UNA FAMIGLIA PERFETTA

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Titolo Originale: Una famiglia perfetta
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Luca Miniero, Marco Alessi e Paolo Genovese
Produzione: Marco Belardi per Lotus Production, Medusa Film
Durata: 120
Interpreti: Sergio Castellitto, Claudia Gerini, Francesca Neri, Marco Giallini, Carolina Crescentini, Ilaria Occhini.

Leone, un enigmatico lupo solitario sui cinquant’anni, ha pagato profumatamente gli attori squattrinati di una compagnia teatrale perché, il giorno della vigilia di Natale, facciano finta di essere i suoi familiari. La riunione è per il 24 mattina in un casale immerso nella campagna umbra, che Leone ha affittato come “teatro” della bizzarra recita. C’è addirittura una sceneggiatura già pronta, che gli attori hanno studiato, e una “backstory” – ossia il riassunto della vita passata – per ognuno dei personaggi: la nonna Rosa, la moglie Carmen, i figli Pietro, Luna, Daniele e Angelo, il fratello Fortunato con la moglie Sole: ognuno ha studiato bene la sua parte perché ogni particolare deve essere perfetto, pena il non pagamento del lauto compenso promesso. Sembrerebbe tutto facile, sennonché Leone ama improvvisare e, per un minimo dettaglio fuori posto, è capace di scenate d’ira che turbano non poco i pur bravi attori. Ma a che gioco stiamo giocando?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non è ostile nei confronti della famiglia ma la veglia di Natale non è il centro della festività natalizia ma una convenzione borghese, uno stanco rituale da svolgere meccanicamente tutti insieme come se si affettasse un panettone e si giocasse a tombola.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso e di nudo, turpiloquio, una scena grottesca ambientata durante la messa di Natale. Una sgradevole gag intorno a un’ostia consacrata
Giudizio Artistico 
 
Il film è un congegno complesso, pirandelliano, a volte troppo cerebrale, che riflette sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione, con l’impressione di voler dire cose importanti ma senza riuscirci fino in fondo.

Orfano dopo decenni di  cinepanettone, il cinema italiano tenta di alzare l’asticella proponendo commedie natalizie meno volgari e più originali. Da una parte, c’è Il peggior Natale della mia vita, che aggiorna (male, a nostro avviso) un format televisivo inglese. Dall’altra, Una famiglia perfetta, rifacimento di un film spagnolo del 1996 (Familia, scritto e diretto da Fernando León de Aranoa). Prima osservazione: per proporre qualcosa di nuovo e di migliore rispetto allo zero assoluto, è necessario copiare per forza dall’estero (vedi anche Benvenuti al Nord)?

Non fosse per il trio di Aldo, Giovanni e Giacomo (i cui film migliori, però, ormai risalgono a dieci anni fa) e per la coppia formata da Gennaro Nunziante e Checco Zalone, si direbbe proprio di sì. Dal punto di vista tecnico, il film è ben fatto. È bravo Paolo Genovese, regista ben attrezzato per la commedia (sono suoi i due Immaturi e La banda dei babbi Natale) e i suoi sceneggiatori: alcune trovare sono brillanti (quella del bambino che corre al rallentatore è degna di un best-seller americano) e il film è dotato di un buon ritmo e di un’ottima tenuta. Il cast, poi, è in gran forma: più di Castellitto, sempre bravo, spicca Marco Giallini, sempre più stretto nel ruolo della spalla e ormai pronto a interpretare un film da protagonista.

Se si apre la confezione perfetta, il contenuto però delude. Riconosciamo al film almeno un tratto originale: a dispetto del titolo, che parrebbe nascondere una trappola, Una famiglia perfetta non è ostile nei confronti della famiglia. È passata, insomma, la moda dei “parenti serpenti”, e di quelle storie – che si piccavano di essere antiborghesi e anticonvenzionali – in cui famiglie apparentemente normali si riunivano attorno alla tavola il giorno di Natale (o di Pasqua, o la domenica), e, innescata la miccia (una qualsiasi), finivano per sgretolarsi alla fine del film, per rivelarsi nidi di vipere o di serpenti con indicibili scheletri negli armadi. Per onestà, non riveliamo qui il finale, che ci aiuterebbe a capire il senso di un film che comunque usa la grammatica dei soliti luoghi comuni (la coppia stanca che non fa più l’amore, il giardiniere omosessuale ammiccante, il sesso sicuro con i preservativi, l’amante tenuta al palo dal marito fedifrago ma vile, ecc…) senza l’intenzione di affrontarli sul serio.

Un dato emerge, positivo, ed è quello che riconosce l’incapacità di ciascuno di restare da solo. Leone è un eccentrico, nevrotico e misterioso personaggio che, dietro la sua richiesta assurda – pagare delle persone perché fingano di essere la sua famiglia – nasconde un aperto desiderio di bellezza che, il film lo fa intuire in più punti, egli ha volutamente e forzatamente respinto nel corso della sua vita.
In ballo c’è il concetto stesso di “famiglia” e un tema su cui la storia vorrebbe far riflettere riguarda la possibilità di essere felici, di stare bene insieme, nonostante gli errori e le incomprensioni. Leone, forse, ha dei rimpianti, dei ripensamenti, vuole guardare come in un esperimento come sarebbe stata la sua vita se avesse fatto scelte diverse. Con quale scopo? Forse per accettare meglio la sua solitudine? O per convincersi che, prendendo altre strade, sarebbe stato ugualmente infelice? Perché gioca così crudelmente con i sentimenti degli altri, provocandoli di continuo e mettendo a repentaglio il rapporto tra Carmen e Fortunato, che nella finzione sono sua moglie e suo fratello ma che nella realtà sono sposati? E perché, dopo aver costruito con così tanto scrupolo questa finzione, rischia di mandare a monte tutto egli stesso, insistendo nel voler ospitare una estranea (una donna che ha avuto un guasto al motore della macchina, soccorsa sulla strada), ovviamente ignara di tutto? La risposta è nel finale, ma basti qui dire che il protagonista è un uomo che nella sua vita ha evitato per vigliaccheria di prendersi dei rischi e ora ha disperatamente bisogno che “la realtà”, quella che egli ha sempre evitato, entri finalmente nella sua vita per salvarlo.

Non un film “a tesi”, insomma, ma un congegno complesso, pirandelliano, a volte troppo cerebrale, che riflette sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione, con l’impressione di voler dire cose importanti ma senza riuscirci fino in fondo. La felicità si può comprare o affittare? Cos’è la realtà per uno che di mestiere fa l’attore? Nel complesso, un film intrigante nelle premesse ma deludente nello scioglimento, che nel finale osa sì proporre una visione positiva della vita e della famiglia ma che per due ore gioca con i personaggi, in un crescendo di tensione e di angoscia, pigiando ogni tanto il pedale del sadismo. C’è anche una scena particolarmente grottesca ambientata durante la veglia di Natale: uno degli attori esulta, durante la messa, perché ha saputo che un concorrente del Grande Fratello ha bestemmiato in diretta TV e dovrà cedergli il posto all’interno della famigerata casa (da una finzione all’altra, dalla padella alla brace: che importa, la bestemmia di un altro è per lui il massimo della felicità); Leone balza sul pulpito prima della benedizione finale e prende la parola per scagliare un amaro rimprovero alla sua “famiglia”. La scena non è nuova nel cinema italiano (l’altare come palcoscenico, c’è addirittura un esempio “creativo” e “positivo” in Casomai di D’Alatri) ma qui è particolarmente sgradevole proprio per il tema del rapporto tra realtà e finzione: la veglia di Natale non è il centro della festività natalizia ma una convenzione borghese, uno stanco rituale da svolgere meccanicamente tutti insieme come se si affettasse un panettone e si giocasse a tombola. Addirittura, c’è una gag – che vede coinvolto l’antipatico membro più giovane del cast – con l’ostia consacrata. Da cartellino giallo, ma solo perché c’è di peggio. Gli autori potevano risparmiarsela.  

Non sarebbe compito del critico, ma diciamo anche questo: in una scena del film la bella Luna cerca di attizzare il fuoco del caminetto con un mantice, senza riuscirci. Pietro, per fare il ganzo, interviene e ravviva il fuoco con una bottiglia di alcool. Non fatelo a casa: rischiereste gravissime ustioni.

Autore: Raffaele Chiarulli


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