LA PRIMA COSA BELLA

Bruno Michelucci è insegnante di liceo ma ha poco interesse per il lavoro: si porta dentro un malessere esistenziale che lo spinge a fuggire da tutti, compresa la donna con cui vive. Lo raggiunge la sorella Valeria: vuole che lui la accompagni a Livorno perché  Anna, la loro madre, ha ormai pochi giorni di vita. Il soggiorno nella città natale è l'occasione per ricordare la loro giovinezza; Anna, troppo bella per non scatenare pettegolezzi, era stata cacciata di casa da suo marito  e da quel momento lei e i suoi figli si erano spostati da una casa all'altra, in funzione delle "amicizie" che la madre aveva incontrato, senza che mai Anna smettesse di circondarli di attenzioni e di affetto...

Valori Educativi



La madre, espressione di un amore esuberante e libero, se è apprezzabile per la cura con cui accudisce i propri figli, non è giustificabile per la sua decisione di partorire un figlio su commissione

Pubblico

18+

Per i riferimenti all’uso di droga, per una scena di incontro amoroso fra adolescenti, per il caso di un figlio concepito su commissione

Giudizio Artistico



Il film conferma la capacità di Paolo Virzì di imprimere vitalità alle sue storie grazie anche alla bravura di tutti gli attori. Qualche eccesso di patetismo nella parte finale.

Cast & Crew

La Nostra Recensione

La mamma è sempre la mamma, sempre affettuosa e mai dimentica dei figli, anche quando si comporta in modo disinvolto nelle sue relazioni amorose.
Potrebbe essere questa la sintesi emotiva del film che ruota interamente intorno alla figura di Anna (interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti e in vecchiaia da Stefania Sandrelli), ma in realtà il simbolo che si coglie in questa figura femminile  è ancora più ampio: sembra rappresentare, con la sua vitalità inesauribile, la sua esuberanza generosa e ingenua quasi la forza vitale di Cibele o di altre antiche divinità che rappresentavano la fecondità della natura. Anche l'episodio finale, il più scabroso, quando Anna accetta di procurare, con la sua gravidanza,  una prole a una coppia sterile, sembra rispecchiare questo simbolo.
Paolo Virzì ribadisce che il film non è autobiografico (anche se pesca inevitabilmente nel suo vissuto giovanile nella città toscana) e in effetti il simbolismo di cui è carico la figura di Anna sembrano tradire la voglia di trasmetterci la sua idea di donna-madre più che un personaggio reale.
Nel  2009 altri due autori, Giuseppe Tornatore con Baaria e Sergio Rubini con L'uomo nero, hanno realizzato  film realmente autobiografici e si vede: i personaggi che rappresentano le loro madri da giovani sono trattati con grande cura ed affetto, tutti i loro gesti sono addolciti dal ricordo e sono tenuti lontani da qualsiasi comportamento che possa minimamente esser considerato  disdicevole.
Inoltre  entrambi gli autori racchiudono in un unico ricordo inscindibile sia la madre che il padre, nel loro relazionarsi fra di loro e con i figli, visti  entrambi responsabili della loro formazione umana.

Nel racconto di Virzì la situazione è più dolorosa: il padre è un carabiniere che mal tollera le attenzioni degli altri verso la bella moglie e quel suo gesto di cacciarla di casa diventa un altro simbolo del film, quello dell'intolleranza e della grettezza di vedute (l'unico momento in cui Virzì  devia verso la satira mordace è quando realizza un contrappunto di sequenze dove si mostrano prima i figli accuditi in modo affettuosamente anarchico dalla madre e poi, nel breve periodo in cui questi restano con il padre, li vediamo costretti a recitare la preghiera prima dei pasti e poi seguire una processione religiosa, simbolo, secondo il regista, di bigotta ipocrisia).

Sarebbe comunque errato valutare il film esclusivamente per i riferimenti simbolici che il regista ci vuole comunicare: Virzì ha  indubbie capacità di portare sullo schermo  personaggi realistici,  coadiuvato in questo da ottimi attori. Possiamo anzi dire che il regista è un degno erede della tradizione della commedia all'italiana proprio per quel suo mescolare personaggi simpaticamente reali, un'ottima sceneggiatura e mordaci rappresentazioni dei costumi della società.

Virzì ha intelligentemente costruito il personaggio del figlio Bruno come contraltare alla solarità  imbarazzante della madre, proprio a sottolineare che certi comportamenti non sono neutri e si riflettono sui propri figli.

Ragazzo sensibile ed introverso, soffre delle attenzioni di cui è oggetto la madre da parte di troppi uomini: ascolta in silenzio i loro  apprezzamenti  espliciti. Cresce taciturno, anaffettivo, sfugge a tutti quegli incontri che potrebbero procurargli sofferenza, è un consumatore occasionale di stupefacenti, come lui stesso si definisce. Solo con la morte della madre, quasi a segnare la fine di un'epoca, sembra che sia giunto per lui il momento di prender le redini della propria vita.
Anche la sorella di Bruno non sembra discostarsi molto dalla linea della madre: finisce per stancarsi di suo marito per accettare le attenzioni del suo datore di lavoro.

Nella scena finale dove tutti si sono riuniti intorno al capezzale della madre morente incluso il figlio partorito su commissione, non si può non constatare il naturale approdo della rappresentazione di Virzì verso la famiglia allargata, logica conseguenza della non volontà dei protagonisti di impegnarsi in legami stabili.  Anche Francesca Comencini con il suo Lo spazio bianco, in modo anche più radicale di Paolo Virzì, aveva esaltato la bellezza assoluta della maternità ma con pari forza aveva affermato la libertà della protagonista di vivere liberamente la propria sessualità senza legami stabili. Morta la famiglia monogamica, sembrano dire questi autori, gli unici legami forti restano quelli di sangue. 

Per fortuna Baaria e L'uomo nero ci hanno raccontato storie diverse.

Autore: Franco Olearo

Altre Informazioni

Titolo Originale LA PRIMA COSA BELLA
Paese Italia
Etichetta
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