LIBERI DI SCEGLIERE

2019126 min10+   Adolescenti, Lavoro e Societa', Delinquenza mafiosaCriminalità giovanile, Giustizia

La storia vera di un giudice del tribunale minorile che trova una forma legale per sottrarre dei minori dalla loro famiglia collusa con la 'ndrangheta calabrese. Una storia di coraggio e determinazione da parte di un giudice, di impegno e sensibilità da parte di due assistenti sociali. Ma anche la maturazione di un ragazzo che scopre cosa vuol dire essere liberi di scegliere quale percorso dare alla propria vita. Su RaiPlay

Calabria, nuovo millennio; Marco Lo Bianco è un giudice del tribunale minorile di Reggio Calabria che con totale dedizione, lotta ogni giorno per sottrarre i ragazzi delle famiglie invischiate nella ‘ndrangheta, da quello che ha compreso essere per loro un destino già segnato. Giovanni, giovane erede (il padre Antonio è latitante) di una famiglia malavitosa, è passato dal suo ufficio e adesso ha finalmente deciso che vuole essere libero di scegliere una vita fuori dal crimine;  rintraccia il giudice, che si sta imbarcando per rientrare a casa. Lo Bianco si offre di fermarsi per trovare subito al ragazzo un lavoro, lontano dalla sua famiglia ma è la vigilia di Natale e Giovanni preferisce rimandare a dopo le feste. Purtroppo, la sera stessa, Giovanni si trova suo malgrado, coinvolto in un’azione criminale e finisce in carcere per 10 anni. Ecco che entra in scena il fratellino Domenico: è ancora piccolo, ma eredita anticipatamente il mestiere “uomo della  famiglia”… .


Valori Educativi



Il film sottolinea non solo l’importanza di strutture statali valide per combattere le organizzazioni criminali ma anche come ogni problema possa volgere alla sua soluzione positiva solo grazie all’iniziativa di singole persone. In questo caso l’intraprendenza e la virtù della fortezza di un giudice e la dedizione e la cura verso i ragazzi da recuperare da parte di due operatori sociali

Pubblico

10+

Alcune scene sull’esaltazione delle armi e una distorsione complessa ed apparentemente affascinante, dei legami familiari, possono confondere i più piccoli.

Giudizio Artistico



Meraviglioso lavoro di Giacomo Campiotti, alla regia; conferma di spessore morale espresso nel creare l’atmosfera e dialoghi, che si imprimono nel profondo dello spettatore. Intensa la recitazione di Alessandro Preziosi ma anche di Carmine Buschini e Nicole Grimaudo

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Nella ‘ndrangheta calabrese  la famiglia è il cuore della sua struttura criminale e da sempre il potere si tramanda di padre in figlio“. E’ con questa dicitura che inizia il film per farci comprendere immediatamente il contesto nel quale si sviluppa il racconto, ispirato a fatti realmente accaduti. Non si tratta di uno dei tanti film sulla malavita calabrese, dove assistiamo ad azioni di polizia, testimonianze di pentiti,  corruzione, boss nascosti in qualche cantina; un questo film si entra all’interno di una logica spietata che vuole gli affetti e le virtù familiari (l’aiuto reciproco, la fedeltà)  vengano posti al servizio delle ambizioni criminali del “ clan”. “La ‘ndrangheta non si sceglie, si eredita”  è la frase che il giudice pronuncia di fronte alla madre di Giovanni, ora che è stato condannato a dieci anni. La speranza del giudice è che  sia la madre stessa a evitare  ai due figli piccoli che le sono ancora vicino, (i gemelli Domenico e Teresa)  il destino degli altri componenti della famiglia ; finire in prigione o morti  ammazzati. Una speranza che si spegne immediatamente: la madre ribadisce con orgoglio il suo diritto di prendersi cura dei propri figli.

Il film è la storia di due decisioni difficili; quella del giudice Lo Bianco  e quella del diciassettenne Domenico.

Dopo il fallimento con Giovanni, il giudice sente di non poter “restare a guardare”: ci   sono stati casi  eccezionali di minori tolti dalla patria potestà in caso di violenza o di tossicodipendenza  ma nessuno ha mai autorizzato un recupero di questo tipo in caso di famiglia mafiosa. I diritti dei genitori sui propri figli sono, giustamente tutelati, l’iniziativa del giudice è senza precedenti e in effetti la sua decisione riguardo a Domenico verrà violentemente attaccata dai giornali locali che parleranno di “deportazione”. Ma Lo Bianco. anche lui padre di famiglia, comprende che il tema non è semplicemente giuridico (trovare l’appiglio legale  per sottrarre Domenico alla potestà della famiglia) nè è sufficiente appellarsi a impostazioni di principio, cioè far sentire la presenza della giustizia italiana e dello Stato, ma squisitamente umano. Una volta sottratto Domenico alla famiglia, in quale struttura potrà esser collocato, nella speranza di una sua  trasformazione?

Il film evidenzia molto bene che la soluzione a questo problema non sarà una legge o una struttura speciale a favorire la conversione del ragazzo ma la buona volontà di due operatori sociali che si prenderanno a cuore il problema e potranno mostrare a Domenico quanto siano disposti a impegnarsi per il suo bene.

L’altra decisione sicuramente più coinvolgente, è quella di Domenico. Ancora piccolo, Domenico viene fatto incontrare in un posto segreto con il padre, ormai latitante a vita. “Quante sono le dita di una mano?”: chiede il padre. “Cinque”: è la risposta . “E noi quanti siamo?” “Cinque”. “Se chiudi la mano cosa diventa? Un pugno forte e resistente, come noi”. E’ la famiglia l’universo nel quale Domenico si deve sentire collocato, da piccolo come da grande. Un universo che non prevede altri universi: non certo lo Stato con le sue leggi, ma neanche altre famiglie antagoniste. Domenico, ormai diciassettenne, beneficia del suo stato di capo-clan in sostituzione del padre: viene rispettato e ha il compito di  svolgere incarichi delicati per il benessere della famiglia. Ma come potrà mai, un ragazzo con incarichi già così importanti alla sua età, ipotizzare un mondo diverso e per lui preferibile?  Il giudice aveva fatto notare che il suo destino sarebbe stato quello di finire in prigione oppure morto ammazzato. Ma non è per  la paura che un ragazzo cambia vita. “Se fossi andato in prigione mi avrebbero almeno rispettato”: si lamenta Domenico, ora che è stato trasferito in una casa-accoglienza per giovani a Messina.  Non è neanche convinto che il giudice e gli operatori sociali siano i “buoni” e lui il “cattivo”: “Io vi servo come trofeo per venire dalla vostra famiglia: siete uguali a noi”. Per Domenico si tratta solo di passare da un clan all’altro. Né e utile parlare con lui di principi, con le  categorie del giusto e del buono: “’è inutile che mi fa una predica – dice sdegnato Domenico al giudice – se voglio una predica vado in chiesa: almeno li sono più bravi”. Ma allora cosa serve a Domenico per uscire dal suo mondo e scoprirne un altro? Sarà proprio l’esperienza vissuta in prima persona (un nuovo ordine del padre, senza appello) che gli farà toccare con mano il suo vivo desiderio di libertà, la  libertà di poter essere il direttore della propria esistenza.

Resta da comprendere la figura di Enza, moglie del boss e madre dei suoi tre figli. Quello di madre e moglie è il mestiere più difficile e  lei lo esercita in modo eccellente: non prende decisioni per sè, per la propria vita ma sa che deve fare solo  una cosa:  prendersi cura del figlio in prigione finchè non tornerà libero, così come non mancherà di attenzioni nei confronti del marito, qualunque cosa gli possa succedere

In chiusura del film veniamo informati che fino al 2012, quaranta minorenni sono stati allontanati dalle loro famiglie affiliate alla ‘ndrangheta ma è bene sottolineare, come ha fatto il vero giudice Roberto di Bella in una intervista: si tratta di una soluzione da applicare in casi estremi: “bisogna invece puntare sull’educazione e sulla scuola”.

Autore: Serena Menichetti e Franco Olearo

Altre Informazioni

Etichetta
Paese ITALIA
Tematiche (generale)
Tipologia
Tematiche-dettaglio
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