IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA
IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA
Con una sceneggiatura tratta dall’omonimo suo romanzo, Paolo Genovese porta sul grande schermo un racconto abbastanza impegnativo più per la tematica che per il modo in cui viene presentata. Nei suoi ultimi film, basti pensare a Perfetti sconosciuti del 2016, The place del 2017, Supereroi del 2021, ha sempre affrontato contenuti non superficiali, senza produrre né opere troppo difficili da affrontare né capolavori destinati a scrivere pagine importanti della storia del cinema.

Il regista romano, in questa sua ultima fatica, riesce ad intrattenere, fornisce diversi spunti per pensare… bisogna però prendere atto del fatto che non coinvolge fino in fondo il pubblico: si assiste ad uno spettacolo dai toni drammatici (ma mai disperati), senza però sentirsi trascinati all’interno delle vicende.
Il cast scelto è assolutamente nella parte: Arianna interpretata da Margherita Buy, Napoleone impersonato da Valerio Mastrandrea, Emilia è un’ottima Sara Serraiocco e a Daniele dà corpo Gabriele Cristini. L’uomo misterioso è un quasi impeccabile Toni Servillo. Tutti e quattro riescono a mostrare il disagio che vivono, fanno vedere quel dolore che li spinge verso una scelta tragicamente estrema. Un dolore, però, che sembra aver fagocitato ogni cosa, che sembra essere l’unico tratto caratterizzante la psicologia dei protagonisti.
Dall’altra parte, quella specie di angelo custode che li ha presi con sé fino all’ultimo è coperto da un’aura imperscrutabile e incomprensibile, un’aura che, se non venisse da lui rivelata, non potrebbe neanche essere immaginata.
Forse, proprio questi aspetti rendono i personaggi un po’ piatti: dolore e mistero, quasi niente altro. E questa mancanza di spessore non riesce a colmare la distanza che permette al pubblico di emozionarsi per sentirsi, a suo modo, partecipe della storia.
Parlare di suicidio attraverso un film non è facile: cadere in un semplicistico giudizio moralistico o, per contro, giustificare la scelta dando la colpa al contesto sociale sono tentazioni che avrebbero potuto portare ad una estrema banalizzazione dei contenuti. Ma non c’è traccia di questo nella pellicola di Genovese. Purtroppo, però, solo in modo superficiale trovano spazio tematiche capaci di suscitare interesse tra le quali, per esempio, l’evolvere del dolore nel cuore dell’essere umano. E, forse, proprio questo dolore apre alla vera e grande domanda di fronte al gesto estremo: davvero il suicidio è un’opzione? La vita è un bene disponibile alla persona? Il privarsene può essere considerato pieno esercizio del libero arbitrio umano? Dolore e sofferenza permettono di conservare la lucidità della decisione? Quesiti che restano sottesi alla storia e che interrogano gli spettatori. L’evoluzione (seppur minima) dei personaggi mostra il loro modo di rispondere: l’interrogarsi sul loro posto nel mondo, su come gli altri potrebbero vivere la vita senza la loro presenza li spinge a considerare e riconsiderare la scelta che al termine della settimana dovranno prendere. Una scelta che, purtroppo, esclude un orizzonte trascendente e si limita a prendere in esame i termini immanenti delle diverse questioni.

Un messaggio positivo, come una sorta di lumicino, percorre tutte le due ore della visione: andando a prestito della famosa affermazione “nessuno si salva da solo”, nella storia di queste persone sono le relazioni quelle che davvero fanno la differenza… in male, ma soprattutto in bene.
Alcune scelte registiche riescono a conferire al film quella patina un po’ surreale, come surreale è la storia raccontata.
Lo scorrere del tempo scandito da schermate nere con le scritte: primo giorno, secondo giorno, e così via. Accorgimento, questo, che fa crescere la suspence rispetto alle decisioni che i protagonisti dovranno prendere al termine della settimana speciale che stanno vivendo.
I paesaggi romani spesso piovosi, cupi, notturni conferiscono un forte tono di drammaticità a tutta la narrazione.
L’effetto un po’ “sbiadito” delle inquadrature che raccontano la settimana “sospesa” dei quattro protagonisti crea un effetto quasi straniante nello spettatore.
Un esito finale per nulla scontato corona il percorso fatto insieme ai cinque personaggi per tutta la durata della settimana tra le strade della Capitale.
Comunque un film che vale la pena vedere: sicuramente non una commediola per passare una serata spensierata, ma un’opera per riflettere e per imparare di nuovo ad apprezzare quanto di buono c’è nella vita di ciascuno.
| Etichetta | |
|---|---|
| Paese | ITALIA |
| Tematiche (generale) | |
| Tipologia |










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