Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

SOLDADO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/17/2018 - 14:02
Titolo Originale: Soldado
Paese: USA, ITALIA
Anno: 2018
Regia: Stefano Sollima
Sceneggiatura: Taylor Sheridan
Produzione: BASIL IWANYK, EDWARD L.MCDONNELL, MOLLY SMITH, THAD LUCKINBILL, TRENT LUCKINBILL PER BLACK LABEL MEDIA, LEONE FILM GROUP, RAI CINEMA, LIONSGATE ENTERTAINMENT, THUNDER ROAD PICTURES
Durata: 124
Interpreti: Josh Brolin, Benicio Del Toro, Isabela Moner,

L’agente Matt Graver, specializzato nell’usare metodi sporchi per risolvere problemi sporchi, scopre che la frontiera messicana è diventata la porta attraverso la quale, con l’aiuto dei cartelli della droga, terroristi islamici penetrano negli Stati Uniti per compiere attentati. Il governo americano gli affida una missione estremamente riservata: rapire in incognito Isabel Reyes, la figlia diciassettenne di uno dei boss messicani della droga, per scatenare una guerra fra cartelli con lo scopo di indebolirli. Per un compito così delicato Matt si rivolge a Alejandro che avrà, come contropartita, il via libera a vendicarsi della morte dei suoi familiari per opera della malavita. L’operazione inizia con il supporto dei servizi segreti americani ma non tutto si svolge secondo i piani…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ci sono molte uccisioni a sangue freddo ma si intravede anche chi è disposto a rischiare la vita per una giusta causa
Pubblico 
Adolescenti
Violenza nei limiti del genere, senza dettagli cruenti
Giudizio Artistico 
 
Stefano Sollima ha modo di mostrare la sua bravura nello sviluppare una trama piena di colpi di scena senza trascurare lo sviluppo delle personalità dei protagonisti. Alcune incoerenze e complessità non necessarie nella sceneggiatura
Testo Breve:

Questo sequel del film Il sicario, sui cartelli della droga messicana, è meno cruento del precedente e beneficia della firma del nostro regista Stefano Sollima, esperto nello sviluppo di action movie dove c’è molto da sparare

Non può che farci piacere la scelta di Stefano Sollima alla sedia di regista per un film hollywoodiano al 100% come questo.  Il nostro si era fatto conoscere oltre oceano soprattutto per le fiction Suburra  e Gomorra. E' comprensibile che abbia detto si a questa storia incentrata sulla lotta ai cartelli della droga, che ricalca la geografia e i contesti violenti del precedente Sicario. Il deserto che si interpone fra il Messico e gli Stati Uniti è anche il contesto ideale per riesumare le ambientazioni selvagge dei Western di una volta dove allora come ora, non ci sono leggi da seguire ma ognuno in coscienza decide cosa è giusto e cosa non lo è, per sconfiggere potenze del male particolarmente agguerrite.

I temi trattati, tutti attuali, contribuiscono a sollecitare l’interesse per la storia narrata: le sequenze dove vediamo immigrati clandestini che si mettono nelle mani di approfittatori che promettono loro il paradiso oltre confine, tolgono loro tutti i risparmi e li trattano, come loro stessi dicono, come stupide pecore, non può che richiamare alla mente, per noi europei, i barconi gonfi di clandestini che solcano ogni giorno il Mediterraneo. Anche il fanatismo di chi si fa saltare in aria uccidendo persone inermi viene ricordato in una terribile sequenza iniziale e serve a sottolineare che la storia raccontata non è di pura fantasia ma si basa su presupposti molto realistici.

La sceneggiatura ha alcune incongruenze (alcuni morti non sono poi così morti) e salta troppo da una parte all’altra del globo ma per fortuna interviene la professionalità di Sollima a dare consistenza al tutto.

Le scene di combattimento sono molte ma essenziali, senza compiacimenti e rispecchiano i presupposti iniziali: la lotta alla malavita della droga e al terrorismo islamico deve porre in campo tutta l’efficienza tecnologica americana (in questo sì, c’è compiacimento) e occorre agire con fredda determinazione. Su questo sfondo crudo e senz’anima interviene l’abilità del regista che fa risaltare, come in un bassorilievo, dei personaggi che hanno una coscienza, che non accettano di fare ciò che viene loro comandato.  Ecco Alejandro che si rifiuta di sopprimere la prigioniera, Matt che si preoccupa per il suo amico ma è soprattutto nella definizione dei protagonisti adolescenti che si concentra l’attenzione del regista. Isabel, a cui Sollima regala alcuni intensi primi piani, ci viene presentata con un carattere orgoglioso e ribelle, in una delle sequenze iniziali nel collegio dove studia ma sa anche trasformare il suo giudizio a mostrarsi generosa quando si accorge che colui che l’ha rapita è lo stesso che ora vuole salvarla. Più complessa è la figura del giovane  Miguel, che cede alla tentazione di facili guadagni mettendosi al servizio delle bande che guidano i clandestini oltre il confine messicano. Anche lui .si trova di fronte a un serio caso di coscienza ma è probabile che ne vedremo i pieni sviluppi nel terzo film della serie.

Nel complesso un action movie teso, ben realizzato, che non trascura di far trapelare incertezze molto umane dalle rigide regole di comportamento che debbono rispettare chi viola la legge ma anche chi la deve difendere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN AFFARE DI FAMIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2018 - 15:09
Titolo Originale: Manbiki kazoku
Paese: Giappone
Anno: 2018
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PROMOTION, FUJI TELEVISION NETWORK, GAGA
Durata: 121
Interpreti: Kirin Kiki, Lily Franky, Sakura Andô ,

In una baracca vivono cinque persone con relazioni simil-familiari, nel senso che non c’è fra tutti un vero legame naturale ma solo affettivo. C’è “la nonna” (Hatsue), “un padre” (Osamu), “una madre” (Nobuyo), la nipote maggiorenne di Hatsue (Aki) e due “figli” più piccoli: un maschio (Shota) e una bambina (Juri). In realtà Shota e Juri sono due trovatelli che Osamu ha addestrato a compiere furti nei supermercati per trovare sempre qualcosa da mangiare per la “famiglia”. Tutti hanno convenienza a vivere nella stessa baracca perché se Osamu procura loro da mangiare, la “nonna” Hatsue beneficia della pensione del marito morto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ci propone un’etica puramente individualista e utilitarista, chiusa all’interno di un micronucleo familiare. Per fortuna due personaggi riescono a riscattarsi
Pubblico 
Adolescenti
Un scena con nudità. Comportamenti diseducativi
Giudizio Artistico 
 
Kore-Eda sviluppa il racconto con una cura impeccabile nelle inquarature e nel dettagliare i rapporti fra i protagonisti. Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018
Testo Breve:

Una famiglia del proletariato giapponese, molto unita,  vive di piccoli furti e imbrogli. Un racconto sulle debolezze umane con un piccolo riscatto finale

Quando lo spettatore inizia a seguire questa insolita, numerosa famiglia che riesce incredibilmente a vivere con serenità in spazi limitati fra mille oggetti distribuiti senza un ordine apparente (ma la nonna trova sempre tutto) cerca di comprendere  quale sia il messsaggio principale che il regista Kore-Eda ha voluto trasmetterci. E’ probabile che si stia assistendo a un film di denuncia sociale, un racconto realistico su come viva il proletariato giapponese (il padre Osamu fa l’operaio di cantiere su chiamata, la mamma Nobuio è una operaria-stiratrice in una ditta di pulizie, mentre la nipote Aki si presta a spogliarsi come ragazza di vetrina in un locale per soli uomini). Questa prima ipotesi interpretativa si eclissa rapidamente: man mano che scopriamo di trovarci di fronte a una famiglia più “virtuale” che reale, vengono alla mente altri film dell’autore che si era già interrogato su cosa voglia realmente dire essere padre, madre o figlio. Emblematico è stato Father and son dove uno scambio in culla di due neonati costringe due famiglie ad accogliere un ragazzo sconosciuto come il proprio figlio e a domandarsi se la paternità sia un fatto naturale o esclusivamente affettivo. Ritratto di famiglia con tempesta cerca di sondare la resistenza dei legami familiari anche quando si ha a che fare con un padre poco responsabile e con una coppia che si è irrimediabimente separata. Little Sister è invece, in modo più diretto, un sostegno al concetto di  famiglia allargata: due ragazze accolgono fra loro la sorellastra, frutto di una relazione del padre con una seconda moglie. Anche in quest’ultimo  Un affare di famiglia, la “madre” Nobuyo che, non ha potuto avere figli ma che alleva con amore i due trovatelli, si domanda: “si è madri solo perché si partorisce?”.

Eppure, il tema della famiglia, pur così importante per il regista,  non costituisce ancora l’essenza di questo film che affronta un tema di ben più ampio respiro, squisitamente etico.

La famiglia che ci viene presentata è incantevole: ognuno è gentile e comprensivo verso l’altro, scherzano serenamente quando si ritrovano tutti a tavola,  affrontano con serenità anche le sventure che vengono sempre compartecipate. In realtà è proprio l’appartenere a questa famiglia sui generis , accettare la sua micro-cultura, che costituisce un forte limite per i suoi componenti, che si sono costruiti un sistema di valori di loro esclusiva convenienza. Il “padre” Osamu non ha esitato  ad addestrare i due orfanelli a rubare, per il “bene della famiglia”; in fondo, spiega ai ragazzi: “le merci al supermercato non sono di nessuno”. Osamu e Nobuyo hanno preso in casa la piccola Juri e non si sono preoccupati di cercare i suoi genitori: “noi non l’abbiamo rapita – si giustificano – non abbiamo chiesto un riscatto, le abbiamo dato da mangiare”. Quando muore la nonna, gli altri componenti della famiglia non si preoccupano di organizzare un funerale ma la sotterrano sotto il pavimento della baracca dove vivono. “Noi non l’abbiamo abbandonata, l’abbiamo accolta”: così si giustifica Nobuyo davanti alla poliziotta che le contesta il reato di sottrazione di cadavere.

Kore-Eda ci sta proponendo un’etica individualista, anzi un’etica chiusa all’interno di una famiglia, dove ogni comportamento trova la sua giusticazione con una logica strettamente immanente a quel microcosmo,  incapace di trascendere verso il resto della società a cui loro stessi appartengono con senso di responsabilità e di giustizia. Il film, verso la fine, subisce un brusco cambio di scena e compare l’altra società, quella ufficiale, giusta, ordinata, simboleggiata anche dall’eleganza e la giovanile bellezza del commissario che svolge le indagini su questa strana famiglia. L’autore non sembra, alla fine, mostrare preferenze fra queste due diverse visioni della vita, quasi fosse giusta la loro coesistenza, la prima adatta a un  microcosmo familiare , la seconda come un inevitabile impegno, necessario per gestire rapporti interpersonali più ampi.

Per fortuna il film trasmette due chiari messaggi positivi: la decisione del piccolo Shota, che sceglie di vivere “dall’altra parte” appena comprende che sta diventando grande e la trasformazione di Nobuyo, che si accorge di come il desiderio di maternità da lei coltivato  sia stato solo egoistico: l’amore di una vera madre si esprime non nel voler bene ma nel cercare il “bene” del figlio, anche quando questo comporta il suo allontanamento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUASI NEMICI - L'IMPORTANTE E' AVERE RAGIONE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/07/2018 - 16:38
Titolo Originale: Le Brio
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Yvan Attal
Sceneggiatura: Yaël Langmann, Bryan Marciano, Yvan Attal, Victor Saint-Macary, Noé Debré
Produzione: CHAPTER 2, MOONSHAKER, FRANCE 2 CINÉMA, CN6 PRODUCTIONS, PATHÉ, NEXUS FACTORY, UMEDIA
Durata: 95
Interpreti: Camélia Jordana, Daniel Auteuil

La Pantheon Assas è la prima università francese in discipline giuridiche e Neïla Salah, una ragazza di origine araba che vive nella banlieue parigina, arriva in ritardo alla sua prima lezione, quella tenuta dal prof Pierre Mazard, noto per i suoi modi sprezzanti. Indispettito dal ritardo della ragazza, nasce fra loro un battibecco durante il quale il professore finisce per tradire un atteggiamento razzista. Mazard viene convocato dal preside dell’Assas: la scena è stata registrata dagli studenti e il gesto del professore rischia di andare a discredito di tutta l’Università. Mazard ha un solo modo per farsi perdonare: preparare proprio Neïla al prossimo concorso di retorica che si tiene ogni anno fra le università francesi e aiutarla a vincere. Mazard accetta a malincuore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’incontro-scontro fra una studentessa e un professore, molto diversi fra loro, come età, come origine e come carattere, diventerà occasione di arricchimento umano per entrambi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un rapido accenno a rapporti prematrimoniali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti, regia impeccabile. La sceneggiatura di dialoghi brillanti e arguti, secondo lo stile del cinema francese.
Testo Breve:

Un professore scostante e cinico e una studentessa immigrata, orgogliosa e appassionata, si trovano a lavorare insieme per vincere una gara di oratoria. Un bello scontro di idee e di umanità

Le gare di oratoria fra studenti universitari sono indubbiamente affascinanti. Lo ha compreso bene il cinema, che è tornato più volte su questo argomento, soprattutto quello americano e francese. Tutte le opere realizzate hanno sottolineato un aspetto: queste sfide sull’arte del parlare al pubblico si trasformano in trampolini di lancio per i giovani più dotati in quest’arte ma soprattutto un riscatto dalla propria condizione sociale. Lo ha mostrato The great Debaters, rifacendosi a una storia vera degli anni ’30, quando un gruppo di studenti di un college di soli afroamericani riuscì a battere, perla prima volta, le più titolate università per bianchi. Il recentissimo A voce Alta ci ha raccontato come si svolge la gara di eloquenza che ogni anno si tiene all’università di st Denis: anche in questo caso giovani di varie razze e condizione sociale si sfidano su chi ha più potere di convinzione; un modo per mostrare non solo la propria preparazione ma anche la profondità del proprio pensiero.

Questo Quasi Nemici si mantiene sulla stessa linea: una ragazza figlia di immigrati, iscritta a una delle più prestigiose università parigine, finisce per accettare, per assecondare le proprie ambizioni, di venir preparata alla gara proprio da quel professore che l’aveva trattata con superiore sufficienza in un’aula gremita di studenti.

Si parla molto dell’arte della retorica nel film, basandosi soprattutto al lavoro di Arthur Schopenhauer: L’arte di ottenere ragione: 33 suggerimenti sulla dialettica da adottare per prevalere, con furbizia e destrezza, sul proprio antagonista. Per quel che riguarda la verità, come sottolinea il professore: “Je m'en fiche”. Questo cinismo, formalmente dichiarato, prevedibile nella terra dell’Illuminismo, verrà in seguito ridimensionato e le stesse regole per avere successo in oratoria che vengono descritte in dettaglio lungo tutto il film, finiranno per mostrare i loro limiti di fronte alla superiore importanza dei rapporti interpersonali che debbono sempre essere improntati al rispetto e alla fiducia reciproca.

Ma i contrasti più interessanti che si sviluppano nel film non sono i confronti dialettici che la ragazza deve sostenere contro studenti di diverse università della Francia, affrontati da lei con sempre maggiore perizia, ma sono quelli che scaturiscono dall’incontro-scontro fra Neïla  e il suo pigmalione, due caratteri profondamente diversi: lei ha un temperamento passionale, sempre pronta ad accendersi quando qualcuno accenna a esprimersi in forma discriminatoria mentre il prof Pierre sembra guardare il mondo dall’alto in basso, con molto cinismo e poca (apparente) umanità. Sarà proprio la ragazza a comprendere che anche il suo atteggiamento è sbagliato, sempre arroccato sulla difensiva e concentrata sull’orgoglio per la propria origine, che rischia di non essere meno discriminatorio del razzismo di tanti francesi DOC. Anche il rigido professore imparerà a chiedere scusa e a dire grazie quando scoprirà che c’è qualcuno che ha preso a cuore il suo destino. Molto bello infine il rapporto fra Neïla e il suo fidanzato, che mostra due giovani interessati veramente al bene dell’altro, anche quando questo comporta delle rinunce personali.

Il film si avvale dell’ottima recitazione di un grande maestro come Daniel Auteuil ma anche dell’appassionata Camélia Jordana. Che per questo film ha vinto premio César come migliore promessa femminile del cinema francese. La regia è impeccabile e sembra che l’autore ami riconoscere nell’arte filmica, l’esistenza di regole precise come quelle della retorica che ci ha raccontato: adotta il noto espediente di invalidare, verso la metà del film ciò che poco prima aveva costruito, ribaltando le premesse e mostrandone i punti deboli; inoltre  a due terzi esatti del racconto, come prescritto dai manuali, interviene il colpo di scena che destabilizzerà il percorso della storia, che sembrava avviato su lidi più tranquilli. Dispiace solo la disuniformità di trattamento fra i due protagonisti: su Neïla finiamo per conoscere molte cose: dove abita, la sua famiglia e la compagnia degli amici; nulla invece  trapela dal film riguardo alla vita privata del professore: lo vediamo mangiare da solo in un ristorante e ne deduciamo che è uno scapolo ma la genesi di quel suo  carattere così scontroso resta un mistero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANIAC

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/02/2018 - 07:50
Titolo Originale: Maniac
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Cary Fukunaga
Sceneggiatura: Cary Fukunaga, Patrick Somerille
Produzione: Paramount Television, Anonymous Content
Durata: 10 puntate di 43 minuti
Interpreti: Emma Stone, Jonah Hill, Sally Field, Justin Theroux

Annie ha una vita disordinata e non è felice. Usa spesso una pillola sperimentale che la porta a rivivere un passato dal quale non si vuole staccare. Alla fine prende una decisione: si reca nel quartier generale di una importante industria farmaceutica offrendosi di venir utilizzata come cavia per sperimentare un nuovo cocktail di farmaci che consente, a chi soffre di disturbi mentali, di cancellare il passato e ritrovare il proprio equilibrio. Owen è figlio di una ricca famiglia di industriali che viene tenuto sempre da parte negli eventi ufficiali perché è instabile mentalmente e soffre di allucinazioni. La famiglia ora ha bisogno di lui e gli sta facendo pressione perché testimoni in favore del fratello, mentendo, al processo in cui è implicato. Owen finge di accettare ma poi scompare, per offrirsi anche lui come cavia dell’azienda farmaceutica. Annie e Owen assieme ad altri vengono invitati a ingerire pillole allucinogene, che li proiettano in mondi irreali. In queste situazioni sognate, sempre molto avventurose, Annie e Owen si trovano stranamente insieme come alleati…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial affronta un tema poco frequentato: quello dell’amicizia, vista come aiuto reciproco nei momenti di difficoltà e capacità di ascoltare e comprendere
Pubblico 
Adolescenti
Il serial è stato classificato da Netflix come VM14 per via della presentazione, sia pur veloce, di alcune futuribili pratiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Il serial, che si sviluppa secondo una stile difficilmente classificabile, si avvantaggia di ottimi attori e pur adottando toni narrativi diversi (dramma, parodia, fantasy), non li confonde fra loro
Testo Breve:

Un uomo e una donna, non stabili psichicamente, si sottopongono a un esperimento farmacologico che li fa immergere in mondi fantastici frutto dei loro desideri e delle loro paure. Un racconto che diverte e che manifesta il valore dell’amicizia

E’ indubbio che il moltiplicarsi delle opportunità con le quali può venir raggiunto un vasto pubblico mediante una narrazione seriale (non più solo tramite la televisione ma anche via Internet) sta fornendo agli autori grande libertà creativa e non si sentono più vincolati a dover rispettare canoni predefiniti. Questo Maniac, ora disponibile sulla piattaforma Netflix, preannunciato con grande impegno pubblicitario, è di difficile classificazione. Un film di fantascienza? L’ambientazione ci mostra una New York di oggi, così come lo sono anche i vestiti e le automobili che passano. Però lungo le strade ci sono robottini che puliscono, a Washington Square un tizio perde a scacchi contro uno scimpanzé-robot, la stessa Annie intrattiene una conversazione intima con la macchina che si prende cura del suo giardino.

Il serial vuole essere una seria denuncia contro l’abuso di psicofarmaci oppure i sogni che fanno i protagonisti, che impegnano una metà abbondante della fiction, sono solo un pretesto per realizzare divertenti parodie di famosi film e serial televisivi? Non c’è nessuna risposta che possa essere formulata a questa e ad altre domande che scaturiscono dalla visione del serial che è volutamente un miscuglio di generi diversi e di toni narrativi che oscillano fra il drammatico, il surreale, la parodia. Per fortuna lo sceneggiatore Patrick Somerville e il regista Cary Fukunaga sono riusciti a mantenere una sostanziale unità narrativa.  Lo stile adottato, nonostante le apparenze, è di grande razionalità: a momenti di felice libertà creativa si alternano altri dove i protagonisti e i dottori coinvolti nell’esperimento riflettono su quanto sta accadendo e riescono a trovarne una spiegazione logia. Tutto torna a posto, tutto alla fine risulta chiaro, come in un giallo di Hitchcock.

Alla fine, al di là delle soluzioni narrative adottate, la storia finisce per attirare l’attenzione del pubblico perché in fondo è una bella ma insolita storia di un sentimento che non è propriamente amore (anche questa è un’originalità del serial) ma una salda amicizia.

L’incipit del serial, molto ambiziosamente, stabilisce un collegamento fra  la storia che sta per narrare, con il tempo del Big Bang, quando tutto è iniziato,  per dimostrare che l’universo in cui viviamo è stato costruito grazie a una serie infinita di connessioni e conclude che tutto ciò  “si estende anche al cuore umano”. Cosi,  il fatto che i due protagonisti finiscano per trovarsi insieme nei loro sogni, è espressione dell’esistenza di anime gemelle che si cercano nonostante tutto, frutto di una predisposizione che esiste fin dalle origini del mondo, una specie di rivisitazione aggiornata del mito dell’androgino, raccontata da Platone.

E’ indubbio che c’è molta psicologia nel racconto, quasi tutti i personaggi che ci vengono presentati stanno subendo qualche condizionamento dal modo con cui sono stati trattati dai loro genitori o dai rapporti con i loro fratelli/sorelle. Sembra che una famiglia felice che non si separi sia ormai un mito del passato.  Per fortuna, nel finale che non raccontiamo c’è la riscoperta e il recupero dei veri sentimenti, quelli che durano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON DIRLO AL MIO CAPO 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/26/2018 - 08:19
Titolo Originale: Non dirlo al mio capo 2
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Giulio Manfredonia
Produzione: Lux Vide, Rai Fiction
Durata: 12 puntate di 50'
Interpreti: Vanessa Incontrada, Lino Guanciale, Chiara Francini, Sara Zanier, Ludovica Coscione, Aurora Ruffino, Giammarco Saurino

Lisa, vedova trentacinquenne, continua a lavorare nello studio dell’avvocato Enrico Vinci, confortata dal fatto che a badare ai suoi due figli, l‘adolescente Mia e il piccolo Giuseppe, c’è a casa Perla, l’amica in veste di tata che, da quando ha il marito in prigione, non ha più modo di passare il tempo comperando vestiti. L’ambiente d’ufficio si scalda subito perché arriva Nina, avvocato e moglie di Enrico, intenzionata a recuperare il consorte che, cinque anni prima, aveva tradito. Sono arrivati anche due praticanti, Cassandra e Massimo, che iniziano subito a farsi la guerra per ottenere un posto stabile nello studio. Anche sul fronte degli adolescenti ci sono novità: Mia si sente molto vicina al compagno di liceo Rocco, ma non ha fatto i conti con Aurora, la sorellastra di 17 anni di Lisa, che ha intenzione di rubargli il ragazzo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Uomini e donne commettono spesso degli errori ma hanno l’onestà di riconoscerli e chiedere perdono.
Pubblico 
Adolescenti
Rapidi riferimenti a rapporti sessuali extra coniugali
Giudizio Artistico 
 
I personaggi risultano simpatici e divertenti ma ci sono difficoltà ad armonizzare ii toni da commedia con i risvolti drammatici della storia
Testo Breve:

Lo studio dell’avvocato Vinci è impegnato a risolvere interessanti casi giudiziari mentre i conflitti amorosi che si sviluppano al suo interno sembrano irrisolvibili. La simpatia dei personaggi attenua alcune fragilità della trama

Sembra proprio che Vanessa Incontrada costituisca una garanzia di successo per ogni fiction TV, almeno in quelle dove sostiene la parte di una madre che da sola deve badare ai figli e lavorare (nelle prime due settimane la fiction si è tenuta sopra il 20% di share). Ma anche la simpatia degli altri protagonisti presenti riesce a porre le condizioni perché si costruisca quell’affetto di un pubblico interessato a vedere “come si comportano” nelle situazioni più disparate, che è la base per costruire una lunga serialità.  La struttura è rimasta invariata rispetto alla prima stagione: a ogni puntata ci sono dei casi legali che vengono affrontati e risolti mentre trasversalmente agli episodi si evolvono le relazioni fra i protagonisti. Questa volta le complicazioni assumono la forma di triangolo: Lisa, che avevamo lasciata con un nascente amore verso Enrico, deve ora fronteggiare il ritorno della moglie di lui, Nina; Mia si ritrova a coabitare con la coetanea Aurora, diventata la sua maggiore antagonista nei confronti di Rocco. Si tratta di situazioni conflittuali che vengono volutamente tenute irrisolte (almeno fino alla quarta puntata) per mantenere alta l’attenzione dello spettatore ma si tratta di una soluzione con degli inconvenienti: i due protagonisti maschili restano come imbalsamati, soprattutto Enrico, nella loro inespressività, proprio perché non possono rivelare troppo presto le loro preferenze; a ciò si aggiunge una insolita contrapposizione fra i sessi: le donne molto maschio-dipendenti, mentre gli uomini risultano indifferenti dominatori delle situazioni.  Occorre inoltre aggiungere che la sceneggiatura, nel definire i comportamenti dei protagonisti new entry, trova troppo facilmente una giustificazione di non responsabilità dei loro atti: Aurora ruba i ragazzi delle altre perché ha un disturbo della personalità mentre Cassandra ha facii relazioni sessuali perché è una ninfomane. La seconda stagione ha attenuato il tono da commedia leggera ed ha alzato il livello drammatico del racconto: sono molti i casi che lo studio deve affrontare che contemplano la morte tragica di qualcuno. E’ questo il punto più delicato di questa stagione che non sempre riesce a calibrare i due elementi. Quando si presenta all’avvocato Vinci una donna a cui è morto un figlio per un gesto di bullismo, si determina, davanti a questa infelice, una sgradevole contesa fra Lisa e Nina, per accaparrarsi il caso. In un’altra sequenza un ginecologo confida a Lisa la sua angoscia per la morte di tre partorienti affidate alle sue cure a causa di una scarsa igiene in sala parto, ma Lisa lo ascolta poco, distratta dal vedere, attraverso la porta a vetri, le avances di Nina nei confronti di Enrico. Si tratta di una sequenza che sfiora il cattivo gusto. Se in generale, nella stagione precedente, i casi trattati dallo studio, servivamo a sottolineare come fosse importante, al di là dello stretto esercizio della professione, prendersi cura dei loro risvolti umani, ora prevale l’abilità dell’avvocato di parte che trova il modo di minimizzare le responsabilità del suo cliente. Un' importante eccezione arriva nel quinto episodio, dove finalmente una delicata situazione che si era determinata a danno di alcuni ragazzi viene risolta in loro favore, al di là della stretta giustizia legale. 

Il serial resta ricco, come nella precedente stagione, di casi umani che mettono in causa la coscienza dei protagonisti, che risultano essere sempre sufficientemente onesti dal riconoscere le proprie colpe e  capaci di chiedere perdono.

Alla fine tutti i protagonisti sono antropologicamente molto simili: non c’è nessuno che agisca mosso da solidi principi (l’unico potrebbe essere Enrico ma il suo comportamento è indecifrabile):  sono persone fragili che commettono spesso errori spinti dalle loro passioni e anche se chiedono perdono finiscono per sbagliare ancora (e la serie continua...)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA STORIA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/18/2018 - 14:04
Titolo Originale: Una storia senza nome
Paese: Italia, Francia
Anno: 2018
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini, Giacomo Bendotti
Produzione: BIBI FILM, CON RAI CINEMA, COPRODOTTO CON PATRICK SOBELMAN PER AGAT FILMS & CIE - PARIGI
Durata: 110
Interpreti: Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Vittorio Gassamann

Il produttore cinematografico Vitelli sollecita lo sceneggiatore Pes a consegnargli il soggetto del nuovo film che sta aspettando da mesi. In realtà, da anni, Pes ha perso ogni ispirazione ed è Valeria, la segretaria di Vitelli, la sua ghost writer: lo fa perché segretamente innamorata di lui. Proprio quando per lei è urgente trovare qualche buona idea per il nuovo film, viene contattata da un uomo misterioso che le offre una storia molto intrigante, una storia legata al furto della Natività, tela del Caravaggio sottratta dalla mafia nel 1969 dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovata. Il soggetto piace al produttore ma la notizia si sparge presto e la mafia non ha nessuna voglia che il film venga prodotto, perché si è accorta che c’è qualcuno che è troppo ben informato su quel furto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel pieno di un’indagine investigativa si scoprono affetti familiari e si rinsaldano amori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una breve sequenza di nudo
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Roberto Andò realizza un film con grande unità di stile, uno stile leggero perché il tema è leggero. Selezionato dall’Italia per l’Oscar 2019
Testo Breve:

Uno sceneggiatore che non riesce più a scrivere e una segretaria che invece scrive in segreto per lui, si trovano coinvolti in faccende di mafia. Un film sviluppato con una leggerezza coerente con il contenuto

Il primo atteggiamento da assumere per gustarsi questa storia senza nome, è quella di non prenderla troppo sul serio. Il film è un omaggio al cinema, un po’ come era stato fatto con Il cinema Paradiso ma in particolare alla sceneggiatura, a quei magici momenti creativi dove si parte da una pagina bianca e poi idea dopo idea, intrigo dopo intrigo, la storia prende forma. Si può criticare che il colpi di scena, i personaggi che fanno il doppio gioco, i cambi di prospettiva siano troppi ma il film non ha ambizioni realiste, non si occupa di conquistarsi il famoso patto di credibilità con lo spettatore; vuole soprattutto stupirlo, che è poi l’essenza del cinema.

E’ il prodigio dello scrivere, adesso dello sceneggiatore, nei suoi film precedenti dello scrittore, il tema che focalizza l’interesse del regista-sceneggiatore e più ancora il dilemma irrisolto, se sia più importante la verità nuda e cruda o la finzione che ci costruiamo intorno a noi e che esprime la nostra creatività.

In Il manoscritto del principe (2000) sugli ultimi anni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore, parlando con un giovane, sembra porsi a favore della realtà: “I discorsi sono una maschera pudica della verità -e poi conclude che -c’è molta più verità in un suo piccolo gesto che di tutta la sua impeccabile intelligenza con cui parla di Conrad”.

Sotto falso nome (2004) è un’altra storia che ruota intorno a uno scrittore ma questa volta viene sottolineata la fascinazione del mistero che viene svelato, delle cose non dette: ” non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto. Raccontare è semplicemente questo: è un patto, un incantesimo, un filo invisibile che ci lega al ricordo. Il giorno in cui lasceremo l’incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, noi stessi saremo già soltanto un ricordo”.

Ora, con questo Una storia senza nome la fantasia dello sceneggiatore è più mostrata che dichiarata ma anche questa volta, verso la fine, c’è una stoccata contro la ruvidezza della verità. Dice Valeria: “la verità spesso uccide ma noi ci salviamo con la finzione”.

Il regista riesce comunque a trasfigurare queste istanze un po’ astratte, mettendo in scena una storia gradevole e divertente, un citazionismo di film famosi quasi continuo, dove la mafia appare più maldestra che cattiva, gli investigatori si trovano sempre nel posto giusto al momento giusto per spiare le mosse dei cattivi e anche coloro che sono in coma finiscono presto per riprendersi. Simpatici e nella parte, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann e Laura Morante.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLA MIA PELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/13/2018 - 06:46
Titolo Originale: Sulla mia pelle
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessio Cremonini
Sceneggiatura: Lisa Nur Sultan, Alessio Cremonini
Produzione: CINEMA 11, LUCKY RED
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano

Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia di carabinieri il 15 ottobre del 2009 e trovato in possesso di droga. Nell’udienza preliminare che convalida l’arresto, Stefano si presenta con grosso lividi agli occhi e alla mascella ma a chi gli chiede la ragione di quelle ferite, risponde che è caduto dalle scale. Viene portato al carcere Regina Coeli ma durante la notte viene trasferito d’urgenza nell’ala dell’ospedale Sandro Pertini destinata ai detenuti. Stefano muore in ospedale il 22 ottobre. L’iter giudiziario sulle responsabilità di quella morte è ancora in corso.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Al di là del fatto di cronaca, ricostruito con rigore, il film costituisce un richiamo per tutti noi sull’importanza, nell’ambito delle nostre relazioni, di prendersi cura di chi si è rivolto a noi con un’attenzione e una cura non solo professionale ma anche umana.
Pubblico 
Adolescenti
Una storia triste con molti risvolti angosciosi
Giudizio Artistico 
 
E’ impressionante il modo con cui Alessandro Borghi si è immedesimato nel ruolo di Stefano Cucchi, anche nel fisico (grazie a una drastica cura dimagrate). Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini è riuscito a raccontare una storia dolorosa evitando interpretazioni forzate grazie a una ricostruzione rigorosa della cronaca dei fatti accertati
Testo Breve:

La storia di Stefano Cucchi, morto in carcere, viene raccontata con dolorosa partecipazione senza colpevolizzare nessuno in particolare ma condannando l’atteggiamento burocratico con cui è stato trattato questo caso umano

Film come questo Sulla mia pelle, costituiscono una robusta conferma del grande potere del cinema di stimolare discussioni, far riflettere, approfondire temi anche sgradevoli.

Il lavoro di Alessio Cremonini ci fa immergere nella cronaca, quasi ora per ora degli ultimi giorni di Stefano Cucchi e riesce a fornirci un ottimo strumento di analisi (la sceneggiatura è stata rigorosa, attingendo a tutte le fonti disponibili) non tanto dei fatti accaduto (alcuni processi non si sono ancora conclusi) ma dell’ambiente umano all’interno del quale si è consumata questa tragedia.

Cremonini cerca di evitare ogni sospetto di aver sviluppato un film secondo una propria tesi preconfezionata. Quella che poteva essere la scena-chiave, il pestaggio di Cucchi da parte dei carabinieri, è assente e Stefano, con il suo comportamento scostante e reticente, anche verso chi lo vorrebbe aiutare, non risulta un personaggio simpatico né facilmente comprensibile.

La visione del film resta ugualmente spiazzante e angosciante, non solo per l’eccezionale interpretazione di Alessandro Borghi che ci mostra uno Stefano che sembra realmente deperire giorno dopo giorno, ma per l’atto di accusa forte e chiaro pronunciato dal regista che è anche sceneggiatore, assieme a Lisa Nur Sultan.

Un’accusa non dichiarata esplicitamente ma che traspare dalla fredda cronaca dei fatti che si susseguono giorno per giorno fino al tragico epilogo. Un’accusa che non punta il dito su una singola persona né tanto meno su una specifica organizzazione ma su una certa modalità di affrontare gli eventi che ci capitano e che non riguarda solo chi è rimasto coinvolto nella vicenda Cucchi, ma che mette in causa tutti noi.  

Il film non fa nulla per nascondere il fatto che Stefano si drogasse (era stato in cura a San Patrignano) e che molto probabilmente spacciasse, visto il quantitativo di hashish e cocaina trovato nella sua abitazione (un fatto denunciato ai carabinieri dai suoi stessi genitori). Allo stesso modo non viene nascosto l’atteggiamento del ragazzo, sempre sospettoso, sfiduciato e arrabbiato contro tutti. Ma di fronte a una persona di questo genere, sicuramente difficile (Stefano poteva lasciare la centrale dei carabinieri già dal primo giorno in cui fu arrestato ma si rifiutò di firmare le carte necessarie), come hanno reagito le persone che si son dovute prendere cura di lui?

Imprigionato in una cella di Tor Sapienza, grida di star male ma quando arriva l’autombulanza, si rifiuta di essere visitato (il suo corpo è pieno di lividi). Dopo un po’ di insistenza, di fronte ai suoi continui rifiuti, gli uomini dell’autombulanza se ne vanno.

Posto in custodia cautelare nel carcere del tribunale, viene visitato da un dottore che accetta la tesi di Stefano di esser caduto dalle scale e senza visitarlo ulteriormente, si limita ad annotare le ferite che ha sul corpo.

Sorgono altre perplessità da parte delle guardie carcerarie che lo debbono prendere in custodia ma alla fine, vedono che esiste già un certificato medico che attesa che le echimosi sono precedenti alla carcerazione e lo accettano nel suo stato.

Portato in seguito all’ospedale, la dottoressa che vuole visitarlo finisce per registrare che il paziente non vuole esser sottoposto ad alcuna analisi. Intanto i genitori continuano a chiedere di vedere il loro figlio ma non riescono a superare il muro burocratico che si para loro davanti né Stefano riesce mai a parlare con il suo avvocato.

Tutti questi comportamenti possono esser considerati come delle colpe? Sicuramente, attenendoci a quanto viene visto nel film che non necessariamente corrisponde a ciò che è accaduto in realtà, ognuno si è comportato nell’ambito dei propri ambiti di competenza in modo burocraticamente corretto, in modo che né il singolo, né l’organizzazione a cui apparteneva, potesse venir accusati di alcunché.

Cos’è mancato allora? Si potrebbe dire, usando un linguaggio cristiano, che è mancata la caritas, il prendersi cura della persona che ci è stata affidata al di là dello stretto necessario e superare perfino quel rispetto, che è richiesto nei rapporti professionali, della privacy dell’altro. E’ possibile chiedere un simile interessamento a ogni persona che per motivi professionali si deve prendere cura di un’altra persona? Certamente no. Ma è proprio in situazioni difficili come il caso Cucchi, di fronte a una persona così prevenuta e difficile da trattare che la caritas mostra di colpo di non essere opzionale, un gradevole sovrappiù, ma necessaria.

Per questo il film è interessante, al di là del caso in sé, dello scoprire se Stefano realmente è stato picchiato dai carabinieri oppure no.  Sono aspetti che diventano secondari. Piuttosto il film interpella tutti noi per riflettere su come ci comportiamo ogni giorno nei confronti del nostro prossimo.

Il film è visibile in sala ma anche attraverso la piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE EQUALIZER 2 - SENZA PERDONO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/12/2018 - 13:56
Titolo Originale: The Equalizer 2
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: Richard Wenk
Produzione: COLUMBIA PICTURES, LONETREE ENTERTAINMENT, MACE NEUFELD PRODUCTIONS, SONY PICTURES ENTERTAINMENT (SPE), VILLAGE ROADSHOW PICTURES
Interpreti: Denzel Washington, Pedro Pascal, Melissa Leo

Robert McCall, è un veterano agente segreto che si è lasciato alle spalle il proprio torbido passato e ora, vedovo, conduce una vita tranquilla come autonoleggiatore. Con il suo mestiere finisce per conoscere, fra i tanti, alcune persone che hanno subito dei torti o delle violenze. La proprietaria della libreria dove si reca spesso è stata privata della figlia, rapita dal marito che è fuggito nel suo paese, in Turchia. Una ragazza che è salita sulla sua vettura, è stata drogata e violentata. Robert sente che deve agire: le arti marziali che ha appreso durante il suo servizio nell’Esercito gli saranno utili per fare giustizia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film trasmette messaggi positivi riguardo all’aiuto da prestare ai più deboli e ai più emarginati ma poi giustifica una giustizia “fai da te”, espressione di brutale vendetta
Pubblico 
Adolescenti
Scene di combattimenti violenti
Giudizio Artistico 
 
Il personaggio di Denzel Washington regge da solo tutto il racconto ma il regista è bravo nell’alternare momenti di action puro a momenti più riflessivi
Testo Breve:

Un agente addestrato per missioni speciali viene messo in pensione troppo presto, e decide di impiegare le sue abilità militari per proteggere deboli e oppressi. Un film dall’etica ambigua, dove si alternano azioni generose a crudeli vendette.

Negli ultimi tempi i film di action ma in particolare i Revenge movie si stanno rinnovando in due direzioni. Il vendicatore non è più un maschio muscoloso e dalla barba ispida ma ha preso le forme di snelle ragazze che privilegiano l’agilità e una mira infallibile. Ecco quindi apparire sugli schermi, sporche, con i vestiti strappati nei punti giusti ma armate fino ai denti, Alicia Vikander in Tomb Rider e  Matilda Anna Ingrid Lutz in Revenge.

L’altro filone è ancora più insolito: uomini già in pensione o vicini alla meta, un po’ ingrassati e con l’artrite, che fronteggiano e spaccano in pochi secondi ossa di giovani che hanno osato sfidarli. Ovviamente il montaggio veloce e la computer grafica coprono ciò che è chiaramente impossibile e così tutto è diventato accettabile come Liam Neeson, di 66 anni, in L’uomo del treno e  Denzel Washington, di 67, in questo Revenge 2.

Anche il botteghino ha finito per apprezzare questo insolito cocktail di ingredienti e Revenge 2 alla sua prima settimana in USA è salito al primo posto.

Questo sequel beneficia certamente della presenza del premio Oscar Denzel Washington (in questo film anche produttore) che ha disegnato un personaggio che non è solo bravo a menar le mani ma sa fruttare tutta la maturità che gli deriva dall’età. Prima di scattare in azione sa valutare con fredda lucidità la situazione e ha il vezzo di attivare il cronometro per vedere in quanti secondi riuscirà ad abbattere chi ha osato sfidarlo.  Il regista sembra enfatizzare questo atteggiamento, da momento che ha impostato il racconto in un insolito stop and go. A sequenze altamente dinamiche, si alternano scene di assoluta calma dove Robert si legge un libro o si mette a pulire le scritte che imbrattano un muro del cortile del suo condominio. E’ questa la seconda dimensione del film dove il fare ciò che è giusto non consiste solo nel menar le mani ma convincere un ragazzo ad andare a scuola senza ascoltare chi vorrebbe farlo diventare uno spacciatore o aiutare un vecchio ebreo vicino di casa che è stato in un campo di concentramento e non vede la sorella da anni. E’ proprio in questi sub plot che si coglie l’“anima” di  Denzel Washington.  

Figlio di un predicatore protestante, devoto seguace della Chiesa Pentacostale, l’attore ha voluto trasmettere l’importanza di compiere opere buone nei confronti di più deboli: giovani, vecchi o immigrati, come la donna musulmana sua vicina ma il suo atteggiamento appare molto più ispirato all’Antico Testamento che al Vangelo. E’ vero che aiuta i deboli e gli oppressi ma verso i cattivi che non si redimono applica una spietata punizione. "Avete ucciso la mia amica. Quindi ucciderò ognuno di voi. E l'unico dispiacere è che lo posso fare solo una volta" dichiara Robert ai suoi avversari. Alla fine, proprio per questo suo giustificare la violenza vendicativa, il film finisce per allinearsi con i tanti film americani che ricordano che è sempre bene tenere una pistola nel cassetto ed essere pronti a farsi giustizia da soli.

Il film si avvantaggia del carisma di Denzel Washington ma anche il regista Antoine Fuqua alterna bene i momenti di azione a quelli di calma riflessiva. La sequenza di lotta finale, ambientato in un paesino sull’oceano sconvolto dall’arrivo di un uragano è altamente spettacolare. Come ultima osservazione, c’è una chiave di lettura insolita da fare su questo film: il raccontare di prodi guerrieri addestrati dall’esercito per missioni speciali e poi scaricati, con modeste pensioni da veterano, incapaci di adattarsi a una vita tranquilla dove le loro doti sono inutili, sembra far riferimento a situazioni tutt’altro che irrealistiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA DEI TULIPANI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/06/2018 - 13:52
Titolo Originale: Tulip Fever
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Justin Chadwick
Sceneggiatura: Tom Stoppard
Produzione: RUBY FILMS, WORLDVIEW ENTERTAINMENT
Durata: 105
Interpreti: Alicia Vikander, Dane DeHaan, Christoph Waltz, Judi Dench

Amsterdam 1636. Sono gli anni d’oro del commercio nelle Indie Occidentali ma anche l’epoca della bolla dei tulipani: una frenesia che aveva investito ricchi e poveri nel comperare rari tipi di bulbo di tulipano e che portò, proprio in quell’anno, alla catastrofe della prima bolla speculativa della storia.. Cornelis, un mercante vedovo e non più giovane, sceglie Sophia, una ragazza orfana cresciuta in un convento di suore come seconda moglie, con il preciso intento di poter avere un erede maschio. Cornelis ama Sophia ma il sospirato erede non arriva. Quasi come forma di consolazione, Cornelis ingaggia un giovane pittore, Jan van Loos, per un ritratto di coppia. Una decisione che risulta fatale perché Sophia e Jan, si innamorano perdutamente e iniziano a frequentarsi di nascosto. Intanto la serva di Cornelis, Maria, intrattiene una relazione con il pescivendolo William, ma questi, preso dalla febbre dei tulipani, finisce per perdere tutto ed è costretto a imbarcarsi come marinaio per l’Africa, lasciando Maria in attesa di un figlio. Le due donne, entrambe costrette ad affrontare una situazione non più sostenibile, decidono di allearsi ….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo buono, timorato di Dio, è capace di un gesto generoso proprio quando si accorge di essere stato ingannato
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di rapporti intimi con nudità. In U.S.A.: restricted
Giudizio Artistico 
 
Un cast di premi Oscar che include una bravissima Judy Dench dà vita a un racconto di passioni in una Amsterdam del ‘600 molto ben ricostruita ma si perde nello sviluppo per le troppe incoerenze nella sceneggiatura.
Testo Breve:

Nella Amsterdam del ‘600 una storia di passioni amorose e di speculazioni finanziarie minata da una sceneggiatura che si smarrisce per strada

La ragazza con l’orecchino di perla era un film che aveva colpito nel segno. Una perfetta ricostruzione dei costumi e della vita dell’Olanda dei secoli d’oro e una giovane Scarlett Johansson che aveva dato corpo e sensibilità alla misteriosa ragazza ritratta da Johannes Vermeer.

La tentazione di ritornare a quegli ambienti e in quell’epoca, resa famosa con i colori di tanti pittori fiamminghi, e di sfruttare il successo dell’omonimo romanzo della scrittrice inglese Deborah Moggach debbono esser stati i moventi principali che hanno spinto la società di produzione a varare questo progetto senza lesinare spese nello scegliere attori di primo piano come i premi Oscar Alicia Vikander,  Judi Dench, Christoph Waltz. Dalle prime immagini ci si accorge subito che La ragazza dall’orecchino di perla è stato raggiunto e superato. La scenografia di Simon Elliott ha puntato non tanto a riprodurre i quadri di Vermeer ma a rappresentarci una Amsterdam vivace e prospera: le strade fangose dove gente di varia estrazione (venditori, mercanti, prostitute, soldati) si affretta lungo i canali, le affollate aste clandestine di bulbi di tulipani che si svolgevano nelle taverne di sera, a lume di candela. Chi voleva arricchirsi oppure fuggire dai debiti, come accade ad alcuni personaggi del film, non aveva che imbarcarsi su una nave diretta alla Nuova Amsterdam (il primo nome di New York) in cerca di fortuna.

La prima parte del film mantiene un coerente sviluppo narrativo e si concentra sulla orfana Sophia, costretta a sposarsi con un ricco mercante in cambio dei soldi necessari ai suoi fratelli per raggiungere le Americhe e sulla domestica Maria innamorata del pescivendolo William. La seconda parte si sfilaccia in eventi che si accavallano con poca coesione e con una certa ripetitività. La febbre dei tulipani contagia non uno ma tutti i protagonisti giovani della vicenda, una donna fugge da una situazione imbarazzante fingendo per ben due volte di essere morta. L’episodio di una moglie che simula di essere incinta mentre in realtà è la domestica che sta per avere un figlio, trasforma il tono del racconto, facendo il verso a una  delle tante novelle boccaccesche dove un marito resta ingannato. Sorprende molto questa incoerenza, dal momento che lo sceneggiatore è Tom Stoppard, premio Oscar per Shakespeare in Love. Resta comunque da ammirare, ancora una volta, la recitazione di Judi Dench, nella parte di una saggia ma anche furba badessa di un convento.

Se finora abbiamo analizzato il film solo da un punto di vista artistico, anche il giudizio etico appare controverso. Il racconto sembra restituirci ritratti di uomini e donne incapaci di controllare le loro pulsioni. Molti finiscono rovinati dalla speculazione sui tulipani, attratti da facili guadagni; la relazione fra Jan e Sophia sembra dettata da pura passione erotica, senza che i due giovani abbiano avuto il modo di conoscersi a fondo. Un amico di Jan, dedito all’alcool, pur impegnato in una missione importante, finisce vittima del suo vizio. Il riscatto del film avviene dalle uniche due persone che sembrano dotate di coscienza: il mercante Cornelis e la stessa Sophia.  Cornelis ama la sua seconda moglie, sa riconoscere ciò che è giusto e sbagliato di fronte a Dio e anche quando viene a conoscenza del suo tradimento, compie un atto altamente generoso. Sophia dal canto suo si accorge di aver fatto del male a un uomo buono e troverà il modo di rimediare al suo errore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME TI DIVENTO BELLA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/04/2018 - 18:45
Titolo Originale: I feel Pretty
Paese: Cina, USA
Anno: 2018
Regia: Abby Kohn, Marc Silverstein
Sceneggiatura: Abby Kohn, Marc Silverstein
Produzione: HUAYI BROTHERS PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 110
Interpreti: Amy Schumer, Michelle Williams, Tom Hopper, Rory Scovel, Emily Ratajkowski

Reneè e una donna giovane ed esuberante che lavora in uno scantinato di Manhattan per il sito Internet di una famosa azienda di cosmetici. E’ affascinata da questo mondo glamour affollato da donne bellissime ma ha un grosso problema: ha qualche chilo di troppo e ogni impegno in palesta sembra non produrre risultati. Renèe sogna l’impossibile: trasformarsi in una ragazza da copertina di quelle riviste che lei sfoglia ogni giorno. Alla fine qualcosa accade: dopo essersi ripresa da una caduta, le sembra di avere il look tanto desiderato e si presenta, piena di speranze, alla sede centrale della sua ditta, per candidarsi come receptionist...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia il condizionamento che molte ragazze subiscono da una pubblicità che impone corpi perfetti ma non è in grado di graffiare più di tanto e risponde con un generico credere in se stessi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche nudità parziale
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura si muove fin dall’inizio verso un finale prevedibile, brava Amy Schumer ma il suo protagonismo eccessivo va a discapito degli altri personaggi
Testo Breve:

Cosa succede se dopo anni vissuti con il complesso della propria taglia, una ragazza crede di aver acquisito il corpo di una modella? Un favola edificante con un finale prevedibile

 

Di film che narrano di ragazze incerte e complessate perché sovrappeso ne sono stati fatti tanti, primo fra tutti l’ormai classico Il diario di Bridget Jones del 2001; ugualmente esplorato è stato il mondo del glamour (indimenticabile Il diavolo veste Prada del 2006). Questo Come ti divento bella si pone a cavallo fra le due situazioni: la favola edificante con tanto di magia (o meglio di botta in testa) di una ragazza esuberante ma con taglia large che crede, dopo esser  caduta da una cyclette, di esser diventata snella e inizia ad affrontare la vita con grande entusiasmo, fino a intrecciare finalmente una relazione sentimentale e a dare il suo contributo originale di idee per l’azienda di cosmetici per cui lavora, per poi  accorgersi che i suoi successi sono indipendenti dal suo aspetto fisico.

Il film sembra, a prima vista, trasmettere un messaggio positivo: un atto di accusa contro l’ondata di stereotipi sessisti, costruiti attraverso immagini perfette di supermodelle, che diventano il riferimento irrinunciabile per indossare un abito, per il trucco o per frequentare corsi di fitness.  Un’analisi più accurata mostra come il messaggio trasmesso sia un po’ diverso: Renèe è totalmente affascinata dal mondo della moda e non desidera altro che farne parte, anche come semplice receptionist. Appena crede di esser diventata snella, il suo pensiero non va solo alle maggiori opportunità di cui ora dispone perché un ragazzo possa essere interessato a lei, ma ostenta una sicurezza da modella di Victoria’s Secret ed è desiderosa di impiegare il suo corpo a suo piacimento: partecipare a un bikini contest di un club per soli uomini o affacciarsi nuda dalla finestra. Anche il finale, che non riveliamo, va nella direzione di una ragazza che non si accorge delle false seduzioni che il mondo del fascion crea, ma anzi ne diventa attiva collaboratrice.

Siamo lontani dalla sofisticata costruzione realizzata da Il Diavolo veste Prada. Anche in quel film Miranda, la direttrice dell’atelier di moda, diceva che “tutti vorrebbero essere come noi” ma poi si sviluppa una doppia conversione della protagonista Andy e della stessa Miranda, che prendono coscienza del come il mondo della moda, sia un ambiente quasi spietato, dove si viene interpellati in coscienza ad accettare o a scartare certi comportamenti  eticamente scorretti.

Un altro aspetto debole del film è il protagonismo eccessivo della pur simpatica e divertente Amy Schumer, che finisce per limitare gli altri protagonisti a pallide e fugaci apparizioni.

Primo fra tutti Ethan (Rory Scovel), il ragazzo che più che innamorarsi di Renèe, sembra risucchiato in una relazione dall’esuberanza di lei. Altre due donne, Mallory (l’indossatrice Emily Ratajkowski; Naomi Campbell fa solo una breve apparizione) e Avery (Michelle Williams) sembrano inserite con l’esclusivo obiettivo  di dimostrare che anche donne molte belle hanno i loro momenti infelici e le loro insicurezze da superare.

Complessivamente il film risulta divertente e godibile nel suo prevedibile sviluppo ma non possiamo concludere che trasmetta messaggi particolarmente profondi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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