Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

GLI SDRAIATI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 21:23
Titolo Originale: Gli sdraiati
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesco Piccolo, Francesca Archibugi, tratto dall'omonimo romanzo di Michele Serra
Produzione: INDIANA PRODUCTION, LUCKY RED, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Rosalba Bendidio

Il noto giornalista televisivo Giorgio Selva (Claudio Bisio) convive con il figlio diciassettenne Tito (Gaddo Bacchini). Il rapporto tra i due è sempre più difficile, ma l’arrivo di Alice, una ragazza dall’aria triste di cui Tito si innamora, sarà l’occasione perché padre e figlio possano in qualche modo affrontare le loro diversità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire. Rapporti sessuali fra "fidanzatini" adolescenti vengono autorizzati direttamente nelle case dei rispettivi genitori.
Pubblico 
Adolescenti
Scene con uso di alcol e droghe, una scena di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto
Testo Breve:

Un padre e un figlio sembrano irrimediabilmente distanti, dove i padri non sono mai realmente interessati ai figli e questi nutrono affetti consumati in fretta senza il coraggio di approfondirli. La regista Francesca Archibugi scava con realismo la condizione odierna di tanti legami familiari

Dopo il divorzio Giorgio, diviso tra il ruolo di presentatore televisivo e quello di padre apprensivo, si è letteralmente segregato in casa. Nel tentativo disperato di recuperare il rapporto con il figlio ormai più che adolescente e sempre più lontano da lui, finisce per essere talmente pesante da diventare quasi insopportabile. Da parte sua Tito trascorre le sue giornate a gironzolare in bicicletta con gli amici, fumare e bere fiumi di alcol nei locali, per poi tornare a casa il più delle volte ubriaco senza capire né dov’è né chi sia quell’uomo sempre più preoccupato che tutte le volte lo riaccoglie, nonostante tutto. E’ un adolescente confuso e diviso. Diviso tra due case, quella della madre e del padre, diviso tra il gruppo storico di amici inseparabili e l’amore per la bella Alice, che i suoi compagni di sempre proprio non li sopporta.

Ed è l’arrivo di Alice a innescare qualcosa in questa situazione che pare non avere una via d’uscita. Figlia di una ex donna di servizio dei Selva, con cui Giorgio aveva avuto una relazione segreta, la ragazza potrebbe rivelarsi un bel problema per la vita del noto conduttore. Ed è così che Giorgio si riaccende di interesse per la vita privata del figlio, e finalmente i due sembrano trovare un punto di contatto comune.

Il film, ambientato in una Milano più bella che mai, riesce in maniera molto onesta a rappresentare il mondo degli adolescenti moderni e quello dei loro genitori. Due universi ormai troppo lontani, che solo di tanto in tanto sembrano ritrovare un contatto.

Adolescenti che vivono di notte, che vivono nel gruppo, che vivono nei loro sogni che non sono forse nemmeno in grado di perseguire. Affetti consumati in fretta, con forti passioni che nascondono una profonda incomunicabilità. Non a caso infatti Tito e Alice non riescono mai a comunicare veramente, non c’è amicizia, ma solo attrazione, tanto che dopo poco i telefonini ritornano ad essere i migliori compagni e non ci si guarda più nemmeno in faccia.

Poi i genitori, isterici, nevrotici, iper-apprensivi e protettivi nei confronti dei figli, ma mai veramente interessati di loro, perché troppo presi da altro. Si lamentano dei loro pargoli, richiedono rispetto delle regole e condivisione, senza rendersi conto che quei ragazzi non sono altro che il frutto dei loro errori e del loro spropositato egoismo.

Molto interessante è la scena in cui Tito e Giorgio sono dallo psicologo che, con una commovente interpretazione di Gaddo Bacchini, mette in scena il profondo disagio di Tito, vittima sacrificale della dolorosa e mai risolta separazione dei genitori che l’ha confuso interiormente in una fase così delicata della sua esistenza.

E l’incomunicabilità sembra essere alla base di ogni rapporto famigliare, senza differenza di ceto sociale, di provenienza e di religione. La telecamera entra a spiare di nascosto le famiglie dei vari ragazzi, ma in ogni casa trova solo una profonda solitudine.

Unica figura positiva è quella del nonno, uomo d’altri tempi, poco colto ma che ha sacrificato tutta la vita per la famiglia, rimanendo sempre legato alla moglie, alla figlia (la moglie di Giorgio). Il nonno sembra essere l’unica autorità reale di riferimento per il nipote tanto confuso e il suo sgangherato gruppo di amici.

Gli sdraiati è un film vero, che tenta di rappresentare con un punto di vista realistico la situazione di tanti rapporti famigliari difficili; tiene aperta la ferita e non intende proporre soluzioni a buon mercato o fare la morale, solo accenna, senza purtroppo approfondire, che il perdono potrebbe forse essere un’ipotesi percorribile per ripartire.

Autore: ILARIA GIUDICI
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CACCIA AL TESORO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 20:43
Titolo Originale: Caccia al tesoro
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Carlo Vanzina
Sceneggiatura: Enrico e Carlo Vanzina
Produzione: : Medusa Film, realizzato da International Video 80, in collaborazione con SKY Cinema HD
Durata: 90
Interpreti: Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Christiane Filangieri, Max Tortora, Serena Rossi

Napoli. Capocomico di una compagnia teatrale votata alla fame, Domenico Greco deve trovare i soldi per una costosissima operazione chirurgica per il nipotino malato di cuore. Inginocchiato davanti alla statua di San Gennaro per chiedere una grazia, crede di sentire la voce del santo che lo autorizza a rubare la preziosa mitra, tempestata di gemme, conservata nella cripta della chiesa insieme al resto del tesoro. Inginocchiato nella panca di fianco, lo spiantato Ferdinando – che ha origliato tutto – si propone come complice del furto, per il semplice fatto di aver bisogno anch’egli di denaro e di aver sentito ugualmente la voce del santo (“e quindi – dichiara – potrebbe essere che si rivolgesse a me”). Senza pensarci troppo, i due si lanciano nell’impresa. D’altra parte, se il fine è buono e il santo è d’accordo, cosa può andare storto?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film evita accuratamente la volgarità (salvo qualche innocua parolaccia), cita espressamente un cinema che si faceva prima dello sdoganamento di tanti tabù e non si vergogna quindi di celebrare quei “buoni sentimenti” che – proprio in sede critica – vengono sempre citati in senso dispregiativo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Cenni di turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Un film gentile questo che i Vanzina, i fratelli terribili del cinema italiano propongono agli spettatori del 2017, perché sembra provenire proprio dagli anni Cinquanta (il decennio d’oro di Steno, loro padre) per la programmatica inverosimiglianza, per il canovaccio esilissimo – che serve solo come pretesto per le performances dei mattatori – ma anche per il garbo e la delicatezza
Testo Breve:

I fratelli Varzina, gli inventori della serie Vacanze di Natale, firmano un film che è un omaggio dei tempi d’oro della commedia italiana anni ’50, di cui loro padre, Steno, è stato un maestro

Sia per gli autori del film, sia per il protagonista Vincenzo Salemme, Caccia al tesoro è l’occasione per fare i conti con la propria eredità. Per Carlo ed Enrico Vanzina, infatti, sembra arrivato il momento (in realtà già da qualche anno) di ricordarsi di essere i figli di quello Steno (nome d’arte di Stefano Vanzina) regista e sceneggiatore di decine di film comici prodotti dagli anni Quaranta agli anni Ottanta e ricordato come “genio gentile” (così il titolo di un documentario su di lui proiettato alla Festa del Cinema di Roma del 2008). Ed è proprio un film gentile questo che i fratelli terribili del cinema italiano propongono agli spettatori del 2017, perché sembra provenire proprio dagli anni Cinquanta (il decennio d’oro di Steno) per la programmatica inverosimiglianza, per il canovaccio esilissimo – che serve solo come pretesto per le performances dei mattatori – ma anche per il garbo e la delicatezza.

A realizzare un film così sono proprio gli inventori di formule, come quelle delle famigerate Vacanze di Natale, che tanto hanno nuociuto al cinema italiano e ai suoi spettatori, eppure Caccia al tesoro evita accuratamente la volgarità (salvo qualche innocua parolaccia), cita espressamente un cinema che si faceva prima dello sdoganamento di tanti tabù e non si vergogna quindi di celebrare quei “buoni sentimenti” che – proprio in sede critica – vengono sempre citati in senso dispregiativo. Lungi da noi, dunque, infierire su film pensato per un pubblico di una certa età, non ancora o non per forza drogato dalla “qualità”, dal ritmo e dalla complicazione narrativa delle serie televisive che spopolano ormai dappertutto (anzi, nel celebrare la bellezza di Napoli e dei napoletani il film vuole essere una sorta di “anti-Gomorra”). 

Divertente il film lo è in senso molto generico, perché – come in tutta la filmografia dei Vanzina – si ride il minimo indispensabile per poter definire il film “comico” e l’unica vera ragion d’essere è mostrare Salemme e il sodale storico Buccirosso prodursi in duetti chiaramente ispirati a quelli di Totò e Peppino (ma tutta la napoletanità viene esaltata, in un centone in cui possono convivere le canzoni di Pino Daniele, il teatro di Scarpetta e “o’traditore” Gonzalo Higuaín). La trama non ha bisogno di tante precisazioni, con la “banda degli onesti” che insegue il tesoro di San Gennaro da Napoli a Torino fino a Cannes, incrociando la strada con altri ladri imbranati, una banda di ladri professionisti, camorristi dal cuore d’oro e un contorno variopinto di macchiette e gag dagli esiti assolutamente prevedibili.

Gli attori sono bravi e simpatici ma per il salto di qualità (e quindi per la sufficienza) manca la disinvoltura necessaria, per cui – per fare un esempio – i Vanzina si sentono in dovere di citare espressamente nei dialoghi sia Operazione San Gennaro di Dino Risi (irresistibile commedia sul furto del tesoro del santo, di cui Caccia al tesoro non vuole essere un remake ma solo un omaggio) sia il fatto che Buccirosso abbia recitato in un film diretto da Paolo Sorrentino, che nel film è il sogno del personaggio interpretato da Salemme. 

Non che Caccia al tesoro abbia reali ambizioni cinematografiche né tantomeno metatestuali. Però anche Vincenzo Salemme, nato artisticamente come attore nella compagnia teatrale di Eduardo De Filippo, approfitta per celebrare i propri nobili trascorsi: proprio due famose opere di Eduardo, Natale in casa Cupiello e Le voci di dentro, vengono citate in apertura e in chiusura del film, incorniciando nostalgicamente la vicenda nel mondo della vita che imita il teatro perché – questa la morale che sembra venirci consegnata – per chi si spende anima e corpo nella prima come nel secondo, ci sarà sempre poco da mangiare ma molto da divertirsi. E sempre, in qualche modo, qualcosa da guadagnare. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI TUO RESPIRO (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 15:27
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 117
Interpreti: Claire Foy, Andrew Garfield, Tom Hollander, Diana Rigg, Hugh Bonneville, Ed Speleers

Anni 50’. Robin Cavendish è giovane e avventuroso (vive commerciando the in Africa), spavaldo abbastanza da fare la corte a Diana, una ragazza molto desiderata che diventerà sua moglie. Ma questa storia d’amore quasi da cartolina si incrina di fronte all’improvvisa malattia di Robin, la poliomelite, che lo costringe in un letto d’ospedale, con una prospettiva di vita molto breve. Di fronte alla disperazione del marito, Diana, che è da poco diventata mamma, prende la disperata decisione di portare Robin a casa per dargli qualcosa che lo tenga attaccato alla vita… Nonostante le opposizioni di molti ci riuscirà e Robin vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi, almeno fino a quando la sua patologia si aggraverà ulteriormente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti), il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare, in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri
Testo Breve:

Robin, colpito da poliomielite, contro ogni aspettativa, vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi. Una storia di amore coniugale ma anche di propaganda per la dolce morte

Il primo film da regista di Andy Serkis, conosciuto al grande pubblico soprattutto per le sue performance in motion capture (è stato Gollum nella saga de Il Signore degli anelli e la scimmia parlante Cesare in quella de Il pianeta delle scimmie), è ispirato alla vita di Robin Cavendish (il cui figlio coproduce il film), che da malato di polio sopravvisse per oltre 36 anni facendosi paladino per i diritti dei disabili in un’epoca in cui la condanna a trascorrere la propria (breve) vita in un reparto sembrava senza appello. La determinazione della moglie Diana, la creatività di chi aiuta Robin a trovare il modo di respirare anche lontano dal reparto, e poi persino fuori dalle mura di casa nascono dal meritevolissimo desiderio di dire che ogni vita vale la pena di essere vissuta, anche quando ferita da una malattia grave come quella raccontata nel film.

Nel caso di Robin e Diana si tratta di una convinzione che non nasce dalla fede (nella realtà Cavendish era ateo convinto e nel film le figure religiose escono abbastanza con le ossa rotte perché presentate come portatrici di una consolazione fasulla), ma dall’amore tra i due coniugi (che forse proprio per questo, in modo a dire il vero un po’ poco realistico, viene preservato da qualunque ombra di crisi per tutto il film) e dalla volontà, una convinzione che da battaglia personale diventa anche battaglia per i diritti degli altri disabili. Un diritto che, senza voler bruciare il finale del film, è diritto a vivere con dignità…ma anche a decidere quando rinunciare a questo diritto Il film, infatti, difende sì la dignità del malato, ma allo stesso modo ne promuove il diritto a prendere la strada dell’eutanasia, senza per altro mettere mai davvero in discussione questo passo.

Quasi calligrafico nel mostrare la storia d’amore di Robin e Diana nella prima parte del film (gli inglesi in giro per l’Africa fanno un po’ cartolina), poi intenso nel racconto della malattia e della crisi, forse fin troppo poetico nel seguito, quando inizia l’avventura di Robin fuori dall’ospedale, il film di Serkis ovviamente ha più di qualche elemento in comune con La teoria del tutto di un paio di anni fa (anche se va detto che l’interpretazione di Garfield non è al livello di quella di Redmayne), che però per certi versi era più realistico nel mostrare anche la difficoltà della vita quotidiana dei protagonisti. La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare (in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri), sottolineando la disumanità delle alternative (come nella visita al centro dove decine di pazienti sono tenuti in vita in polmoni artificiali)

A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti, essendo coinvolto nella produzione anche il figlio di Cavendish) il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili. Celebrata con una festa di addio in grande stile la dipartita di Robin arriva come un fulmine a ciel sereno che è difficile accettare con la stessa filosofia con cui lo fanno moglie, figlio e amici….

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DETROIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 11:22
Titolo Originale: Detroit
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: HARPERS FERRY, PAGE 1 PRODUCTION
Durata: 142
Interpreti: John Boyega, Jack Raynor, Anthony Mackie, Hannah Murray

Nel 1967 le tensioni razziali nella città di Detroit finiscono per esplodere in una rivolta che attraversa le strade della città. Di fronte alla violenza della polizia esplodono i disordini in cui centinaia di persone vengono ferite e arrestate. In una notte, presso il motel Algiers, si consuma la violenza della polizia nei confronti di un gruppo di afroamericani sospettati di aver sparato contro le forze di polizia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La Bigelow non cerca nemmeno di trovare un “senso” a questo abuso istituzionalizzato, di fronte al quale le altre forze di polizia preferiscono voltare la testa e le vittime possono solo subire, precipitando in un incubo sempre peggiore.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza protratta ed esplicita, nudo e turpiloquio.
Giudizio Tecnico 
 
Grazie anche alle interpretazioni eccezionali di un gruppo di attori variegato e coerente, la regista premio Oscar Kathryn Bigelow riesce a restituirci il senso di una tragedia imminente e inevitabile, facendoci sentire la paura, il sudore e il sangue
Testo Breve:

Il premio Oscar Kathryn Bigelow ricostruisce un. doloroso caso di violenza razziale accaduto a Detroiy nel 1967. Ottima regia e attori molto bravi 

L’ultima fatica del premio Oscar Kathryn Bigelow e del suo sceneggiatore di fiducia Mark Boal è un durissimo apologo sulla violenza razziale che porta gli spettatori all’interno di un episodio avvenuto durante i disordini di Detroit del 1967 che costò la vita a tre afroamericani.

La regista traccia in modo breve ma efficace, con un misto di materiali di repertorio, animazione e ricreazione drammatica, lo sfondo storico degli avvenimenti (un raid della polizia in un locale per neri dove si vendeva illegalmente alcol scatena le proteste degli abitanti del quartiere e, in un’escalation di violenza cieca, si trasforma in guerriglia urbana che insanguina per giorni la città), per poi concentrare lo sguardo su un episodio particolare.

Nel backstage di un teatro dove si esibiscono gruppi di colore pop-soul, ad attendere il loro turno per salire sul palco e conquistarsi la fama, ci sono i Dramatics, ma quando il loro momento sembra giunto lo spettacolo viene sospeso causa disordini.

È così che il leader del gruppo, Larry Reed, e il suo manager e amico, finiscono per strada e decidono di passare la notte all’Algiers Motel.

Qui all’apparenza la violenza sembra lontana, anche se la Guardia Nazionale pattuglia le strade a pochi isolati e i due ragazzi possano tentare un flirt con due ragazze bianche originarie dell’Ohio, mentre poche strade più in là Melvin Dismukes, una guardia giurata di colore dalle solide convinzioni e dal profilo basso, cerca di passare la notte senza problemi.

Ma basta qualche colpo di una pistola giocattolo, sparato per gioco e provocazione contro i militari, a scatenare la violenza. Un terzetto di poliziotti, capitanati da un folle razzista, prende in ostaggio gli ospiti dell’hotel e li sottopone a un interrogatorio brutale e spietato, che alterna pestaggi, minacce, finte esecuzioni e infine anche l’omicidio.

La violenza è la reazione ottusa di fronte a un “altro” che può solo essere inferiore e nemico. A nulla vale il tentativo di mediazione di Dismukes, che cerca di placare gli animi. Anche lui, come gli altri, si ritrova nel ruolo di vittima e di complice obbligato se vuole in qualche modo salvare la pelle.

La Bigelow non cerca nemmeno di trovare un “senso” a questo abuso istituzionalizzato, di fronte al quale le altre forze di polizia preferiscono voltare la testa e le vittime possono solo subire precipitando in un incubo sempre peggiore.

La regia segue l’evolversi degli eventi in modo claustrofobico, restituendoci il senso di tragedia imminente e inevitabile, facendoci sentire la paura, il sudore e il sangue grazie anche alle interpretazioni eccezionali di un gruppo di attori variegato e coerente.

Da questa notte di orrore si esce con l’impressione che il conto avrebbe potuto essere anche più alto, e senza una vera possibilità di catarsi o redenzione. Il nero Dismukes, in un tragico paradosso, si ritrova accanto ai poliziotti assassini come colpevole designato solo perché portava con sé un’arma. Al processo, nonostante le testimonianze, nessuno pagherà per i morti.

La terribile forza del film della Bigelow sta proprio nel rifiutare il parziale sollievo che una giustizia postuma avrebbe potuto dare di fronte a una vicenda così tremenda. Si resta invece con l’amaro in bocca e l’impressione che quello che ci è passato davanti agli occhi possa accadere ancora e ancora, che, in una società che non sa affrontare fino in fondo né le ragioni dei conflitti né quelle della riconciliazione, nessun nodo sia in realtà stato risolto

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BIG SICK

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/17/2017 - 16:55
Titolo Originale: The Big Sick
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Michael Showalter
Sceneggiatura: Kumail Nanjiani, Emily Gordon
Produzione: APATOW COMPANY, FILMNATION ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON STORY INK
Durata: 120
Interpreti: Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Vella Lovell

Chicago. Kumail, immigrato pakistano, lavora come autista di Uber e si esibisce in un locale di stand-up comedy. Proprio qui incontra Emily, studentessa di psicologia, con la quale nasce una relazione. La famiglia di Kumail però vuole per lui un matrimonio con una ragazza pakistana musulmana e per questo propone numerose candidate. Quando Emily scopre la situazione, tutto sembra finire, finché non irrompe una malattia che costringe la ragazza a rimanere in coma diverse settimane. Kumail rimane al suo fianco, sfidando l’iniziale diffidenza dei “suoceri” e mettendo a rischio la carriera di comico e soprattutto il rapporto con la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista scopre che mentire non paga perché in questo modo non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcune scene con leggeri riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Il film si muove abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari. Peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo.
Testo Breve:

Kumail è un immigrato pakistano, Emily una studentessa americana. Si innamorano ma la  famiglia di lui vuole combinare per il figlio un matrimonio con una ragazza pakistana e musulmana. Una storia romantica e spesso divertente che però non approfondisce la relazione fra i due protagonisti

The Big Sick è una commedia romantica ispirata alla vera storia dei due sceneggiatori del film: Kumail Nanjiani, che nel film interpreta se stesso, e Emily Gordon. Il nucleo narrativo è una storia d’amore tra due persone di cultura diversa, pakistana e americana, che arriva a sfidare i pregiudizi delle famiglie d’origine, in particolare quella di Kumail.

Il ragazzo, di nascosto dalla famiglia, non segue più le regole di casa, non prega come dovrebbe. Non accetta l’idea di un matrimonio combinato ma nasconde i suoi sentimenti per Emily, perché la famiglia lo disconoscerebbe se scoprisse che frequenta una ragazza occidentale. E così, Kumail mente con tutti. Quando Emily però scopre l’esistenza delle aspiranti mogli e Kumail ammette di non voler perdere la sua famiglia, tutto sembra finire. A riaprire la partita è un’infezione misteriosa che colpisce Emily. Kumail, volendo starle accanto, si trova a contatto con i genitori della ragazza e si rende conto di quanto lei sia stata invece sincera con loro. Questi conoscono davvero la figlia e vorrebbero allontanare Kumail, che l’ha ferita. Ma l’affetto sincero dimostrato dal ragazzo li porta ad accettare la sua presenza ostinata e ad accoglierlo.

Kumail deve però imparare a essere altrettanto sincero con i suoi famigliari e più l’infezione di Emily si aggrava più la paura di perderla lo costringe a rivelare quel che c’è nel suo cuore.

Il film ci racconta tutto questo muovendosi abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari.

Dispiace un po’ che nella storia tra Kumail e Emily, soprattutto nello sviluppo precedente alla scoperta della malattia, non emergano le ragioni profonde del loro legame. Si parte dall’attrazione fisica e dal rapporto giocoso tra i due e si giunge in fretta alla dichiarazione reciproca dei sentimenti, senza l’evidenza di come siano davvero rimasti sopraffatti l’uno dall’altra. Così il coinvolgimento emotivo arriva soltanto quando Emily è in pericolo di vita. Anche la carriera di Kumail non è sfruttata fino in fondo. Per amore di Emily, Kumail rischia di fallire come comico, pertanto alcune svolte avrebbero avuto bisogno di una sottolineatura.

È un peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo. Se, come sostiene Kumail, alcune regole non sono più sentite e vissute da lui, sarebbe stato utile vedere cosa invece muove il protagonista nel rapporto con Emily. Avrebbe reso più forte il momento in cui finalmente si mostra con sincerità.

Questa infatti è la chiave che gli permetterà una reale vicinanza con i genitori, anche quando sembrerà provocare un allontanamento. Mentendo, Kumail non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari. La sincerità apre invece il confronto e la possibilità che una strada diversa da quella pretesa da altri possa essere in qualche modo accolta.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
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OGNI TUO RESPIRO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/13/2017 - 13:53
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 114
Interpreti: Andrew Garfield, Claire Foy, Hugh Bonneville, Tom Hollander

Fine anni ’50. Robin Cavendish è un giovane inglese della buona borghesia: ama praticare gli sport, la compagnia degli amici e svolge con soddisfazione il mestiere di commerciante di tè. Un giorno conosce Diana, se ne innamora ricambiato e si sposano. Proprio quando Diana gli annuncia che aspettano un figlio, durante un viaggio in Kenia, Robin viene colpito da poliomielite.  Si ritrova in ospedale paralizzato dalla testa in giù, a vivere solo grazie a un respiratore artificiale e, preso dallo sconforto, desidera solo morire. La moglie decide, con l’aiuto di un amico che progetta una carrozzella appositamente attrezzata per lui, di riportarlo a casa. Robin inizia a rivivere…. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esalta l’amore e la dedizione di una moglie che si dedica interamente a prendersi cura del marito affetto da poliomielite. Purtroppo il film si conclude con un’apologia dell’eutanasia
Pubblico 
Adolescenti
La tematica vita-morte non è adatta ai minori soprattutto nel modo con cui viene trattata
Giudizio Tecnico 
 
Il film sviluppa in modo onesto e lineare fatti realmente accaduti, ma il racconto è alquanto monocorde, senza sbalzi di intensità
Testo Breve:

La storia vera di Robin Cavendish, paralizzato dalla poliomielite ma curato con amore dalla moglie per trentasei anni. Una bella storia che si conclude con un infelice e macabro finale

Robin ha 28 anni, va in giro con una macchina sportiva ultimo grido, è un campione di cricket, si diletta a pilotare biplani, nessuno degli amici riesce a batterlo quando gioca a tennis. Conosce Diana, la ragazza più ambita nel giro delle sue conoscenze, le fa la corte, ricambiato e si sposano. Quando, durante un viaggio in Kenia, si trovano sulla cima di una collina a contemplare un bellissimo tramonto e si si abbracciano felici, lo spettatore inizia a preoccuparsi seriamente. La situazione è troppo idilliaca per durare a lungo. In effetti Robin ha subito dopo degli svenimenti, viene trasportato d’urgenza all’ospedale e gli viene diagnosticata la poliomielite

Bloccato in un letto d’ospedale, Robin desidera solo morire. E’ a questo punto che si svolge il dialogo più importante (e più bello) del film: lui cerca di convincere Diana che se se ne andasse, ciò sarebbe un beneficio anche per lei, che tornerebbe a essere libera. Diana gli risponde francamente che non ha capito nulla. Lei lo ha sposato perché lo ama, lo ha sposato per vivere con lui, non certo per morire. Con grande coraggio e determinazione, Diana apprende dalle infermiere tutte le tecniche che le sono necessarie per prendersi cura di un uomo paralizzato dalla poliomielite e con l’aiuto di un amico ingegnere che progetta una carrozzina appositamente attrezzata, riesce a portarlo a casa per fargli condurre una vita quasi normale, contorniato da amici e parenti che cercano sempre, in un modo molto inglese, di essere sempre spiritosi e ironici con lui. La storia raccontata nel film è realmente accaduta (il figlio di Robin risulta coproduttore) e se all’inizio dell’infermità i dottori gli avevano prognosticato pochi mesi di vita, Robin è riuscito a vivere per 36 anni in quelle condizioni, limite mai raggiunto da altre persone affette dalla stessa malattia.  

Il film pone in risalto molto bene il potere generativo di una speranza senza limiti che riesce ad avere l’amore di Diana per il marito: è quasi una forma di energia contagiosa che si propaga in Robin e nei loro amici. La sua vita da infermo era ora diventata piena, non solo perché riusciva a vivere una vita quasi normale (si spostava su un pulmino appositamente attrezzato e riusciva anche a compiere viaggi all’estero con aerei da trasporto) ma si impegnava a promuovere, in tour per l’Europa, un nuovo modo di trattare i pazienti con gravi handicap. Mostrava, con la sua stessa esperienza, che non debbono restare chiusi in un ospedale ma debbono poter uscire e venir trattati come esseri umani, non come dei sopravvissuti. Sono inevitabili i rimandi a un altro film su questo tema: Quasi Amici, dove un bravo badante tratta la persona di cui si deve prendere cura come un essere umano, non come un corpo da mantenere in vita.

Sul finale il film ha una brusca sterzata e per chi non vuole essere informato su  come si conclude, può terminare la lettura a questo punto.

Robin, quando si accorge che inizia a perdere sangue dalla gola, decide che è tempo di “farla finita”. La reazione rabbiosa di Diana è immediata: è stato solo il suo amore, la sua dedizione a realizzare il miracolo di tenerlo in vita per 36 anni e ora lui finisce per offendere proprio quell’amore. Lui non riesce a ricambiare tanta dedizione nell’unico modo possibile: accettare fino alla fine l’aiuto di lei e decide di abbandonare lei e suo figlio.

Il film aveva in un certo modo anticipato questo momento finale. Robin appare da subito come un non credente. Quando si trovava ancora in ospedale e un sacerdote era venuto da lui per dirgli che quello che gli era accaduto era anch’esso, in modo misterioso, parte di un piano divino, aveva finito per sputargli in faccia perché era l’unico modo che aveva per esprimere il suo disprezzo. Robin appare anche molto “inglese” nel senso che, amante delle scommesse, aveva sempre cercato situazioni rischiose, quasi un tentare il proprio destino. Questo atteggiamento assume toni addirittura macabri, quando decide di organizzare una festa di addio per suoi amici e parenti, prima che un medico accondiscendente gli praticasse una iniezione letale.

In questo periodo è soprattutto il cinema inglese che sta martellando per promuovere l’eutanasia, portando sullo schermo situazioni-limite che possano finire di commuovere anche i più ostici al tema, secondo la logica della prima finestra di Overton.

Dopo l’insulso e materialista Io prima di te, questo Ogni tuo respiro è sicuramente meglio realizzato anche perché fa riferimento a persone realmente esistite e a fatti accaduti.

Resta il dispiacere per un film che da una parte mostra con tanta convinzione la necessità di un trattamento umano e dignitoso per persone con seri handicap e valorizza l’amore forte e trascinante di una moglie ma dall’altra, con la stessa disinvoltura, mostra come quella stessa vita per la quale si è tanto combattuto, possa semplicemente venir buttata via, perché è l’uomo che ne è signore e padrone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE PLACE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/13/2017 - 11:08
Titolo Originale: The Place
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Isabella Aguilar e Paolo Genovese
Produzione: MEDUSA FILM, MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP
Durata: 105
Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rorhwacher, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Silvia D’Amico, Silvio Muccino, Vittoria Puccini, Alessandro Borghi, Giulia Lazzarini, Sabrina Ferilli

In un bar situato nella periferia di una grande città siede, sempre allo stesso identico posto, un uomo misterioso. Quotidianamente, da chissà quanto tempo, costui accoglie le persone più disparate, ascolta le loro richieste, consulta un’enorme agenda e poi assegna loro un compito. L’accordo prevede che se il richiedente accetta e svolge il compito proposto, vedrà esaudito il proprio desiderio. C’è chi entra in quel bar per guarire il proprio figlio da un tumore o il proprio marito dall’Alzheimer; chi vuole aumentare la propria bellezza e chi andare a letto con una modella; chi vuole rintracciare il bottino di un furto e chi vuole vendicarsi di un genitore violento; c’è chi vuole riconquistare l’affetto del coniuge e chi recuperare la vista; c’è anche chi desidera ritrovare la presenza di Dio. Per ottenere quanto desiderato, quasi a ognuno dei personaggi è proposto di compiere un’azione orribile. Imboccare tale scorciatoia, quindi, comporta per ognuno un viaggio inevitabile, a volte spaventoso, nella propria anima.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Ha commentato il regista in un’intervista
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, tensione psicologica.
Giudizio Tecnico 
 
Si deve dare atto a Genovese di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi
Testo Breve:

Un uomo sconosciuto, seduto a un bar, riceve la visita di diverse persone che desiderano ottenere qualcosa.  Potranno ottenerla solo se faranno ciò che lo sconosciuto propone loro, liberi di accettare o no, anche cose moralmente terribili. Un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio, dove il bene e il male sono assolutamente equivalenti.

Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che desideri? È il tema dell’intrigante thriller diretto da Paolo Genovese, scritto dal regista insieme a Isabella Aguilar, adattamento della serie targata Netflix The Booth at the End. Si deve dare atto a Genovese (che già con il precedente Perfetti sconosciuti aveva convinto tutti dimostrando capacità di scrittura, regia e direzione degli attori degne dei maestri della commedia all’italiana) di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi. Artisticamente, Genovese si sta guadagnando film dopo film la patente di “Autore” tanto agognata. Se la merita: possiede un’idea del mondo e un’idea del cinema. Anche, possiede un’idea dello spettatore: qualcuno con un cervello a cui regalare qualcosa su cui riflettere dopo la visione del film, senza per questo annoiarlo a morte.

Abbiamo parlato dell’aspetto tecnico. Ma quale visione del mondo è sottesa a The Place? Chi è il misterioso individuo che permette a chiunque glielo chieda una strada, tortuosissima ma sicura, per ottenere ciò che si desidera? Il diavolo? Un angelo? La coscienza? Uno specchio? Il destino? La giustizia? La sceneggiatura del film gioca a rimpiattino con lo spettatore, lo lascia libero di trovare una soluzione e un senso e lavora nella sua mente anche dopo aver composto il mosaico con l’ultima tessera. The Place vuole essere così un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio. Le “prove” cui sono sottoposti i personaggi perché conquistino il loro obiettivo non sono tutte analoghe (per alcuni sono pene del contrappasso, per altri sono spiazzanti ma accettabili) ma ognuno, affrontandole, è costretto ad affrontare i propri demoni. Per alcuni il cammino è di redenzione, per altri di dannazione; c’è chi si trova a cambiare desiderio perché ha scoperto qualcosa di sé di nuovo e chi si trova a rinunciare solo per vigliaccheria. Ognuno impara qualcosa, qualcuno a carissimo prezzo.

Quando uno dei personaggi gli chiede se crede in Dio, l’uomo risponde di credere nei dettagli. È raccontando i particolari delle proprie azioni, infatti, che gli altri personaggi sono costretti a definire chi sono e a guardarsi allo specchio, scovando – nella maggioranza dei casi – una parte di sé nascosta e terribile. Il film condanna senza mezze misure ogni abiezione ma non sembra avere molta fiducia nella libertà dell’essere umano; la libertà di fare il bene. Genovese – come già in Perfetti sconosciuti – sembra essere freddo come un entomologo, lucido (e un po’ compiaciuto) nel mettere in luce le bassezze di cui gli uomini sono capaci ma mai realmente convinto (né tantomeno commosso) di fronte alle possibilità del bene. Soprattutto, mai convinto che il bene possa essere scelto come prima istanza.

“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Così il regista ha presentato il suo film. Particolarmente emblematico di questa “sospensione di giudizio” è il segmento narrativo che vede protagonista la giovane suora. Il suo desiderio è di sentire, come agli inizi della propria vocazione religiosa, la voce di Dio. Prima di accettare il patto, chiede all’uomo seduto nel bar: “come faccio a sapere che lei non è il diavolo?” e si sente rispondere: “non può saperlo”. Naturalmente tutto, nel film, è al servizio dell’efficacia narrativa ma una religiosa che per ritrovare Dio accetta un patto con uno che potrebbe essere “l’avversario” ci sembra una incoerenza troppo forte. Non capire mai se il personaggio sia un emissario diabolico o un messaggero divino è uno dei punti di forza del film ma s’insinua, tra le pieghe della brillante sceneggiatura, l’idea che per gli autori la cosa – anche fuori di metafora – non abbia importanza alcuna. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MERCANTE DI VENEZIA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/09/2017 - 09:25
Titolo Originale: The Merchant of Venice
Paese: ITALIA, LUSSEMBURGO, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 20004
Regia: Michael Radford
Sceneggiatura: Michael Radford
Produzione: SPICE FACTORY PRODUCTION, SHAYLOCK TRADING LTD., UK FILM COUNCIL, FILM FUND LUXEMBOURG, AVENUE PICTURES PRODUCTIONS, DELUX PRODUCTIONS, ISTITUTO LUCE, DANIA FILM
Durata: 124
Interpreti: Al Pacino,Lynn Collins, Jeremy Irons,Charlie Cox, Joseph Fiennes, Zuleika Robison

Nella Venezia di fine ‘500 gli ebrei sono costretti a vivere in un ghetto e debbono portare, quando escono in strada, un copricapo rosso per farsi riconoscere ma è proprio a Venezia, dove prosperano i commerci per mare, che gli ebrei sono utili alla comunità perché prestano denaro a interesse, pratica proibita ai cristiani. Bassanio, un giovane gentiluomo veneziano, per poter conquistare Porzia, ricca ereditiera di Belmonte, ha bisogno di 3000 ducati e li chiede in prestito al suo amico carissimo Antonio il quale, pur volendo soddisfare l’amico, non dispone di così tanto liquido, perché le sue navi non sono ancora rientrate. Decide quindi a chiedere un prestito all’usuraio ebreo Shylock che lo concede a un patto: Antonio dovrà pagare con una libbra della sua carne l’eventuale mancata restituzione della somma. Antonio finisce per accettare, sicuro che presto guadagnerà tre volte quella cifra appena le sue navi saranno rientrate in porto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La clemenza mitiga la giustizia e il valore inviolabile della vita precede qualsiasi accordo fra uomini
Pubblico 
Adolescenti
Un bacio fra due uomini; alcune nudità femminili appaiono sullo sfondo
Giudizio Tecnico 
 
Una visitazione della tragedia di Shakespeare molto ben ambientata che beneficia delle ottime interpretazioni di Al Pacino e di Jeremy Irons
Testo Breve:

Questa tragedia di Shakespeare, poco rappresentata perché accusata di antisemitismo, riceve una lettura molto partecipata proprio al dramma e alle sofferenze dell’ebreo, grazie all’insuperabile interpretazione di Al Pacino 

Riguardo a questo film del 2004 che beneficia della magnifica interpretazione di Al Pacino nelle vesti di Shylock e della complessa e articolata opera di Shakespeare, non intendiamo soffermarci né sull’insolita, forte amicizia fra Antonio e Bassanio, che ha indotto alcuni a parlare di attrazione omosessuale fra i due (il film la assume come vera), né sull’accusa di antisemitismo che ha accompagnato quest’opera nei secoli ma sul rapporto fra giustizia e clemenza, che il grande poeta inglese affronta apertamente, senza sminuire la complessità dell’equilibrio fra i due valori.

La definizione della clemenza è ben espressa nel famoso discorso che tiene Porzia, camuffata da giovane avvocato, davanti al tribunale del doge: “la qualità della clemenza non è la costrizione. Scende dal cielo sotto forma di pioggerellina e si sparge in terra. È due volte benedetta; per chi dà e per chi riceve. E’ più potente nei potenti.  Si addice al trono del monarca più della corona. Lo scettro mostra il suo potere temporale, segno di rispetto e di legalità, dove risiede il terrore che incute il re. Ma la clemenza supera il potere dello scettro. Il suo trono è nel cuore del re. E’ l’immagine di Dio stesso, esempio di bontà. Il potere terreno si avvicina a quello di Dio, quando la clemenza tempera la giustizia. Perciò ebreo, tu che pretendi giustizia considera che secondo giustizia nessuno di noi avrà salvezza. Noi invochiamo clemenza e la nostra stessa preghiera insegna a noi tutti ad essere altrettanto clementi”.

L’avvocato-Porzia non mescola mai i due valori, non nega mai che l’ebreo sia nel giusto, anzi, il disattendere un contratto costituirebbe la rovina per le istituzioni Veneziane, ma se esercitare la giustizia è già una prima forma di trascendenza, esercitare la clemenza lo è definitamente di più perché è di origine divina. Se la giustizia ci costringe a riconoscere che anche gli altri hanno gli stessi diritti che abbiamo noi, la misericordia sottende la fratellanza di tutti noi in Cristo e ci invita a comportarci come Lui si è comportato. Quando Porzia parla di clemenza si rivolge a Shylock quasi in modo privato, personalmente, un atto da esercitare non contro, ma sopra la giustizia: “siate clemente, accettate il doppio della somma, stracciate il contratto”.  Nessuno in tutta Venezia può farlo; solo Shylock può unilateralmente rinunciare a pretendere quanto pattuito.  La caparbietà con cui l’ebreo continua a pretendere giustizia è stato visto da molti come un confronto fra Vecchio e Nuovo Testamento, fra la pura, fredda giustizia e la legge dell’amore portata dal Vangelo ma Shakespeare sa che la realtà diventa molto più complessa quando si passa dai principi alle attuazioni pratiche. Possiamo infatti dire che dalla parte dei cristiani veneziani venga applicata misericordia nei confronti dell’ebreo? Quando il giovane avvocato insiste nel sollecitare la clemenza di Shylock, è lo stesso Antonio a dissuaderlo: “vi prego state discutendo con un ebreo, è come se chiedeste alla marea di contenere il suo flusso normale”. E’ questa una prima, fondamentale mancanza di carità: l’ebreo è un “altro” un “diverso”, a cui non si possono applicare gli stessi trattamenti destinati ai cristiani. Se a Shylock viene concesso di mantenere la metà del suo patrimonio, viene anche costretto a farsi cristiano, che corrisponde a ucciderlo, perché lo si priva della propria identità.

“Io metterò in pratica la malvagità che ci insegnate” aveva detto in precedenza Shylock: si tratta di un personaggio che se non simpatia, suscita certo molta comprensione. Oltre richiedere quel rispetto che non riceve, nel suo famoso monologo -“non ha occhi un ebreo? Non ha mani,..), Shylock subisce anche lo sfregio di una figlia che gli ha sottratto dei denari solo per comperarsi una scimmia e ha venduto l’anello della defunta moglie che gli era così caro. Da che pulpito vengono le prediche? In fondo il bel Bassanio, non deve chiedere un prestito ad Antonio perché ha sperperato tutto il suo patrimonio? Forse proprio in questo modo, se non attraverso i suoi personaggi, è lo stesso Shakespeare a mostrare un vero rispetto nei confronti dell’ebreo descrivendo la sua sofferenza, un rispetto che è la premessa necessaria per qualsiasi forma di misericordia.

Shakespeare non ci lascia tranquilli neanche sul concetto di giustizia. Come si può confidare in essa se sono sufficienti alcuni equilibrismi dialettici, quelli compiuti da Porzia, un avvocato improvvisato, per ritorcere la sentenza proprio contro colui che ha l’ha reclamata? Anche in questo caso, siamo stati probabilmente invitati a guardare più in profondità, a l’uomo dietro le strutture formali di una istituzione e a individuare alcuni diritti inviolabili, come quello della vita, che neanche una legge scritta può alterare.

Non resta che accettare l’abbandono fiducioso all’armonia dell’infinito, nonostante le nostre fragilità, proposto nel dialogo notturno fra Jessica, la figlia di Shylock e Lorenzo, il suo innamorato cristiano: “guarda Jessica, guarda come l’arcata del cielo è tutta costellata di monete d’oro luccicanti.  Non c’è neanche il più piccolo di questi globi che nel suo modo canti come un angelo sa cantare. La stessa armonia è nelle anime immortali. Ma finchè siamo prigionieri di questo involucro d’argilla, nato per essere fango, non possiamo udirla”. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPITAN MUTANDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/06/2017 - 22:23
Titolo Originale: Captain Underpants: The First Epic Movie
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: David Soren
Sceneggiatura: Nicholas Stoller, dall’omonima serie di libri per bambini di Dav Pilkey
Durata: 89

In una scuola elementare due bambini pestiferi, George e Harold si divertono a scrivere fumetti sul mitico Capitan Mutanda. Un giorno ipnotizzano il preside trasformandolo nel buffo super eroe delle loro storie.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film sull'amicizia fra due ragazzi delle elementari con qualche battuta infelice sul matrimonio e qualche cenno dissacrante
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film sicuramente divertente e anche lo stile del racconto riesce ad acchiappare il pubblico: agile, con salti temporali e interazione con lo spettatore
Testo Breve:

In una scuola elementare due bambini pestiferi si divertono a scrivere fumetti sul mitico Capitan Mutanda. Un racconto divertente sull'amicizia di due ragazzi con qualche parentesi irriverente sul matrimonio e  la fede

La scuola non può essere più noiosa per due bambini di quarta elementare, costretti quotidianamente a seguire lezioni asettiche con maestri monotono, mangiare in una mensa terrificante e giocare in corridoi degni di un carcere di massima sicurezza.

George e Harold con i loro scherzi sono gli unici a portare un po’ di buon umore in un ambiente a dir poco terribile, ma ovviamente sono perseguitati dal preside Grugno che ha come unica intenzione quello di incastrarli e mettere fine alla loro eterna amicizia.

I due compagni inseparabili sono un’esplosione di creatività. Uno scrive, l’altro disegna, e insieme danno vita all’esilarante fumetto sulle incredibili avventure di Capitan Mutanda, super eroe sui generis vestito solo di un paio di mutandoni e un mantello di tenda rossa.

Battute sciocche, situazioni imbarazzanti e doppi sensi divertenti sono alla base del racconto dei due protagonisti, che ridono di qualsiasi cosa (pannolini, toilette, carta igienica, peti, rutti, mutande ecc.), incarnando l’umorismo tipico di quell’età che puntualmente fa saltare i nervi agli adulti, descritti come tristi e ingrigiti perché incapaci di farsi una sana risata.

Il contrasto tra il mondo degli adulti e dei bambini viene fin troppo accentuato nel film, e forse più che nel fumetto (totalmente inutile la frecciatina contro il matrimonio e gli accenni dissacranti).

Ma questo conflitto è evidentemente enfatizzato per esigenze di sceneggiatura, così come la storia d’amore tra il preside e la signora della mensa o il terrore dei due bambini di finire in due classi separate e crescere così tristi e soli, proprio come Grugno, che non è poi così cattivo quanto terribilmente solo.

Linee narrative utili per dare sostanza ma su cui forse si poteva lavorare un po’ di più.

Il cuore della storia, invece, è molto divertente: l’idea che il peggior nemico di due scolari tremendi, il preside, diventi niente meno che il loro eroe preferito, Capitan Mutanda, è geniale. Attraverso l’anello ipnotico George e Harold non fanno altro che risvegliare il lato bambinesco di Grugno, e così il trio diventa imbattibile, contro i nemici più buffi che minacciano l’umanità intera.

Tutti i cattivi sono tali solo perché hanno perso la capacità di ridere. Il perfido prof. Pannolino è semplicemente offeso perché è stato deriso per il suo cognome, e allora il consiglio di George e Harold è quello di imparare a ridere di tutto, anche di se stessi. Che problema c’è ad avere un cognome buffo? Se impari a sorridere diventerà la tua forza.

E così il valore dell’amicizia, degli affetti, e del divertimento infantile si impone come tema profondo del film.

Infine, oltre al mitico Capitan Mutanda, protagonista dipinto con toni esilaranti, anche ,lo stile del racconto riesce ad acchiappare il pubblico: agile, con salti temporali e interazione con lo spettatore trovate para-testuali già presenti nel libro, tra cui il filp-o-rama, riprodotte sullo schermo con una resa ottima. 

Autore: ILARIA GIUDICI
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOTTO COPERTURA 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/01/2017 - 22:38
Titolo Originale: Sotto copertura 2
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Salvatore Basile, Francesco Arlanch, Luisa Cotta Ramosino, Umberto Gnoli
Produzione: Lux Vide
Durata: 100' x 4 su RaiUno
Interpreti: Claudio Gioè, Alessandro Preziosi, Antonio Folletto, Antonio Gerardi, Simone Montedoro, Giulia Fiume, Bianca Guaccero,Alejandra Onieva, Erasmo Genzini

Nella prima stagione la squadra mobile di Napoli, capeggiata dal commissario Michele Romano, era riuscita a catturare il boss del clan dei Casalesi Antonio Iovine. Ora l’obiettivo è ugualmente ambizioso: individuare dove si nasconde e arrestare Michele Zagaria, capo della camorra casertana, latitante da 16 anni. La squadra di Romano è sempre molto unita sotto i suoi ordini: c’è il giovane Carlo Caputo, fidanzato con Chiara, la figlia di Romano; Arturo de Luca che sente la pressione della moglie che vuole convincerlo ad abbandonare un mestiere così pericoloso e poco remunertivo; Salvatore, separato dalla moglie, che si avvicina a Laura Riccio che si è unita alla squadra come specializzata in sistemi di spionaggio elettronico. Sul fronte opposto c’è il boss Michele Zagaria che si è fatto costruire un bunker a Casal di Principe, nella casa di Domenico Ventriglia, suo parente. La moglie di Ventriglia, Claudia, è preoccupata per i pericoli di questa coabitazione forzata, sopratutto nei confronti delle sue due figlie e cerca in segreto di aiutare la polizia a individuare dov’è nascosto Zagaria. Infine Nicola Sasso, un giovane fedelissimo di Zagaria, che ha avuto dal boss un incarico speciale: prendersi cura e proteggere su nipote Agata, da poco arrivata dalla Spagna,...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di poliziotti fa squadra per assolvere a un compito di alto valore civico: colpire alla radice la camorra casertana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune situazioni di tensione non risultano adatte ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori sostengono un thriller che regala emozioni e colpi di scena. In qualche situazione si forza la mano per una più facile commozione
Testo Breve:

La squadra mobile di Napoli ha il difficile compito di stanare Zagaria, il boss latitante del casertano. Una fiction poliziesca che parteggia per le forze dell’ordine mettendo in evidenza l’umanità che si cela sotto le divise. 

“Salvato’ mangia”, dice Laura, l’esperta di spionaggio elettronico, al  veterano della squadra, in un momento di pausa, davanti a una pizza. Salvatore  è rimasto sgomento e ammutolito dopo  che Laura gli ha rivelato di avere un tumore. “Però la malattia ti cambia anche in meglio – riprende lei, volendo introdurre un tono di ottimismo in una conversazione che stava diventando troppo seria. “E’ vero sei bellissima”: la interrompe lui, contento di poter esprimere il trasporto che sente per Laura. Lei sorride e riprende: “ti accorgi di più delle cose che hai, di quello che vale veramente. E anche  che Il tempo è prezioso, Salvatò”. “Io l’ho capito quando è morto Arturo” conferma lui, ricordando il compagno morto da poco per mano della gomorra. “Ma io non sono ancora morta!” scherza lei.

Questo piccolo dialogo, forse uno dei più “veri” e belli della fiction (almeno fino alla terza serata), cerca di usare un tono scherzoso ma tratta temi profondi, tratteggia bene il personggio di lui e quello di lei ed esprime l’intesa profonda che si è formata fra i due. Avevamo già sottolineato, nel recensire la precedente stagione, la capacità di questa fiction di non limitarsi a raccontare l’intreccio poliziesco in sé, i ripetuti tentativi di catturare il boss latitante ma di mostrarci la squadra nella sua umanità: ognuno di loro con una famiglia alle spalle o una fidanzata che lo aspetta o la solitudine di un separato.

Il serial si sviluppa in 8 puntate raggruppate in 4 serate, si ispira a fatti realmente accaduti (la cattura di Michele Zagaria è avvenuta il 7 dicembre 2011) e soddisfa pienamente gli appassionati del genere perchè distribuisce equamente, nelle puntate, momenti di suspence e colpi di scena con una enfasi particolare  sulle più moderne  tecniche di investigazione (telecamere e occhiali spia, droni, virus telematici e, da parte della malavita, costruzioni di bunker molto sofisticati). Resta sullo sfondo l’attività del boss: lo vediamo spesso chiuso nel bunker senza nessun particolare impegno se non quello di evitare di essere catturato mentre sappiamo che il vero Zagaria era un imprenditore del male: era considerato il “re del cemento” e i suoi interessi, che coprivano sia appalti pubblici che privati, partivano dalla Campania per estendersi al Lazio, Umbria, Toscana Abruzzo, Emilia. La terza serata affronta l’anomalia di questa situazione in un colloquio fra Nicola e Agata: “se non era per Zagaria, stavamo  tutti qua a zappare la terra - confida il giovane alla presunta nipote del boss -guardati intorno, non ci sono più poveri. Qui, se sai stare al posto tuo, non hai bisogno di niente. Voi in Spagna avete lo stato; noi qui teniamo Zagaria”.

Il serial, com’era già accaduto nella precedente stagione, anche se non trascura di mettere a fuoco le figure di alcuni camorristi come il giovane Nicola e lo stesso Zagaria, sta tutto dalla parte dello Stato. Mostra chiaramente il  valore civile dell’impegno di tanti poliziotti che cercano di ristabilire la legalità, in contrasto con molti film e serial TV come Gomorra e Suburra che hanno scelto di destare interesse  con storie  di corruzione e cinica violenza. Il pubblico sta  invece rispondendo molto positivamente a Sotto falsa copertura 2 e le puntate hanno finora sempre avuto il primato dell’ascolto con valori intorno ai 5 milioni.

Gli attori sono tutti bravi e i personaggi sono ben tratteggiati con la particolarità dei due poli estremi: il boss Zagaria (Alessandro Preziosi) è imperturbabile, quasi disumano, nella sua acuta intelligenza criminale mentre il commissario Romano (Claudio Gioè)  è quasi, troppo, perfetto nella sua capacità di prendersi cura degli altri, nell’assorbire serenamente anche delle accuse infamanti contro di lui.

Resta il problema delle figure giovanili femminili, già presente nella precedente stagione: Agata, la nipote del boss e Chiara, la fidanzata dell’agente Carlo, sembrano espressione di uno stereotipo femminile fatto di dolci sorrisi, di jogging e una debolezza cronica a innamorarsi, atteggiamento non ricambiato dai loro partner. La spagnola Agata, in particolare, vestita sempre come un modella uscita d una sfilata per le strade di Casal di Principe,  non si comprende da che paese arrivi: accetta le avances di un ragazzo in una discoteca, quasi non conoscesse le insidie di quegli ambienti. Quando poi si avvia risoluta all’aereoporto per tornare al suo paese, è sufficiente uno schiaffo del suo ragazzo per farla desistere dal proposito.

Non bisogna però affrettare i giudizi:  la stagione non è ancora finita e le ultime puntate ci possono riservare interessanti sorprese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIUNO
Data Trasmissione: Lunedì, 6. Novembre 2017 - 21:30


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