Dramma

IL RICCIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:56
Titolo Originale: Le Hérisson
Paese: Francia, Italia
Anno: 2009
Regia: Mona Achache
Sceneggiatura: Mona Achache dal romanzo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
Produzione: Les Films des Tournelles/France 2 Cinéma/Pathé/Topaze Bleue/Eagle Pictures
Durata: 100'
Interpreti: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet

Paloma, undici anni, vive a Parigi in uno dei cinque magnifici appartamenti di uno stabile per ricchi borghesi e ha deciso di suicidarsi nel giorno del suo dodicesimo compleanno, per non vivere, come tutti gli adulti da cui è circondata, come un pesce in una boccia. Renée, la portinaia anziana e soprappeso dello stabile, nasconde dietro i suoi modi bruschi il segreto di una cultura raffinata e varia. Queste due esistenze sono destinate ad incrociarsi quando nell’edificio arriva il signor Ozu, un garbato giapponese che sembra intuire nelle due “donne” molto più di quello che rivelano al mondo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questa pellicola è elogio della cultura come risorsa nascosta , capace di mettere in contatto persone apparentemente diversissime, di liberarle da un destino già determinato dalla vita
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il desiderio di suicidio di una ragazza di 11 anni, potrebbe impressionare qualche bambino più sensibile
Giudizio Tecnico 
 
La Achache ha qualche momento di regia un po’ troppo consapevole, che denuncia l’ansia della giovane regista di dare un’impronta “sua” ad un romanzo noto ma la pellicola si fa amare per la capacità di tratteggiare tre personaggi affascinanati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PRIMA COSA BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:40
Titolo Originale: LA PRIMA COSA BELLA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: Indiana Production Company, Medusa Film, Motorino Amaranto
Durata: 116''
Interpreti: Valerio Mastrandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Giacomo Bibbiani

Bruno Michelucci è insegnante di liceo ma ha poco interesse per il lavoro: si porta dentro un malessere esistenziale che lo spinge a fuggire da tutti, compresa la donna con cui vive. Lo raggiunge la sorella Valeria: vuole che lui la accompagni a Livorno perché  Anna, la loro madre, ha ormai pochi giorni di vita. Il soggiorno nella città natale è l'occasione per ricordare la loro giovinezza; Anna, troppo bella per non scatenare pettegolezzi, era stata cacciata di casa da suo marito  e da quel momento lei e i suoi figli si erano spostati da una casa all'altra, in funzione delle "amicizie" che la madre aveva incontrato, senza che mai Anna smettesse di circondarli di attenzioni e di affetto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La madre, espressione di un amore esuberante e libero, se è apprezzabile per la cura con cui accudisce i propri figli, non è giustificabile per la sua decisione di partorire un figlio su commissione
Pubblico 
Maggiorenni
Per i riferimenti all'uso di droga, per una scena di incontro amoroso fra adolescenti, per il caso di un figlio concepito su commissione
Giudizio Tecnico 
 
Il film conferma la capacità di Paolo Virzì di imprimere vitalità alle sue storie grazie anche alla bravura di tutti gli attori. Qualche eccesso di patetismo nella parte finale.

La mamma è sempre la mamma, sempre affettuosa e mai dimentica dei figli, anche quando si comporta in modo disinvolto nelle sue relazioni amorose.
Potrebbe essere questa la sintesi emotiva del film che ruota interamente intorno alla figura di Anna (interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti e in vecchiaia da Stefania Sandrelli), ma in realtà il simbolo che si coglie in questa figura femminile  è ancora più ampio: sembra rappresentare, con la sua vitalità inesauribile, la sua esuberanza generosa e ingenua quasi la forza vitale di Cibele o di altre antiche divinità che rappresentavano la fecondità della natura. Anche l'episodio finale, il più scabroso, quando Anna accetta di procurare, con la sua gravidanza,  una prole a una coppia sterile, sembra rispecchiare questo simbolo.
Paolo Virzì ribadisce che il film non è autobiografico (anche se pesca inevitabilmente nel suo vissuto giovanile nella città toscana) e in effetti il simbolismo di cui è carico la figura di Anna sembrano tradire la voglia di trasmetterci la sua idea di donna-madre più che un personaggio reale.
Nel  2009 altri due autori, Giuseppe Tornatore con Baaria e Sergio Rubini con L'uomo nero, hanno realizzato  film realmente autobiografici e si vede: i personaggi che rappresentano le loro madri da giovani sono trattati con grande cura ed affetto, tutti i loro gesti sono addolciti dal ricordo e sono tenuti lontani da qualsiasi comportamento che possa minimamente esser considerato  disdicevole.
Inoltre  entrambi gli autori racchiudono in un unico ricordo inscindibile sia la madre che il padre, nel loro relazionarsi fra di loro e con i figli, visti  entrambi responsabili della loro formazione umana.

Nel racconto di Virzì la situazione è più dolorosa: il padre è un carabiniere che mal tollera le attenzioni degli altri verso la bella moglie e quel suo gesto di cacciarla di casa diventa un altro simbolo del film, quello dell'intolleranza e della grettezza di vedute (l'unico momento in cui Virzì  devia verso la satira mordace è quando realizza un contrappunto di sequenze dove si mostrano prima i figli accuditi in modo affettuosamente anarchico dalla madre e poi, nel breve periodo in cui questi restano con il padre, li vediamo costretti a recitare la preghiera prima dei pasti e poi seguire una processione religiosa, simbolo, secondo il regista, di bigotta ipocrisia).

Sarebbe comunque errato valutare il film esclusivamente per i riferimenti simbolici che il regista ci vuole comunicare: Virzì ha  indubbie capacità di portare sullo schermo  personaggi realistici,  coadiuvato in questo da ottimi attori. Possiamo anzi dire che il regista è un degno erede della tradizione della commedia all'italiana proprio per quel suo mescolare personaggi simpaticamente reali, un'ottima sceneggiatura e mordaci rappresentazioni dei costumi della società.

Virzì ha intelligentemente costruito il personaggio del figlio Bruno come contraltare alla solarità  imbarazzante della madre, proprio a sottolineare che certi comportamenti non sono neutri e si riflettono sui propri figli.

Ragazzo sensibile ed introverso, soffre delle attenzioni di cui è oggetto la madre da parte di troppi uomini: ascolta in silenzio i loro  apprezzamenti  espliciti. Cresce taciturno, anaffettivo, sfugge a tutti quegli incontri che potrebbero procurargli sofferenza, è un consumatore occasionale di stupefacenti, come lui stesso si definisce. Solo con la morte della madre, quasi a segnare la fine di un'epoca, sembra che sia giunto per lui il momento di prender le redini della propria vita.
Anche la sorella di Bruno non sembra discostarsi molto dalla linea della madre: finisce per stancarsi di suo marito per accettare le attenzioni del suo datore di lavoro.

Nella scena finale dove tutti si sono riuniti intorno al capezzale della madre morente incluso il figlio partorito su commissione, non si può non constatare il naturale approdo della rappresentazione di Virzì verso la famiglia allargata, logica conseguenza della non volontà dei protagonisti di impegnarsi in legami stabili.  Anche Francesca Comencini con il suo Lo spazio bianco, in modo anche più radicale di Paolo Virzì, aveva esaltato la bellezza assoluta della maternità ma con pari forza aveva affermato la libertà della protagonista di vivere liberamente la propria sessualità senza legami stabili. Morta la famiglia monogamica, sembrano dire questi autori, gli unici legami forti restano quelli di sangue. 

Per fortuna Baaria e L'uomo nero ci hanno raccontato storie diverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRA LE NUVOLE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:27
Titolo Originale: Up in the Air
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Sheldon Turner, Jason Reitman
Produzione: Montecito Picture Company, Rickshaw Productions
Durata: 108''
Interpreti: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick

Ryan Bingham lavora per un'azienda che ha il compito di gestire il licenziamento dei  dipendenti per conto di aziende terze. Si sposta continuamente da una città all'altra, gli alberghi sono la sua casa, è contento di questa sua vita passata nel confort delle trasferte a piè di lista e di non aver alcun tipo di legame. Qualcosa però potrebbe cambiare: accetta all'inizio controvoglia di partecipare al matrimonio di sua sorella minore ma sopratutto nelle sue trasferte conosce Alex, una donna avvenente  che vive continuamente "tra le nuvole", come lui....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista realizza un'analisi lucida e tagliente della single society americana ma non è in grado di proporre reali alternative
Pubblico 
Adolescenti
Un breve nudo femminile di schiena
Giudizio Tecnico 
 
Un'ottima sceneggiatura, forse un po' troppo cosciente di esserlo, tende verso la fredda accademia. Il personaggio di Ryan sembra perfettamente ritagliato sull'ineffabile George Cloney

Il tema dello scapolo impenitente che non ha alcun interesse a sposarsi è stato affrontato varie volte al cinema. Il più noto è probabilmente The Family Man (2000): un giovane aveva abbandonato la fidanzata per cercare carriera e successo; quando si è ormai abituato a vivere da solo, una specie di incantesimo gli fa provare tutte le gioie (ma anche i sacrifici) della vita in famiglia a cui ha voluto rinunciare.

Ora il tema viene riproposto nove anni dopo ma la situazione pare come peggiorata: in questo film sembra che il cuore di questi business men e women, si sia come ibernato; la loro capacità di relazionarsi è nulla (ci si lascia con la fidanzata o ci si licenzia dall'azienda con un semplice SMS), le famiglie, quando raramente vengono costituite, finiscono per disgregarsi;i vecchi genitori vengono mandati in pensioni dorate, dove finiscono per  morire da soli.
In ambito lavorativo le aziende che debbono licenziare dei dipendenti fanno fare "il lavoro sporco" ad anonime agenzie che svolgono sbrigativamente il loro compito (magari a distanza, tramite un collegamento video) limitandosi a  qualche vuota parola di incoraggiamento.

 Il nostro protagonista, oltre a fare il tagliatore di teste, partecipa a vari convegni come conferenziere per diffondere la sua filosofia del disimpegno: si porta  con sè uno zaino, invita  gli uditori a riempirlo con l'immaginazione di tutte le cose che  stanno loro a cuore (l'automobile come la casa, ma anche degli affetti più cari) per poi  provare a sentire come ci si sente liberi togliendosi lo zaino dalle spalle.
Rayan è il primo a seguite alla lettera questa filosofia: la sua casa sono gli alberghi, la sua auto i taxi, non ha mai pensato a sposarsi, vive di incontri occasionali e si lascia coccolare dai privilegi che gli vengono concessi come cliente abituale, dalle compagnie aeree e dagli alberghi.

L'ottima sceneggiatura scandisce senza pietà i dialoghi di Ryan e dei suoi simili della single society ,  brillanti, sagaci, cortesi quanto impersonali; il momento chiave del film è proprio quando Ryan, si, proprio lui, è invitato a far cambiare idea al promesso sposo di sua sorella che il proprio il giorno prima del matrimonio mostra di avere  profondi ripensamenti.

"Non penso che sarò in grado di arrivare in fondo- dice il giovane- stiamo comprando casa, andremo a vivere insieme, avremo un figlio, e poi un altro figlio, poi Natale, il giorno del Ringraziamento, le vacanze scolastiche. Tutto a un tratto si stanno laureando, trovano lavoro e si sposano. Poi divento nonno, vado in pensione, perdo i  capelli, ingrasso e prima che me ne accorga sono morto. Non faccio che pensare: a che serve? Che sto mettendo in piedi qui?".
Ryan deve assolutamente trovare una risposta convincente: " il matrimonio può essere un inferno e hai ragione: tutte quelle cose porteranno alla tua eventuale dipartita. Il tempo passa per tutti e finiremo tutti nello stesso posto. Quindi non serve a niente. Ma se tu ripensi ai ricordi più importanti della tua vita, eri forse da solo? Sicuramente no. La vita è pure compagnia. A tutti serve un copilota".

Per i personaggi del film, che debbono imparare l'ABC dell'amore, lo scoprire che l"avere un copilota" è almeno un riparo nelle avversità della vita è sicuramente molto poco, ma per loro è già qualcosa.

Il difetto di questo film è proprio questo: ottimo nella lucida analisi della disumanizzazione cortese della nostra società, non ha una vera proposta alternativa: nel prosieguo della storia vediamo che anche chi ha deciso di costruirsi una famiglia finisce per separarsi o per tradire.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RETE 4
Data Trasmissione: Martedì, 24. Febbraio 2015 - 21:15


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BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:20
 
Titolo Originale: Bella
Paese: Usa, Messico
Anno: 2006
Regia: Alejandro G. Monteverde
Sceneggiatura: Leo Severino, Patrick Million, Alejardo G. Monteverde
Produzione: One Media, Metanoia Films, Bella Production, Burnside Entertainment, Mpower Pictures
Durata: 91''
Interpreti: Eduardo Veràstegui, Tammy Blanchard, Manny Perez

José era un promettente giocatore di calcio messicano; davanti a lui si apriva una carriera ricca di successi e soddisfazioni, ma la distrazione di un attimo cambia tutto. Dopo aver investito una bimba José abbandona lo sport e diventa cuoco nel ristorante del fratellastro. La sua vita è chiusa nel dolore di quel giorno fatale, fino a quando la possibilità di aiutare Nina, cameriera nello stesso ristorante che è rimasta incinta e non vuole tenere il suo bambino, gli offre una nuova possibilità. Forse salvando quella piccola vita non ancora nata avrà la possibilità di ricominciare

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole convincere una volta di più che se non sempre una donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a condividere.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella è un film pieno di poesia che riesce a toccare i cuori degli spettatori

Presentato come evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival da Matilde Bernabei e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella è un film pieno di poesia che affronta il tema dell’aborto (ma forse sarebbe più corretto dire, al contrario, quello della salvaguardia della vita nascente) in modo suggestivo.

Con pochissime parole e puntando tutto sul legame che si stabilisce tra una giovane donna spaventata di fronte a una gravidanza non voluta e un uomo alla disperata ricerca di perdono, il regista Alejandro Gomez Monteverde commuove lo spettatore grazie alla descrizione di intensi legami familiari.

Che sono proprio ciò che ha consentito allo sfortunato José di sopravvivere al dramma che lo ha visto protagonista (da promessa del calcio a responsabile, pur involontario, della morte di una bambina di pochi anni) . Piegato, ma non sconfitto, José trova nell’incontro con Nina, una giovane donna troppo sola e troppo spaventata per valutare pienamente la sua situazione, proprio ciò che attendeva, una seconda occasione. Spendersi per una vita per tentare di riparare al male fatto per leggerezza e fatalità.

Per vincere questa sfida fondamentale José non ricorre a ragionamenti e teorie che Nina forse non sarebbe in grado di ascoltare, ma all’evidenza dell’esperienza che lo ha aiutato a reagire quando si è trovato nel momento peggiore della sua vita.

La vita come valore assoluto, tanto più evidente quando viene tragicamente spezzata, emerge nella forza della famiglia di José, che ha già conosciuto il gesto generoso dell’adozione e ora si apre ad accogliere una nuova vita.

Il fascino di una New York che può essere al tempo stesso luogo di smarrimento, ma anche punto di partenza per una nuova vita, la musica che introduce lo spettatore all’universo caloroso della famiglia di José (in cui i conflitti non sono aboliti, ma l’amore è capace di sanare ogni ferita).

Quella tra Josè e Nina è qualcosa di diverso e forse anche di più grande di una storia d’amore; o forse semplicemente si tratta della storia in cui l’amore è rivolto verso chi ne ha più bisogno: il bambino non ancora nato di Nina.

La pellicola non pretende di approfondire il disagio di Nina (suggerendo implicitamente che qualunque esso sia non sarebbe una giustificazione all’eliminazione di un figlio) , né chiarisce il suo percorso dopo l’incontro con Josè, lasciando solo alla scena finale il suggerimento di una speranza: quella di una crescita umana capace di riabbracciare pienamente le proprie responsabilità.

Questi gli elementi che consentono a questo piccolo film indipendente di toccare i cuori degli spettatori, convincendolo una volta di più che se non sempre una donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a condividere.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIPREMIUM
Data Trasmissione: Martedì, 7. Agosto 2012 - 21:10


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BACIAMI ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:07
Titolo Originale: BACIAMI ANCORA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino
Produzione: Fandango, Mars Film, Medusa
Durata: 140''
Interpreti: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani

Ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi protagonisti de L'ultimo bacio: Carlo e Giulia che si erano sposati ma ora sono in attesa della separazione ognuno con un nuovo partner;  Adriano, che aveva lasciato la moglie Livia e il figlio di un anno per sfuggire alle proprie responsabilità, ora è tornato e cerca di porre rimedio ai suoi errori; Marco, che  avevamo conosciuto felicemente sposato con Veronica, sta attraversando un periodo di profonda crisi perché il figlio tanto atteso non arriva; Paolo non riesce a riprendersi dalle sue periodiche crisi depressive, confortato solo in parte da Livia,  mentre Alberto, coerente con la sua scelta di non avere nessun legame, desidera solo di ripartire questa volta per il Brasile....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Muccino riesce a fotografare l'attuale generazione dei quarantenni in tutta la sua fragilità che appare però come costitutiva della sua essenza, senza possibilità di riscatto
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di rapporti amorosi, uno con breve nudità integrale
Giudizio Tecnico 
 
Muccino è sempre molto bravo nel valorizzare al meglio le prestazioni degli attori e nel non far cadere l'attenzione dello spettatore; ma il suo stile personalissimo rischia di diventare maniera

Una generazione di quarantenni  oscilla intorno a un punto di equilibrio che non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura  a far nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di Muccino.

Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa è cambiato in  questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica motivazione:  dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità. Adesso che il futuro è diventato presente e  si è ripiegato sui loro destini, non corrono più, si sentono stressati  e appesantiti dal rimorso degli errori commessi e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la responsabilità tanto evitata, ora è una presenza  viva ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca  per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più ansia  quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.

Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà  varianti di una sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in  Aprile-1998 mentre in Caro diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si era sottoposto per una sua misteriosa allergia.

Se l'ultimo bacio è stato un film importante per la sua capacità di raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora nuova generazione dei trentenni, bisogna comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a generalizzare il profilo degli attuali quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.

In realtà se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole raccontare. I protagonisti sembrano come sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza, manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.

L'antropologia di Muccino è angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di istintività ed emotività che non possono  controllare; hanno perso ogni capacità superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo. Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,  non ci sono responsabilità.

Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di combattere contro il proprio  orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la  barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti  i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di oggi che paiono delle amebe, prive di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche nascere dei figli.

In linea con altri film della più recente produzione italiana (la prima cosa bella, lo spazio bianco) , c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.

Solo a tratti, timidamente, si  intravede  la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per il suo nuovo lavoro,  deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto  al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne constata le conseguenze.

Muccino è molto bravo come sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare maniera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BACIAMI ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:53
Titolo Originale: BACIAMI ANCORA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino
Produzione: Fandango, Mars Film, Medusa
Durata: 140''
Interpreti: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani

Ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi protagonisti de L'ultimo bacio: Carlo e Giulia che si erano sposati ma ora sono in attesa della separazione ognuno con un nuovo partner;  Adriano, che aveva lasciato la moglie Livia e il figlio di un anno per sfuggire alle proprie responsabilità, ora è tornato e cerca di porre rimedio ai suoi errori; Marco, che  avevamo conosciuto felicemente sposato con Veronica, sta attraversando un periodo di profonda crisi perché il figlio tanto atteso non arriva; Paolo non riesce a riprendersi dalle sue periodiche crisi depressive, confortato solo in parte da Livia,  mentre Alberto, coerente con la sua scelta di non avere nessun legame, desidera solo di ripartire questa volta per il Brasile....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Muccino riesce a fotografare l'attuale generazione dei quarantenni in tutta la sua fragilità che appare però come costitutiva della sua essenza, senza possibilità di riscatto
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di rapporti amorosi, uno con breve nudità integrale
Giudizio Tecnico 
 
Muccino è sempre molto bravo nel valorizzare al meglio le prestazioni degli attori e nel non far cadere l'attenzione dello spettatore; ma il suo stile personalissimo rischia di diventare maniera

Una generazione di quarantenni  oscilla intorno a un punto di equilibrio che non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura  a far nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di Muccino.

Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa è cambiato in  questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica motivazione:  dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità. Adesso che il futuro è diventato presente e  si è ripiegato sui loro destini, non corrono più, si sentono stressati  e appesantiti dal rimorso degli errori commessi e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la responsabilità tanto evitata, ora è una presenza  viva ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca  per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più ansia  quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.

Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà  varianti di una sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in  Aprile-1998 mentre in Caro diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si era sottoposto per una sua misteriosa allergia.

Se l'ultimo bacio è stato un film importante per la sua capacità di raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora nuova generazione dei trentenni, bisogna comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a generalizzare il profilo degli attuali quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.

In realtà se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole raccontare. I protagonisti sembrano come sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza, manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.
L'antropologia di Muccino è angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di istintività ed emotività che non possono  controllare; hanno perso ogni capacità superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo. Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,  non ci sono responsabilità.
Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di combattere contro il proprio  orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la  barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti  i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di oggi che paiono delle amebe, prive di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche nascere dei figli.

In linea con altri film della più recente produzione italiana (la prima cosa bella, lo spazio bianco) , c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.

Solo a tratti, timidamente, si  intravede  la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per il suo nuovo lavoro,  deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto  al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne constata le conseguenze.

Muccino è molto bravo come sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare maniera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AN EDUCATION

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:37
Titolo Originale: An Education
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Lone Sherfig
Sceneggiatura: Nick Hornby, basato sulle memorie autobiografiche di Lynn Barber
Produzione: Finola Dwyer e Amanda Posey per Finola Dwyer Productions/Wildgaze Films
Durata: 100''
Interpreti: Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson

1961: Jenny, sedicenne figlia di una coppia piccolo borghese che ha investito tutto per la sua educazione, è totalmente assorbita dagli studi per ottenere quei risultati che le garantiranno l’ingresso alla prestigiosa università di Oxford, ma intanto sogna Parigi. Un giorno però incontra l’affascinante e gentile David, molto più grande di lei, che le spalanca un mondo fatto di musica, arte, ristoranti, e amore. Jenny è conquistata da quest’educazione “diversa” che sembra mettere sotto sopra tutto quello in cui ha creduto fino a quel momento. Ma forse anche David non è quello che sembra…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la storia è quella di una "perdizione", una disillusione dolorosa che fa mettere in crisi ogni cosa ma nel finale la protagonista, anche grazie all'aiuto di una insegnante sensibile e coraggiosa, ritrova le ragioni per riprendere a studiare e a vivere
Pubblico 
Maggiorenni
Scene sensuali e di nudo, linguaggio esplicito.
Giudizio Tecnico 
 
E' un racconto di formazione che coglie con grande sensibilità un momento cruciale di trasformazione non solo di una ragazza, ma anche di un intero paese. Personaggi ben tratteggiati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CONCERTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:28
 
Titolo Originale: Le concert
Paese: Francia, Italia, Romania
Anno: 2009
Regia: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu e Matthew Robbins
Produzione: Les Productions du Trésor/France 3 Cinéma/Europacorp/Oï Oï Oï Productions/Castel Films/Panache Productions/RTBF
Durata: 119''
Interpreti: Mélanie Lurent, Alekseï Guskov

Andreï Filipov , osannato direttore dell'orchestra Bolshoi di Mosca, viene allontanato in epoca comunista per essersi rifiutato di licenziare i suoi musicisti ebrei. Venticinque anni dopo l'uomo lavora ancora in teatro come custode e aiuta la moglie a movimentare finte manifestazioni d'orgoglio ex-comunista. Un giorno intercetta un invito per il teatro Châtelet di Parigi e decide di riscattarsi dalle umiliazioni con l'inganno, accettando l'ingaggio al posto dell'orchestra ufficiale ed eseguendo il brano interrotto tanti anni prima. Riunisce così i vecchi compagni di concerto e qualche improbabile nuovo ingaggio. Il viaggio a Parigi, reso possibile dalla collaborazione del vecchio direttore del teatro che aveva rovinato Andreï, porterà alla luce una verità che coinvolge non solo il direttore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non è poca cosa oggigiorno trovare la chiave giusta per raccontare con serietà e al contempo positiva speranza dei personaggi così veri, senza il timore di aprirsi ad una prospettiva di rinascita e redenzione non solo immanente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il ritmo del racconto, che alterna alcune scatenate scene di commedia a passaggi più distesi e squarci drammatici, accompagna lo spettatore in un’avventura che coinvolge profondamente e lascia per una volta realmente soddisfatti.

Dopo gli ebrei in fuga di Train de vie e il giovane etiope in cerca di identità di Vai e vivrai, Radu Mihaileanu ci regala un nuovo commovente (ma anche esilarante) gruppo di personaggi nel suo nuovo film, come d’abitudine in delicatissimo equilibrio tra dramma e commedia.

La descrizione della Russia post-sovietica, divisa tra gente che cerca di arrabattarsi (facendo la comparsa ai comizi degli ex-comunisti o alle feste degli oligarchi), nuovi ricchi e burocrati inossidabili, occupa la prima parte della storia, ma cattura lo spettatore soprattutto attraverso lo sguardo appassionato del suo protagonista, l’ex-direttore Andreï, una figura originale nell’unire fragilità e determinazione.

Lo svelamento progressivo del suo passato (che riserva un’ultima, giustissima sorpresa) procede di pari passo con l’avventura di portare la sua orchestra bizzarra e raccogliticcia nella ville lumière, in un susseguirsi di equivoci e situazioni paradossali (le richieste improbabili dei russi, le furbate dei francesi e così via) che tuttavia non fanno mai perdere il filo di un racconto che ha la sua linea più potente nel tentativo di riparare a un’ingiustizia del passato.

Tanto che nel concerto finale (che Mihaileanu riesce a farci gustare per larga parte grazie ad un geniale gioco di montaggio) ognuno si trova a fare i conti con il carico del proprio passato e ne riversa tutto il dramma nella musica, che diventa realmente parte della storia con la sua potenza catartica e rivelatrice.

Il concerto si carica così del peso di un confronto con la storia, diventa luogo dove riannodare i fili di rapporti violentemente spezzati dall’ideologia, ma anche semplicemente occasione per unire personaggi diversi e bizzarri, ma mossi da una solidarietà reciproca capace di superare gli egoismi di ciascuno (e alla fine, nonostante le loro intemperanze, tutti i musicisti saranno sul palco…).

Il ritmo del racconto, che alterna alcune scatenate scene di commedia a passaggi più distesi e squarci drammatici, accompagna lo spettatore in un’avventura che coinvolge profondamente e lascia per una volta realmente soddisfatti.

Non è poca cosa oggigiorno trovare la chiave giusta per raccontare con serietà e al contempo positiva speranza dei personaggi così veri, senza il timore di aprirsi ad una prospettiva di rinascita e redenzione non solo immanente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: LA 7D
Data Trasmissione: Martedì, 10. Marzo 2015 - 0:10


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AMABILI RESTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:05
Titolo Originale: The Lonely Bones
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson dal romanzo di Alice Seabold
Produzione: Stephen Spielberg e Peter Jackson per Wignut Films/Dreamworks Pictures/Film Four
Durata: 135'
Interpreti: Saoirse Ronan, Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci

Susie Salmon ha solo 14 anni quando viene rapita e assassinata da un vicino di casa che nasconde un passato oscuro. Mentre la sua famiglia straziata dal dolore combatte per trovare una ragione a quanto è accaduto, Susie, sospesa in una condizione intermedia tra la Terra e l’Aldilà, deve compiere un percorso per riuscire a dire addio ad una vita che le è stata strappata troppo presto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Bella rappresentazione della famiglia di Susie, piena di calore e unità (finchè lei è viva) ma il film non riesce ad affrontare con serietà la questione dell’esistenza o meno di un Aldilà
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di forte tensione e violenza.
Giudizio Tecnico 
 
L’insieme fa sì che il film mostri una cerca discontinuità, alternando momenti di intensa emozione e coinvolgimento a passaggi ai quali è quasi più facile riconoscere un valore “pittorico” piuttosto che una reale necessità narrativa.

Adattamento di uno struggente romanzo di Alice Seabold, il nuovo film di Peter Jackson (affiancato dall’ormai consolidata squadra di sceneggiatori con cui ha lavorato sulla saga del Signore degli anelli) tenta di riprodurre il doppio binario su cui si muove il testo di partenza: da una parte raccontare il lutto della famiglia di Susie, dall’altra la vita sospesa della ragazzina assassinata, incapace di staccarsi dal suo mondo e dai suoi cari.

Le scene che riguardano la famiglia Salmon prima del delitto (esempio di calore e unità tra i suoi membri a dispetto dei piccoli scontri di ogni giorno) e dopo di esso (quando il dolore sembra troppo forte da affrontare e rischia di creare fratture insanabili) sono capaci di catturare profondamente lo spettatore con alcuni profondi accenti di verità e la pietà da cui sono avvolti i vari personaggi.

Non si può dire la stessa cosa delle scene destinate a visualizzare la condizione spirituale (?) di Susie, sospesa in un limbo, ma affacciata da una parte sul suo vecchio mondo (con i suoi cari e il ragazzo che amava, ma anche il suo ignobile assassino), dall’altra su un paradiso che, purtroppo, ha i connotati di una fantasia un po’ troppo kitsch in cui prevale l’esibizione delle ricostruzioni CGI che hanno fatto la fortuna della Wignut Films di Jackson.

Riflesso probabilmente della difficoltà di affrontare davvero e con serietà la questione dell’esistenza o meno di un Aldilà (non è un caso che di Susie non si celebri mai un funerale e non certo solo per la mancanza di un corpo…), la scelta narrativa di Jackson finisce per penalizzare una pellicola che vive i suoi momenti più coinvolgenti quando resta attaccata alla verità dei legami familiari o quando fa vivere la profondità di essi attraverso la nostalgia vissuta da Susie (raccontata meglio nel romanzo della Seabold, ma comunque ben presente anche qui), mentre diventa deludente e a tratti perfino noiosa nel tripudio delle immagini oniriche che occupano un buon terzo del film.

L’aspetto più interessante della storia, comunque, non è nemmeno quello che riguarda la scoperta dell’identità del colpevole (uno Stanley Tucci purtroppo sopra le righe), che è giustamente presentata come non necessaria né sufficiente a dare alla famiglia Salmon l’occasione di ritrovarsi e ricominciare.

La strada interrotta dalla morte di Susie (che avviene non a caso proprio alla vigilia del suo primo bacio) viene ripresa quando ognuno a modo suo completa un percorso di elaborazione del lutto comprendendo di non poter fare a meno degli altri.

Al contrario non è chiaro come e perché a un certo punto, realizzando tutta la mostruosa portata delle azioni del suo assassino (nell’incontro con le sue precedenti vittime) e mentre il suo corpo viene metaforicamente sepolto per non essere mai ritrovato, Susie possa lasciare il suo limbo per un paradiso dai contorni piuttosto vaghi.

L’insieme fa sì che il film mostri una cerca discontinuità, alternando momenti di intensa emozione e coinvolgimento (così come altri di tensione e angoscia) a passaggi ai quali è quasi più facile riconoscere un valore “pittorico” piuttosto che una reale necessità narrativa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOURDES

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:57
Titolo Originale: Lourdes
Paese: Austria, Francia, Germania
Anno: 2009
Regia: Jessica Hausner
Sceneggiatura: Jessica Hausner
Produzione: Coop 99, Parisienne de Production, Essential Filmproduktion, Thermidor Filmproduction, ZDF, Arte France Cinema
Durata: 99'
Interpreti: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini

Un gruppo di pellegrini, guidati dai volontari dei Cavalieri di Malta, giunge a Lourdes. Fra di loro c'è Christine, paraplegica, bloccata nelle gambe e nelle braccia. Si è unita al gruppo per fare qualcosa di diverso e sentirsi meno sola ("avrei preferito andare a Roma, sarebbe stato un viaggio più culturale"): la sua fede è tiepida. Poi, improvvisamente, dopo la visita alla grotta, i suoi arti riprendono vita e può abbandonare la sedia a rotelle. Gli applausi di taluni si mescolano con le invidie di altri (perché è toccato a lei?). Inoltre una sua successiva caduta può far pensare che la guarigione non sia completa...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'autrice promuove con abilità la sua visione pessimistica sulla possibilità di definire cosa sia la verità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
L'autrice impiega uno stile molto personale per narrare una storia di idee ma non di persone

Il film Lourdes ha sicuramente qualcosa di singolare per aver avuto al contempo il premio SIGNIS (World Catholic Association for Communication) e il premio Brian (in onore dell'irriverente film Brian di Nazareth del 1979) della UAAR (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti).
Vittorio Messori, nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera del 12 febbraio ci ha messo in guardia dall'attribuire un messaggio positivo al film: chi è stato realmente a Lourdes sa che è il luogo del dolore ma anche della gioia,  della speranza, dell'infinita generosità di tanti volontari, ben lontana  dalla rigida compostezza dei protagonisti del film, dai plumbei dubbi, dai vischiosi  sospetti   che aleggiano nell'opera cerebrale della Hausner.

Il film tratta il tema della fede e del significato che possono avere i miracoli  per la fede, in modo così politically correct da aver dato soddisfazione ad entrambi i fronti. E' una tendenza che  già vista in altri film recenti.
Ne Il segreto di Vera Drake -2004", sul tema dell'aborto  la condanna finale della protagonista, rea di praticare aborti clandestini, poteva al contempo venir vista come un giusto castigo per un'azione riprovevole ma anche (la storia è ambientata negli anni '50) come il ricordo di un oscuro  passato, ora  finalmente conclusosi con la legalizzazione dell'aborto.
Alla lista dei film "bilanciati" possiamo aggiungere 4 mesi, tre settimane e due giorni, ancora sull'aborto e in una certa misura anche Million dollar baby sull'eutanasia.

Anche ora per Lourdes, il finale aperto (non sappiamo se per Christine si può parlare di guarigione definitiva o no, di miracolo o no) può apparire un elogio del dubbio sistematico, tipico  degli agnostici ma potrebbe anche essere una riflessione "sulla libertà umana e l'intervento divino "  (dalla motivazione del premio SIGNIS).

E' bene quindi abituarsi a trattare questo tipo di film: molto probabilmente altri ne seguiranno. Film molto abili che conoscono le opinioni dei due fronti contrapposti, evitano le obiezioni più scontate, sono privi di qualsiasi spunto polemico e  puntano, per esprimere le reali intenzioni dell'autore ,  su dei sottili distinguo che vanno letti fra le righe del testo, nella scelta delle immagini, nello stile adottato.

Nel caso di Lourdes la cronaca delle giornate dei pellegrini  appare fedelmente ricostruita ma c'è qualcosa di innaturale nei personaggi: ben allineati nelle file per accedere alla grotta, diligentemente seduti nell'attendere la benedizione del sacerdote, composti e silenziosi nella sala da pranzo; gli accompagnatori scambiamo poche parole, per di più di circostanza, con i malati.
Ancora più sconcertante quello che accade dopo l'inaspettata guarigione di Christine: qualche discreto applauso dei vicini, ma poi molti commenti detti sottovoce.

E' evidente che all'autrice non interessa porre l'accento sul cuore, analizzare quest'umanità sofferente  che è arrivata fino a Lourdes forse per fede, forse perché spinta da un'irrazionale speranza; le interessa molto di più il dibattito sulle idee e per questo semplifica molto i personaggi, pulisce le immagini, lascia che siano le loro riflessioni  a prendere il sopravvento.
Non è estranea allo stile dell'autrice anche una sottile ironia: "alla fine del soggiorno verrà nominato il migliore pellegrino"-dice la coordinatrice del gruppo; "qualcuno vuole bere l'acqua di Lourdes?" dice un' accompagnatrice porgendo una caraffa: una specie di rinforzo per il pomeriggio, dopo che i malati si erano recati in mattina alla piscina.

Vediamole quindi queste riflessioni, molte delle quali avvengono attraverso un dialogo fra i pellegrini ed il sacerdote che li accompagna. Anche in questo caso le domande appaiono legittime per chi cerca un orientamento ("cosa debbo fare per poter guarire? Perché non ho una vita normale? Perché la guarigione è toccata a lei e non a me?) e le risposte sembrano proprio quelle che ci si aspetta da chi porta l'abito talare ("bisogna guarire prima l'anima del corpo"; "i miracoli avvengono tutti i giorni ma noi non sappiamo riconoscerli") ma  più insidiosi sono che avvengono ai margini della guarigione di Christine.

Due compagne della ragazza si confidano sottovoce: "Se la guarigione non dura vuol dire che non si trattava di un vero miracolo. In questo caso Dio non c'entra niente". Manca in queste due donne e quindi nell'autrice la visione provvidenziale di un Dio  che opera continuamente ed è presente nella nostra vita di tutti i giorni;  probabilmente l'autrice ha in mente il Dio orologiaio degli Illuministi, che si è limitato, agli inizi dei tempi, a caricare la molla di questo mondo.

Un accompagnatore chiede al sacerdote:
"Dio è buono o è onnipotente? Se fosse onnipotente e buono dovrebbe poter guarire tutti":  anche in questo caso si tratta di un dubbio insidioso  che  salta completamente il significato dell'incarnazione di Cristo, il suo valore redentivo e il senso cristiano della sofferenza.

Da questi esempi appare chiaro che bisogna evitare di "stare al gioco" dell'autrice ma vedere il film nel suo complesso.
Una cosa è certa: non vediamo Christine, dopo che è stata beneficata di questa guarigione inaspettata,  affrettarsi ad andare in cappella a ringraziare il Signore nè non appare particolarmente turbata per l'evento di cui si è trovata protagonista (felice sì, ma felice in modo fisiologico, per aver ritrovato l'uso delle gambe e delle braccia) viceversa, vediamo che tutte le altre persone della comitiva, a parte qualche tiepido applauso a Chritine, cercano di rispedire il miracolo al mittente con tante domande, disturbati per un evento che ha infranto le regole.

L''autrice cerca di evitare, sequenza per sequenza, dialogo per dialogo,  che quell'evento eccezionale possa venir interpretato come miracolo e ancora una volta usa l'ironia (quando Christine si reca con il sacerdote al Centro Medico, vengono invitati ad aspettare il loro turno, perché ci sono tre persone prima di loro che debbono ugualmente denunciare una guarigione inspiegabile; quando i pellegrini assistono ad un filmato-intervista di una persona che a Lourdes è guarita inaspettatamente, le solite due comari commentano che l'intervistato  è rimasto seduto e non lo si è mai visto in piedi)

L'autrice cerca di evitare che l'esistenza di Dio venga  in qualche modo dimostrata tramite una rigorosa  logica di causa ed effetto; in questo ha perfettamente ragione e tutte le sue cautele sono  inutili; non sono certo i medici a dichiarare miracolosa una guarigione (al più dichiarano una guarigione inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche)  ma è la Chiesa. Su molte migliaia di guarigioni inspiegabili avvenute a Lourdes, solo 67 sono state riconosciute come miracoli, in base non solo alla straordinarietà dell'evento  ma anche al significato soprannaturale che gli è stato riconosciuto.
Con molta coerenza nel suo pensiero, la Hausner, intervistata al Festival di Venezia dove il film era stato presentato, ha detto: " “Quello che per me è difficile capire nella religione cattolica è questa proiezione verso il futuro, questa fantasia della salvezza, della caramellina che si vede ma non si sa quando si raggiungerà”.
Alla Hauser manca una visione metafisica:  la capacità della nostra ragione di capire che c'è qualcosa al di sopra di noi, anche se non riusciamo a coglierne completamente, a causa della nostra piccolezza, l'essenza.

Le autorità religiose di Lourdes hanno concesso alla troupe del film di girare negli stessi luoghi della devozione , senza neanche chiedere una visione preventiva della sceneggiatura, secondo quanto dichiarato dalla stessa autrice.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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