HAPPY FAMILY

UN'eestate a Moilano. Filippo e Marta hanno sedici anni e la ferma decisione di sposarsi. Marta dovrà persuadere i suoi genitori, Filippo dovrà convincere la madre ma può contare sulla benedizione del suo secondo marito, Vincenzo. Alla cena che riunisce alla stessa tavola i figli cocciuti e i parenti sballati, finisce anche Ezio, il narratore di questa storia, coinvolto da un incidente in bicicletta e convinto da un colpo di fulmine in ascensore.

Valori Educativi



Il film sembra arrendersi alla realtà della famiglia allargata, anzi questa viene presentata come normale

Pubblico

14+

Qualche scena sensuale

Giudizio Artistico



Cura sontuosa della scenografia, dei costumi, della fotografia, del commento musicale, tutti gli attori perfettamente nella parte; ma il regista si accontenta di confezionare un prodotto fin troppo garbato ed elegante.

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Dopo la famiglia dei quarantenni in crisi esistenziale di Gabriele Muccino in “Baciami ancora”, e la famiglia ricca e meridionale ma con figli omosessuali di Ferzan Otzpetek in “Le mine vaganti”, ecco una famiglia allargata e una strampalata nel nuovo film di Gabriele Salvatores “Happy Family”.
Ai due  protagonisti della storia, se ne deve aggiungere un terzo: Ezio (Fabio De Luigi), scrittore per il cinema (reale) impegnato a costruire la storia intrecciata di due famiglie (irreali). Le tre pellicole uscite a poca distanza una dall’altra, hanno una doppia matrice comune: sono commedie e della trasgressione offrono una visione edulcorata.

Salvatores con “Happy Family” torna alle origini. Anzi, agli esordi cinematografici, a “Kamikazen ultima notte a Milano” (1987), dialoghi di Gino e Michele, interpretato da attori che si sarebbero imposti in vari campi dello spettacolo: Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Antonio Catania, Silvio Orlando, Paolo Rossi, David Riondino. Nei vent’anni passati da quel piccolo film di ambientazione milanese, notturna, estiva e popolare, Salvatores è diventato uno dei registi italiani più originali, addirittura ottenendo la consacrazione internazionale con l’Oscar a “Mediterraneo”. E lo dimostra nella cura sontuosa di scenografia, costumi, fotografia, commento musicale, parole misurate messe in bocca ad attori giovani e meno giovani (Diego Abatantuono, Margherita Buy, Fabrizio Bentivoglio), tutti perfettamente nella parte.
Anche i due cani impegnati, che mettono su una bella famigliola ricca di cuccioli, recitano un ruolo appropriato. Forse sta proprio qui il problema del film. La perfezione.  C’è tutto in “Happy Family”. Il teatro pirandelliano, la letteratura fantastica, il cinema nel cinema (con un sin troppo chiaro rimando al finale de “I soliti sospetti”), l’autoreferenzialità («ma non ci siamo visti in Marocco?» dice Abatantuono a Bentivoglio: certo, nel 1989 erano i protagonisti  del film di Salvatores “Marrakech Express”). Ogni particolare è perfetto. Anche il gabbiano nel cielo di Milano, e la battuta che segue: «ma che ci fa un gabbiano in una città che non ha il mare?». E la perfezione è sinonimo di irrealtà.
Due famiglie, per volere dello scrittore, si dovranno incontrare. Una è aristocratica; l’altra  popolare. Una vive nel rispetto della forma; l’altra invece la forma la sovverte totalmente. Poi il finale, l’happy end, riconduce tutto alla felicità, alla soppressione degli opposti. Ma è il cinema, non la vita. La vita è altra cosa. Questo Salvatores lo sa benissimo. Ma si accontenta di confezionare un prodotto fin troppo garbato ed elegante. Anche quando la madre comunica al padre che il figlio sedicenne, lasciato dalla fidanzata sedicenne pure lei, che voleva sposare, in realtà è un omosessuale, il padre non batte ciglio. Sposta un po’ gli occhiali, si aggiusta il ciuffo bianco, e poi si rasserena: meglio così. Salvatores allontana la realtà dalla sua leggera commedia. Come tanti suoi colleghi ha deciso di posizionare troppo lontano l’obiettivo per addentrarsi nella complessità del mondo. Preferisce rifugiarsi nella divertente vacuità della commedia. Peccato. Così spreca solo un grande talento.  

Autore: Franco Olearo

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