Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

THELMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/04/2018 - 07:51
Titolo Originale: THelma
Paese: NORVEGIA, DANIMARCA, FRANCIA, SVEZIA
Anno: 2017
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura: Joachim Trier, Eskil Vogt
Produzione: MOTLYS
Durata: 116
Interpreti: Eili Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen

Thelma ha trascorso la giovinezza con i genitori in una terra isolata lungo i fiordi norvegesi ma ora si è trasferita a Oslo dove ha inizato a frequentare l’università. Ha pochi amici e i genitori la chiamano ogni sera con tono apprensivo preoccupandosi ogni volta che lei non risponde. Conosce finalmente una ragazza, Anja, ma il sospetto di percepire un’attrazione omosessuale verso di lei, le provoca un turbamento che sfocia in un attacco di convulsioni. La causa potrebbe essere psicologica, perché Thelma ha ricevuto un’educazione cristiana particolarmente rigorosa ma quando decide di sottoporsi ad alcune analisi con il sospetto di essere epilettica, scopre che già da bambina suo padre, che è un dottore, le somministrava dosi molto forti di sedativi. In effetti qualcosa di oscuro dev’essere accaduto nella sua fanciullezza...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si risolve in una "educazione" all'intolleranza e la fede cristiana viene in più occasioni presa in giro con frasi blasfeme
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene impressionanti. Alcune scene sensuali fra due donne senza nudità. Atteggiamenti di intolleranza
Giudizio Artistico 
 
Molto bravo il regista nell’ambientare il racconto in una Norvegia ordinata, fredda e misteriosa ma le troppe suggestioni che il film fornisce non pervengono a una coerenza narrativa
Testo Breve:

Thelma lascia la casa dei suoi genitori per frequentare l’Università di Oslo  ma la scoperta di impreviste pulsioni sessuali e i troppi misteri sulla sua adolescenza danno vita a un thriller  che non riesce ad amalgamare la troppa carne messa al fuoco.

Diciamo subito che la cosa più bella del film è l’ambientazione norvegese. Non solo le interminabili distese di boschi e i fiordi ghiacciati, ma anche la stessa Oslo (il regista fa un esplicito omaggio al palazzo dell’Opera), ripresa spesso nelle limpide notti d’inverno quando è illuminata da  mille luci. Significativi sono anche gli interni dell’ università, che danno un senso di calma e di ordine dove si muovono  silenziosi studenti.

Le frequenti riprese dall’alto di persone che si spostano in tutte le direzioni come formiche, il sorriso dolce ma imbarazzato di Thelma quando si trova in compagnia di altri colleghi universitari che prendono in giro la sua rigorosa formazione cristiana, sono i due veri poli fra i quali si sviluppa la tensione  che vibra sotto pelle, discreta e misteriosa, lungo tutto il film. Lo sguardo dall’alto,quindi il non entrare mai veramente nell’intimità dei singoli personaggi, suggerisce la presenza di poteri trascendenti mentre i sorrisi dolci ma imbarazzati e le risposte di circostanza di Thelma, nei confronti dei compagni e dei genitori, tradiscono  il desiderio di proteggersi da una verità su di sè che lei stessa ignora.
Le lodi del film finiscono qui. I tanti temi trattati sono veramente tanti, senza che nessuno di essi diventi quell’elemento in grado di dare coerenza alla narrazione e siamo ben lontani da ipotizzare qualche richiamo con Carrie- Lo sguardo di satana di Brian de Palma.  Vanno condannati i genitori che hanno cresciuto una figlia repressa, piena di sensi di colpa nei confronti delle sue inclinazioni omosessuali? In realtà i genitori l’hanno educata a pregare, a non bere e a non fumare mentre il tema dell’ omosessualità non diventa mai elemento di discussione;  come scopriremo presto, i genitori debbono affrontare i problemi ben più gravi procurati dalla loro figlia.

Va condannata la presunta intolleranza della fede cristiana? La migliore risposta è quella data dal film, che usa con disinvoltura e disprezzo frasi blasfeme? La lotta finché prevalga l’intolleranza più forte è l’unica soluzione che viene proposta invece della pacifica comprensione e convivenza con chi è diverso da noi?  Il rigore della scienza è l’unica realtà valida degna di essere seguita (nel film c’è una lunga sequenza di rigorose analisi cliniche a cui la ragazza viene sottoposta) e pensare all’esistenza di realtà soprannaturali è solo una perdita di tempo? Ma allora perché nel film si allude ai poteri paranormali di Thelma e sono presenti manifestazioni di eventi soprannaturali? In realtà è inutile applicare la ragione: si tratta di un altro film, come è in uso nelle ultime produzioni,  costruito su pure suggestioni, senza la soddisfazione di un colpo di scena finale che spieghi finalmente tutto (riferimento obbligato:  Il sesto senso del 1999)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ESCAPE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 11:07
Titolo Originale: The Escape
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Savage
Sceneggiatura: Dominic Savage
Produzione: LORTON ENTERTAINMENT, SHOEBOX FILMS
Durata: 105
Interpreti: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller

Tara ha trentotto anni, un marito e due figli piccoli. Vivono in una città satellite del Kent in condizioni agiate; il marito ha successo nella sua professione anche se ciò comporta rientrare spesso a casa tardi, mentre lei si occupa dei figli e della conduzione della casa. Tara compie i suoi doveri di moglie, madre e casalinga ma si sente insoddisfatta, incompleta. Ciò genera in lei una profonda depressione e anche se decide di confidarsi con il marito e con la madre, non trova nessuno che possa scuoterla da suo stato. Tara decide quindi di compiere un passo estremo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori restano ambigui come il film: di questa donna che ha dei validi motivi per sentirsi in crisi, non sappiamo se abbia trovato il coraggio di affrontare la propria situazione in modo onesto con tutti
Pubblico 
Adolescenti
La tematica coniugale complessa non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La brava Gemma Aterton sorregge da sola tutto il film che finisce per far calare l’interesse dello spettatore per le troppe ellissi presenti nella storia
Testo Breve:

Una donna, che ha un marito affettuoso,  si prende cura dei figli e della casa ma si sente profondamente insoddisfatta. Una tematica interessante che resta troppo diluita dalle molte ellissi 

Tara riceve le avances del marito già da dalla mattina, prima di alzarsi e lei l’asseconda con un sorriso di circostanza; Tara accompagna i figli a scuola, cercando di gestire gli ultimi capricci del più piccolo; Tara va al supermercato e  carica a fatica in macchina una enorme quantità di pacchi; il marito  ha invitato nel weekend i vicini di casa a un barbeque ma ha già preparato tutto lui e Tara si trova con pochi impegni come padrona di casa...

Sono piccoli momenti della prevedibile routine della vita di una casalinga;  il marito è affettuoso, i figli sono deliziosi ma un male oscuro attanaglia Tara che non si sente  a proprio agio, come se svolgesse un ruolo che non riconosce come suo. La malinconia che si porta dentro finisce per farle assumere un atteggiamento di distacco dalla realtà; subisce le attenzioni del marito con crescente fastidio; sbaglia anche semplici incombenze della giornata, non riescire a calmare il figlio piccolo e alla fine lo lascia piangere fingendo di non sentirlo. Il film non ci racconta il passato della donna, non sappiamo come mai non sia impegnata in un lavoro ma resti in casa tutto il giorno, vera eccezione nel panorama delle coppie di oggi. Il film indugia nei primi piani della brava Gemma Aterton per mostrarcela con lo sguardo perso nel vuoto, in preda a riflessioni e sogni sconosciuti. Un comportamento più prevedibile e lineare, è quello assunto dal marito; di fronte a una palese crisi della moglie, le pone delle domande che manifestano il suo egocentrismo: per prima cosa si preoccupa di sapere se ha trovato un altro uomo, se lui ha sbagliato qualcosa nei suoi confronti. Di fronte a un no di Tara, prova un approccio razionale, chiedendo alla moglie le ragioni della sua infelicità  ma di fronte a risposte evasive o inconcludenti finisce per arrabbiarsi con lei perché il suo “metodo” non riesce a funzionare. Anche la madre non è di alcun aiuto: qualifica lo stato d’animo della figlia come “una fase della vita che senz’altro passerà” e la invita a considerare le due macchine, la bella villa di cui dispone, frutto dell’impegno del marito e  segno di un benessere che non conviene perdere.

Tara in realtà non è razionale nè agisce secondo criteri di opportunità, come vorrebbe la madre; ciò che la guida sono i sentimenti che percepisce; non agisce in base a una motivazione ponderata ma cerca di sopratutto di “sentire”qualcosa che le piaccia.  La scoperta della bellezza del ciclo di arazzi: La dama e il liocorno di Parigi, diventa per lei simbolo di un mondo che le manca, così come sarà per lei l’accettare le attenzioni di un altro uomo, nella speranza di provare qualcosa di nuovo e di più forte. E’ questo l’unico, vero momento dove la donna si trova di fronte alla verità su di se’; vede quest’uomo (che è sposato con una figlia) lo specchio di se stessa e ne ha orrore: sembra che capisca che è inutile fuggire perché non si può fuggire da se stesse e da ciò che si è diventate con gli impegni presi. Un’altra donna, più anziana di lei, le ricorda che “ a volte ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene” ma poi riconosce, da donna a donna, che “essere libera ed essere sposata è una contraddizione”.
Il film ha non pochi difetti, iniziando dalle troppe ellissi, all’inizio e alla fine del film: non conosciamo gli antefatti e quindi non sappiamo perché Tara si trovi a fare la casalinga quando avrebbe beneficiato di una vita più piena svolgendo un lavoro ma non sappiamo nenche se e come abbia risolto i suoi problemi, perché il finale del film resta misterioso. Dominic Savage si concentra solo sulla crisi di questa donna ma a dire il vero, il tema non è certo originale perché sono tanti i lavori che hanno trattato il tema della crisi coniugale nella prospettiva  femminile. Se l’uomo può venir tentato al tradimento a causa di un’attrazione sessuale, una donna può essere posta nella condizione di cercare un altro uomo che le renda una vita più piena e più stimolante. La storia di Tara non si presenta come  un altro caso di bovarysmo, perchè la protagonista del romanzo di Flaubert agiva spinta da ambizioni sociali e non esitava a mentire quando era necessario; ci troviamo piuttosto dalle parti di Anna Karenina oppure, per restare nell’ambito del cinema inglese, dalle parti della Laura Jesson del capolavoro Breve incontro. Queste ultime due donne avevano  finito per comprendere che non stavano andando incontro alla felicità rompendo i legami familiari, non solo per le sofferenze arrecate ai figli ma per la loro stessa dignità di persone oneste e coerenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUO, SIMON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 09:32
Titolo Originale: Love, Simon
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Greg Berlanti
Sceneggiatura: Elizabeth Berger, Isaac Aptaker
Produzione: Fox 2000 Pictures, New Leaf Literary & Media, Temple Hill Entertainment
Durata: 110
Interpreti: Nick Robinson, Jennifer Garner, Josh Duhamel, Katherine Langford

Simon ha diciassette anni, genitori affettuosi che gli lasciamo molta libertà e una sorellina simpatica che vuole diventare un grande chef. Simon, che ha da poco ricevuto in regalo dai genitori la sua prima automobile, passa ogni mattina a raccoglie i suoi amici inseparabili per andare insieme a scuola: Leah, Abby e Nick. Ognuno di loro ha i suoi problemi o le sue complicazioni sentimentali: Leah è innamorata da tempo di Simon ma non ha il coraggio di dichiararsi; Nick è attirato da Abby (entrambi sono afroamericani) ma è non sa come trasformare l’amicizia in affetto; Abby soffre per la separazione dei genitori ma Simon ha un problema più grande: percepisce delle inclinazioni omosessuali ma non osa fare coming out. L’email di un anonimo che si qualifica come Blue, manifesta lo stesso problema: si sente gay ma non osa dichiararsi. Simon intrattiene con lui una fitta corrispondenza e da quel momento cerca di scoprire chi realmente si celi sotto quello pseudomino...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra il giusto atteggiamento che debbono assumere genitori, insegnanti e amici nei confronti di un adolescente che dichiara di avere un’inclinazione omosessuale. Il presupposto che muove le persone che stanno intorno a lui non è però il rispetto e l’affetto che è dovuto a ogni ragazzo ma la posizione ideologica dell’assoluta equivalenza, in base alla teoria gender, fra le possibili inclinazioni sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Occorre una buona maturità per intendere correttamente il messaggio trasmesso dal film
Giudizio Artistico 
 
Il film ricostruisce bene la vita di tre amici ai tempi dell’ high school, peccato che il finale sveli l’intento ideologico con cui il film è stato concepito
Testo Breve:

Questo teen movie affronta in modo sereno il tema del coming out di un adolescente che sente di avere inclinazioni omosessuali. Un film interessante che però tradisce la sua impostazione ideologica

Sono ormai decenni che vengono distribuiti, con elevata frequenza, film sul tema dell’omosessualità ma lo stile si è modificato: superati i tempi eroici dove occorreva shockare lo spettatore evidenziando le crudeltà di chi prendeva in giro o addirittura infieriva su chi aveva questa inclinazione (una pietra miliare sono stati i tre oscar nel 2005 assegnati a I segreti di Brokeback Mountain), ora che le leggi hanno sancito in molti paesi, in particolare negli U,S,A,  l’equivalenza fra matrimoni etero e omosessuali (quindi si può dire che tutti ii livelli rappresentati dalle finestre di Overton sono stati raggiunti), si è passati alla fase successiva, quella dell’educazione capillare che serva a consolidare una nuova cultura e aiuti a rimuovere i pregiudizi che ancora permangono. Il romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs. the Homo Sapiens Agenda) di Becky Albertalli. si prestava molto bene a questo obiettivo, cioè a realizzare il primo teen romantic movie che affrontasse il tema dell’omosessualità ad uso degli adolescenti. In effetti gli ingredienti di un  film di genere teen ci sono tutti:le chiacchierate/pettegolezzi fra ragazzi e ragazze davanti agli armadietti nei corridoi d’ingresso oppure ai tavoli della mensa aziendale; gli interventi dei professori che cercano di stabilire un rapporto di maggiore confidenza con i ragazzi ma vengono sistematicamente respinti; le feste a casa del ragazzo a cui i genitori hanno lasciato la casa libera per un’intera serata, che si svolgono con grandi ubriacature al pian terreno mentre le coppiette che si sono formate si dirigono verso le camere da letto del piano superiore. Il personaggio più riuscito in questo film è forse quello di Martin, il classico ragazzo che si trova in ogni classe,  che cerca di fare lo spiritoso ma nessuno ride, si intromette nelle conversazioni con la delicatezza di un panzer e alla fine resta isolato da tutti. Il racconto avanza in modo gradevole e pulito, cosa che non è dispiaciuta ad alcune asociazioni LGBT perchè si aspettavano espressioni di passioni omo più dirette ed espilicite, mentre al massimo compare un bacio fra due ragazzi verso la fine del film. Un’impostazione diversa sarebbe stata contraddittoria con gli obiettivi del film, che erano proprio quelli di rassicurare lo spettatore sul fatto che la coscienza collettiva ha ormai raggiunto un buon grado di maturazione. Ecco quindi che se Simon ha indugiato a lungo a fare coming out per timore del giudizio degli altri, trova piena comprensione e conferma di affetto da parte dei genitori, gli insegnanti non esitano a redarguire con veemenza due alunni che avevano iniziato a deridere Simon e quando finalmente questi dà il suo primo bacio a un altro ragazzo, ciò avviene mentre si trovano circondati da tutti i suoi compagni di scuola che applaudono felici.

La US Bishop Movie Review (la critica cinematografica dei vescovi statunitensi) ha giustamente apprezzato la comprensione che Simon  riceve da tutti (genitori, insegnanti, compagni) ma proprio la scena finale, quella dell’applauso dei compagni di Simon al suo primo bacio, tradisce l’impostazione ideologica voluta dal film sulll’assoluta equivalenza fra amori etero ed omosessuali e per questo ha qualificato il lavoro con una “O” (morally offensive). Sul fonte opposto si sono mossi molti attori simpatizzanti del movimento LGBT in U.S.A. che hanno affittato per giornate intere delle sale cinematografiche per essere sicuri che il maggior numero possibile di ragazzi lo potesse vedere gratuitamente.

Si tratta di una contrapposizione fra fronti opposti che pone in evidenza, in modo quasi drammatico, il fatto che non esiste ancora, nell’ambito della Chiesa Cattolica, una pastorale (la dottrina, di per sè, è chiara e fuori discussione) solida e convalidata dall’esperienza verso le persone con inclinazione omosessuale che possa conciliare la giusta premura verso di loro con il senso corretto da attribuire alla sessualità umana. Limitandoci al caso italiano, sono state poste sul tavolo dell’esperienza concreta varie proposte fortemente differenziate come approccio: si va dal movimento Courage, che dispone dell’investitura ufficiale della Santa Sede e che offre un accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso attraverso incontri e percorsi spirituali disegnati specificatamente per loro, fino alla posizione più aperta, espressa dal gesuita americano James Martin. Il suo saggio Un ponte da costruire, che è stato da poco pubblicato  in Italia con la prefazione dell’arcivescovo Matteo Zuppi, invita a prendere contatto direttamente con le organizzazioni LGBT, perché a suo avviso il primo atto da compiere è quello di riconoscere e rispettare il modo con cui le stesse persone che si definiscono gay si sono volute organizzare e propone la riformulazione della frase, presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che definisce l’inclinazione omosessuale come “oggettivamente disordinata” .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A QUIET PASSION

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/22/2018 - 15:58
Titolo Originale: A Quiet Passion
Paese: Gran Bretagna, Belgio
Anno: 2016
Regia: Terence Davies
Sceneggiatura: Terence Davies
Produzione: HURRICANE FILMS, POTEMKINO
Durata: 125
Interpreti: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Emma Bell, Duncan Duff

Emily Dickinson termina anticipatamente i suoi studi a diciassette anni al Mount Holyoke College perché poco desiderosa (secondo l’interpretazione del film, ma probabilmente per motivi di salute) di seguire la rigida impostazione puritana data all’educazione impartita nell’istituto. Torna quindi nella casa del padre Edward, un noto avvocato di Amherst, nel Massachusetts dove ci resta per il resto della sua vita, senza sposarsi, assieme alla madre, al fratello Austin e alla sorella Vinnie. Uniche sue amicizie esterne che contano per lei, sono il reverendo Charles Wadsworth, sposato, verso il quale viene ipotizzato un interesse sentimentale da parte della poetessa e la giovane amica Vryling, con la quale si intrattiene in brillanti conversazioni finché questa non si sposa e si trasferisce in un'altra città. Non più giovane e ammalata di nefrite, Emily finisce per condurre una vita sempre più riservata, soprattutto dopo la morte del padre e della madre, intenta solo a comporre poesie e a scrivere lettere.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista e sceneggiatore Terence Davies ha portato felicemente a compimento un onesto e molto professionale sforzo per mettere in scena Emily Dickinson, donna e poetessa. Risalta su tutte la figura della sorella Vinnie, sempre pronta ad aiutare tutti, ad attutire ogni dissidio, senza mai pensare a se stessa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena prolungata di sofferenza nell’infermità potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Terence Davies ricostruisce in modo eccezionale la vita e il pensiero della poetessa americana, grazie in particolare a dialoghi molto curati, aiutato dall’ottima recitazione di tutti a iniziare dalla protagonista, Cynthia Nixon.
Testo Breve:

La storia di Emily Dickinson, poetessa e donna. L’obiettivo di riversare in pellicola l’animo e il pensiero della grande poetessa americana è stato compiutamente raggiunto dal regista  Terence Davies

Nella sequenza iniziale, che si svolge in un collegio per signorine della buona società del Massachusetts, assistiamo a una scena poco concepibile per noi uomini del terzo millennio. Da una parte un’insegnante che invita un’allieva (Emily) a pentirsi dei propri peccati, pena la certezza di una dannazione eterna e dall’altra la ragazza che dichiara semplicemente di non sentirsi colpevole di alcunché e di percepire solo sentimenti indefiniti. Lo spettatore ha subito il timore di essere incappato in uno di quei film manichei dove ci sono i cattivi da una parte (coloro che professano una religione) e i buoni dall’altra, che si dichiarano atei.

Il timore svanisce ben presto: il regista e sceneggiatore Terence Davies è stato al contrario molto rigoroso nel definire l’ambientazione e la psicologia di una delle più importanti poetesse americane, usando le pochissime informazioni in nostro possesso sulla sua vita privata.

Il Massachusetts della metà dell’Ottocento si considerava l’espressione più pura della Nuova Inghilterra puritana e certi atteggiamenti di rigorosa mortificazione da parte di persone devote vengo presentati più volte nel corso del film.

Emily, di sensibilità e gusto eccezionali, non si accontenta di risposte preconfezionate, ma vuole cercare da sola il senso del nostro vivere. “La poesia mi è di conforto per quell’eternità che ci circonda” è uno dei suoi versi che periodicamente vengono declamati, con una voce di sottofondo, durante lo sviluppo del film e il tema dell’eternità che non consola ma che spaventa, è uno dei più correnti.

Ma Emily non si presenta affatto come una ribelle insofferente alle regole del vivere del tempo. Ancora giovane, chiede rispettosamente al padre il permesso di scrivere le sue poesie di notte per avere la giusta concentrazione e quando scopre, ormai adulta, che il fratello Austin tradisce sua moglie con una cantante, lo accusa con veemenza di ipocrisia: se per lui è accettabile che un’artista non sia legata alle convenzioni sociali, lei lo pone di fronte alla profonda ingiustizia che ha commesso nei confronti della moglie.

Il film affronta anche il tema degli amori della poetessa, su cui si è tanto chiacchierato senza mai pervenire a risposte conclusive. Il film allude a una sua armonia di pensiero con il reverendo Charles Wadsworth ma lui è sposato e Emily, coerentemente con i suoi principi, non procede oltre il lecito e sublima la sua sofferenza con la poesia. Il suo affetto si riversa interamente verso i suoi famigliari. Ama il padre, con il quale condivide idee antischiaviste, ha tenerezza verso la madre, in perenne stato depressivo e ha il conforto della completa intesa con la sorella Vinnie, vero angelo custode della casa, sempre pronta ad aiutare gli altri con un sorriso e a conciliare qualsiasi incomprensione. Muore prima il padre e poi la madre e ogni volta, per Emily, è come se si fosse staccato un pezzo di se stessa senza più speranza di ricomposizione. Da quel momento  Emily si  rinchiude, vestita sempre di bianco, nella sua camera.  Proprio lei che ha costantemente polemizzato con la religione ufficiale, diventa austera sacerdotessa di clausura di una fede tutta sua o meglio di una fede che probabilmente ha onestamente cercato ma non ha mai avuto il coraggio di approdare a una scelta definitiva. E’ convinta che non il decidere ma il sentire, il soffrire,. il percepire il senso dell’infinito e il riuscire a esprimere tutto questo in versi, sia ciò che ha più valore. . Il film fa declamare per intero, dalla stessa Dickinson, quei suoi versi che pongono la poesia al di sopra di tutto: del sole, dell'estate ma anche di Dio, perché la grazia che ci è concessa per pervenire al Cielo Finale, è troppo ardua da conseguire.

Io Reputo – Se mi metto a contare
Primi – i Poeti – Poi il Sole
Poi l’Estate – Poi il Cielo di Dio
E poi – la Lista è fatta
Ma, ripensandoci – i Primi sembrano proprio
Comprendere il Tutto
Gli Altri appaiono un’inutile Esibizione
Così scrivo – Poeti – E basta.
La loro Estate – dura un Anno Intero
Possono permettersi un Sole
Che l’Oriente – riterrebbe esagerato
E ammesso che il Cielo finale
Sia Bello come quello che Dischiudono
A Coloro che Li venerano
Esso è una Grazia troppo ardua

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/20/2018 - 08:59
Titolo Originale: Wonderstruck
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Todd Haynes
Sceneggiatura: Brian Selznick
Produzione: MAZON STUDIOS, CINETIC MEDIA, KILLER FILMS, FILMNATION ENTERTAINMENT,PICROW
Durata: 117
Interpreti: Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael

Ben è un ragazzo del Minnesota che nel 1977 ha 12 anni. Più volte aveva chiesto a sua madre più informazioni sul padre che non aveva mai conosciuto ma lei era stata sempre evasiva. Ora che sua madre è morta e che lui, colpito da un fulmine è diventato sordo, decide di partire per raggiungere New York alla ricerca di suo padre, utilizzando i pochi indizi che è riuscito a raccogliere. Anche Rose ha 12 anni, è non udente, ma vive nel 1927. Decide di lasciare la ricca casa paterna dove viene presa in scarsa considerazione a causa della sua infermità per raggiungere New York, alla ricerca di sua madre che ritiene sia una star del cinema muto. Le due storie risulteranno in qualche modo collegate....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre ragazzi soli finiscono per trovare le consolazioni e la verità che stavano cercando
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista Tod Haynes è molto bravo nel creare ambienti e circostanze calati in tempi passati ma la sceneggiatura non trova la giusta misura nel caricare le condizioni di tristezza e solitudine di tre dodicenni
Testo Breve:

Un ragazzo e una ragazza di dodici anni arrivano a New York alla ricerca del genitore che non hanno mai conosciuto. Un racconto esteticamente bello ma con una nostalgia melanconica più consona a un adulto che a un ragazzo

Il film è tratto dall’omonima graphic novel di Brian  Selznick (che firma anche la sceneggiatura). Un suo precedente lavoro, Hugo Cabret (il nome di un altro ragazzo dodicenne) era stato già trasferito in pellicola da Martin Scosese.

Le due opere grafico-letterarie hanno delle innegabili analogie: ci sono adolescenti soli, perché orfani o perché con genitori divorziati, che si mettono alla ricerca del genitore che non hanno mai conosciuto, escono dal piccolo ambito in cui sono cresciuti per affacciarsi in una grande metropoli (New York o Parigi) che non è esente da pericoli ma che è anche dispensatrice di meraviglie e misteri da scoprire.

Forme espressive vecchie e nuove che consentono di ricostruire mondi affascinanti, reali o immaginari, sono l’altra componente di questi racconti di Selznick. In Hugo Cabret traspare la fascinazione del primo cinematografo come il Viaggio sulla luna di Melier (ma anche in quest’ultimo film c’è un omaggio al cinema muto) mentre in La stanza delle meraviglie le principali fonti di attrazione e curiosità sono i diorami del Museo di storia Naturale di New York e la ricostruzione in scala di tutta la città conservata al Queen Museum of arts.  Tutti i racconti sono impostati al passato, venati dalla nostalgia di un tempo nel quale ci si stupiva con poco, un espediente che consente anche di attenuare i passaggi drammatici della storia e lo spettatore si può limitare a contemplarli più che a viverli.

Si tratta quindi di una prospettiva artistica complessa che ha finito per trovare nel regista Tod Haynes colui che poteva essere in grado di trasferirla validamente dal disegno alla pellicola. Si è fatto conoscere al grande pubblico attraverso opere come Lontano dal Paradiso e Carol dove ha manifestato tutto i suo talento nel ricostruire atmosfere di epoche passate, non solo con una definizione accurata delle ambientazione, con la scelta maniacale dei costumi ma anche ricostruendo le tonalità cromatiche delle pellicole usate a quei tempi. Se le vicende di Rose sono narrate in bianco e nero e sono rigorosamente mute, quelle di Ben hanno i colori accesi degli anni ’70.Un espediente che facilita la lettura del continuo passaggio, dal 1927 al 1977 con cui avanzano le due storie parallele.

Così come avevamo già fatto per il precedente Hugo Cabret, occorre ora domandarsi se questo film possa essere di gradimento ai ragazzi oppure no.

L’impressione è che questo film possa piacere a chi, come adulto, riesca a  percepire il la malinconia per ciò che è stato e che ora non è più, l’amore per il vintage, da cui i ragazzi, che vivono nel presente, restano rigorosamente esclusi. Il film è inoltre carico di significati nascosti e simboli che si rivelano a poco a poco con lo sviluppo della storia, come l’epigramma di Oscar Wilde che compare all’inizio del film: “siamo tutti nati nel fango, ma solo alcuni di noi guardano le stelle”, che sembra essere un po’ troppo per una mente semplice come quella di un bambino. Resta comunque lo sguardo aperto alla meraviglia di Rose, soprattutto quando guarda le mille luci di una New York notturna e la bella amicizia che si instaura fra Ben e il suo coetaneo Jamie, un altro ragazzo condannato alla solitudine: senza un amico, come lui stesso dichiara e coi i genitori divorziati.

Questa voglia di creare tanto spleen attraverso storie di dodicenni infelici, finisce per costare ai questi ragazzi fin troppo cara: basti pensare a Ben che non ha mai conosciuto il padre, la madre è morta in un incidente stradale ed è diventato sordo perché è arrivato un fulmine proprio quando stava parlando al telefono.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/13/2018 - 20:16
Titolo Originale: Every Day
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Michael Sucsy
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: FILMWAVE, LIKELY STORY, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), SILVER REEL
Durata: 91
Interpreti: Angurie Rice, Justice Smith, Owen Teague, Maria Bello

Rhiannon è una ragazza di 16 anni, brava a scuola, amorevole con i genitori e ha un ragazzo che si chiama Justin. Ogni mattina la sorella maggiore Jolene l’accompagna a scuola e con l’occasione finiscono di mangiare la colazione che il papà ha preparato per loro. Il padre infatti è stato colpito da una forte depressione, resta tutto il giorno in casa e si impegna in piccoli lavori domestici. A scuola Rhiannon incontra il suo Justin, in genere poco comunicativo e sempre impegnato con i suoi allenamenti ma questa volta lo trova particolarmente affettuoso e premuroso. Decidono quindi di saltare la scuola e passare una giornata sulla costa. Nei giorni successivi Rhiannon incontra altre persone, tutte gentili con lei. Alla fine una di queste le rivela cosa sta succedendo: il Jimmy di quel fantastico pomeriggio e tutti gli altri che ha incontrato nei giorni successivi, non sono proprio loro ma un’unica persona che si fa chiamare “A”. Da quando lui ha memoria, “A” si incarna ogni giorno, per 24 ore, in una nuova persona della stessa età ma ora ha scoperto, pur continuando a passare da un corpo all’altro, che si è innamorato di Rhiannon….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa molti buoni sentimenti, incluso il sacrificio per amore, ma rapporti intimi fra adolescenti vengono considerati nella norma
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene esplicite
Giudizio Artistico 
 
La giovane attrice Angurie Rice regge bene il ruolo di protagonista assoluta ma lo sviluppo manifesta pochi guizzi di originalità, è ripetitivo e manca d'ironia.
Testo Breve:

La sedicenne Rhiannon scopre che c’è un ragazzo che ogni giorno si incarna in una persona diversa e che si è innamorata di lei. Un racconto paradossale su ciò che veramente conta per amare, romantico ma un po’ ripetitivo

Ecco un altro caso di what if comedy, in questo caso applicata al mondo degli adolescenti. Un modo per creare uno shock vitale che ci faccia vedere la realtà con occhi diversi e ci aiuti a comprendere ciò che è importante e ciò che non lo è.

L’ultimo film adolescenziale interessante con una impostazione “what if” è stato Prima di domani: il tempo si è fermato per la giovane Samantha che si risveglia sempre nello stesso giorno  ed è questa l’occasione per correggere certe disattenzioni, insensibilità nei confronti delle sue amiche e dei suoi amici, un modo per comprendere sempre meglio le esigenze dell’altro. In questo Ogni giorno l’assunto è molto più audace: Rhiannon si ritrova ogni giorno a parlare con la stessa persona che però ha assunto il corpo ora di un uomo, ora di una donna, prima di un bianco, poi di un afroamericano, poi di un asiatico e nonostante questa esperienza così insolita, conversazione dopo conversazione, finisce per innamorarsi anche lei di “A”.

Rhiannon è interpretata dalla diciasettenne Angurie Rice che abbiamo già conosciuto in Spider-Man: Homecoming e costruisce un personaggio sereno, sempre sorridente con tutti, impeccabile nei suoi abiti casual, sensibile alla dedicata situazione in cui versa la famiglia, socievole e simpatica con i compagni di scuola; sembra il ritratto perfetto della brava ragazza che desidera solo innamorarsi del ragazzo giusto. Anche l’evento straordinario nel quale si trova coinvolta non riesce a turbare il suo atteggiamento positivo nei confronti degli altri e della vita.

Che lezione ci può dare un what if concepito in questo modo? Il primo messaggio che chiaramente vuole trasmettere il film è il valore di una persona sta in ciò che è realmente dentro, quando si è riusciti a conoscerla in profondità, più che nell’aspetto esteriore. Si tratta di un messaggio nobile ma che presta il fianco a molte critiche. Non si sta parlando di amicizia ma di amore. Gli stessi autori hanno capito che il gioco che avevano imbastito prestava il financo ad altre interpretazioni, prima fra tutte all’ideologia gender e se è vero che Rhiannon finisce per baciare tutti i ragazzi nei quali “A” si incarna, si astiene nelle giornate nelle quali lui si presenta come donna.

Altro limite fondamentale è il tema dell’aspetto fisico: un amore uomo donna fa riferimento a una unità indissolubile di corpo e anima e il fatto che Rhiannon decida di unirsi fisicamente ad “A” proprio la volta che lui ha assunto il corpo di un ragazzo grassottello e poco attraente non dà nessun messaggio positivo, anzi è ingannevole. Non si tratta di sottolineare, giustamente, che l’amore non guarda alle razze, né di recuperare la favola della bella e la bestia, ma uno sviluppo di questo genere finisce per negare la verità fondamentale che l’amore che unisce un uomo e una donna non è una romantica astrazione ma un progetto di vita che si concretizza giorno per giorno, nel quale è inclusa anche l’attrazione dei corpi. Per fortuna, nel finale, viene corretta questa posizione estrema e il buon senso torna a trionfare.

Alla fine si tratta di un film grazioso, un po’ zuccheroso, che si mantiene lontano da qualsiasi eccesso a cui ci hanno abitato i film e i serial sugli adolescenti e si conclude con una morale positiva.  Resta l’inconveniente di un racconto che manca di ironia o del coraggio di imbastire situazioni anche comiche, come sarebbe stato possibile con le premesse fatte, mentre lo sviluppo appare prosaico e quasi didascalico.

Resta in piedi un’ultima curiosità che riguarda alcune consuetudini presso le famiglie americane. Rhiannon, ha sedici anni,  non è certo una ragazza ribelle e con il consenso (o indifferenza?) dei suoi genitori riesce a gestire la propria vita con estrema libertà: può partire e assentarsi per  un intero weekend con il proprio ragazzo, la sera può fare tardi quanto vuole. Anche se il film è discreto e non ci sono scene esplicite, si comprende che Rhiannon ha la consuetudine di avere rapporti intimi con il  ragazzo a cui vuol bene. Il tutto è presentato come un costume normalmente accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CASA DI CARTA (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/12/2018 - 18:13
Titolo Originale: La casa del papel
Paese: Spagna
Anno: 2017
Sceneggiatura: Álex Pina
Produzione: Vancouver Media, Atresmedia
Durata: 22 episodi di 55' su Netflix
Interpreti: Úrsula Corberó, Itziar Ituño, Álvaro Morte, Pedro Alonso, Paco Tous, Jaime Lorente, Esther Acebo

Otto persone vengono reclutate per una rapina ambiziosa: irrompere nella Fábrica Nacional de Moneda y Timbre, la zecca nazionale spagnola di Madrid e stampare 2.400 milioni di euro per poi sparire senza colpo ferire. Un progetto così geniate è stato concepito da un uomo che si è attribuito lo pseudonimo di professore e che ha anche la perspicacia di associare al suo piano le persone giuste, competenti nel mondo del furto ma anche disperati, che in quest’avventura non hanno nulla da perdere A ciascun componente della banda viene dato il nome di una città (Tokyo, Mosca, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Helsinly e Oslo) perchè le identità di ognuno devono rimanere segrete ed è proibito instaurare relazioni personali o sentimentali. I protagonisti si nascondono per cinque mesi in una tenuta nelle campagne di Toledo per prepararsi adeguatamente: il piano è stato concepito in modo che non ci siano vittime. L’entrata dei rapiratori nella Zecca ha successo e i funzionari della banca vengono presi in ostaggio, inclusa una classe di studenti in visita in quel momento. La polizia manda sul posto l’ispettrice Raquel Murillo, esperta in negoziazioni. Il professore ha escogitato un piano particolarmente valido: i giorni passano e la polizia non riesce a fare irruzione. Ma all’interno del palazzo non tutto va secondo i piani.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I rapinatori-sequestratori sembrano spesso dotati di buoni sentimenti soprattutto per quel che riguarda i valori familiari; resta la negatività di tenere prigionieri, a servizio della propria volontà, degli ostaggi
Pubblico 
Maggiorenni
Il serial è marcato VM14 per un linguaggio crudo con molti riferimenti sessuali, rapporti intimi (con nudità limitate), e violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Ben caratterizzati tutti i personaggi nelle loro aspirazioni e nelle loro debolezze. La componente thriller è gestita con abilità, in modo che ogni puntata abbia la sua buona dose suspence.
Testo Breve:

Una banda guidata da un geniale professore  riesce ad entrare nella Zecca di Stato e a stampare impunemente nuove banconote. Un thriller dove tutti i personaggi sono ben disegnati e i colpi di scena sono garantiti

Diciamo subito che questo serial tv di Netflix è molto ben fatto. Al di là di qualsiasi analisi dettagliata del come abbia ottenuto questo risultato (sceneggiatura, regia, recitazione) conta l’impatto sullo spettatore: chi inizia a vedere le prime puntate desidera andare avanti fino alla fine. Si tratta di un’empatia che si innesca non solo per la componente thriller in sé, che è comunque generosa di colpi di scena a ogni puntata ma per l’interesse che si prova nei confronti dei vari personaggi (che sono davvero tanti e così diversi ma proprio per questo ognuno finisce per inmedesimarsi con uno di loro). Di essi conosciamo il presente ma anche il passato, il loro coinvolgimento nella rapina ma anche i loro affetti familiari, i loro innamoramenti, i loro momenti di malinconia. Ecco che Mosca, che ha coinvolto nella rapina anche il figlio Denver, resta sconvolto dalla notizia che il figlio ha soppresso un ostaggio (notizia che poi si rivelerà falsa) e desidera costituirsi. Dell’ispettore Raquel conosciamo i suoi problemi familiari (divorziata da un marito violento, deve occuparsi della figlia e della madre svampita). Siamo anche al corrente del dramma di Nairobi, esperta in falsificazione di banconote, ai cui è stata tolta la figlia per darla in adozione a un’altra famiglia; Rio, esperto informatico, resta sconvolto quando viene a sapere dalla televisione che i suoi genitori non lo riconoscono più come figlio dopo che hanno saputo che anche lui è nella lista dei sequestratori. Ci sono dei momenti molto belli quanto insoliti in un seria TV: in risposta all’ostaggio Monica, segretaria e amante di Arturo, direttore della Zecca e uomo sposato, che chiede una pillola per abortire, Denver si slancia in una difesa appassionata del diritto di tutti i bambini di nascere e riesce a far cambiare idea alla donna. Addirittura unica è la conversazione fra uno dei rapitori e Arturo, criticato per la sua doppia vita sentimentale, durantela quale viene sviluppata una difesa del “santo matrimonio”. Evidentemente si tratta di una frase che può ancora esser inserita in un serial spagnolo senza destare problemi, mentre in uno italiano sarebbe stato inconcepibile, se non in bocca a un sacerdote.

Si comprende ben presto che non ci troviamo di fronte al classico schema dove ci sono i cattivi da una parte e i bravi poliziotti che sventano il colpo dall’altra: i rapitori sono spesso tratteggiati come carichi di umanità, pronti ad aiutare chi ne ha bisogno mentre i poliziotti non sono esenti da pecche e da debolezze. Siccome ogni puntata corrisponde circa a un giorno trascorso, è come se poliziotti e delinquenti firmassero ogni mattina il cartellino, pronti a fare con scrupolo il loro mestire su fronti diversi, quasi non ci fosse alcuna distinzione fra chi si trova dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata.

Si tratta di una tendenza che ormai ha preso un’ampia diffusione: il film La truffa dei Logan, uscito da poco nelle sale, prospetta una situazione simile: un bravo padre di famiglia, rimasto disoccupato, suo fratello, che ha perso il braccio per servire la partia in Irak, si mettono insieme ad altri specialisti dello scasso per rapinare il giro di commessee di una corsa automobilistica. La polemica sociale sottesa dal film da parte del regista Sodergergh è chiara: di fronte a una situazione sociale, negli Stati uniti, marcata sempre di più dalle disuguaglianze, rubare soldi sprecati nelle scommesse appare un gesto alla Robin Hood. La casa del papel si pone con un atteggiamento molto simile, personaggi spinti ai margini della società non compiono in fondo neanche un furto nel puro senso della parola perché non tolgono il denaro a nessuno ma si mettono a fabbricarlo. In Spagna è ancora vivo il movimento degli Indignados del 2011 che fece scendere nelle piazze migliaia di persone oppresse dalla grave crisi economica ed è su questo atteggiamento che punta il professore, sperando di avere l’opinione pubblica dalla propria parte.

Come hanno chiaramente sottolineato Armando Fumagalli e Paolo Braga in un loro saggio (P. Braga, G. Gavazza, A. Fumagalli -The Dark Side - 2016 - Dino Audino Editore), nella nuova serialità (almeno nei canali a pagamento), i protagonisti sono molto spesso degli antieroi. Gli antieroi hanno il vantaggio di poter  venir disegnati con un chiaro-scuro più marcato e  non si tratta in genere di lavori con un approccio nichilista: in fondo il male è tratteggiato come male perché non vengono nascoste le conseguenze negative di un comportamento criminale. Nel caso di questo serial la situazione è più ambigua: è vero che tutti i personaggi di La casa di carta sembrano brave persone che vivono per un sogno segreto che deve servire per riscattare il loro passato ma il principio che il male finisce per far pagare dolorosamente la scelta fatta non è particolarmente rispettato: forse per esigenze di copione il confronto sequestratori – polizia sembra improntato a uno meticoloso bilanciamento politically correct fra le due parti.

Occorre inoltre aggiungere che le situazioni amorose che si sviluppano all’interno e all’esterno della Zecca hanno ben poco di romantico. Si avviano dei rapporti perché una donna ha bisogno di venir consolata, oppure un’altra deve ringraziare il rapitore che le ha salvato la vita o un’altra ancora si offre nella speranza di poter venir liberata.  Anche la relazione che instaura l’ispettrice Raquel sembra una forma di fuga dalla propria solitudine.

Alla fine, fra un errore della polizia, una contromossa del professore, la situazione è di completo stallo e, terminata la prima stagione, è in onda in questo periodo la seconda sulla piattaforma Netflix, mentre sono iniziate le riprese della terza.  Non importa in fondo scoprire quando la Zecca verrà liberata o se gli scasinatori si porteranno realmente via milioni di euro; è molto più interessante seguire le vicende, le alleanze, i litigi, gli amori dei protagonisti...

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LAZZARO FELICE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/03/2018 - 16:38
Titolo Originale: Lazaro Felice
Paese: Italia/Francia/Svizzera/Germania
Anno: 2018
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Produzione: TEMPESTA, POLA PANDORA, AD VITAM PRODUCTION, AMKA FILMS PRODUCTIONS CON RAI CINEMA
Durata: 130'
Interpreti: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Sergi López, Natalino Balasso, Nicoletta Braschi

In una comunità di contadini isolati dal mondo al punto da non sapere che la mezzadria è stata abolita e che quindi la marchesa De Luna li sfrutta senza vergogna, Lazzaro è un giovane di una bontà talmente disarmante da vincere il cinismo del giovane marchesino Tancredi, che con la madre si reca in visita alla proprietà. L’amicizia che nasce tra i due è però bruscamente interrotta dalla scoperta del Grande Inganno della marchesa e da un misterioso incidente da cui Lazzaro si “risveglia” quando tutto è cambiato. Per ritrovare Tancredi e i suoi amici di un tempo il giovane deve compiere un lungo viaggio verso la città, che si rivelerà un mondo più duro e un inganno ancora più grande di quello della marchesa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime il valore disarmante della bontà del protagonista e la storia si pone sempre dalla parte degli umili e dei buoni, destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati. La religione è dipinta come un ennesimo strumento di oppressione
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Palma d'oro per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018 ma le forzature non mancano e certi meccanismi del racconto sono un po’ troppo prevedibili: fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film
Testo Breve:

Il giovane Lazzaro è di una bontà disarmante e riesce a restare sereno in un mondo diviso fra sfruttati e sfruttatori. Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018. Un fiaba sofisticata non facile da seguire

Il nuovo film di Alice Rohrwacher (che a Cannes ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura) è un racconto sospeso tra realismo nel ritrarre un mondo rurale fuori dal tempo e la dimensione della fiaba, incarnata dal suo protagonista, Lazzaro (molto convincente Adriano Tardiolo nell’interpretarne la disarmante bontà), che, come dice la stessa regista, “chiede allo spettatore di tornare innocente”.

Lo chiede forse perché in questa storia dalla parte degli umili e dei buoni destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati (un po’ scontato il parallelo tra i contadini di inizio film e gli immigrati della seconda parte della storia) le forzature non mancano e certi meccanismi di racconto un po’ troppo prevedibili fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film.

La sensibilità della Rohrwacher nel ritrarre la piccola comunità dei mezzadri è indubbia, così come la capacità di costruire una narrazione fatta di volti e piccoli gesti, mettendo in scena relazioni solo apparentemente semplici (in un certo senso ha ragione la cattiva marchesa a dire che i contadini sfruttati a loro volta sfruttano il povero e sempre disponibile Lazzaro). La forzatura di un isolamento inverosimile, però, chiede una sospensione dell’incredulità non sempre facile da mantenere tanto che in un certo senso è benvenuto il forzoso svelamento.

Da un certo punto in avanti, poi, con il salto temporale dopo cui Lazzaro “risorge” e comincia ad esplorare un mondo cambiato (nell’apparenza ma non nella sostanza, come vedremo), l’intento di costruire una parabola laica (la religione, infatti, è invece dipinta come un ennesimo strumento di oppressione) è esibito. Lazzaro, un po’ san Francesco e un po’ Gesù che piange su una città indifferente e cerca invano di rimettere a posto le cose, è l’eroe di un racconto che procede solo a patto di accettare varie incongruenze.

La critica sociale trasparente (i contadini “salvati” e trasferiti in città restano comunque degli emarginati costretti a vivere di espedienti e ovviamente non mancano le banche cattive) però rende più scontata la seconda parte del racconto, che si regge sullo sguardo innocente e positivo del suo protagonista, destinato però a subire continue delusioni, fino al drammatico epilogo.

             

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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TREDICI (Prima Stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/02/2018 - 20:19
Titolo Originale: 13 Reasons Why
Paese: USA
Anno: 2017
Sceneggiatura: Brian Yorkey
Produzione: July Moon Productions, Kicked to the Curb Productions, Anonymous Content, Paramount Television
Durata: 13 puntate di 50' su Netflix
Interpreti: Dylan Minnette, Katherine Langford, Alisha Boe, Christian Navarro:

Una high school è sconvolta dalla notizia che Hannah Baker, una ragazza dell’ultimo anno, si è suicidata. Gli insegnanti cercano di aiutare gli studenti a superare lo shock e a tornare alla normalità delle attività scolastiche ma i genitori di Hannah decidono di intentare una causa contro la scuola perché ritengono che la loro figlia sia stata vittima di bullismo. Intanto Clay, un ragazzo timido e introverso, da sempre innamorato di Hannah, riceve una scatola con tredici audiocassette. Sono state incise dalla ragazza per spiegare i motivi del suo suicidio. Ogni lato della cassetta è dedicato a uno dei suoi compagni/compagne di scuola che non hanno saputo aiutarla nel momento in cui più ne aveva bisogno. Clay inizia ad ascoltare le cassette ma ne resta sconvolto anche perché viene a sapere che altri hanno ascoltato le registrazioni e si stanno organizzando per evitare che certe responsabilità che Hannah ha denunciato non vengano rese note....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un cupo pessimismo sull’uomo e sul mondo pervade la fiction : tutti i protagonisti sono chiusi in se stessi, privi di un minimo di generosità e di coraggio, i violenti hanno la meglio e la decisione di suicidarsi non trova adeguate controargomentazioni
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza con dettagli splatter, stupro di due ragazze adolescenti, alcool e droga. Il suicidio è presentato come una soluzione che viene impiegata per riscattare le incomprensioni subite senza che vengano prospettate soluzioni che aprano all'alternativa della speranza
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura modesta genera dialoghi spesso poco interessanti e una certa lentezza e ripetitività caratterizza ogni puntata
Testo Breve:

In un liceo, il suicidio di una ragazza genera un senso di colpa in tutti i compagni che l’hanno conosciuta. Un serial dai toni cupi che cerca di attirare l’attenzione con scene particolarmente crude

La fiction TV Tredici (in originale: Thirteen Reasons Why) ha avuto un buon successo e la piattaforma Netflix, che la rende disponibile, ha organizzato una campagna di promozione sulla qualità dei suoi programmi puntando su questo serial. Lo stesso Alessandro D’Avenia, in un suo articolo apparso sul Corriere della Sera del 21 maggio 2018, pur criticando, ovviamente, l’insensatezza di avere tredici ragioni per suicidarsi, ha colto il pretesto di questo successo per sottolineare come la narrazione sia uno strumento insostituibile per gli adolescenti perché “la finzione narrativa è la basilare realtà virtuale che simulando problemi, paure, paradossi, ci prepara ad affrontarli”. Se ciò è vero per la narrazione in generale, nel caso di Tredici ci sono dei problemi da tenere in conto e non sono pochi. 

Iniziamo con il pubblico a cui la fiction è destinata. Netflix, prima dell’inizio di ogni puntata, avvisa a chiare lettere che la fiction è vietata ai minori di 14 anni (violenza, linguaggio, alcool, droga, due scene di stupro) ed è da sconsigliare  a   persone inclini alla depressione. Si tratta di avvisi che all'atto pratico hanno ben poco effetto, anzi probabilmente quello opposto e come ha sottolineato lo stesso D’Avenia “saranno proprio loro (i minori), a guardarla”, perché un programma che tratta dei loro problemi e che può essere visto anche con l’ausilio di un semplice cellulare, sfugge facilmente a qualsiasi (eventuale) controllo. La scena nella quale Hannah si suicida dentro la vasca da bagno tagliandosi le vene poteva essere accennata: non era necessario che si vedesse la lametta da rasoio penentrare nella carne facendo uscire sangue a fiotti: si è dato in questo modo alimento alle curiosità più morbose. Il problema del pubblico a cui è rivolto va comunque al di là delle immagini che vengono mostrate e riguarda anche la sfera psicologica: la struttura stessa del racconto (una ragazza che si suicida lasciando una testimonianza registrata su tutte le volte in cui non è stata aiutata)  lascia spazio a quello che è un tipico atteggiamento delle persone più fragili psicologicamente: chi si sente trascurato o poco ascoltato potrebbe vedere il suicidio come un metodo per riuscire, finalmente, ad attirare su di sé l’attenzione di tutti.

Un altro problema che traspare da questa fiction è la cupa immanenza. La vicenda si svolge all’interno di un circuito chiuso casa-scuola e per i  ragazzi esiste un solo mondo, quello costituito dalle loro relazioni reciproche: gli adulti (i genitori, gli insegnanti) sono pressoché inutili e perfino patetici, quando chiedono ai ragazzi di confidarsi con loro e di raccontare qualcosa di loro stessi. Un altro film ambientato in una High School, High School Musical, pur rientrando nel genere di puro intrattenimento, finisce per risultare più realistico perché pone l’accento  su due tipiche tendenze del periodo adolescenziale che aiutano i ragazzi a uscire da se stessi e dal loro piccolo mondo: la necessità di capire cosa “faranno da grandi” e la scoperta dell’amore. L’amore è quel processo misterioso dove si scopre che la propria felicità dipende da un altro e questo fatto ci costringe a uscire da noi stessi e a prendersi cura dell’altro. Al contrario, nessuna di queste due trascendenze è rilevante in Tredici. La scuola appare l’unico universo possibile e delle due relazioni sentimentali presenti (quella di Jessica con Justin e di Hannah con Clay), la prima ha una forte caratterizzazione sessuale (sopratutto da parte di lei, che cede anche al vizio di bere) mentre la seconda, che non va oltre le parole e un bacio, non raggiunge mai il livello della generosa  apertura di sé all’altro perchè entrambi soffrono di pesanti blocchi psicologici.

Il terzo problema che manifesta questa serie è di tipo antropologico: i personaggi che sono stati costruiti appaiono alla fine poco realistici, tanto da far supporre un difetto di sceneggiatura più che una voluta scelta di rappresentare una definita tipologia di persone. C’è in loro sempre qualcosa che li trattiene, anche nei i ragazzi e nelle ragazze migliori, dall’avere un grammo di generosità e di coraggio. Sono tutti dei pusillanimi rispetto agli avvenimenti che accadono. Perchè, quando due ragazzi si picchiamo di santa ragione davanti alla scuola e uno dei due è ormai a terra e l’altro infierisce sul suo corpo inerte senza pietà, nessuno dei compagni che fanno pannello intorno a loro interviene? Perché Zach, un ragazzo con cui Hannah è entrata in confidenza, quando riceve da lei un biglietto con la richiesta di aiuto e comprensione, lo getta via senza prendere altre iniziative? “Anch’io sono un ragazzo solo e ho avuto paura”: così si giusticherà in seguito. Perché la stessa Hannah, quando si trova, per puro caso, nella stessa camera da letto nella quale un ragazzo inizia a violentare Jessica che giace sul letto ubriaca, non interviene, non inizia a strillare come farebbe qualsiasi ragazza per attirare l’attenzione delle altre persone presenti alla festa, ma anzi scappa via?  Possibile che in quella scuola non esista un solo essere umano, adulto o adolescente, che abbia il coraggio di affrontare quelle situazioni che si stanno deteriorando?

Nel blog del Parental Television Council americano, oltre ai tanti commenti contrari alla fiction, un solo genitore (un insegnante) ha dichiarato di averla vista assieme alla figlia 14-enne. Egli conferma  la necessità, durante la visione, della presenza di un genitore ma al contempo ritiene giusto che questo serial abbia avuto il coraggio di denunciare la consuetudine al bullismo che si è ormai radicata anche nelle scuole più rispettabili, come quella frequentata da sua figlia e gli attribuisce un valore educativo.

In realtà una denuncia in se’ non è sufficiente. Se un ragazzo/una ragazza è oggetto di bullismo, deve sapere che può rivolgersi ai genitori o agli insegnanti e il conforto che può ricevere da una fiction  di questo genere, è lo scoprire che c' è la speraza di uscire dalla sua sgradevole situazione.

Nulla di tutto ciò traspare da Tredici: i violenti continuano  a picchiare, gli stupratori trovano nuove ragazze  per i loro fini, le vittime non hanno il coraggio di denunciare le angherie subite per timore di esser ulteriormente prese in giro, i genitori sembrano vivere in un altro mondo e gli insegnanti preferiscono dimenticare quel poco che hanno capito per non avere seccature e tornare alla tranquilla routine quotidiana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MIRACOLO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/28/2018 - 07:31
Titolo Originale: Il Miracolo
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Niccolò Ammaniti, Francesco Munzi, Lucio Pellegrini
Sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Stefano Bises, Francesca Manieri, Francesca Marciano
Produzione: Sky Italia, Wildside, Arte France, Kwaï
Durata: 8 puntate di 50' su Sky Atlantic dall'8 maggio 2018
Interpreti: Guido Caprino, Elena Lietti, Sergio Albelli, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno

Le forze speciali fanno incursione nel bunker del boss Molocco. Lo trovano sul pavimento, coperto di sangue. In cucina, una piccola statua della Madonna. Il Primo Ministro Pietromarchi viene portato in una piscina dismessa dove è stata trasferita la statuina. Qui il generale dei Carabinieri Votta gli fa vedere come dagli occhi della Madonnina sgorghi senza interruzione sangue umano e non ci sono trucchi: si tratta di un fenomeno che va contro ogni legge della fisica. Si decide di mantenere segreta la scoperta e viene costituita una equipe di specialisti incaricata di analizzare il fenomeno. Fra i loro c’è Sandra, un’ematologa dell’Arma, che ne raccoglie un campione e lo somministra alla madre, gravemente malata. Intanto Marcello, un prete di periferia, conduce una vita disordinata, si indebita al gioco e frequenta prostitute ma è un vecchio amico del Primo Ministro, che lo convoca per aiutarlo a decifrare il fenomeno della statua che piange…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial cerca di attirare lo spettatore con pseudo tematiche di fede che in realtà sono espressione di superstizione e fanatismo settario
Pubblico 
Adolescenti
Nudità, comportamenti estremi diseducativi
Giudizio Artistico 
 
L’autore usa troppo spesso l’espediente di stupire lo spettatore con comportamenti fuori norma ma poi si trova in difficoltà a ridare coesione al racconto nella sua globalità. Ottima recitazione da parte di tutti
Testo Breve:

Una statua della Madonna lacrima abbondantemente sangue. Si tratta di un miracolo o di qualche sconosciuto fenomeno fisico? I protagonisti coinvolti reagiscono in modo diverso ma Ammanniti ha difficoltà a tirare le fila di questo  giallo del dubbio e della superstizione che lui 

Come sono realizzati i serial delle Pay TV? Sono orientati a un pubblico più selezionato rispetto alla più ampia audience delle TV generaliste e sono in genere “strani”.  Rompono gli schemi più ovvi, anzi amano scioccare gli spettatori con comportamenti insoliti, presentare personaggi eccentrici come The Young Pope di Paolo Sorrentino, per limitarsi alle fiction di produzione italiane, e porsi spesso in un’aristocratica posizione al di sopra del bene e del male. Questo serial TV Il Miracolo di Niccolò Ammaniti, qui sceneggiatore e regista, chiaramente progettato da SKY per un mercato internazionale, non è da meno. La first lady italiana, impegnata ad accompagnare suo marito a un ricevimento ufficiale, non disdegna di accoppiarsi nella toilette delle signore con un uomo appena conosciuto; l’uomo con i capelli lunghi che vediamo, quella stessa notte,  girovagare per le strade in cerca di una prostituta e che si mostra totalmente dipendente dal vizio del gioco, lo scopriamo, la mattina successiva, indossare l’abito talare e celebrare la messa, perché si tratta di un sacerdote.  Non si tratta solo di un gioco al mistero, con colpi di scena che pur ci sono, ma di destabilizzare i riferimenti dello spettatore, per portarlo, quasi una forma di catarsi, su terreni inesplorati, come la scoperta di una statua della Madonna che piange ininterrottamente sangue umano, al di là di qualsiasi legge fisica.  Forse Ammanniti ha voluto invitarci a indagare angoli inesplorati del mistero della fede cristiana?  Ovviamente no. Chi ha una fede ben coltivata, sa bene che il miracolo, se ufficialmente riconosciuto, è espressione della misericordia divina nei confronti di chi l’ha invocata con cuore sincero, non si tratta del fenomeno da baraccone come quello di una statua che “piange” nove litri di sangue all’ora (ma la sigla iniziale dove sono presenti immagini prese dal vivo di processioni di devozione alla Madonna, sembrano polemicamente far riferimento a un presunto eccessso di superstizione in certi riti cattolici).

Si tratta piuttosto di un’altra fiction TV basata sul principo del “what if”, del  “cosa accadrebbe se” in voga in molti lavori, sopratutto stranieri. Basterebbe citare Leftover (che iniziava raccontandoci che il 2% della popolazione mondiale era inspiegabilmemte sparita) oppure il francese Les Revenants, dove alcune persone morte da qualche tempo ritornano in vita, accompagnate da strani fenomeni fisici. Ammanniti era la persona giusta per un racconto del genere, perchè spesso nei suoi romanzi (Che la festa cominci, Anna) ci aveva già raccontato eventi staordinari che sconvolgevano persone ordinarie.

In questo Il Miracolo veniamo a conoscere personaggi con atteggiamenti diversi: il più controllato e razionale è  il primo ministro Pietromarchi (Giulio Caprino) che di fronte a un fenomeno inspiegabile e a una crisi politica che si sta profilando, riesce ancora a dominare gli eventi; anche il generale dei Carabinieri Votta (Sergio Albelli) è pronto ad applicare tutte le classiche metodologie investigative per far luce sulla genesi del mistero, pur presentando un saggio rispetto verso un fenomeno che, se interpretato in forma di miracolo, finirebbe per portare uno scossone in un’Italia che mantiene, nonostante tutto, tradizioni di fede. Una figura totalmente fuori registro  è padre Marcello (Tommaso Ragno), che passa dalla schiavitù nei confronti di una sensualità incontrollata, alla ricerca di mortificazioni di stampo medioevale. Sbiadita anche la figura di Sandra (interpretata da  Alba Rohrwacher, qui fuori della parte, forse perché mal diretta) che si muove incerta fra scienza e superstizione e alla quale, per inserire anche lei nella tipologia della personaggi “strani”, è stata associata una inclinazione lesbica. Molto più interessante è la figura di Sole (Elena Lietti) alla ricerca di una sua caratterizzazione che possa andare al di là della sua funzione di moglie del Premier, anche se alla fine non riesce neanche lei a sfuggire all’obbligo si stupire lo spettatore e si mostra incline a dare sfogo alle sue voluttà anche quando si tratta di un semplice portapacchi che ha bussato alla sua porta.

In conclusione, a metà dello sviluppo del serial, l’evento originario, che avrebbe dovuto scatenare l’interesse dello spettatore, il presunto miracolo, resta posizionato ai margini dei flussi narrativi principali, che si concentrano invece sui percorsi, spesso insoliti, dei singoli personaggi e sarà forse solo il finale (speriamo) che porterà a un ricongiungimento dei vari filoni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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