Dramma

NORD

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 12:28
Titolo Originale: NORD
Paese: Norvegia
Anno: 2009
Regia: Rune Denstad Langlo
Sceneggiatura: Erlend Loe
Produzione: Brede Hovland, Sigve Endresen, Rune Denstad Lango per Motlys
Durata: 78'
Interpreti: Anders Baasmo Christiansen, Kyrre Hellum, Marte Aunemo

Jomar, un tempo sciatore provetto, è ridotto a fare da custode a un impianto di risalita sulle montagne della Norvegia. Una grave depressione gli ha fatto perdere la moglie Linnea (che gli ha preferito il suo migliore amico Lasse) e il figlio. Jomar si trascina tra il lavoro, che fa malvolentieri, e la clinica psichiatrica dove ritornerebbe volentieri a seppellirsi. Ma un giorno Lasse viene a parlargli di suo figlio, e Jomar, vincendo la sua inerzia, si mette in strada verso nord con la sua motoslitta per cercare di recuperare almeno quel rapporto. Sulla sua strada incontrerà personaggi ancora più strani di lui…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un cambiamento in positivo, piccolo, ma reale del protagonista afflitto dalla depressione e dalla solitudine
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile e riferimenti sessuali.
Giudizio Tecnico 
 
I dialoghi ridotti al minimo, le situazioni a tratti grottesche e il passo non proprio incalzante del racconto rendono questo film non adatto a tutti i palati.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DONNE SENZA UOMINI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 11:42
Titolo Originale: Zaran bedoone mardan
Paese: Germaia, Austria, Francia
Anno: 2009
Regia: Shirin Neshat, Shoja Azari
Sceneggiatura: Shirin Neshat, Shoja Azari
Produzione: COOP99, Filmproduktion, Essential Filmproduktion Gmbh, Societè Parisienne de Production
Durata: 95'
Interpreti: Pegah Ferydoni, Arita Shahzad, Shabnam Toulei

Teheran, estate 1953. Il primo ministro Mossadeh, che sta portando a compimento la nazionalizzazione del petrolio iraniano, viene destituito con un colpo di stato organizzato dallo Sha Reza Pahlavi con l'appoggio degli Stati Uniti, Quattro donne vivono quei momenti  in modo drammatico: la perdita della libertà del popolo si riflette sulle loro vite oppresse dalla violenza e dall'insensibilità degli uomini

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia il colpo di stato che portò il popolo iraniano a vivere sotto una sequenza ininterrotta di regimi autoritari . Le giustissime denunce sull'oppressione che subisce la donna in questo paese sembrano però escludere qualsiasi forma di riconciliazione fra i due sessi
Pubblico 
Adolescenti
Per l'angoscia che scaturisce dalla storia. Alcune immagini di nudo femminile
Giudizio Tecnico 
 
Traspare dal film la sincera ansia di libertà dell'autrice, ma la realizzazione appare costruita a freddo con eccesso di simbolismo. Leone d'argento per la miglior regia al festival di Venezia 2009

Munis si sta appassionando alle vicende politiche del suo paese ma il  fermento e le manifestazioni che si susseguono nelle piazze sono vissute da lei solo attraverso i notiziari della radio: il fratello si impone su di lei in base all'autorità che ritiene di avere e la costringe a restare a casa, in attesa dell'arrivo del pretendente che lui stesso ha scelto.  Munis sale sul tetto della casa e medita il suicidio.
Faezeh è innamorata del fratello di Munis ma una sera, mentre rientra in casa, viene brutalmente violentata.
Zarin fa la prostituta  in una delle case chiuse della città:  la sua figura anoressica è il segno della vita che in lei si sta spegnendo; riesce a reagire fuggendo dal bordello  e raggiunto un bagno pubblico per donne, cerca di portar via con una spatola dal suo corpo la sporcizia che sente addosso, fino a sanguinare. 
Fakhiri è una donna sui cinquant'anni, sposata con un tracotante generale dell'esercito; decide coraggiosamente di lasciare il marito  e si ritira nella sua villa di campagna. Nella stessa casa troveranno rifugio anche le altre donne della storia.

Se l'Iran e la sua storia recente ci è oggi meno estranea, lo dobbiamo ad alcune ultime produzioni cinematografiche che hanno delle donne come autrici.

Persepolis - 2007 , premio alla regia al Festival di Cannes 2007 dell'autrice di graphic novel Marjane Satrapi, raccontava con la tecnica dell'animazione la sua storia personale che scorreva parallela alle vicende del suo paese, dalla caduta dello Sha all'instaurazione della  repubblica islamica, alla guerra contro l'Irak.
Se Marjane impiegava un piglio realistico che grazie alla maggior sintesi ottenibile con l' animazione, riusciva in 90 minuti a raccontarci la complessa storia del suo paese parallelamente alla sua storia personale, Shirin Neshat, fotografa e videoartista che da tanti anni vive negli USA, prende con il suoDonne senza uomini,  una strada completamente diversa.

Essa si muove per simboli, per metafore, le quattro donne  rappresentano altrettante tipologie femminili unificate dall'oppressione di una civiltà maschilista che continua, lascia intendere l'autrice, ancora oggi.

Le più fragili di loro muoiono perché perfino la morte costituisce una forma di libertà; come Munis, che può in questo modo "partecipare " liberamente alle manifestazioni di piazza.

Unico conforto per queste donne è il grande giardino della casa di campagna di Fakhiri, lussureggiante e silenzioso,  favolisticamente fotografato, percorso da un tranquillo ruscello. Sono tutti simboli del Paradiso islamico, per loro un luogo di pace senza gli uomini.

Il grido tragico della libertà violata che vuole esprimere l'autrice è filtrato attraverso un formalismo  sapientemente confezionato,  frutto della sua esperienza di fotografa.
Le immagini sono fortemente evocative:  nel bagno turco femminile si diffonde  una luce che filtra dall'alto e che ricorda tanti lavori dei pittori orientalisti francesi; il corpo dell'infelice  Zarin giace sull'acqua del torrente come l’Ofelia di un famoso quadro pre-raffaellita.

I cortei per le strade,   gli infuocati discorsi nelle piazze a favore di Mossadech, le tipografie clandestine per la stampa dei volantini, le perquisizioni della polizia, la convivenza di ambienti  sociali fra loro così diversi (abiti occidentali per l'alta borghesia, chador e rigoroso tradizionalismo  per il popolo) costituiscono un   veloce ma vivace affresco del'Iran  dell'epoca, che mal si amalgama con le storie  delle quattro donne-simbolo. 

Complessivamente il film, pur nella sincera tensione civile dell'autrice, manifesta qualcosa di troppo costruito, troppo celebrale.

La stessa denuncia della condizione della donna in Iran, sembra approdare a una contrapposizione uomo-donna senza via di uscita, tanto gli uomini sono ottusi e violenti quanto le donne sono disperate ed oppresse.

A onore dell'autrice va comunque notato che se Marjane Satrapi, nel suo racconto Persepolis, affronta i problemi del suo paese, concludendo che  l'unica soluzione è l'emigrazione e mostra nel suo film una sensibilità ormai occidentale con una istanza laica a-confessionale molto forte, per Shirin Nesha l'attaccamento al suo paese, la sofferenza per le sorti del suo popolo è più sentito. I suoi riferimenti culturali restano ancora quelli di un Iran islamico.

Sarà forse proprio per questo che uno spettatore occidentale ha maggiori difficoltà ad immedesimarsi nel suo stile e nelle sue storie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUL MARE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 13:47
Titolo Originale: df
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Alessandro D'Alatri
Sceneggiatura: Anna Pavignano, Alessandro D'Alatri
Produzione: Buddy Gang, Warner Bros Entertainment Italia
Durata: 100'
Interpreti: Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla

Salvatore ha vent'anni, è nato e cresciuto a Ventotene. D'estate porta con la sua barca in giro i turisti: è un bel ragazzo e non fa fatica a trovare clienti. Per l'inverno sbarca il lunario facendo il muratore,  pagato in nero. Un giorno d'estate conosce Martina, studentessa genovese e dopo una giornata al mare (lei è una esperta subaquea) si innamorano perdutamente. L'estate finisce e Salvatore non pensa che a lei. Ma al telefono Martina non risponde e il ragazzo sta ormai perdendo la speranza di rivederla. Poi, l'estate successiva, Martina arriva di nuovo a Ventotene; Salvatore ritrova tutto lo slancio del suo amore mai sopito anche se Martina resta troppo silenziosa e misteriosa...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film di D'Alatri ha il merito di parlarci dell'Amore con l'A maiuscola, quello che è in grado di coinvolgere la totalità del nostro essere e di farci desiderare che duri tutta la vita.
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche scena sensuale e di nudità parziale. La madre, pur di vedere felice suo figlio, acconsente che i due convivano in casa sua per un'estate
Giudizio Tecnico 
 
I due personaggi sono tratteggiati con molta cura. La storia ha qualcosa di incompleto, di frettolosamente concluso

Il film parte piano (Salvatore incontrerà Martina a mezz'ora dal film): D'alatri ci vuole prima presentare il ragazzo, la sua famiglia ma ancor più Ventotene,  per abituare anche noi ai tempi lenti di un'esistenza che non si evolve,  scandita dall'alternanza delle stagioni che qui sono solo due (come i lati del materasso - osserva Salvatore): quello sfavillante dell'estate a cui segue il ventoso letargo invernale.

Salvatore è un bravo ragazzo che vive in una realtà fatta di poche cose ma fondamentali: il mare, la  barca tirata a lucido, i  genitori, la nonna che sta in collina e che cucina tanto bene, gli amici, la casa con le finestre che si affacciano sulla distesa blu. Ma è proprio questo esercizio di semplicità che forma e prepara l'animo di Salvatore ad accogliere l'amore, quando arriverà,  nella sua essenziale verità.

La sua vita è serena ma finora ha potuto solo intuire cosa sia l'amore osservando gli amici che lo hanno già trovato; è abituato a riflettere e cerca di capire da loro cosa realmente sia.

Quando incontra Martina, di colpo tutto si attualizza, nel modo più semplice e chiaro.  "L'amore è fatto di desideri, di fiducia e sincerità. Tutte queste cose le sento. Per questo sono sicuro che ti amo": le dice Salvatore; il suo cuore è generoso, disponibile  e si lascia afferrare da questo amore interamente, ne coglie spontaneamente l'essenza: per vivere ha bisogno di fedeltà reciproca e di una promessa che duri tutta una vita.  E' un cambiamento totale della propria esistenza e per entrambi si trasforma quasi da subito in un doloroso cammino di crescita.
Se Martina, dopo la sua partenza non gli telefona più, Salvatore semplicemente ne muore, perché per lui ormai quell'amore è diventato il motivo della sua esistenza e le piccole cose di ogni giorno restano ora appiattite di fronte alla sua grandezza: "prima, con il mare mi sembrava di avere tutto, ora non ho più niente".

Martina è diversa. Si innamora di Salvatore ma il suo cuore non procede in linea retta, è un magma di sentimenti contrastanti; sappiamo poco di lei ma comprendiamo che la sua vita è stata ed è complicata, forse troppi amori che non erano amori,  forse si è tenuta il suo cuore per sè senza coinvolgerlo mai completamente:  "finora ho sempre dato la colpa agli altri. Nessuno mi avrebbe mai obbligata a far niente se non glielo avessi permesso.  Sono io che ho scelto che certe cose non succedessero". Martina percepisce che quell'amore potrebbe modificare la sua esistenza e  in un momento di sincerità chiede a Salvatore di "essere salvata"; sa di non riuscire a trovare in sè la generosità sufficiente per farsi curare da questo amore.

In un momento dove l'abbondante e invasiva produzione di Moccia ci presenta personaggi che sembrano di plastica, Alessandro D'Alatri ha il grande merito di farci ricordare cosa sia realmente l'amore: un coinvolgimento totale e incondizionato della nostra persona.  Al contempo ci ricorda che non è più facile oggi percepirlo nella sua forma originaria e la scettica  e infelice Martina fa da contrappunto a un Salvatore che per provare ciò che prova, lo dobbiamo immaginare nato e cresciuto su di un isola.

Nei film di D'Alatri è sempre stata presente una forte tensione civile: in Casomai evidenziava la carenza di scuole materne pubbliche edi un fisco vessatorio per le famiglie; in La febbre puntava il dito sulla lentezza della burocrazia e la corruzione di certa classe politica; ora in questo film ci parla del  lavoro in nero nei cantieri, della mancanza di sicurezza e delle morti bianche.
Si tratta però di un filone del racconto  che scorre in parallelo (Salvatore, d'inverno, lavora in cantiere senza contratto) senza integrarsi molto con il tema principale e  se  prenderà il sopravvento nella parte finale del film  fino a determinare la conclusione della storia,  appare quasi un espediente che lascia con l'amaro in bocca perchè ci congeda dai due protagonisti troppo frettolosamente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISURE STRAORDINARIE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 12:38
 
Titolo Originale: Extraordinary Measures
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Tom Vaugham
Sceneggiatura: Robert Nelson Jacobs tratto dal libro "The cure.." di Geeta Anand
Produzione: CBS Films Double Features Films10'
Durata: 110'
Interpreti: Brendan Fraser, Harrison Ford, Keri Russell

Johm Crowley è un manager pubblicitario sposato con tre figli due dei quali, Megan e Patrik, hanno una rarissima malattia: la glicogenosi di tipo II (malattia di Pompe) che si manifesta fin dalla nascita e che dà una speranza di vita di 8-9 anni. John non vuole arrendersi all'ineluttabile e decide di raggiungere il ricercatore  Robert Stonehill che sta lavorando a un enzima sintetico che potrebbe risolvere il caso. John decide di mettersi in società con Robert e si impegna  a trovare il denaro sufficiente per consentirgli di portare a conclusione la ricerca...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra una grande fiducia nelle capacità dell'uomo, nella sua dedizione incrollabile alla famiglia e nella capacità di affrontare per essa qualsiasi sfida
Pubblico 
Pre-adolescenti
Potrebbe impressionare i più piccoli la visione dei due bambini malati
Giudizio Tecnico 
 
I film ha una solida struttura secondo i canoni dei film americani a lieto fine che ricorda i classici degli anni cinquanta. Buona prestazione di Harrison Ford e di Brendan Fraser

Iniziamo subito con il dire che il film è ispirato, senza troppe libertà, a una storia vera. E' tratto dal libro "The cure" della giornalista Geeta Anand, vincitrice del premio Pulitzer, a sua volta ricavato da una serie di suoi articoli apparsi sul Wall Street Journal nel 2004.
Johm Crowley e la sua famiglia dispongono di una certa agiatezza grazie alla sua posizione di manager nell'azienda in cui lavora. In perfetta sintonia con la moglie  Keri,  circonda di serenità e allegria i  due figli di 8 e 6 anni, cercando di far dimenticare loro che sono costretti a muoversi su una carrozzina elettrica, sostenuti da una ventilazione forzata. Il peggioramento repentino della figlia Megan a cui segue un insperato, anche se temporaneo miglioramento, porta John alla decisione di abbandonare il suo ben retribuito lavoro (necessario per pagare le pesanti spese mediche) e di rischiare di aprire una società di ricerca assieme al professore Robert Stonehill che sembra aver trovato la soluzione per affrontare la malattia di Pompe.
Purtroppo il film non mette in evidenza la fede del protagonista (solo un paio di volte viene utilizzata l'espressione "non resta che pregare") che nella realtà è stata determinante per la sua decisione: è stato proprio il "segno" dell'inaspettato miglioramento della figlia a determinare in lui la certezza che  i figli non erano stati affatto abbandonati e che aveva un senso  affrontare il tutto per tutto per far in modo che quella speranza riconfermata diventasse realtà.
Quando il dottore di turno, dopo il peggioramento di Megan, cerca di consolare i due genitori prospettando loro un rassegnato fatalismo (la morte ormai imminente avrebbe almeno significato la fine delle  sofferenze della bambina), John e Keri rigettano risoluti questo atteggiamento, fiduciosi, anche se in modo alquanto implicito nel film, che tutto ciò che accade ha un significato,  preferendo alla rassegnazione  una Speranza che non delude.

Il film prosegue raccontandoci le alterne vicende del sodalizio fra John e Robert che con molte  difficoltà riescono prima a trovare dei finanziamenti per la loro azienda di ricerca ma poi, quando i soldi non bastano più, accettano la fusione con  una grande azienda farmaceutica, l'unico modo possibile per affrontare gli elevati costi di avvio della produzione in larga scala.

Il film  poggia su una salda architettura che ricorda molto i film propositivi e a lieto fine degli anni cinquanta: alle sequenze sulle vicende professionali, ricche di dettagli tecnici, dei due protagonisti si alternano dei quadri familiari dove le ore trascorse assieme ai figli sono offuscate dal senso del tempo che passa e che  rende prossima  una scadenza che si vorrebbe non arrivasse mai.

Tutta la storia è permeata da un solido ottimismo americano che si basa sulla certezza  che la tecnica abbinata a una rigorosa efficienza organizzativa può risolvere il problema che angustia John e  sua moglie; anche quando nascono fra i protagonisti forti divergenze di opinione, il film trasmette la fiducia che  tutti, alla fine,  hanno  il buon senso di comprendere ciò  che è giusto e corretto fare.

A più riprese la sceneggiatura crea un contrasto fra le ragioni del cuore e dell'amicizia e quelle dell'efficienza e del risultato a tutti i costi ma in nessun caso le une prevalgono sulle altre perché sono necessarie entrambe.

Se John, nella fase finale della ricerca è costretto a far metter da parte l'amico Robert perché con il suo carattere litigioso rischia di intralciare il buon esito del progetto, lui stesso deve tornare sui suoi passi quando cerca di utilizzare metodi illegali per fare in modo che suoi figli abbiano per primi il nuovo farmaco.

In una  sequenza in cui  si stanno svolgendo le trattative per l'incorporazione nella grande azienda farmaceutica si parla apertamente dei profitti di questo settore industriale: il giudizio sulla validità del nuovo farmaco viene misurato in base alla dimensione dei potenziali clienti e alle possibili reazioni dell'opinione pubblica di fronte a un insuccesso stimato del 25%. 

Si tratta di un passaggio che potrà scandalizzare i più ma si tratta di un passaggio realistico (se fosse mancato sarebbe stato molto forte il sospetto di un film sponsorizzato dalla stessa industria farmaceutica) ed in linea con la filosofia del film che non smette di ricordare che la materia è importante tanto quanto lo spirito.

Autore: Franco OLearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM CINEMA
Data Trasmissione: Venerdì, 27. Luglio 2012 - 21:15


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THE LAST SONG

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 11:13
 
Titolo Originale: The last song
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Julie Anne Robinson
Sceneggiatura: Nicholas Sparks e Jeff Van Wie
Produzione: Adam Shankman e Jennifer Gibgot per Tuchstone Pictures
Durata: 107'
Interpreti: Miley Cyrus, Liam Hemswoth, Greg Kinnear, Kelly Preston

L’adolescente ribelle Ronnie e il fratellino Jonah vengono spediti in una cittadina di mare della Georgia per trascorrere l’estate con il padre Steve, da tempo separato dalla famiglia. Mentre il piccolo accoglie con gioia l’occasione di riallacciare i rapporti con il genitore, Ronnie, ancora piena di dolore e rabbia, sopporta a fatica la situazione. Complice l’incontro con un ragazzo del luogo, Will, che riaprirà il suo cuore, Ronnie recupererà poco alla volta un legame che sembrava perduto. Ma Steve nasconde un drammatico segreto e non tutto andrà come previsto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film parla in modo realistico e non banale di legami familiari, di perdono e di riconciliazione.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Se se si supera il fastidio per il tono zuccheroso e un po’ da cliché di alcune situazioni, si scoprirà che il fil racconta una storia realmente coinvolgente

Per l’attrice-cantante Miley Cyrus è il primo film drammatico nonché prima uscita al cinema in un ruolo diverso dal personaggio di Hannah Montana che l’ha resa famosa; è però pure la prima sceneggiatura scritta dal romanziere Nicholas Sparks, anche se dai suoi libri sono già stati tratti diversi film di successo (Le parole che non ti ho detto,tanto per citarne uno)

Nelle vicende sentimentali e molto drammatiche dell’adolescente problematica Ronnie ritroviamo tutti i marchi di fabbrica di questo autore iper-sentimentale: amori ostacolati da differenze sociali e da traumi del passato, segreti di famiglia, lutti improvvisi, sensi di colpa da superare. Un apparato melodrammatico che per il gusto di qualcuno potrebbe risultare un po’ eccessivo, ma che, se si supera il fastidio per il tono zuccheroso e un po’ da cliché di alcune situazioni (giovani innamorati che giocosamente lottano nel fango, vegliano un nido di tartarughine marine e disegnano i loro contorni con le conchiglie sulla spiaggia) si scoprirà questa volta messo al servizio di una storia realmente coinvolgente, che parla in modo realistico e non banale di legami familiari, di perdono e di riconciliazione.

Tanto per fare un esempio è interessante il modo in cui l’autore racconta il dolore e il senso di responsabilità di un adulto di fronte ad una separazione che inevitabilmente si ripercuote sui figli, anche quando i genitori sembrano averla superata; così come è raccontata senza sconti la sofferenza di non aver saputo custodire e conservare l’amore e la necessità di essere perdonati per potersi riconciliare con il mondo.

Steve, il padre concertista di Ronnie (interpretato con sensibilità e calore dal bravo Greg Kinnear), non nasconde nulla dei propri errori e, anche sollecitato dal tempo che stringe (ma noi e figli scopriremo solo più avanti il perché) non trascura alcun tentativo per riallacciare i rapporti con la figlia che con lui condivide la passione per la musica e che proprio a causa del suo abbandono ha girato le spalle alla sua più autentica passione. È attraverso la musica, ma anche una serie di dialoghi dapprima contrastati e balbettanti, poi man mano più pieni di confidenza, che Steve e Ronnie si riavvicinano, mentre il piccolo Jonah è accanto al padre nella costruzione di un vetro piombato per la chiesa locale, del cui incendio Steve si ritiene responsabile.

È per una volta davvero confortante avere a che fare con una storia che riesce a essere drammatica pur presentando personaggi tutti sostanzialmente degni di amore, di simpatia e di rispetto e va a merito del film riuscire a mescolare con sensibilità ed equilibrio il racconto familiare con la love story delicata e piacevole tra Ronnie e Will, rampollo di una ricca famiglia del luogo, anche lui con i suoi lutti e segreti a carico (che oltre ad essere un campione di beach volley  si occupa delle tartarughe marine e cita Tolstoj con competenza e sensibilità).

Ci troviamo di fronte a un racconto di formazione, che traghetterà la protagonista, attraverso il dolore e la perdita, la gioia del primo amore e la consolazione di quello ritrovato di un genitore, verso la consapevolezza dell’età adulta, fatta anche dell’accettazione degli errori propri e di coloro che si amano.

L’innegabile apertura alla trascendenza che si respira nella storia (la vetrata realizzata da Steve rappresenta l’annuncio della risurrezione di Cristo alla pie donne di fronte al sepolcro) va senza dubbio a credito di Nicholas Sparks, cattolico praticante che sa trasmettere qui la sua fede in modo commovente e reale, dando alla sofferenza di Steve (che si assume anche una colpa non sua) una dimensione sacrificale autenticamente religiosa.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Sabato, 20. Luglio 2013 - 16:00


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VOGLIO ESSERE PROFUMO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/08/2010 - 13:25
 
Titolo Originale: VOGLIO ESSERE PROFUMO
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Filippo Grilli
Sceneggiatura: Filippo Grilli
Produzione: GPG
Durata: 120'
Interpreti: Fabio Sironi, Lorenzo Pozzi, Marta Filippi, Simone Farina, Giulia Trabucco, Alberto Crippa

Francesco, un seminarista alle soglie del sacerdozio, ha una solida fede che trasmette agli altri con il suo buonumore, le sue poesie ispirate e la sua capacità di porsi in ascolto di chi gli sta vicino. Cinque personaggi hanno potuto beneficiare della sua serenità e della sua parola di conforto prima della sua morte,  causata da una malattia incurabile: Lorenzo, un professionista sicuro di se che si trova inaspettatamente lasciato dalla fidanzata; Susanna, una adolescente che deve decidere come rispondere alle pretese del fidanzato; Barbara, giovane novizia che prima di prendere i voti cerca di verificare la sua vocazione tornando in famiglia; Davide, impegnato a fare progetti di matrimonio; Andrea, seminarista amico di Francesco.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un seminarista, animato da una solida fede, sa trasferire il suo entusiasmo di cristiano ai giovani che lo hanno conosciuto e affrontare serenamente una malattia incurabile
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha tutte le caratteristiche di un film professionale: solo qualche incertezza di recitazione in qualche personaggio, ma molto ben riuscita è la figura del protagonista Francesco.

Alcuni film vengono strutturati fin dal loro concepimento per soddisfare le aspettative di un settore di pubblico ben individuato; altri, definiti autoriali, hanno a priori un loro pubblico affezionato che apprezza lo stile personale del regista/sceneggiatore; Voglio essere profumo è nato perché Filippo Grilli e tutto il suo staff avevano qualcosa da dire, avevano qualcosa da comunicarci.

Il baricentro della storia è sicuramente il seminarista Francesco, ma come tutti i veri sacerdoti o aspiranti ad esserlo non vive di se ma vive per gli altri: evita in particolare di parlare della sua malattia (che cerca sempre di minimizzare) ma è pronto ad ascoltare chi accetta di confidarsi con lui.
Il film quindi non è solo la storia di un spirante sacerdote: ampio spazio viene lasciato alle vicende dei giovani che in modo più o meno occasionale lo hanno incontrato.

Da questo punto di vista il film rompe alcuni  rigidi schemi ai quali le produzioni cinematografiche o televisive ci hanno abituato: se si vuol parlare di fede sono ben accette le storie di santi, di papi, di importanti uomini religiosi; se si descrive una storia di amore fra giovani, sulla famiglia  o qualche altro tema "laico", è severamente vietato abbinarvi il tema della fede.
Se guardiamo alla produzione recente, per trovare esclusivamente dei laici che parlano di fede dobbiamo far riferimento ad un unico film: Fireproof  scritto da uno sceneggiatore di fede evangelica. Voglio essere profumo si pone in mezzo: parla dell'interazione fra un seminarista e alcuni laici che rinforzano la loro fede grazie al suo esempio di amore per Gesù Cristo. Ci mostra inoltre una realtà per fortuna ancora  diffusa nel nostro paese ma che è praticamente assente nella nostra produzione cinematografica: la vita di una comunità parrocchiale con  giovani impegnati nell'animazione o nella catechesi.
Il regista/sceneggiatore ha scelto correttamente un piglio realistico, mostrando la vita dei protagonisti all'interno della loro comunità, evitando di prolungarsi in passaggi riflessivi o frasi troppo dichiarative di fede. Le  due ore di proiezione passano senza un'ombra di stanchezza: solo in poche occasioni si indulge al simbolismo (come la scena finale dove a turno vengono posti dei doni-simbolo ai piedi dell'albero che era stato caro a Francesco).

Il film non avrebbe comunque avuto successo, al di là della buona volontà e bravura di tutti, se la figura di Francesco non fosse emersa in tutta la sua potenza, come infatti è avvenuto. Grazie all'ottima interpretazione di Fabio Sironi e alla sceneggiatura, emerge un personaggio dove pensiero, parola ed azione sono coerenti. Alla fine del film si vorrebbe stare ancora con lui, sentirlo ancora parlare.
Francesco mostra la gioia come espressione visibile dell'amicizia con Gesù e questa felicità la trasmette realmente agli altri. Utilizza un linguaggio semplice, non "pretesco" per intrattenersi  con i suoi amici laici ma il suo non è uno "sconto" sulla verità per risultare più simpatico e meglio accettato:  resta esigente con la sua fede e con quella degli altri ed anche dal suo letto di malato, negli ultimi giorni della sua vita  saprà essere profumo, saprà emanare il "bonus odor Christi", come aveva sempre desiderato.

I produttori della GPG confermano lo scopo benefico del film: tutti i profitti verranno elargiti a favore di una missione in Zambia e  di un dispensario in Costa D'avorio.

Sul sito della casa di produzione (www.grilliperegogrilli.it) è possibile conoscere il calendario delle proiezioni cinematografiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA BELLA SOCIETA'

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/08/2010 - 12:27
Titolo Originale: LA BELLA SOCIETA'
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Gian Paolo Cugno
Sceneggiatura: Gian Paolo Cugno e Paolo Di Reda
Produzione: GB Produzioni/Globe Films/Medusa Film;
Durata: 110'
Interpreti: Raoul Bova, Maria Grazia Cucinotta, Marco Bocci, David Coco, Giancarlo Giannini, Enrico Lo Verso

Per vivere in pace bisogna superare i traumi del passato. È il messaggio di un film disunito che sembra una fiction tv non tanto riuscita. Dalla Sicilia degli anni Sessanta a quella degli anni Ottanta, passando per Torino, la storia di due fratelli segnati dal segreto di una tragedia infantile.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia a tinte fosche e sensualità
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Film corale che va avanti aggiungendo cosa a cosa. Giustappone tanti spunti narrativi che stanno assieme più per costrizione che per convinzione

Abbandonati dal padre contadino, i piccoli Giuseppe e Giorgio uccidono accidentalmente lo spasimante della madre, un produttore romano venuto nell’entroterra siculo per girare un film. Nell’incidente, Giorgio perde la vista. Per questo, anni dopo, il fratello lo porta a operarsi a Torino. Qui, con la sua compagna, li attende Nello, il figlio scapestrato del farmacista del paese. Il caso vuole, però, che i giovani si trovino a dover dar rifugio alla bella testimone di un omicidio commesso dalle Brigate Rosse. Bisogna allora far calmare le acque, e il gruppo di amici torna al Sud per restarci. Gli anni passano ancora. Questa volta è la lotta dei contadini siciliani a coinvolgere i nostri, tanto che Nello è colpito a morte durante una manifestazione. A peggiorare le cose, ricompare il padre del produttore alla ricerca della verità sul figlio scomparso decenni prima. Inoltre, Giuseppe diventa soffocante nel proteggere il fratello Giorgio, impedendogli di andare al Nord per a costruirsi una vita. Sarà il tempo a guarire, a una a una, le ferite di tutti i personaggi.

Film corale che va avanti aggiungendo cosa a cosa. Giustappone tanti spunti narrativi che stanno assieme più per costrizione che per convinzione. Si parte che sembra di essere in Nuovo Cinema Paradiso, poi comincia una sorta di rudimentale La Meglio Gioventù: l’oleografia mediterranea lascia il posto al drammone sociale, ma né le ragioni storiche né quelle politiche sono spiegate. La storia, così, va avanti a scatti, seminando buchi di sceneggiatura, con un montaggio poco oliato nei passaggi di scena. Le complicazioni che si abbattono a catena sui personaggi restano scollegate: nella mente del pubblico l’impressione di un operante destino avverso tende quindi a sfumare in quella, più prosaica, di sfiga accanita. Molte le ingenuità: su tutte Bova che possiede la Cucinotta sul tavolo della cucina (mentre il film tornatoreggia, ecco irrompere Il postino suona sempre due volte).

Il titolo: La bella società. La spiegazione dell’autore: è la società che i padri avrebbero voluto costruire per noi figli, senza esserci riusciti. Se non l’avesse detto, non ci saremmo arrivati: il tema nel film non è percepibile. Altra spiegazione: la parafrasi indica che il film intende rifarsi a La meglio gioventù. Come detto, in effetti, il modello è certamente quello. La distanza, però, è così grande, che titolo più prudente sarebbe stato opportuno.  

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRIGHT STAR

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/07/2010 - 12:31
 
Titolo Originale: Bright Star
Paese: AUSTRALIA/GRAN BRETAGNA/FRANCIA/USA
Anno: 2009
Regia: Jane Campion
Sceneggiatura: Jane Campion
Produzione: Jane Campion, Jan Chapman, Carolie Hewitt per Hopscotch Entertainment/BBC Films/Pathé Renn Productions/UK Film Council
Durata: 119'
Interpreti: Abbie Cornish, Ben Wishaw

Inghilterra 1818. Il giovane poeta John Keats, tormentato da malattia, povertà e pessime critiche, si innamora, ricambiato, della bella vicina di casa Fanny Browne, appassionata di moda e cucito. La loro storia d’amore è però contrastata dalle difficoltà economiche, che impediscono loro di sposarsi, finchè John, sempre più malato, è costretto a partire per l’Italia da cui non tornerà più…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un amore romantico e struggente. La fedeltà di lei oltre qualsiasi avversità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La Campion si dimostra eccezionale nella messa in scena e nella fotografia. Lo scorrere delle stagioni è seguito con appassionata attenzione nei giochi di colore, alle inquadrature e agli effetti visivi
Testo Breve:

La regista australiana  Jane Campion, già autrice di Lezioni di piano, racconta la struggente storia d'amore fra il poeta John Keats e la bella Fanny 

Jane Campion, che già in Ritratto di signora e prima ancora in Lezioni di piano (le sue due precedenti pellicole cui questa più si avvicina per la ricercatezza formale e lo stile di fotografia), si era dimostrata struggente amante e illustratrice di passioni contrastate, sceglie un’altra storia dove l’espressione del sentimento viene paradossalmente esaltata all’estremo dalla repressione delle circostanze esterne, di caratteri complessi e dettami sociali.

Qui non ha neppure niente da inventare, l’amore tra lo sfortunato poeta romantico John Keats (un destino, il suo, di genio misconosciuto in vita ed esaltato postumo un po’ come Van Gogh) e la sua vicina di casa Fanny, anche lei artista a suo modo, in uno dei pochi campi, quello della moda, cui alle donne fosse allora concesso esprimere il proprio estro e il proprio desiderio di bellezza (ma ricordiamo che a quest’epoca, in cui ad una donna era raramente concessa “una stanza tutta per sé” Jane Austen e Mary Shelley avevano già scritto i loro capolavori).

L’amore per la bellezza (che per Keats, amante della classicità aveva innegabili reminescenze nella mitologia antica, anche in questa pellicola filologicamente puntigliosa questo aspetto sfugge un po’) è ciò che unisce due cuori affini e destinati nel più romantico dei legami d’amore.

Delle differenze caratteriali e di formazioni tra i due innamorati (Fanny pur non essendo molto benestante non manca di ammiratori e viene definita una specialista del flirt) non ci è dato in realtà di capire molto, mentre fin dall’inizio la famiglia di Fanny e i conoscenti dei due guardano con preoccupazione (ma non con insensibile ostilità) alla passione crescente tra i due giovani che, per ragioni strettamente economiche, non ha la speranza di alcun esito regolare e positivo.

L’unico antagonista della storia d’amore, ma assai spuntato, è l’amico e confidente di Keats, Mr.Brown, poeta pure lui, seppur assai mediocre, che dimostra verso Fanny un’ostilità e una gelosia quasi puerili, ma che poi si autocondanna mettendo incinta la cameriera di casa, dopo aver imbastito un rozzo corteggiamento che sembra la parodia del delicato avvicinamento dei protagonisti.

Al di là delle circostanze esterne, tuttavia, resta di il dubbio che l’amore divorante e incandescente tra i due, che si esprime il lettere, baci più o meno rubati dietro le spalle condiscendenti dei parenti, sfiorarsi accennati e mani che si intrecciano, palpiti tormentosi, sospiri attraverso i muri ed eccessi di disperazione quando l’amato è lontano, possa mai esprimersi e consumarsi se non nello spazio breve di pochi mesi. Keats vagheggia con Fanny un’effimera eternità come quella estiva delle farfalle, che vivono tre giorni nel loro fulgore e poi muoiono; la fanciulla in suo omaggio riempie la sua camera dei fragili animaletti, destinati in breve a perire e ad essere poco pietosamente spazzati via insieme alla polvere.

Anche se non vedessimo segnato negli occhi malinconici e nell’evidente declino fisico di Keats il destino dei due, ci resterebbe comunque il dubbio che un sentimento così estremo e assoluto possa confrontarsi con la dimensione naturale del tempo che passa.

Non stupisce che gli struggimenti palpitanti del film della Campion siano piaciuti almeno ad una parte del pubblico degli adolescenti (ricordiamo l’inizio di Ritratto di signora, che suggestivamente cominciava sulle “chiacchiere” adolescenziali sull’attesa tormentosa del primo bacio) nonostante la lunghezza notevole e la mancanza di una vera struttura e direzione della storia, aspetti questi che potrebbero stancare chi si aspettasse una biografia tradizionale. Nel momento in cui incontriamo i protagonisti sappiamo già tutto quello che potrà accadere (amore e morte) e i vari incidenti nel mezzo non hanno l’aria di poter cambiare granchè le cose.

Come al solito la Campion si dimostra eccezionale nella messa in scena e nella fotografia, soprattutto nei piccoli dettagli, riuscendo a cogliere nello stesso momento poesia e squallore, il calore e la bellezza di alcuni momenti, l’eleganza di un’epoca fatta di balli, canti domestici e discussioni di poesia, ma anche di case fredde, spifferi assassini, malattie fatali e scarsa igiene personale. Lo scorrere delle stagioni, così strettamente legato alla vita e alla morte dell’amore, è seguito con appassionata attenzione ai giochi di colore, alle inquadrature e agli effetti visivi (il finale invernale ricorda cromaticamente Ritratto di signora).

Per una volta lo stretto legame tra vita e arte, così spesso banalmente risolto nelle biografie letterarie alla Shakespeare in Love, diventa totalmente consustanziale alla trama e alla forma del film, che per buona parte del tempo può addirittura fare a meno della musica, praticamente sostituita dal ritmo delle parole stesse.

“A thing of beauty is a joy forever” dicevano i primi versi di un poema di Keats e la stessa cosa sembra pensare la regista anche quando, totalmente innamorata delle sua immagini e dei suoi protagonisti, rischia di compiacersi un po’ troppo del suo lavoro ben fatto e ci sfida, come il poeta, ad accettarlo coi sensi piuttosto che a capirlo con la mente.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Domenica, 31. Maggio 2015 - 23:10


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CITY ISLAND

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/07/2010 - 11:15
Titolo Originale: City Island
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Raymond de Felitta
Sceneggiatura: Raymond de Felitta
Produzione: Raymond De Felitta, Andy Garcia, Zachary Matz Lauren Versel per Cineson Productions/Medici Entertainment/Lucky Monkey Pictures/Gremi Film Production/ Filmsmith Productions Durata: 100
Durata: 100'
Interpreti: Andy Garcia, Alan Arkin, Julianna Margulies, Emily Mortimer

Vince Rizzo, guardia carceraria con nascoste ambizioni d’attore, vive a City Island, un angolo residenziale nel Bronx, con la sua eccentrica famiglia: la combattiva e irascibile moglie Joyce, la figlia Vivian, che per mantenersi all’università dopo aver perso la borsa di studio, fa di nascosto la spogliarellista, il fratello adolescente Vince jr. con la passione per le donne grasse. Un giorno l’insegnante del corso di recitazione che Vince segue di nascosto dà come compito preparare un monologo sul più inconfessabile dei segreti di ognuno dei partecipati e per prepararlo assegna a Vince come partner la misteriosa Molly. Ma a far esplodere il bizzarro microcosmo sarà proprio il “segreto dei segreti”  di Vince, che un giorno decide di portarsi a casa  Tony, un giovane carcerato a fine pena che ha scoperto essere il figlio avuto in gioventù. Tra equivoci, sogni frustrati e imprevedibili chiarimenti tutti scopriranno qualcosa su se stessi e gli altri membri della famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In epoca di ritratti familiari quasi sempre distruttivi, i Rizzo se ne escono alla grande nonostante qualche indulgenza verso atteggiamenti non esattamente edificanti
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali e accenni di nudo, uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Il film si avvale di ottimi interpreti ed è ricco di un prezioso esempio di autentica e costruttiva amicizia tra uomo e donna di rapporti solidi rapporti familiari.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE KARATE KID LA LEGGENDA CONTINUA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/06/2010 - 13:02
Titolo Originale: Karate Kid (2010)
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Harald Zwart
Sceneggiatura: Christopher Murphey
Produzione: James Lassiter, Jada e Will Smith, Columbia Pictures, Jerry Weintraub Productions, Overbrook Entertainmewnt, China Film Group
Durata: 140'
Interpreti: Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji Herson, Wenwen Han

Dre Parker è un ragazzo afroamericano di 12 anni, orfano di padre, costretto a  trasferirsi con molto poco entusiasmo da Detroit a Pechino deve la madre ha trovato un nuovo lavoro. L'impatto iniziale è pessimo: viene preso in giro e picchiato da un gruppo di compagni di scuola, esperti di Kung Fu. C'è solo la piccola Meiyng che stabilisce con lui una affettuosa amicizia. Dre riesce a intravvedere una svolta quando scopre che l'anomimo uomo della manutenzione del condominio dove vive, il sig. Han, è un esperto di Kung Fu che accetta di insegnargli le arti marziali per prepararlo al prossimo campionato studentesco...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha un finale positivo ma alcune scene violente di lotta marziale fra ragazzi di 12 anni non appaiono molto edificanti
Pubblico 
Adolescenti
I combattimenti di Kung Fu, grazie anche a un momtaggio accelerato, sono caratterizzati da crudo realismo con frequenti colpi bassi
Giudizio Tecnico 
 
Film realizzato con buon mestiere supportato dalla bravura di Jaden Smith e Jackie Chan. La promozione turistica della Cina è troppo scoperta

Karate Kid è stata una fortunata serie di film (tre in tutto, nel 1984, nel 1986 e nel 1989) per ragazzi e adolescenti che narrava la storia di un sedicenne  orfano di padre costretto trasferirsi con la madre a San Ferdinando Valley e a fronteggiare un gruppo di cattivissimi compagni di scuola: un vecchio saggio giapponese gli insegna le arti marziali dandogli sicurezza e la possibilità di affrontare i suoi avversari.

The Karate kit - La leggenda continua vuole essere il remake, a distanza di 26 anni, del primo film della serie, con la differenza che ora la vicenda è ambientata in Cina e l'arte marziale in questione non è più il karate ma il cinese Kung Fu. E' stato scelto in Italia il titolo di Karate Kid per richiamarsi esplicitamente alla serie precedente.
Il ragazzo risulta essere orfano di padre anche in questa storia ma questa volta madre e figlio si trasferiscono da Detroit a Pechino perchè lei è stata assunta in una fabbrica di automobili locale.

Protagonista indiscusso è Jaden Smith: si, proprio il figlio di Will Smith che abbiamo già visto  assieme al padre ne La ricerca della felicità.    Sia il padre che la madre sono coproduttori del film.

Il film mostra sicuramente alcuni aspetti interessanti: sia il ragazzo che il suo maestro, interpretatato da Jackie Chan sono molto bravi; riusciamo inoltre a soddisfare alcune curiosità su una Cina non più antica ed eroica ma  quella che corrisponde alla vita  di tutti i giorni dei ragazzi cinesi: la scuola (all'ingresso di ogni scuola c'è sempre un poliziotto: non si scherza), le affollatissime palestre di arti marziali, la partecipazione delle famiglie al completo alle feste nazionali, il ping pong praticato nei giardini da qualche vecchio pensionato.

Il film si muove su tre piani paralleli, che avanzano a sequenze alternate: i problemi che Dre deve affrontare a scuola a causa della cattiveria di alcuni compagni e l'allenamento  con il maestro Han; la sua vita privata fatta di rapporti con la madre, costretta a far crescere da sola un ragazzo in una terra straniera e l'amicizia con la coetanea Meiyng che con la sua dolcezza riesce a fargli dimenticare tutte le difficoltà; infine gli inserti più scopertamente turistici sulla Cina: la visita d'obbligo alla  città proibita, la grande muraglia, i templi costruiti  sulle montagne più impervie.

Il finale è positivo, come lo era nel film originario: i buoni vincono e i cattivi debbono ricredersi sul proprio comportamento; ma vi sono alcune differenze che appaiono lievi ma che in realtà sono sostanziali e che modificano il messaggio complessivo che ci viene trasmesso.

Il karate era visto, nell'edizione di 26 anni fa, come impegno sportivo e sopratutto come esercizio di controllo e autodisciplina.  Significativa la prima fase di addestramento del sig. Myagi: la coltivazione delle piante nane. I combattimenti di karate mantenevano l'eleganza tipica dell'esercizio sportivo, senza eccedere in dettagli cruenti.

Nella versione 2010,  il concetto "il Kung fu non è per fare guerra ma per creare pace" è dichiarato solo a parole: molte scene di combattimento hanno dettagli cruenti (colpi allo stomaco, voglia di infierire sull'avversario caduto in terra) aggravate dal fatto che i ragazzi non hanno più 16 anni ma ne hanno 12.

Dre deve affrontare i suoi avversari sul quadrato di combattimento e se lo fa fino all'estremo eroismo (colpito a una gamba continua a combattere)  lo fa perchè "vuole  liberarsi definitivamente dalla paura". Il messaggio  che ne scaturisce ha quindi ben poco di sportivo, del tipo "vinca il migliore" ma è la metafora di una vita dura dove per combattere i propri avversari bisogna armarsi della loro stessa aggressività.

Ridicola se non negativa la figura della madre: assiste al combattimento di suo figlio facendo il tifo ad ogni colpo ben assestato e quando viene ferito non fa nulla per dissuaderlo dalla lotta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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