Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

SUCCEDE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/12/2018 - 11:07
Titolo Originale: Succede
Paese: Italia
Anno: 2018
Regia: Francesca Mazzoleni
Sceneggiatura: Paola Mammini, Francesca Mazzoleni, Pietro Seghetti
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, INDIGO FILM E ROMAN CITIZEN, IN COLLABORAZIONE CON SHOW REEL
Interpreti: Margherita Morchio, Matteo Oscar Giuggioli, Matilde Passera, Francesca Einaudi

L’adolescente Meg scrive un diario su ciò che prova, su ciò che sente, in un momento un po’ confuso della sua vita, impegnata a riprendersi da una delusione sentimentale. Per fortuna ha due carissimi amici che frequentano la sua stessa scuola di Milano: Olly e Tom. Meg e Olly si confidano sempre tutto mentre Tom si prende cura di loro, apparentemente interessato solo allo sport. Olly, quando si trasferisce a Milano Sam, suo cugino, fa di tutto perché possa intendersi con Meg: sarebbe un’ottima opportunità, per la sua amica, lasciare alle spalle la brutta storia che ha vissuto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto sincero ma pessimista di giovani che affrontano le incertezze della vita da soli, incapaci di uscire dal loro stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, rapporti sessuali fra adolescenti, fumate con erba
Giudizio Artistico 
 
Il mondo degli adolescenti viene rappresentato con molto realismo, ma la sceneggiatura si concentra sui protagonisti, stereotipando i personaggi secondari mentre la regia non riesce a modulare i toni del racconto.
Testo Breve:

Tre amici di un liceo milanese due ragazze e un ragazzo, affrontano le prime incertezze sentimentali e cercano di portare più sicurezza nella loro vita. Un film vero sugli adolescenti internauti di oggi, con qualche incertezza nella regia

“Quando mi sveglio la mattina, il mio cervello ci mette quasi dieci minuti a caricare i giusti ricordi: potrei essere la prima della classe, la sfigata di turno,..”.“Sono un disastro, una contraddizione vivente: odio tutti ma mi fa arrabbiare stare da sola; vorrei essere più magra ma voglio continuare a mangiare schifezze; vorrei resettare tutto e ricominciare da zero..”  Sono questi i pensieri che scrive sul suo diario elettronico (un po’ sul cellulare, un po’ sul PC) Meg, una ragazza insolita nel panorama dei film ambientati nel mondo degli adolescenti: non fuma, non beve, insicura negli approcci sentimentali, sempre con una sensibilità a fior di pelle, ma con una buona attitudine a leggere libri: una nerd italiana.

Questo film si inserisce nel nutrito filone dei racconti adolescenziali e, se traguardiamo solo la produzione italiana, è quello che più di altri film recenti, è “entrato dentro” il loro mondo. L’estate addosso di Muccino è apparso un film con una tesi da dimostrare, mentre ultimo film dell’Archibugi, Gli Sdraiati, si è concentrato sui rapporti fra generazioni diverse più che cercare di entrare nel modo dei millennials. In due cose i film si assomigliano: nel fare l’elogio di Milano con bellissime inquadrature (piazza Gae Aulenti è onnipresente) e nel mostrare famiglie fatte a pezzi, dove i ragazzi vivono solo con la madre o solo con il padre.

La regista Francesca Mazzoleni (di 29 anni) ci mostra questi giovani che vivono in uno stato di comunicazione ininterrotta, di giorno ma anche di notte; non ci sono momenti della giornata dove ci si “disconnette”. C’è l’aspirazione alla condivisione integrale e basta stare insieme in due o in tre, perché questo sia l’occasione per fare un selfie da mandare su Facebook, perché le due realtà, quella dove “succedono” le cose e quella dove si costruisce la propria immagine, sono strettamente interallacciate. Se ci si vuole liberare di un terribile segreto ma al contempo non lo si può nascondere a chi ci vuol bene, non c’è che una soluzione: si manda un lungo messaggio vocale su Whatsup. Non sono neanche trascurati i pericoli degli incontri combinati sulla rete. Non solo una delle ragazze ma la stessa madre di Tom, rimasta sola, finisce per  affidarsi a un sito di incontri, raccogliendo solo delusioni.
Ben tratteggiato è l’insolito rapporto che esiste a quell’età fra l’amicizia e l’amore. Gli amici sembrano più intimi della stessa persona con cui si è avviata una relazione. Essi sono garanzia di incoraggiamento, di buoni suggerimenti, mentre l’innamoramento risulta ancora qualcosa di troppo insicuro. Non è raro che i due elementi si sovrappongano, quando si scopre l’abc dell’amore: “quando sto con lui sono semplicemente me stessa; non debbo cercare di essere ciò che non sono” .

Ci sono anche oneste annotazioni di narcisismo, altra caratteristica di quell’età: “mi piace veramente o mi piace che io gli piaccio?". Sono tutte osservazioni che scaturiscono dalla corta distanza che separa l’età dei protagonisti, dall’autrice del libro da cui è tratto il film: la youtuber Sofia Viscardi.

I genitori sono poco incisivi in questa storia, non perché ciò sia una trascuratezza della sceneggiatura, ma perché, semplicemente contano poco o nulla e i ragazzi chiudono il circuito delle loro domande, delle loro incertezze, all’interno di se stessi. Di genitori, nella maggior parte dei casi, ce n’è solo uno (molto bello il rapporto fra Tom e sua madre -interpretato da Francesca Einaudi-  ma si tratta quasi di un rapporto alla pari, entrambi in cerca di alleviare la loro solitudine) oppure, come i genitori di Meg, afflitti da un fatalismo indifferente, “ciò che non dite a noi, non è stato detto da noi ai nostri padri e loro ai nostri nonni”.

Il racconto si sviluppa in modo alquanto prevedibile e sembra che la regia abbia nelle sue corde poche note a disposizione perché la storia avanza sempre con lo stesso ritmo , anche quando la drammaticità di certe situazioni dovrebbe suggerire un innalzamento dei toni. Inoltre la sceneggiatura non riesce ad evitare uno dei topoi più abusati, quando si affronta una storia dove sono presenti delle adolescenti: una di loro resta incinta.

Complessivamente lo scenario prospettato dal film appare veritiero ma soffuso di melanconia che deriva da un pessimismo di fondo. Senza alcun adulto che possa aiutarli, (anzi, assorbono dalle loro famiglie il senso della precarietà dei sentimenti), nessuno che prospetti loro belli e ambiziosi traguardi che li faccia uscire da se’, finiscono per chiudersi in loro stessi. A Tom è affidata la confessione più sincera: “non capisco perché non ci si possa attaccare a qualcosa che ti renda felice”. L’icona-simbolo del film, il coniglio bianco di Lewis Carroll, sta lì a simboleggiare che “è più facile nascondersi che arrampicarsi”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I SEGRETI DI WIND RIVER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/10/2018 - 19:07
Titolo Originale: Wind River
Paese: USA, Canada, Regno Unito
Anno: 2017
Regia: Taylor Sheridan
Sceneggiatura: Taylor Sheridan
Produzione: ENTERTAINMENT, FILM 44, SAVVY MEDIA HOLDINGS, THUNDER ROAD PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 111
Interpreti: eremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Greene, Hugh Dillon

Nel rigido inverno di Wind River, riserva indiana del Wyoming, Cory è un agente federale incaricato di cacciare la fauna selvatica pericolosa per la popolazione. Un giorno, mentre segue le tracce di un puma, trova il cadavere di una ragazza stuprata, morta a causa del freddo mentre fuggiva dal suo aggressore. L’ FBI invia Jane, giovane agente alla sua prima indagine che, impreparata al freddo e alla violenza della riserva, chiede l’aiuto di Cory. L’uomo non può tirarsi indietro, assetato di giustizia per una tragedia del passato che ha colpito la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In un contesto violento una scintilla dell’umano rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di cruda violenza, continui riferimenti alla violenza sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Il film realizza una materializzazione molto esplicita della wilderness americana: un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società. Premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes
Testo Breve:

Nel rigido inverno della riserva indiana di Wind River, occorre far giustizia per un efferato omicidio che è stato commesso. Un film western e un thriller al contempo dove una natura incontaminata fa da contrasto alle forze selvagge che agitano l’uomo.

Sheridan dimostra una singolare connessione col cuore profondo dell’America concludendo la trilogia della frontiera da lui ideata e sceneggiata, iniziata con Sicario e Hell-High Water. Per Wind River l’autore decide di occuparsi anche della regia, meritando il premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes.

Dopo il Messico di Sicario e il Texas di Hell, stavolta la location è la materializzazione più esplicita della wilderness americana, la riserva indiana di Wind River (Wyoming), un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società.

La struttura del film è quella di un thriller classico, con una linea di detection semplice e pulita, ma la scelta di un protagonista cacciatore (un Jeremy Renner granitico come un vecchio eroe del western) stabilisce da subito il tono estetico ed emotivo, creando una forte coesione tra elementi visuali e narrativi. La regia serrata e una colonna sonora raffinata e al contempo primitiva non lasciano tregua, facendo appello alla dimensione istintuale dello spettatore, allo stato primigenio di predatore o vittima.

La scelta di una giovane agente alle prime armi (Elizabeth Olsen) come co-protagonista della linea investigativa ricalca i celebri e felici passi de Il silenzio degli innocenti, assicurando il contrasto di sicuro effetto tra un femminile non ancora sporcato dall’orrore del male e un mondo di soli uomini dominati da un’istintualità animale. In questo modo thriller e western si intrecciano al romanzo di formazione, guadagnando tutta la forza narrativa dell’archetipo dell’iniziazione e del rapporto tra mentore e allievo. La domanda fondamentale che nasce dal conflitto riguarda, prima ancora che la sostanza della giustizia, la posizione dell’uomo in un mondo segnato dal cieco e incontrastabile potere della natura. Una domanda forse desueta, nella modernità del delirio d’onnipotenza scientifico, eppure così profondamente iscritta nel DNA umano.

La linearità della trama lascia spazio agli sguardi e alle parole misurate dei personaggi, rivelando con pudore ma nettezza la loro visione del mondo. Un mondo di esuli, dimenticati dalla complessità del postmoderno, abbandonati in un territorio dove la violenza selvaggia della natura, dentro e fuori dall’uomo, fa strage di ogni mezzo termine. Una scintilla dell’umano però rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico. E così, quando il cow-boy siede vicino all’indiano, al di là della storia, al di là della cultura, qualcosa di più originario unisce i due uomini, soli in un territorio indifferente eppure amato, portatori della condizione drammatica di creature libere e mortali.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GIOVANE KARL MARX

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 11:36
Titolo Originale: Le jeune Karl Marx
Paese: FRANCIA, GERMANIA, BELGIO
Anno: 2017
Regia: Raoul Peck
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Raoul Peck
Produzione: AGAT FILMS & CIE, VELVET FILM, IN COPRODUZIONE CON BENNY DRECHSEL PER ROHFILM, PATRICK QUINET
Durata: 112
Interpreti: August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Hannah Steele, Olivier Gourmet

Nel 1843, il giovane Karl Marx, giornalista e scrittore, è costretto a lasciare la Germania e si rifugia a Parigi assieme a sua moglie Jenny. Qui conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, figlio di un ricco industriale di Brema e tra di loro si stabilisce una salda unità d’intenti che ha l’obiettivo di costituire una base ideologica solida per le nascenti organizzazioni che cercano di sostenere le classi operaie d’Europa che vengono sfruttate in quel tumultuoso periodo della prima industrializzazione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ha compiuto un lavoro onesto, di valore didattico, sulla ricostruzione della formazione del partito comunista, riuscendo anche ad accennare alle conseguenze nefaste di una impostazione materialista della vita
Pubblico 
Adolescenti
Si può avere un Interesse scolastico per questo film a partire dagli adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce a ricostruire con efficacia didattica il progresso delle idee comuniste a metà ottocento: è meno dettagliato nel disegnare le tensioni della società del tempo e nell’approfondire la vita privata e sentimentale dei due protagonisti
Testo Breve:

Scrupolosa ricostruzione del successo di Karl Marx (assieme a Friedrich Engels ) nel far prevalere le sue idee all’interno dei movimenti comunisti sorti ai tempi della rivoluzione industriale. Poco approfondito il ritratto della società del tempo e dei legami affettivi dei giovani protagonisti

Apparso solo come personaggio secondario in qualche sceneggiato, Karl Marx diventa il protagonista in questo film del regista tahitiano Raoul Peck, nel bicentenario della sua nascita. Peck ci presenta un Marx giovane, innamorato della moglie Jenny, di nobili origini, con la quale condivide gli stessi ideali e assieme, nonostante i due figli, si spostano continuamente per le capitali europee, inseguiti dalla polizia dei regimi assolutistici del tempo. Appare ben presto chiaro come la vita privata del pensatore sia solo un subplot di alleggerimento, rispetto all’interesse primario del regista, che è quello di seguire la progressiva conquista da parte di Marx, con le sue idee, dei principali movimenti del tempo fautori di una rivoluzione a favore della classe operaia e lo fa con una ricostruzione rigorosa dei tempi e degli avvenimenti  che accaddero realmente.

Ecco quindi Marx al Rheinishe Zeitung nel 1843 che litiga con i suoi colleghi giornalisti,  appartenenti al movimento dei giovani hegeliani perché secondo lui parlano solo di vaghi aneliti alla rivoluzione senza il sostegno di una base solida di principi ispiratori. Bauer (hegeliano di destra) gli risponde che é un arrogante e in effetti Marx non risulterà molto simpatico, anche a noi, per tutto il film. Lo vediamo impegnato a discutere con i massimi pensatori di sinistra del tempo e lui è abile a dare colpi di fioretto, punzecchiature argute e pungenti, secondo i modi tipici di un intellettuale ma alla fine la conclusione è una sola: lui è l’unico ad aver ragione mentre gli altri sono solo dei teorici velleitari.

Il regista riproduce con rigore l’incontro-scontro che avvenne a Bruxelles nel 1846 fra Marx, fiancheggiato dall’amico Engels, e Weitling, l’ideologo della Lega dei Giusti, che proponeva una sollevazione generalizzata del proletariato per abbattere la tirannia borghese (il dialogo riproduce con fedeltà quanto annotato dal russo Pavel Annekov, che fu presente alla riunione). Mark risponde accusandolo di velleitarismo pericoloso, perché sollevare i lavoratori senza le basi di una dottrina solida, sarebbe stato disonesto. Marx fronteggia anche Prudhon, verso il quale ha un atteggiamento di rispetto (di vent’anni più vecchio, si era ormai guadagnato fama e rispetto) ma anche con lui non riesce a trovare un accordo non condividendo il suo approccio anarchico e idelista, che non tiene conto delle forze in campo. Si arriva così al  1° giugno 1847, quando al congresso londinese della Lega dei Giusti, viene scelto un nuovo nome: Lega dei Comunisti. Marx riesce così a spostare i membri della Lega, la più importante organizzazione multinazionale di lavoratori del tempo, da una visione di giustizia e di uguaglianza universale al brutale concetto di lotta di classe, vista come unica soluzione realistica per il riscatto dei lavoratori. La guida dottrinale, necessaria a dare l’inquadramento teorico necessario a dare lucidità d’azione ai comunisti europei viene pubblicata nel 1848, con il nome di: Manifesto del Partito Comunista. Marx aveva 29 anni. Qui si ferma il racconto del film, un momento prima  dell’inizio, lo stesso anno, di quella  rivoluzione che sconvolgerà tutta l’Europa.

Se il film è rigoroso nella ricostruzione dei incontri, delle riunioni che portarono Marx ad avere il primato delle idee rispetto alle altre correnti di ispirazione comunista, è più  frettoloso nel tratteggiare la situazione dei lavoratori del tempo (vi sono brevi sequenze di operai che lavorano nelle fabbriche) e la classe degli industriali è tipizzata grossolanamente: sono tutti carnefici senz’anima, che riconoscono lecito far lavorare anche i bambini di giorno e di notte.

Il regista è stato invece onesto nel tratteggiare anche i risvolti più fanatici della rivoluzione materialista. In un colloquio con Jenny, Mary, la donna che vive con Engels, ritiene del tutto naturale non desiderare avere figli perché vuole essere libera di combattere; se Friedrich vorrà dei figli, potrà procurarglieli la sorella stessa di Mary, che ormai ha già 16 anni.

Anche lo stesso Prudhon, nell’allontanarsi dalle posizioni di Marx, gli da’ un avvertimento che risulta particolarmente profetico, sia pur nella sua visione atea: “non fate come Lutero che dopo aver distrutto i dogmi cattolici, ha istituito una religione ancora più  intollerante”

Occorre attendere il 1891 per la pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII e molti altri decenni ancora, prima che il comunismo reale finisca per mostrare il suo vero volto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 07:55
Titolo Originale: The Florida Project
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Sean Baker
Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch
Produzione: JUNE PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON CRE FILMS, FREESTYLE PICTURES COMPANY
Durata: 111
Interpreti: Brooklynn Prince, Willem Dafoe, Bria Vinaite, Christopher Rivera, Valeria Cotto, Josie Olivo, Mela Murder

Moonee, sei anni, vive con la madre al Magic Castle, un motel di bassa categoria tutto viola, a Orlando, ai margini di Disneyworld e della società. Nonostante il degrado che la circonda, la piccola trascorre allegramente l’estate in compagnia degli amici Scootey e Jancey. La giovane madre Halley, senza marito né compagno che l’aiuti a crescere la figlia, cerca di sbarcare il lunario arrabattandosi come può, mentre Bobby, il direttore del motel, aspetta pazientemente il pagamento mensile dell’affitto. Finché un giorno la donna decide di risolvere i propri problemi economici accogliendo nella propria stanza uomini disposti a pagare per le sue prestazioni sessuali. La novità non passerà inosservata ai vicini e agli assistenti sociali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sean Baker, con grande sensibilità, apre uno squarcio su una realtà fortemente disagiata, dove mancano la bellezza, la cultura e una progettualità educativa che vada oltre il mero aiuto pragmatico e immediato dell’assistenzialismo sociale e lo fa ponendosi all’altezza dei bambini protagonisti del suo film
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, riferimenti sessuali, uso di droghe leggere, scene violente.
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha saputo raccontarci l’inesauribile gioia di vivere che scaturisce dall’essere bambini, in contrasto con lo squallore umano di cui sono circondati. William Dafoe ha ottenuto per questo film una nomination agli Oscar 2018 come miglior attore non protagonista
Testo Breve:

Una madre sigle cerca di sbarcare il lunario anche con metodi non leciti, mentre la figlia è abbandonata a se stessa e gioca con altri compagni nei pressi della mitica Disneyland. Un quadro di squallore umano e materiale tratteggiato con grande sensibilità

Un sogno chiamato Florida, per una precisa scelta stilistica del regista indipendente Sean Baker e del suo direttore della fotografia Alexis Zabé, è girato quasi come un documentario e ad altezza di bambino. Lo spettatore è incluso così nelle giornate della piccola Moonee, che scorrono lente e placide, ma senza mai un attimo di noia. 

Moonee ha una madre giovanissima, Halley, molto permissiva. La donna, capelli verdi e corpo ricoperto di colorati tatuaggi, non la rimprovera mai, neanche quando la piccola dice le parolacce o si diverte a sputare sulle macchine altrui, insieme ai suoi amici Scootey e Dicky. Halley cerca di non far pesare alla figlia i propri problemi economici e trasforma ogni occasione in un momento divertente da vivere insieme, come quando fermano dei clienti fuori da alcuni hotel di lusso per smerciare abusivamente dei profumi contraffatti.

Mooene sembra non accorgersi del degrado e della mancanza di bellezza che circonda il piccolo mondo in cui vive e con un po’ di furbizia e di fantasia, ogni giorno diventa un’avventura da condividere in compagnia. La prima parte del film è proprio una concatenazione di piccoli momenti, quasi slegati tra loro, tra scherzi agli adulti, gelati elemosinati, incendi appiccati in vecchie case abbandonate. Moonee non conosce regole, né educazione, non avendo alcun esempio dalla madre. La sua vita, ai margini di ampi stradoni, è in contrasto con quella incantata di Disneyworld, distante pochi metri. È il paradosso statunitense, costituito da netti contrasti: dietro il mondo finto destinato a famigliole felici e costruito a misura di bambino, si nasconde un mondo drammaticamente reale, dove i bambini giocano in strada e mangiano junk food sopra un letto costantemente sfatto, guardando per ore la televisione, in compagnia di mamme single o giovani nonne rimaste a occuparsi della loro educazione.

Bobby, direttore del motel, interpretato da William Dafoe che per questo ruolo ha ottenuto una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista, è forse il personaggio adulto più umano di questo universo variopinto e surreale, costituito da famiglie mono-genitoriali e sole, in cui si fa fatica a sbarcare il lunario.

Sean Baker apre uno squarcio su una realtà fortemente disagiata, dove mancano la bellezza, la cultura e una progettualità educativa che vada oltre il mero aiuto pragmatico e immediato dell’assistenzialismo sociale e lo fa ponendosi all’altezza dei bambini protagonisti del suo film.

Tra atmosfere oniriche, scene improvvisate e altre girate con il cellulare, Un sogno chiamato Florida restituisce il sapore dei film sperimentali del passato, tra denuncia politica e un briciolo di speranza, qui affidata esclusivamente agli occhi dell’infanzia.  Anche quando tutto sembra perduto, come nella scena finale, sono i bambini, con il loro sguardo aperto al mondo della fantasia e dell’evasione, a trovare una via di fuga al dolore arrecato dal mondo adulto.

Resta da chiedersi però che adulti diventeranno loro stessi, senza validi punti di riferimento.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO C'E'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/02/2018 - 07:27
Titolo Originale: Io c'è
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Edoardo Leo, Valerio Cilio
Produzione: VISION DISTRIBUTION
Durata: 110
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelin

Massimo (Edoardo Leo) è proprietario insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy) di un bed&breakfast nel centro di Roma, ereditato dal ricchissimo padre. Purtroppo però, vuoi la crisi, vuoi una gestione non brillante della struttura, l’attività si ritrova sull’orlo del fallimento, anche a causa della concorrenza delle case di ospitalità religiose che hanno clienti tutto l’anno e non pagano le tasse. Da qui l’idea: trasformare il bed&breakfast in un luogo di culto, per attrarre nuovi avventori e far quadrare i conti. Preti, rabbini, imam e persino testimoni di Geova: nessuno però sembra voler aderire all’assurda iniziativa. E allora a Massimo, con l’aiuto della sorella commercialista e di uno scrittore fallito a fare da “teologo”(Giuseppe Battiston), non rimane altro che un’ultima disperata soluzione: fondare una religione tutta sua…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista. Inoltre la battuta scherzosa è fatta in modo non intelligente ma ignorante, perché non occorre approfondire ciò che è una favola, anche se milioni di persone la seguono.
Pubblico 
Sconsigliato
Per le tematiche affrontate, che necessitano di buone capacità citiche. Perchè suggerisce che la religione va contrastata senza sviluppare alcuna critica informata, ma è sufficiente un pregiudizio grossolano
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, ma la sceneggiatura è scorretta, per la pressoché totale mancanza di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista alternativo che sia portatore credibile del contro tema di fede che viene affrontato
Testo Breve:

Se i centri di accoglienza a carattere religioso sono esentasse, sarà sufficiente inventarsi una nuova religione per entrare nel business della ristorazione. Il film che gioca sulla comicità del paradosso ma manca di un reale contraddittorio sviluppando una tesi a senso unico

Dopo Che vuoi che sia, Alessandro Aronadio ed Edoardo Leo tornano a lavorare insieme in un’altra commedia, anche se stavolta tocca al primo mettersi dietro alla macchina da presa.

Lo spunto di partenza ha una sua originalità e un indubbio potenziale comico, avvalorato e sostanziato da un buon cast, costruito attorno al solito Leo, ormai quasi una maschera nell’essere sempre uguale a se stesso, ma proprio per questo una garanzia nell’interpretare ogni volta la parte del giovane spiantato e immaturo che combatte contro crisi e precarietà.

Questa volta però la storia travalica i confini del solito tema e il disagio sociale ed economico che affligge questa generazione è solo il pretesto per affrontare un altro ambito dell’esistenza umana: la religione.

Pur nei canoni della commedia dell’assurdo, un genere che può più o meno piacere (anche qui sono svariate le situazioni divertenti, a prescindere dai gusti in fatto di commedia), il film si fa prendere un po’ la mano saltando presto, molto presto, a conclusioni astruse, fondate su una visione molto personale della vita e di alcuni suoi importanti aspetti, come appunto la fede e la spiritualità in generale, infarcendo trama e dialoghi di luoghi comuni e discutibili preconcetti.

Il film d’altronde ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, dove nel giro di poche scene si viene trascinati subito nel vivo della storia e del meccanismo comico che è anche il motore narrativo della vicenda, ma nonostante questo è alienante e disturbante – perché drammaturgicamente scorretta, oltre che tendenziosa - la pressoché totale mancanza all’interno della sceneggiatura di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista altro e alternativo che sia portatore credibile e plausibile del contro tema (chiamiamolo così), appartenente a chi la fede ce l’ha e in Dio crede per davvero.

Il doppio ribaltamento finale nelle vedute del protagonista sulla vita e in particolare sulla moralità delle sue scelte, sopperisce solo parzialmente al delirante percorso fatto da Massimo, e al generale andamento della trama del film che comunque, essendo una farsa costellata da personaggi e situazioni surreali, non si prende mai troppo sul serio, nonostante l’importanza del tema. Il problema vero però è che scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista.

 

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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READY PLAYER ONE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/31/2018 - 22:20
Titolo Originale: Ready Player One
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Zak Penn, Ernest Cline
Produzione: AMBLIN PRODUCTION, DE LINE PICTURES
Durata: 140
Interpreti: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn

Nel 2045 a Columbus, nello stato dell’Ohio. L’umanità vive di stenti in un mondo inquinato e afflitto da una pesante crisi economica e si rifugia nella realtà virtuale di Oasis, un gigantesco game creato dal geniale James Halliday, dove ognuno si presenta sotto la falsa identità di un avatar. Alla sua morte, Halliday ha invitato tutti a cercare la Easter Egg che ha nascosto nel suo universo: chi saprà trovarla avrà le chiavi di accesso al gioco e ne diventerà il legittimo proprietario. Fra i tanti, raccolgono la sfida il giovane Wade (Parsifal come avatar) e la misteriosa Ar3mis ma sopratutto Nolan Sorrento, capo della società IOI che vuole impossessarsi del business che ruota intorno a Oasis...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alla fine i buoni vincono contro i cattivi ma Spielberg non fa una critica esplicita della play-dipendenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere sci-fi
Giudizio Artistico 
 
Grande perfezione delle immagini e buon ritmo della storia
Testo Breve:

Spielberg si è immerso totalmente nel mondo dei videogiochi, anzi il suo film è tutto un video gioco con il rischio di filtrare, a causa anche dell’elevato citazionismo, il pubblico a cui può interessare.

Se non siete  dei nerd nè dei geek, temo che l’ultimo lavoro di Spieberg non sia  per voi. Il film è zeppo di citazioni a eroi ed eroine dei game più famosi e per la maggior parte del film assistiamo a movimentati combattimenti virtuali tipici di un videogioco di ottima qualità, dove occorre fuggire all’assalto di un  T-Rex, di un  Mechagodzilla a bordo di una DeLorean (quella che compare in Ritorno al futuro) o della rossa moto della mitica Akira.

 Il film è ambientato nel 2045, quindi in un futuro non molto lontano e le attrezzature che impiegano i nerd impegnati nella caccia all’Easter Egg nascosto da Halliday non sono molto più evolute di quanto oggi è già disponibile. Vengono utilzzati dei visori 3d , che già stanno invadendo i nostri principali siti archeologici ma dispongono anche di guanti che simulano le sensazioni tattili (ad es la carezza fatta a una avatar donna) e di una tuta integrale che consente di riprodurre un colpo ricevuto quando si ingaggia una lotta corpo a corpo. A completare la quasi-realtà la tuta può venir agganciata a dei cavi appesi al soffitto dando l'illusione di  librarsi nell’aria.

A cosa serve tutta questa tecnologia? A essere ciò che si vuole nel mondo che si vuole. Ognuno dei protagonisti si crea il suo Avatar  e con esso partecipa ad avventure entusiasmanti oppure frequenta Basement, uno spazio sociale dove si fanno nuove conoscenze.  Si tratta di una passione per il virtuale che non va affatto sottovalutata già oggi: il business dei videogiochi è superiore a quello del cinema, della televisione e della musica messi insieme. Ma perché nel 2045 prospettato da Spielger tutti si rifugiano in un mondo che non c’è?  Una crisi economica e una catastrofe ecologica hanno ridotto i più alla povertà e ora vivono in case-container impilate, una sull’altra, su strutture metalliche. “La realtà serve solo per mangiare e per dormire” ma poi per il resto della giornata, incluso il nostro Wade,  tutti vanno a vivere in Oasis. Un tale contrasto richiama alla mente altri film di fantascienza dove il mondo è sotto un regime totalitario e vengono organizzate competizioni crudeli come diversivo ma alcuni giovani sono pronti a organizzzare una rivolta (stiamo citando la trilogia di Hunger Games) per costruire un mondo migliore. Niente di tutto questo traspare in Ready Player One, anzi uno dei suoi difetti è proprio quello di mostrarci poco o nulla del mondo reale: quartieri squallidi, un cielo sempre grigio mentre l’intervento della Polizia in una delle sequenze finali lascia intendere che il “mondo al di fuori” è ancora ordinato, ma nulla di più. 
Da alcune frasi dette dal protagonista, sembra che il regista voglia “farci la morale” ricordando che la realtà è molto più bella e coinvolgente ma anche questa ipotesi va scartata.  

Il mondo virtuale viene presentato con colori molto più brillanti e sappiamo che il nostro eroe, Wade, ha al massimo l’intenzione di sospendere Oasis per due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì: siamo ben lontani da una denuncia radicale.

Forse perché ciò che ci prospetta il regista è molto più grave e definitivo: in un mondo dove non si muore di fame ma dove non ci sono neanche opportunità di crescita, l’”economia reale” si è ormai trasferita in Oasis. I punti acquisiti nel gioco possono esser venduti ad altri e il ricavato può esser convertito in moneta corrente o viceversa questa viene usata per comperare “armi” che consentono di vincere più facilmente.  L’organizzazione IOI specula sugli ingenui proprio concedendo prestiti e quando i giocatori non riescono più a restituirli, diventano degli schiavi condannati ai lavori forzati.

E’ evidente che Spielberg ha voluto divercirci raccontando gli sviluppi di questo grande gioco, citando continuamente la cultura pop degli anni ’80, incluso un lungo omaggio a Shining del suo maestro  Stanley Kubrick e che il film conferma ancora una volta la sua grande professionalità, impegnata a rendere al meglio la tecnica della performance capture. Tuttavia, dopo che si esce dal cinema, dopo aver apprezzato l’impegno di Spielberg come futurologo più che narratore di fantascienza, il film è subito dimenticato, perché sembra che non abbia un'anima.

Spielberg ci ha infiammato tante volte con le sue passioni civili (contro il razzismo, contro l’olocausto, a favore della libertà di stampa)  o ci ha fatto provare il gusto dell’intrattenimento fantastico (E.T., Jurassic Park)  ma questa volta non riesce ad affascinarci con quel mondo colorato che è riuscito a creare, se poi non ci mostra dei protagonisti,  dotati di cuore e passione, che affrontano, anche senza risolverli, i problemi umani e sociali che sono sottesi (era successo qualcosa di simile con A.I. -Intelligenza artificiale).

Avevano detto all’inizio che si tratta di un film che va bene per dei  nerd e proprio di questo si tratta: grande interesse per una brillante soluzione degli enigmi proposti dal gioco, mentre l’intreccio amoroso diventa di secondaria importanza, nè i problemi del mondo reale, per chi sta incollato delle ore alla playstation, suscitano un particolare interesse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TONYA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 08:51
Titolo Originale: I, Tonya
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Craig Gillespi
Sceneggiatura: Steven Rogers
Produzione: AI-FILM, CLUBHOUSE PICTURES, LUCKYCHAP ENTERTAINMENT
Durata: 121
Interpreti: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney

Cresciuta da una madre esigente e anaffettiva, Tonya Harding tenta il riscatto attraverso il pattinaggio artistico, ma il suo carattere spigoloso e l’incapacità di adattarsi alle regole di un mondo fatto di apparenze le impediscono di arrivare sul gradino più alto del podio. Anche la sua vita privata è problematica, soprattutto quando, per sfuggire alla pressione materna, decide di sposare un uomo che la picchia… Ma l’ultimo e più noto capitolo della sua storia è quello legato all’aggressione alla collega Nancy Carrigan, nel 1994, alla vigilia dei Giochi Olimpici, di cui viene considerata mandante. Ma qual è la verità su Tonya?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre ritiene giusto spronare sua figlia fino alla crudeltà purché diventi una campionessa, un rapporto malato e violento fra un uomo e una donna, la tentazione di eliminare la rivale nello sport con un atto criminale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo; rapporti coniugali impostati sulla violenza; cospirazione per eliminare con la violenza una rivale nello sport
Giudizio Artistico 
 
Strepitosa interpretazione di Margot Robbie; premio Oscar 2018 come miglior attrice non protagonista a Allison Janney; il regista Gillespie dà ritmo, profondità e originalità a una storia avvincente di fragilità umana
Testo Breve:

La biografia di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico poi accusata di aggressione a una sua rivale. Un racconto avvincente che fa empatizzare con un essere umano imperfetto, che sa essere cattivo ma che si fa anche ammirare per la sua perseveranza e il suo talento.

Qual è la verità della vita di una persona? Quella che ci racconta lei? Quella di chi le sta vicino? Quella riportata dai giornali?

Interpretato e prodotto dalla talentuosa Margot Robbie, I, Tonya  è una biografia anomala, sorprendente, ma profonda che trova una modalità espressiva singolare, ma efficacissima per raccontare una cattiva (così venne dipinta Tonya Harding da tutta la stampa all’indomani dell’aggressione che avrebbe segnato la sua vita), decostruendo e ricostruendone la psicologia e la vicenda umana con un piglio che è quello del mockumentary (con tanto di “interviste” ricostruite ma verissime), ma senza perdere la capacità di coinvolgere ed emozionare.

La storia di Tonya, della sua vita da white trash, i suoi disperati tentativi di emergere contro tutto e contro tutti, il suo disperato desiderio di essere amata e accettata, possono prendere spesso i toni della farsa, ma sfidano nonostante tutto il pubblico a empatizzare con questo essere umano imperfetto, la cui cattiveria non ha nulla di grandioso e la cui miseria impariamo ad amare tanto quanto il suo talento.

Il mosaico dei personaggi che circondano la protagonista (talmente surreali che quando scopriamo sui titoli di coda che corrispondono perfettamente ai loro referenti reali l’impatto è notevole) è il perfetto corollario di un sogno americano fatto di mille illusioni e molte ipocrisie, un mondo e una società che ha bisogno di assegnare etichette e dove i trionfi non bastano a garantire la felicità.

Il film di Gillespie ha ritmo, profondità e originalità quanto basta a rendere attuale una vicenda vecchia ormai di vent’anni e la Robbie mette cuore e intelligenza in un personaggio con cui evidentemente simpatizza al di là dei limiti riconosciuti. La descrizione del rapporto tra Tonya e il marito Jeff attraverso i toni di un’ironia dissacrante riesce comunque a far emergere la logica perversa di un amore distruttivo e malato, che nasce come una fuga e si trasforma in una prigione, da cui non si può uscire, perché non si riesce nemmeno a immaginare di poter essere “amata” diversamente.

Brillanti tutti i comprimari, a partire da Allison Janney, nei panni della madre tiranna e sfruttatrice. Godibilissimi i siparietti che coinvolgono il marito di Tonya (Sebastian Stan, bravissimo a dare vulnerabilità, cattiveria e ottusità al suo personaggio) e il suo amico Shawn, artefici della rovina di Tonya, ma divertenti come una coppia di delinquenti usciti da un film dei fratelli di Coen o di Quentin Tarantino.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOSTILES - OSTILI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/27/2018 - 18:14
Titolo Originale: hostiles
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Scott Cooper e Donald Steward
Produzione: WAYPOINT ENTERTAINMENT, IN COLLABORAZIONE CON BLOOM, LE GRISB
Durata: 127
Interpreti: : Christian Bale, Rosamund Pike, Wes Studi, Adam Beach, Ben Foster, Jesse Plemons, Rory Cochrane, Q'orianka Kilcher

Ambientato nel 1892, HOSTILES - Ostili di Scott Cooper racconta la storia di un capitano dell'esercito, Joseph Blocker (Christian Bale), che accetta con riluttanza di scortare un capo guerriero Cheyenne, un tempo sanguinario e violento, ora anziano e in punto di morte, (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natie. I due rivali affrontano un viaggio lungo e faticoso da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana. Durante il viaggio incontrano una giovane vedova, Rosalee Quaid (Rosamund Pike), colpita e spezzata nell’intimo da una tragedia causata dalla brutalità delle ostili tribù Comanche.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ottima riflessione sul valore degli affetti, dei legami familiari, dell’amicizia e delle tradizioni. Interessante analisi delle diverse componenti implicate nella questione dell’integrazione razziale
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Scott Cooper narra una storia sfaccetta e complessa, a volte lunga, ma nel complesso ben raccontata e chiara soprattutto nella descrizione degli aspetti emotivi del racconto. Splendida fotografia e ottima interpretazione soprattutto dei protagonisti
Testo Breve:

Un film al tramonto dell’epopea western, quando gli indiani, ormai sconfitti, debbo venir trasferiti nelle riserve a loro destinate. Un film duro che è un viaggio che trasforma l'ostilità fra bianchi e nativi americani in reciproca comprensione

Un western ma rivisitato con la mentalità dei giorni nostri in cui il tema della discriminazione razziale è percepito con rinnovata sensibilità e implica sfumature sottili e considerazioni non semplici. Cooper propone una storia carica di aspetti controversi, in cui i personaggi escono dai classici schemi.

La tempra vigorosa e forte della protagonista, la vedova Rosalee, è uno dei primi aspetti che salta agli occhi. Rosalee trova la forza di superare la paura e il dolore più grande in cui una donna possa incorrere attraverso un rinnovato coraggio e una lucida determinazione. Il suo è un viaggio oltre che materiale anche interiore che parte dalla sofferenza più oscura a profonda e arriva a riscoprire il valore umano della vita, anche della propria, anche quando privata di tutto sia al livello materiale che morale.

Attraverso l’esperienza del capitano Blocker invece Cooper trova la chiave giusta per raccontare un sentimento sfaccettato e complesso come l’odio. Anni di violenza feroce, di lotte e battaglie hanno forgiato in questo personaggio un animo duro, severo e quasi spietato. Eppure il contatto umano con il dolore, tanto quello della vedova quanto quello delle famiglie delle tribù indiane piagate da una guerra selvaggia e crudele, riesce ad aprire un varco nella sensibilità del capitano.

Tra violenza, affetti, tradizioni e riscoperta di comuni virtù umane, il viaggio dei soldati bianchi al fianco di una famiglia indiana e di una vedova porterà a riflettere sulla complessità della questione razziale, che vendette, morti e prevaricazioni non potranno mai risolvere, e sull’importanza di riuscire a trovare un punto di incontro tra civiltà e culture differenti. Al tempo stesso Cooper riesce trovare nei sentimenti umani e nei valori più semplici dell’amicizia e della famiglia quel comune denominatore che avvicina ogni uomo all’altro, qualunque sia la sua apparenza razziale.

Una fotografia stupefacente impreziosisce il film di colori, luci, ombre e panorami affascinanti, nonostante l’impiego di numerose scene di esplicita e a volte atroce violenza. Su tanti pregi del film solo il finale, che giunge in modo un po’ esasperato e scontato, lascia una certa delusione.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRANGER THINGS (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/26/2018 - 21:59
Titolo Originale: Stranger Things
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Matt e Ross Duffer
Produzione: Matt e Ross Duffer
Durata: disponibile su Netflix
Interpreti: Winona Ryswr, David Harbour, Millie Bobby Brown, Natalia Dyer, Charlie Heaton, MIchael Wheeler, Matthew Modine

Nel 1983, nella cittadina di Hawkins, nell’Indiana, quattro inseparabili amici di dodici anni trascorrono la giornata fra la scuola, le scorribande in bici e giocando a Dungeons & Dragons ma in rapida successione accadono due eventi incomprensibili: uno di loro, Will, scompare senza lasciare traccia e mentre i tre amici si apprestano a cercarlo, si presenta  loro una ragazza, loro coetanea, che non parla, si fa chiamare solo Undici e si rifugia nel loro scantinato perché ha paura di venire rintracciata. La ragazza è infatti  fuggita da un laboratorio top secret del governo statunitense. La madre di Will riceve delle strane telefonate; si convince che il ragazzo stia cercando di mettersi in contatto con lei e chiede aiuto allo sceriffo della contea, Jim Hopper. Anche i ragazzi si convincono che Will non è morto e che Undici può aiutarli nella ricerca, perché dotata di poteri psichici eccezionali….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial sviluppa la sua trama horror in una comunità dove fra gli adulti le relazioni familiari sono fragili e fra i giovani si sviluppano frequenti casi di bullismo. Solo i tre ragazzi danno il buon esempio di un’amicizia che si esprime attraverso una concreta solidarietà
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Il serial presenta scene spaventose e angoscianti che coinvolgono una ragazza dodicenne. Situazioni di conflitto familiare. Un rapporto prematrimoniale fra adolescenti. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione da parte di tutti i coprotagonisti, anche i più piccoli. Efficace disvelamento progressivo del mistero
Testo Breve:

In una cittadina che ricorda tanto quella del film ET-l’Extraterrestre, accadono eventi misteriosi e scompare un dodicenne. Un Serial ben realizzato ma troppo spaventoso per un pubblico che si potrebbe identificare con i protagonisti

Quando i gemelli Matt e Ross Duffer, ideatori e produttori di Stanger Things, nacquero nel 1984, E.T. – l’Extraterrestre di Steven Spielberger era uscito due anni prima;  Halloween - la notte della streghe di John Carpenter, nel ’78  e Aliens di James Cameron del 1979.  Nelle loro interviste i gemelli non hanno fatto mistero di aver voluto omaggiare i classici del cinema e della letteratura fantastica degli anni ottanta, cercando di trasmettere agli spettatori quello stimolo all'immaginazione e il desiderio di avventura che anche loro avevano provato.

A ciò occorre aggiungere la nostalgia per un mondo dove non si usavano i cellulari (i ragazzi in molte sequenze impugnano dei walkie talkie) e c’era più tempo per stare insieme. Al contempo si era ancora nel periodo della Guerra fredda e circolavano strane notizie su sinistri esperimenti portati avanti dalla CIA sulla psiche umana (nostalgia artisticamente ricercata anche di recente, dal premio Oscar La forma dell’acqua).

In effetti i richiami a ET sono molti: anche il film di Spielberg iniziava mostrandoci i ragazzi intenti a giocare a Dungeons and Dragons, a correre in bicicletta fra una loro casa e l’altra, tutte di tipo monofamiliare immerse nel verde. Anche nel serial c’è un’apparizione misteriosa: questa volta non si tratta di ET ma di una ragazza che si fa chiamare Undici, che parla pochissimo e che loro nascondono in cantina. Ma anche lei, come ET, fa levitare gli oggetti.

I riferimenti al film di Spielberg finiscono qui. ET- L’Extraterrestre era un capolavoro di poesia, l’esaltazione dei sogni dell’infanzia, della purezza e della fantasia dei bambini, Stranger Things appartiene invece al genere horror, non solo per il timore di quella “cosa aliena” che ogni tanto compare e rapisce dei ragazzi, ma per le sequenze dove una bambina viene sottoposta a esperimenti sempre più pericolosi e traumatizzanti. Anche le trame di contorno presentano situazioni che poco hanno a che fare con il mondo innocente di Spielberg. Gli ambienti familiari in cui vivono i ragazzi non sono sereni. Sono molte le separazioni e i conflitti fra coniugi e quando finalmente ci viene presentata una coppia tranquilla, quella dei genitori di Nancy, è lei la prima a costatare che si è trattato di un matrimonio di pura convenienza. E’ proprio Nancy, un’adolescente irrequieta, incapace di relazionarsi in modo sereno con sua madre, che si organizza la sua prima notte con un ragazzo che le piace. Si tratta quindi di un serial disarmonico, di genere horror, che tratta tematiche da maggiorenni ma pone come protagonisti dei dodicenni ed è stato questo il motivo per cui il lavoro è stato respinto da tutti i principali canali televisivi. Alla fine solo Netflix ha accettato di programmarlo vietandolo però in Italia, ai minori di 14 anni.

Il racconto si sviluppa, nella prima stagione, su otto puntate e gli autori sono stati abili nel diluire il disvelamento della verità lungo tutto l’arco narrativo, mantenendo sempre alta la curiosità dello spettatore. I personaggi sono tutti ben caratterizzati con una certa preferenza verso i nerd posti ai margini per la loro sensibilità: fra tutti Jonathan, il fratello del ragazzo scomparso, cresciuto senza un padre che si è allontanato presto da casa e Mike, il ragazzo che più degli altri riesce a comprendere e a stare vicino alla “diversa” Undici. In contrasto con loro ci sono i seguaci della pura ragione: Jim, il capo della polizia, che non ha alcun pregiudizio e avanza diritto verso la verità, meticoloso nel cercare prove e indizi, forse il personaggio più riuscito. Simile a lui è Lucas, il ragazzino afroamericano, che non fa passi avanti nella ricerca finché non riconosce l’esistenza di solide garanzie di credibilità.

Brava anche Wynona Rider (un altro omaggio agli anni ’80) anche se la parte di madre addolorata di Will la porta spesso a recitare sopra le righe.

Il serial ha vinto nel 2017 il Golden Globe come miglior serie televisiva drammatica e fra gli Emmy Awards ha raccolto cinque premi: miglior casting, miglior tema musicale e miglior montaggio sia audio che video.

Il serial (sia nella prima che nella seconda stagione) è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOLE A MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/25/2018 - 21:14
Titolo Originale: Midnight Sun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Eric Kirsten
Produzione: Boies, Schiller Film Group
Durata: 91
Interpreti: Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Suleka Mathew

Una rara malattia costringe la diciassettenne Katie Price ad evitare scrupolosamente l’esposizione alla luce solare. La ragazza vive confinata nella sua stanza, osservando gli altri dalle finestre oscurate, potendo uscire soltanto di notte. Proprio durante un’uscita notturna incontra di persona Charlie, il ragazzo di cui è innamorata da sempre. Tra i due nasce una storia e Katie ha l’occasione di recuperare quello che ha perso negli anni. Ma la sua malattia metterà alla prova questa storia d’amore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amore dona speranza e passione per la vita anche nei casi più difficili ma il modo con cui viene affrontato il tema del fine vita non è pienamente condivisibile
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene con leggeri riferimenti sessuali. Il giudizio in U.S.A. è stato PG-13 perché il tema trattato del fine vita richiede maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Nel film si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero
Testo Breve:

Dopo I passi dell’amore e Colpa delle stelle   un altro film del filone “amore e malattia”: una romatica  storia di amore e compassione che affronta in modo discutibile il tema delicato del fine vita

 

Ispirato ad un film giapponese (Song to the sun, del 2006), Il sole a mezzanotte appartiene al genere “amore e malattia” e racconta le vicende di Katie, affetta da Xeroderma Pigmentoso, che costringe ad evitare le radiazioni solari, causa di danni neurologici fatali per il malato.

Orfana di madre, cresciuta da un padre attento e premuroso, Katie ha condotto un’esistenza diversa da quella dei suoi coetanei. Ha studiato tra le mura domestiche e non ha potuto vivere le normali esperienze di tutti. La sua vita fuori di casa può essere solo notturna ed è prevalentemente legata alla sua passione: esibirsi, cantando e suonando le sue canzoni, nella stazione del piccolo paese. Proprio in una di queste serate Charlie la incontra e si innamora di lei.

Lo sviluppo della storia d’amore in realtà non è davvero soddisfacente. È difficile intuire perché Charlie venga folgorato così velocemente e profondamente da una sconosciuta, tanto da insistere nel volerla re-incontrare dopo una fuga alla Cenerentola di lei. I personaggi sono costretti a rivelarci a parole quello che arrivano a rappresentare l’uno per l’altro e non troviamo corrispondenza nel loro vissuto.

Per Katie la novità del rapporto con Charlie risiederebbe nel non essere guardata, per una volta, a partire dalla sua malattia, un disagio che però non viene adeguatamente presentato come punto dolente per lei. Charlie invece sente di essere stato salvato da Katie. Dopo un incidente e un’operazione chirurgica, la sua carriera di nuotatore è messa a rischio e con essa la sua stessa identità: tutti lo hanno sempre identificato come “quello della piscina” (anche se non abbiamo riscontro di questa opinione in nessun personaggio). Katie è la prima che conosce il “vero Charlie” e a partire da questo, lo sprona a perseverare nella sua passione.

L’incontro con Charlie è per Katie il motore per vivere esperienze mai provate prima, anche se in molti casi il tutto risulta poco credibile (era necessario Charlie perché Katie potesse assistere ad un concerto, vedere una città di notte o passare la serata ad una festa?). Per il resto Katie sembra quasi un personaggio risolto. Rimane in superficie, stranamente, il suo rapporto con la malattia, col fatto che, avendo i giorni contati, non può fare scelte per il futuro come tutti quelli della sua età. Ha sempre la risposta pronta per le paure di Charlie, una saggezza che le viene da non si sa dove. Le domande del compagno non hanno una ricaduta su di lei. Il dramma portato da questa malattia non viene messo in gioco davvero (se non appena in un dialogo del padre con il medico di Katie). La malattia rischia di essere ridotta ad un mero espediente per strappare qualche lacrima, senza che si riesca ad immedesimarsi nella sofferenza dei personaggi.

Nemmeno il ruolo della musica viene sfruttato bene. Le canzoni interpretate da Bella Thorne non incidono particolarmente e il loro ruolo drammaturgico rimane purtroppo superficiale, nonostante siano parte della caratterizzazione di Katie.

Il risultato è un po’ confusionario. Si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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