPACCIO LA FAMIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/12/2013 - 10:57
Titolo Originale: We're the Millers
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Rawson Marshall Thurber
Sceneggiatura: John Morris (II) Sean Anders Steve Faber Bob Fisher
Produzione: BENDERSPINK, W LINE CINEMA, VINCENT NEWMAN ENTERTAINMENT
Durata: 110
Interpreti: Jason Sudeikis, Jennifer Aniston, Will Poulter, Emma Roberts

David, uno spacciatore di mezza tacca, finisce per venir rapinato dei ricavi della giornata e per pareggiare il debito con il suo boss deve accettare un incarico molto pericoloso: andare in Messico con un camper e ritornare attraversando la frontiera con un grosso carico di cocaina. Per passare inosservato, David non trova altra soluzione che far finta di essere il padre di una tranquilla famiglia in vacanza. Ha bisogno quindi di una donna che assuma il ruolo di moglie e di due adolescenti che simuleranno di essere suoi figli. La spogliarellista Rose, la ladruncola Casey e l’ingenuo Kenny finiscono per accettare ma non sanno a quali avventure andranno incontro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare, in forma paradossale, i valori insostituibili della famiglia ma lo fa attraverso un turpiloquio continuo e un atteggiamento troppo disinvolto nei confronti del traffico di stupefacenti
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio ininterrotto. Continue e pesanti allusioni sessuali. Atteggiamento disinvolto nei confronti dello spaccio di droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è pieno di trovate divertenti, i personaggi sono tutti indovinati ma il dialogo è talmente sessuocentrico che finisce di appesantire invece che liberare la potenzialità comica della storia
Testo Breve:

La storia non molto originale di una finta famiglia che deve importare dal Messico una partita di droga. Racconto divertente ma appesantito da ininterrotte allusioni sessuali.

La famiglia non esiste più, ma della famiglia non si  può fare a meno e bisogna reinventarla.  Può essere questa  la conclusione  di un film che fa arrabbiare, come oramai lo fanno tutte le commedie d'oltre Atlantico: il linguaggio è ininterrottamente volgare con continui riferimenti sessuali ma la visione della  famiglia è complessivamente positiva. Sembra quasi di assistere a una inversione di logica: il pudore e il timore vengono percepiti in quelle brevi sequenze dove i protagonisti esprimono i loro affetti; per il resto della storia indossano l’abito di ogni giorno, quello della scurrilità.

Tutto il film (e la comicità che esprime) è improntato su questo cambio di prospettiva. I principali protagonisti hanno mestieri che ruotano intorno al sesso e alla droga, non per vocazione ma perché sembra questo l'unico modo accettabile oggi per sbarcare il lunario, anche  se tutti conservano in qualche anfratto del loro cuore un grammo di purezza incontaminata. David è uno spacciatore di droga al dettaglio, un amabile mestiere che gli consente di fare tante simpatiche conoscenze ma quando la sera si accorge che una ragazza sta per esser rapinata da dei teppisti, non esita ad intervenire. Rose è una spogliarellista, sa  come interessare i propri clienti ma si  licenzia appena il padrone del locale le chiede di accettare proposte di prestazioni sessuali a pagamento. I due adolescenti  che li accompagnano, Kenny e  Casey (quest’ultima vive di furti per strada) sembrano non avere alcuna famiglia alle spalle, concentrati solo sui loro problemi ma sapranno aiutarsi a vicenda nei momenti di difficoltà. Il linguaggio diretto e sessualmente disinibito di Casey (in particolare nella scena che si svolge sull’aereo) sembra essere, più che l’espressione di qualcosa di vissuto, un semplice “io sono in”.

Con queste premesse e con questi strani personaggi, il film inizia ad imbastire un racconto on the road, dove i rischi e gli  incidenti (si da il caso che trasportino sul loro camper tanta droga da saturare il mercato statunitense) che si susseguono costituiscono l’occasione per molte situazioni particolarmente divertenti. L’aspetto più originale della storia si trova però altrove,  nel flusso ininterrotto di parole che si scambiano i protagonisti, pronti ad ogni litigio a sciogliere la loro finta famiglia ma anche pronti a ritrovarsi, quasi che quella famiglia di facciata fosse invece reale (We’are the Millers è il titolo originale, molto più indovinato).

Anche se progressivamente il film si avvia verso il ristabilimento dell’ ordine costituito, non c’è da aspettarsi riferimenti a particolari  valori universali;  quando i componenti della famiglia Miller cercano di aiutarsi fra loro, il tema dominante continua ad essere unicamente la sessualità. Se Kenny non sa ancora baciare, ci penseranno Casey e Rose; se Casey si sceglie un ragazzo poco affidabile, ci penseranno la “mamma” Rose e il “fratello” Kenny.

L’incontro con una “famiglia perfetta” anch'essa in gita turistica con il camper (un padre una madre amorevolmente uniti, una figlia ubbidiente)  serve ancora una volta per mostrare quanto questo mito sia ormai lontano. Come scopriranno David e Rosie, questi simpatici coniugi “veri” hanno un unico, essenziale prolema: ritrovare l’affiatamento sessuale di una volta.

Il film è divertente, grazie a una sceneggiatura spumeggiante e piena di trovate, gli attori sono tutti bravi (un po’ sotto tono la Jennifer Aniston) ma il sessuocentrismo della storia finisce per imprigionare  il racconto sotto una cappa soffocante. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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L'INTREPIDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/04/2013 - 06:47
Titolo Originale: L'intrepido
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Lantieri
Produzione: PALOMAR CON RAI CINEMA
Durata: 104
Interpreti: Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli

Milano. Il bonario Antonio Pane lavora come tappabuchi. Quando qualcuno ha bisogno di qualche ora o giornata libera ma non può prendersi ferie, Antonio – che è in grado di svolgere qualunque tipo di mansione – lo sostituisce. Un giorno operaio in un cantiere, il giorno dopo tramviere, il giorno dopo ancora fattorino per una pizzeria, Antonio fa quello che c’è da fare senza lamentarsi, raccontando solo parte della verità al sensibile figlio Ivo, sassofonista di talento ma altrettanto precario. Un giorno, partecipando a un concorso pubblico, Antonio incontra Lucia, una ragazza introversa con cui stringe amicizia, decidendo di condividere il suo segreto. Giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro, Antonio sembra stabile nel suo equilibrio ma si scontra con i drammi di una generazione, quella di suo figlio e di Lucia, che sembra meno attrezzata della sua a incassare le botte della vita.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta un bel rapporto fra padre e figlio, ma chi è buono sembra soccombere rassegnato
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene drammatiche e deprimenti. Nudità sui alcuni manifesti
Giudizio Artistico 
 
Per chi ha amato i film precedenti di Gianni Amelio questo film delude, in una quasi totale assenza di trama: s’inerpica sull’accidentato sentiero delle metafore e asciuga la narrazione fino quasi a seccarla
Testo Breve:

Il bonario Antonio Pane lavora come tappabuchi sostituendo chi ha bisogno di qualche ora libera. Un film di Gianni Amelio deludente e senza trama. I buoni  soccombono rassegnati

È pervaso da un umore malinconico questo film che, sulle prime, sembra essere una risposta alla crisi in chiave di commedia surreale; poi, con sgomento, si apre al dramma personale e alla tragedia; infine, cerca di recuperare un equilibrio congedando lo spettatore con un sorriso di speranza. Per chi ha amato i film precedenti di Gianni Amelio, comunque, una piena delusione. È un brutto segno quando Amelio dà ai suoi personaggi nomi programmatici. Era già successo con il film La stella che non c’è il cui protagonista si chiamava Vincenzo Buonavolontà. Succede qui con l’intrepido Antonio Albanese, ribattezzato a scanso di equivoci Antonio Pane (nome che, ai fan di Totò, ricorda l’Antonio Bonocore della Banda degli onesti). È un brutto segno perché quando Amelio ricorre al nomen omen (proprio come nella Stella che non c’è), s’inerpica anche sull’accidentato sentiero delle metafore e asciuga la narrazione fino quasi a seccarla.

Da sempre Amelio ha fatto della sottrazione narrativa uno strumento per arrivare all’essenzialità delle emozioni ma la quasi totale assenza di trama, in questo caso, ha come unico effetto boomerang quello di disorientare. Non è neanche vero, nonostante le citazioni letterali, che il protagonista sia un personaggio chapliniano, à la Charlot, com’è stato detto e scritto. Non basta essere buoni come il pane per essere chapliniani: Charlot poteva anche finire sconfitto dalle avversità ma non prima di essersi battuto. L’intrepido del titolo, invece, nonostante la buona lena e lo spirito d’iniziativa, soccombe con rassegnazione e sguardo triste, qualunque cosa gli capiti. Mai era capitato a Charlot di restare senza argomenti di fronte alla protervia dei potenti. Se la storia è l’anima di ogni film, e il conflitto è l’anima di ogni storia, molto semplicemente all’autore, più che esplorare i possibili spunti narrativi innescabili da un conflitto, interessa elevare una voce flebile in difesa della dignità dei singoli, delle brave persone, dei padri che amano i figli.

Lo sguardo di Amelio si riconosce proprio (e soltanto) qui, nella descrizione delicata e sincera di un bel rapporto tra padre e figlio (un tema primario che attraversa le opere recenti della sua filmografia, come Le chiavi di casa e Il primo uomo). Nei volti giovani degli attori esordienti Gabriele Rendina e Livia Rossi, e nella caratterizzazione dei loro personaggi (il figlio sassofonista e la ragazza sfortunata), il film trova qualche scampolo di verità, anche se poi la sceneggiatura non vuole andare a fondo di nessuna questione. L’episodio che chiude il film, però, consegna una certezza: che si può cambiare mestiere tutti i giorni, anche più volte al giorno, ma ciò che rimane insostituibile è il ruolo di padre.

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PARENTAL GUIDANCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/08/2013 - 15:38
 
Titolo Originale: Parental Guidance
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andy Fickman
Sceneggiatura: Lisa Addario Joe Syracuse
Produzione: CHERNIN ENTERTAINMENT, WALDEN MEDIA
Interpreti: Billy Crystal, Bette Midler, Marisa Tomei, Tom Everett Scott

Artie non fa a tempo a riprendersi dalla umiliazione di esser stato licenziato come commentatore sportivo (il suo stile è ormai antiquato) che viene invitato assieme a sua moglie Diane ad accudire i loro tre nipotini per qualche giorno mentre la figlia Alice accompagna il marito Phil a una convention. L’impegno si mostra subito arduo, visto che la dodicenne Harper vuole andare a una festa dove c’è un ragazzo che le interessa, Turner di 8 è affetto da balbuzie mentre il piccolo Barker di 5 passa il tempo a parlare con un amico inesistente….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due nonni sanno prendersi cura dei loro nipoti e risolvere i loro problemi
Pubblico 
Tutti
Un casting di bravi attori rende brioso il racconto, ma c'è un eccesso di zucchero e di prevedibilità
Testo Breve:

Artie e Diane debbono fare da babysitter per qualche giorno ai nipoti che non vedono da quasi un anno. Un divertente family film che però  non mantiene tutte le promesse

Fino a che punto è giusto esercitare il mestiere dei nonni, sopratutto quando occorre accudire integralmente per qualche giorno i nipotini evitando  di  trattarli come piacerebbe  a loro ma secondo le direttive imposte loro dai  genitori?

Come si fa a ingraziarsi la simpatia dei nipoti, soprattutto quando sono quasi 10 mesi che non li vedono e sono molto più affezionati agli “altri” nonni?

Sono temi interessanti per molti di noi ed  è così che esordisce questo family film che affronta i problemi tipici del confronto di tre generazioni e dell’incompatibilità fra vecchi e nuovi metodi educativi.

In effetti i vincoli di comportamento che ricevono i nonni Artie e Diane nei confronti dei nipoti sono alquanto stringenti: non dar loro alcun cibo che contenga zucchero, non dire loro mai “no” ma “considera le conseguenze”; mai dire “non farlo” ma “forse dovresti provarlo”: non debbono assistere né partecipare ad alcuna forma di violenza neanche  verbale e se giocano a baseball bisogna essere sicuri che nessuno venga espulso né che qualcuno venga considerato il vincitore, per non creare atteggiamenti conflittuali. Come se non bastasse, all’interno di una maglia comportamentale così stretta, i nonni vorrebbero anche riuscire a farsi voler bene, perché sono ai loro occhi due persone assolutamente sconosciute.

E’ questa la parte iniziale del film che è forse la più interessante, perché i problemi che mettono in campo sono reali e condivisibili; purtroppo, nello sviluppo della storia, le conseguenze di tali difficili premesse, cioè le situazioni comiche in cui si va a cacciare Billy Cristal, sono tanto esagerate quanto irrimediabilmente prevedibili.

Alla fine, con i metodi più antichi di questo mondo, con una torta coperta di glassa, con l’acquisto di un vestito carino per la dodicenne che deve fare bella figura a una festa, con la minaccia di qualche sculacciata al pestifero Barker, lo svelamento di qualche trucco professionale del nonno, speaker di professione, al balbuziente Turner e infine giocando tutti insieme in giardino a prendere a calci un barattolo, i nonni riescono a conquistarsi i nipoti e a risolvere molti dei loro problemi. Resta ancora da convincere mamma Alice, affezionata ai suoi metodi didattici ma Artie, operando in lei un tuffo sentimentale nel suo passato da ragazzina, riesce a farle ricordare quanto non fosse molto diversa dai suoi bambini di oggi.

Le  moderne ma fredde teorie pedagogiche che cercano di costruire un mondo ideale che non esiste vengono alla fine sconfitti dal più antico dei metodi: crescere sentendosi amati e costruendosi una salda fiducia in se stessi, cercando di scoprire (realisticamente) le proprie capacità.

Si ride in questo film ma l’urgenza del lieto fine rende la confezione troppo zuccherosa. Il pregio maggiore e la rappresentazione di un genuino affiatamento fra nonni, genitori e nipoti.

Un film simile non va visto solo dai soli bambini né solo dagli adulti ma tutte e tre le generazioni insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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